Capitolo decimo. 1 - Invasioni Barbariche




Abbiamo introdotto già nell’altro capitolo le invasioni barbariche in Italia, coesistenti al Cristianesimo e alla debolezza interna del potere romano, come una delle cause più importanti, fautrici della decadenza e della caduta dell’Impero Romano.

Questi tre principali fattori furono messi in discussione dai letterati, dagli storici, dagli artisti, dagli studiosi per secoli.
Abbiamo analizzato le cause e siamo dell’idea che Gibbon nella sua Storia della decadenza e della caduta dell’Impero Romano, arrivasse, a metà del 1700, a mettere una parola decisiva tra le continue discussioni che ponevano l’accento ora su di una causa ora su di un’altra, senza per altro indicare una causa unica e valida del crollo dell’Impero, uno dei fatti storici più importanti dell’area del Mediterrameo a partire dalla metà del II sec. d. C.. 

I corsi e ricorsi storici effettivamente ci consentono di dire che comunque ogni grande potenza prima o poi crolla o per implosione o per esplosione dei fattori che l’hanno fatta sorgere e quindi cicli storici aventi la stessa origine e fine sono prevedibili: sono quei ricorsi storici che dovebbero essere un insegnamento per il futuro dell’uomo, ma che purtroppo non vengono mai presi nelle debite e attente valutazioni.

Buona colpa ne hanno gli storici o meglio coloro che scrissero di storia. Gli scritti che ci sono pervenuti spesso sono falsati da considerazioni che con gli effettivi eventi nulla hanno a che fare. Storico al servizio di un principe, di un imperatore, di un importante ecclesiastico, non avrà mai scritto cosa non ad essi piaciuta.

La storia, che ci troviamo sui banchi di scuola o che ci dilettiamo a leggere, spesso non è la storia che sarebbe stata tramandata oralmente di generazione in generazione.

Chi racconta magari falsa, anch'egl, i tratti del racconto, ma non più di tanto, molti ascoltatori sono pronti a sfatare la bugia, l'enormità non vera.
Chi scrive, legge e rilegge e si immedesima nel racconto, ma non ha lo scontro con i propri lettori.

 Ma lasciamo perdere queste considerazioni e ritorniamo ai nostri eventi.

 La domanda che spesso sorge è:

chi sono i barbari, da dove sorge tale denominazione per un complesso di più popoli?

Sembra che il periodo del nomadismo delle popolazioni barbariche ripeta il periodo del nomadismo celtico.
I celti erano tribù di origine indoeuropea, affini per lingua, usi e costumi che si muovevano nel Nord e Centro Europa, furono i Greci, che forse per primi dettero un nome, Keltoi, a tali popolazioni, sulla base di miti religiosi.

Ancora i Greci coniarono il termine “barbari”, ma con un significato del tutto diverso. Barbari erano tutti i popoli che abitavano oltre i confini greci e di diversa cultura, i popoli “non Elleni”: barbari erano i Persiani, gli Egizi secondo Erodoto.

La contrapposizione “civiltà” – “barbaria” , come viene indicata anche in età modeerna, non proviene certamente, a mio avviso, da quei lontani tempi, ma è comunque originata dalla cultura Greca che vide in se stessa la razionalità e l’irrazionalità nelle altre culture.

Non trattò alla stessa stregua però la cultura  Romana in quanto proveniente da quella Greca.

Al di là della diversa cultura, l’indicazione di “barbaro” indicato dai Romani ha un'altra motivazione.
Sono barbari i popoli che sono insediati o si spostano nei territori al di fuori dell’Impero Romano e premono ai confini e allora si vedono tra essi, come popolazioni barbariche quelle scito-sarmatiche, germaniche, asiatiche, che effettivamente contribuirono alla caduta della potenza romana.
Specialmente dal Nord Europa, alla fine del II sec. d. C., gli spostamenti di tribù alla ricerca di territori ove insediarsi si fece sentire sempre più.
I barbari da nomadi erano diventati stanziali e si erano accorpate tra loro varie tribù, ma rimanevano ancora ai confini diverse popolazioni che premevano a conquistare i territori romani.

