Capitolo nono - Appendice 1 : Due battaglie determinanti



Vogliamo qui parlare delle principali battaglie ingaggiate tra Galli e Romani per il possesso della Pianura Padana.

Con la vittoria di Sentino del 295 a.C., Roma inizia ad affacciarsi  all’Ager Gallicus.
La battaglia di Sentino, località a metà strada tra Ancona e Perugia, tra i  Galli Senoni e Sanniti contro i Romani e i loro alleati latini, culminata in una sconfitta inaspettata per i Galli  prepara la conquista da parte di Roma dell’Italia Settentrionale.
I Romani, forti dell’alleanza stipulata con con gli Aretini e i Piceni e della spedizione punitiva in Etruria del 298 a.C. come reazione al patto etrusco-gallico del periodo precedente, dopo una prima sconfitta  ottennero a Sentino una netta vittoria. 
I Senoni persero i loro migliori  capi militari e, malgrado tentassero una rivincita nel 284, furono nuovamente sconfitti: la maggior parte dei Galli Boii  e Senoni riguadagnarono i lori territori verso il Nord

Soggiogati i Senoni, i Romani entrano in possesso del territorio affacciato all'Adriatico, fondando nel 268 a.C. la colonia di Ariminium (Rimini), che servirà da trampolino per la conquista dell’intera Gallia Cispadana.
 
Anche se i luoghi, Talamone e Silva Litana, sembrano non del tutti coerenti con lo scopo di questo articolo, e da molti si indica la battaglia di Sentino come quella determinante per l'acquisizione della Padania da parte dei Romani, si può vedere, leggendo quanto riportato di seguito, che le battaglie  combattute nei due luoghi lo furono a maggior ragione determinanti e in particolare per l'occupazione del nostro territorio, dopo gli Etruschi.

Talamone

Talamone è un paesino che domina la costa tirrenica che va dal golfo omonimo fino all’Argentario, spingendo il suo sguardo fin nel profondo dell’Etruria e sente di poter vantare uno degli attracchi più sicuri del Mar Tirreno.

Parte integrante del paese è il colle ad oriente, indice di un primo insediamento umano nel periodo neolitico: le tracce nel sito sono date dal ritrovamento di punte di frecce, lame in selce, pietre focaie che attestano anche un uso abitativo dell’area.

Da questo periodo gli insediamenti hanno una continuità proseguendo nell’Età del Bronzo Antico e Medio (dal XVII sec. a.C.) fino a raggiungere l’Età del Ferro (dall'XI al VIII sec. a.C.)  con ritrovamenti di ceramiche e suppellettili domestiche  che coprono estensioni sempre maggiori.
E’ normale che la località venisse interessata da insediamenti Etruschi, agendo da fulcro in una politica di controllo marittimo, commerciale e militare delle coste dell’intero Tirreno, a partire dal VI sec. a.C..

Ottimo riparo per i naviganti, aveva nella parte alta un santuario che doveva