I primi popoli barbari entrati nelle terre dell’Impero Romano servirono inizialmente come coloni nelle terre e come leti (mercenari) nell'esercito, ma tanto grande divenne il loro numero, che nella prima metà del III secolo già intere legioni erano formate da barbari e comandate da generali barbarici.

Circa verso il 271/272 d.C. due popolazioni germaniche, gli Jutunghi e i Marcomanni,  scesero dal nord attraversando tutta l'Emilia, devastando e bruciando i villaggi e le città. Le truppe dell'Imperatore Aureliano, rientrate precipitosamente dal Nord Europa, intercettarono e sconfissero a Fano e nella pianura vicino a Pavia gli invasori.
 I  numerosi prigionieri furono inseriti nell'esercito Romano, molto probabilmente a questi  si possono fare  risalire l'ala e le coorti  Juthungorum, i cui nomivennero riportate dagli  storici.
Verso l'anno 378 d. C. nelle campagne nei dintorni di Modena  e Bologna vennero a viva forza insediati schiavi germani per provvedere al lavoro dei campi.
 La pianura padana non conservava più, a quei tempi, alcuna traccia della ricca e ordinata agricoltura dell'epoca repubblicana e del primo Impero: erano rimasti soltanto i grandi latífondisti ai quali i piccoli agricoltori si erano affidati cercando protezione dai barbari e dalle tasse.
Quasi ovunque era ricresciuta l'enorme foresta primordiale e  il lavoro agricolo era limitato a pochi appezzamenti prossimi alla città dove erano coltivati pochi  generi commestibili ed allevati  suini.
Questa popolazione germanica era dunque la prima di cui gli abitanti della Pianura Padana potessero avere una più precisa conoscenza:  il lavoro nelle campagne li metteva a diretto e pacifico contatto col resto della popolazione. Tefali era il nome con cui erano indicate questi coloni di origine germanica.
Altri Germani e barbari in generale, che avevano scelto il servizio nell'esercito di Roma, avevano quasi del tutto perduto le caratteristiche originali proprie della loro stirpe poichè erano stati praticamente assimilati nella società romana del tempo .

Ben diverso fu l'approccio con le altre etnìe germaniche che passarono per la Pianura Padana sulla strada per Roma  con intenti di conquista e preda.

Una ulteriore infiltrazione pacifica dei Germani si trasformò poi in un’invasione, quando si ebbero grandi invasioni con i Visigoti, stanziati nell'Illirico, successivamente premuti verso Roma dagli Ostrogoti, che a loro volta erano spinti dagli Unni.
Era una situazione insanabile: Roma, impossibilitata a difendersi con le proprie forze, tentava di fare alleanze con tribù confinanti o immigrate nell’Impero al fine di combattere altre popolazioni barbariche più battagliere e decise ad invadere le province.
Ma spesso gli alleati diventavano poi essi stessi nemici.
La divisione dell'Impero in Occidentale ed Orientale, non aveva migliorata la difesa contro le orde barbare come aveva sperato Diocleziano nel creare la Tetrarchia.

Contrasti continui tra le due parti dell'Impero, conflitti armati favorivano i barbari che, dapprima entrati nell’Impero riconoscendone la supremazia politica ed economica, ne sfruttavano poi l’instabilità a loro vantaggio.
Si può pensare che non vi fossero più figure eminenti nella politica e nell’esrcito tali da arginare tale sfacelo.
Alla fine del III sec. d. C. emersero comunque personaggi, sia Romani che Barbari, che cercarono di riportare Roma ai vecchi fasti, ma contemporaneamente ad essi agivano altri che per puro spirito di antitesi e avidità riproponevano lotte civili.

Uno di questi personaggi fu Flavio Stilicone, uno degli ultimi grandi generali, persona colta e dotato di fine diplomazia, avrebbe potuto essere un altro Giulio Cesare.
Di origine vandalo-romana Stilicone, nato in Germania intorno al 359 d.C., sotto l’Imperatore d’Oriente Teodosio I intraprese la carriera militare e salì i gradini della gerarchia dell'esercito.
Nel 384 d.C. venne mandato in Persia per una spedizione diplomatica in cui riportò grande successo e venne nominato Generale con il compito di difendere i confini dagli attacchi dei Visigoti, comandati da Alarico.  
Stilicone, pur considerando Alarico il più fidato degli alleati di Roma, spesso lo trattava alla stregua di un capo barbaro da schiacciare, per poi riconsiderare la forza e l’esercito di Alarico molto utile per Roma, a corto di uomini, e terminare la battaglia e ritornarne alleato.

Ma i nobili romani e i residui del potere del Senato spinsero infine Alarico fra i nemici di Roma e fu proprio il Re visigoto, nel 410 d. C., a mettere a ferro e fuoco la città ormai in sfacelo.
Fattori religiosi avevano indebolito, negli anni precedenti, ancor di più l’impero, si ricorda infatti sotto l’impero d’Occidente di Flavio Eugenio, personaggio debole ed inetto, un ritorno al paganesimo nel 394 .
Spinto dai nobili romani pagani, si scontrò con l’Imperatore d’Oriente, il cristiano Teodosio, il suo generale Stilicone e l’alleato, in quel momento, Alarico e subì una pesante e decisiva sconfitta.

Fu uno scontro in cui il mondo orientale pose la sua supremazia su quello occidentale, ma rappresentò anche la definitiva sconfitta di un risorgente Paganesimo nei confronti di una religione in grande ascesa: il Cristianesimo.

Anche le province africane erano in rivolta continua:
il principe mauro Gildo, fedele alleato di Roma, fino ad allora, si ribellò creando grossi problemi a Roma. La rivolta, per fortuna, venne subito repressa nel sangue e Gildo giustiziato.

La fine del secolo vide Stilicone alle prese, vittoriosamente, contro i Pitti.

A Costantinopoli, come Prefetto del Pretorio era a quel tempo Flavio Antemio, di tutt'altra pasta rispetto ai suoi predecessori, capì che una rivalità con la parte occidentale dell'Impero non avrebbe portato a niente di positivo e quindi cercò subito un rapporto di amicizia e di collaborazione con Stilicone, che ne era l’effettiva guida e si batteva in quel momento contro le invasioni barbariche da parte di Alarico e di Radagaiso, Re degli Ostrogoti.
Radagaso  alla guida di un imponente esercito composto da Ostrogoti, Svevi, Burgundi, Alani e Vandali, attraversando la Pianura Padana, era sceso in Italia arrivando fino a Firenze dove però venne catturato e giustiziato.

Stilicone non aveva mai perso una battaglia, sembrava l'uomo giusto per difendere con successo i confini dell'Impero Romano in un momento in cui tante tribù barbare premevano ai confini, ma la fortuna del Generale romano sembrava esaurita.

Un personaggio valoroso ed intelligente come Stilicone poteva molto contro i nemici esterni ed interni che aumentavano di giorno in giorno, ma la sua vita, la sua forza e la sua…fine ci ricordano molto Giulio Cesare.
Per difendere l'Italia aveva richiamate legioni da tutto l'Impero e il confine lungo il Reno risultò sguarnito, le lotte erano continue e i soldati cominciarono ad essere insofferenti per la sua dura disciplina militare,  i romani lo accusavano, essendo egli stesso un mezzo-barbaro, di fare il gioco dei nemici di Roma.
Era inviso sia ai cristiani che ai pagani: i cristiani gli rimproveravano le origini ariane, i pagani lo accusavano di avere profanato i loro templi . A corte si continuava a vociferare che Stilicone stesse complottando per mettere sul trono il figlio Eucherio.

L'Imperatore d'Occidente, Onorio, si era intanto trasferito con la corte da Milano alle coste dell’Adriatico, avendo posto la sede a Ravenna, considerata più sicura: difesa dalle paludi e posta vicino al mare offriva maggiori possibilità di protezione.
Ma proprio nella pianura Olimpio, nemico di Stilicone, di cui voleva prendere il posto, Istigò le truppe romane di stanza a Pavia contro Stilicone, che si rifugiò a Ravenna, dove però venne arrestato dai seguaci dell'Imperatore e di Olimpio.

Avrebbe potuto chiamare alle armi i suoi numerosi sostenitori, ma non volle scatenare un'altra disastrosa guerra civile e il 22 Agosto 408 d. C.. Flavio Stilicone venne giustiziato.
Dopo la morte di Stilicone, si scatenò in Italia una caccia ai barbari romanizzati, che si misero sotto la protezione di Alarico che, non più contrastato da Stilicone, entrò in Italia dove raggiunse Roma e dopo un breve assedio la depredò.

Per otto secoli Roma non aveva subito una tale onta da parte di una popolazione barbara. 


I REGNI ROMANO-BARBARICI e GLI UNNI

I barbari non vennero nell'Impero inizialmente con l'intenzione di distruggerlo e di fondare stati autonomi, ma per essere insediati nel medesimo come alleati e difensori dei confini. L'impero romano, con la forza e la sapienza delle sue leggi, era l'unico stato che conoscessero, e perciò miravano non a distruggerlo, ma a rinvigorirlo e a farne parte.

In modo particolare Germani e Romani potevano completarsi a vicenda: se ai barbari mancavano le leggi, all'impero mancava assolutamente una forza militare adeguata.

Sorgono in tal modo, ai confini e all'interno dell'impero, i cosiddetti regni romano-barbarici. Romani, perché le istituzioni e le leggi romane rimangono intatte; barbarici, perchè la milizia è in mano a re barbari.

regni romano-barbarici


Poiché i barbari si insediarono in modo permanente, essi ebbero il terzo delle terre in cui erano, secondo l'uso romano, rispettando comunque la precedente popolazione romana: cosa molto importante, perchè non fu mai possibile una durevole separazione tra popolazione romana e popolazione germanica, e la prima fini per assorbire la seconda con la sua lingua e la sua civiltà, sebbene nelle lingue locali (dialetti) e anche nel volgare si inserissero terminologie di derivazione barbarica.

Mentre si formavano questi regni romano-barbarici, gli Unni, popoli di provenienza mongolica, dopo essere passati dall'Asia nell'Europa orientale ed essere rimasti nel V secolo stabilmente in Ungheria, elessero loro capo, Attila, glorioso gerriero, nella speranza di riconquistare in Europa la gloria e la grandezza che avevano avuto in Mongolia secoli prima.
Nel 450 Attila invase la Gallia, seminando la distruzione e il terrore; ma il generale Ezio, l'ultimo dei grandi generali romani, riuscì con l'aiuto dei Visigoti a sconfiggerlo ai Campi Catalauni, costringendolo ad abbandonare il paese.

Nel 452 Attila passò in Italia, e, dopo aver distrutto Aquileia[1] , dilagò per tutta l'Italia settentrionale, specialmente in Pianura Padana. Ma il papa Leone I, a capo di un'ambasceria, si incontrò con Attila sul Mincio, e con le sue parole e ricchi doni lo indusse a rivalicare le Alpi.

D'altra parte la posizione dell'esercito di Attila in Italia si era fatta difficile, sia per il rifornimento di cibo ed armi, che per una gravissima epidemia di dissenteria che aveva dimezzato il numero dei soldati.
Le paludi della nostra pianura padana, che a quel tempo non venivano più bonificate ed erano  lasciate alla natura non sempre benevola, creavano l’impossibilità di avere acque non torbide per gli uomini e i cavalli che giornalmente bevevano acqua contaminata. Furono forse l’esercito più valido contro gli Unni.

L'anno seguente Attila moriva e il suo popolo, crollato sotto i colpi dei popoli germanici, si disperse: parte si integrò con i germani, altri invece ritornarono verso l’Asia e nelle steppe della Russia.

Altra invasione di Roma (455) e relativo saccheggiò avvenne ad opera dei Vandali.

Era appena cessata la minaccia degli Unni, che i Vandali da un ventennio insediati in Spagna, guidati da Genserico iniziarono guerre in Africa del Nord.
Dotati di una vasta flotta dominaronono per tutto il V sec. i mari e le coste del Mediterraneo, tenendo in loro possesso le più importanti isole: Corsica, Sardegna, Sicilia, Baleari.
Veleggiarono anche su Roma e la saccheggiarono, portando via prigioniere l'imperatrice Eudossia(vedova dell'imperatore Valentiniano III) e le figlie.

Riuscì tuttavia a Ricímero, un generale barbarico, di sconfiggere in una grande battaglia la flotta dei barbari, ponendo fine alla potenza Vandala.

 L'impero d'Occidente sopravvisse ancora circa venti anni, ma furono anni d'anarchia, durante i quali si ebbero una decina di imperatori di scarso valore e carisma.

Nel 475 il goto Oreste, capo dei mercenari barbari, promettendo all'esercito il terzo delle terre all’interno della penisola, depose l'imperatore Giulio Nepote, e fece nominare al suo posto il proprio figlio Romolo, che, essendo ancora fanciullo, fu soprannominato Augùstolo (= l'imperatorino).

Ma l'anno seguente Odoacre, re degli Èruli e di altre milizie barbariche alleate dell'impero, non avendo Oreste mantenute le sue promesse, discese dal Nòrico in Italia, vinse e uccise Oreste e depose Romolo Augustolo (476).

Odoacre, a differenza degli altri generali, non nominò un successore a Romolo Augustolo, ma governò per conto proprio.
Egli fece dichiarare dal senato che bastava al mondo un solo imperatore, e, quindi, inviò le insegne imperiali all'imperatore d'Oriente, che era allora Zenone, ottenendo in cambio il titolo di patrizio romano (= vicario imperiale).

Così, nel 476 d. C., senza scosse violente, finiva l'impero romano d'Occidente.

Ma la fine dell’impero d’occidente non portò la pace all’interno dei territori conquistati dai barbari. I commerci e i traffici che si svolgevano nell'impero già el II sec. d. C. e nell’area occidentale ancora nel secolo VI deperirono via via, l’agricoltura e l’allevamento divennero sempre più sporadici e gli animali da domestici si inselvatichirono, mentre i terreni producevano malamente. 

 

commerci nel II d.C.

 A tutto ciò si aggiunse l’aumento di malattie epidemiche trasportate dalle varie milizie nei loro spostamenti.

Già Attila aveva lasciata la Pianura Padana per problemi di salute.

Periodicamente si presentavano epidemie di peste che decimavano la popolazione lasciando sghernite le milizie e le campagne, anche se i posti di più facile contagio erano le città per il più grande flusso di individui e merci.

epidemie di peste nell'Impero

 

DOPO LA CADUTA DELL'IMPERO ROMANO D'OCCIDENTE

Se si legge un po’ velocemente la storia che si svolge dalla caduta dell’impero Romano d’occidente e durante le invasioni barbariche si rischia o di impazzire o di non capire niente, tanti sono i popoli che si spostarono nella zona dell’ex-impero. Abbiamo cercato di semplificare questo periodo, ma con il rischio di non  parlare di popolazioni che vennero verso Roma ed attraversarono la nostra pianura  o di parlare più volte delle stessa storia.
Volendo fare una battuta, ma c’era veramente da ridere in quei tempi?, sembra che le popolazioni barbariche avessero la stessa mania degli attuali popoli del Nord Europa…andiamo in Italia, in Spagna, oppure in Grecia questa estate? a prendere un po’ di sole sulle coste del Mediterraneo?

Come dire …andiamo ai Caraibi?  alle isole Vergini?

Ritorniamo seri.

L’Impero romano ci permette di comprendere la continuità tra evo antico e medioevo, è un impero mediterraneo, che collega le regioni medio-orientali con l'Europa, rendendo possibili traffici estesi in ogni direzione. Gli scambi sono facilitati da una rete viaria grandissima, da una flotta imponente, dall'uso di una sola moneta ( il denario ) e dall'uso di due sole lingue : il latino in occidente ed il greco nelle regioni orientali..
Dopo i due sacchi di Roma, nel 477, deposto l'ultimo imperatore,  il capo barbaro Odoacre inviò le insegne imperiali a Costantinopoli all'imperatore d'Oriente, che divenne  l'unico continuatore e rappresentante dell’antico impero romano.
I regni romani-barbarici,del tutto indipendenti gli uni dagli altri dividono così l’Europa nel regno dei   

Burgundi  nella Gallia meridionale, regno poi preso dai Franchi,
- dei Visigoti
-  dei Vandali, poi passati in Africa
- degli Ostrogoti di Teodorico  in Italia

Giustiniano. La tentata restaurazione dell’Impero. I Bizantini
 
Nel 526 a Bisanzio, Costantinopoli, Giustiniano sale al trono imperiale e cerca di riunificare l’impero recuperando  il dominio dell'Occidente.
Recupera le zone costiere del Mediterraneo e tutta l'Italia con una serie di guerre contro gli Ostrogoti di Teodorico, i Visigoti ed i Vandali d'Africa. 

 L'impero d'Oriente presenta caratteristiche diverse da quello d’Occidente.
In esso l'imperatore  è divinizzato come tutti i sovrani orientali : basileus  è il suo appellativo e controlla direttamente la Chiesa di Bisanzio che ha come capo il  patriarca ortodosso, cioè  legato ad una fedeltà verso i testi sacri superiore a quella professata nell’impero d’Occidente.

Nel VII secolo si fece più aspro lo scontro fra la Chiesa di Roma e quella  di Costantinopoli. La Chiesa ortodossa riconosceva al Cristo la sola volontà divina e non anche quella umana . Il pontefice romano entra in conflitto e convoca un concilio ecumenico che riaffermi la doppia natura del Cristo.
Nel corso dell'VIII secolo la sorte dell'Impero d’Oriente si lega alle contrapposizioni innescate con il pontefice romano. Da ricordare lo scontro tra le due Chiese  nel caso della proibizione del culto delle immagini sacre pretesa da Bisanzio e rifiutata da Roma ( iconoclastia ).  
A ciò si aggiungeva l’arianesimo[2] che continuava a far sentire la sua influenza,  in forma diversa, nella Chiesa e fra i fedeli d’Oriente. 
 
  I Bizantini, eliminato il dominio degli Ostrogoti cercarono di stabilire il controllo su tutta l'Italia e anche sul papa, che era invece abituato da tempo ad agire con larga autonomia.
Il papa venne anche fatto  imprigionare dall'imperatore d'Oriente e la Chiesa di Ravenna venne resa autonoma da quella di Roma.
Il pontefice romano, nel corso del VII secolo, è in una posizione di grave difficoltà in quanto la sua autorità sull'Italia è avversata da Bisanzio.

Il fattore religioso  era il maggior elemento di coesione fra le diverse popolazioni soggette all’impero.
Le varie pretese dell’imperatore d'Oriente suscitava la resistenza del papa di Roma, che mirava a conseguire una sua piena supremazia nell’Occidente cristianizzato romano-barbarico, ma era in cià contrastato dall’impero d’Oriente.
A tale tensione si aggiungeva il permanente disaccordo in campo dogmatico.
Il contrasto dell’impero d’oriente con la Chiesa romana sarà sempre molto forte fino allo scisma  del 1054.

L'impero bizantino non fu mai in pace con Roma né con i popoli confinanti, Slavi, Avari, Bulgari e Persiani. Ciononostante  La Chiesa di Roma si era rafforzata dopo la conquista bizantina del VI secolo e il Papa da quel momento, malgrado i vari contrasti, divenne l'effettivo signore di Roma. Manterrà questa sua posizione durante tutto il periodo longobardo ( fino all'800 circa ).

La fama di Giustiniano è comunque e soprattutto dovuta alla sua radicale riforma del diritto
Sulla base delle antiche norme del diritto romano Giustiniano, con  una commissione di giuristi presieduta da Triboniano, negli anni dal 528 al 534 compose il CORPUS IURIS CIVILIS, che eliminando contraddizioni ed incertezze rese  coerenti le norme e principi a tutte le terre dell'Impero.
L’opera comprende e rielabora i più importanti codici del diritto romano, rappresenta la più importante codificazione del diritto e ha costituito un modello per la maggior parte dei sistemi giuridici dell'Europa continentale.
 Le singole parti dell'opera furono:
le Istituzioni,  manuale composto da quattro parti sull'esecutività delle leggi,
il Digesto o Pandette, raccolta di scritti di famosi giuristi romani, contenuti in 50 libri,
il Codice delle costituzioni, la legislazione imperiale fino al 534 
le Novelle, che, come dice il titolo, sono nuove leggi emanate da Giustiniano stesso.
Nel XII e XIII secolo le norme giuridiche contenute nel Corpus iuris civilis furono poi rielaborate da giuristi italiani e adattate a una nuova concezione del diritto.
Volendo ancora dare alcune informazioni sull’impero d’Oriente o impero bizantino, possiamo ricordare le battaglie contro i Bulgari che controllavano tutto il territorio di confine  dall’Asia minore alla penisola balcanica e  le battaglie perdute contro gli Arabi che si estesero  in Medio Oriente a scapito di Bizantini e Persiani e che  in Africa abbatterono il potere bizantino e in Spagna quello dei Visigoti, passando così nelle loro mani il controllo del Mediterraneo.    La rete di traffici che facevano capo a Costantinopoli perde di valore e  la capitale dell'Impero è minacciata da vicino da divesi popoli.
Comunque  l’impero era indebolito dalla rottura religiosa  con l’Europa cristiana, lo scisma del 1054  separò definitivamente la chiesa di Costantinopoli dal papato romano.

Lo scisma non si può dire avesse solo  ragioni teologiche.
Il processo di rinnovamento e di consolidamento della struttura della Chiesa iniziato a quei tempi dal papato romano, che cercava di  riprendere il controllo anche della chiesa orientale, contrastava con i poteri dell’imperatore di Bisanzio:  questo avrebbe significato per l’impero accettare la sovranità religiosa di un potere, come il papato, che l’imperatore non era in grado di controllare.
 
Le conseguenze delle varie lotte furono gravi per l’impero, potenza cristiana ma scismatica,  indebolta dai stretti legami tra stati europei legati al papato.

Per il papato romano, tuttavia, i risultati furono ancora più gravi in quanto perse per sempre il controllo sulla cristianità di lingua greca e sugli Slavi russi e balcanici..

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[1] Gli abitanti di Aquileia si rifugiarono sulle isole della vicina laguna, dando origine a Venezia.
[2] L’Arianesimo dottrina sull’essere del Cristo era stata elaborata da Ario, sacerdote alessandrino che negò la natura divina di Gesù Cristo entrando in conflitto con il suo vescovo nel 319 e subendo la condanna all’esilio nel 325.. Il principio era se il Cristo era della stessa sostanza del Padre e generato e non creato (consustanzialità).. Per Ario e i suoi seguaci il Cristo, in quanto generato e non esistente dall’eternità, ma creato come tutti gli altri eseri, non poteva essere considerato Dio come il Padre, ingenerato  e senza principio. L’ Arianesimo fu  appunto condannato come eresia dal concilio di Nicea, città dell’antica Bitinia (Asia Minora) nel 325: Al Concilio parteciparono 328 vescovi che proclamarono il Cristo Figlio di Dio; l’asserzionee di fede, che è rimasta base della Cristianità, fu oggetto di una lunga disputa durata fino al 381. L’Impeeratore Costantino  nel 334 richiamò Ario dall’esilio e la fede ariana per alcuni anni acquisì la dignità di religione ufficiale, sino al 359. All’nterno delle credenze ariane si formarono varie correnti circa l’identità di sostanza tra il Padre, ilFiglio e lo Spirito Santo.
L’imperatore Teodosio nel 379 dichiarò la fede ortodossa nicena fede unica all’interno dell’impero e ufficiale e il Concilio di Costantinopoli del 381 ribadì tale asserzione, anche se l’arianesimo continuò ancora per due secoli presso i popoli germanici, essendo missoniari ariani  i chierici che convertirono la popolazione di quei territori al Cristianesimo.
Nel primo Concilio di Nicea venne anche stabilita la celebrazione della Pasqua Cristiana nella domenica successiva alla Pasqua ebraica e venne riconosciuto il vescovo di Alessandria come autorità della Chiesa d’Oriente come Patriarca, con funzioni simili a quelle del vescovo di Roma, il Papa.
Altro Concilio importante a Nicea fu il secondo, settimo concilio ecumenico, convocato dall’imperatrice d’Oriente, Irene, nel 787. In tale Concilio al quale parteciparono 350 vescovi soprattutto bizantini, venne ripristinata in tutte le Chiese dell’impero la venerazione delle immagini.
 


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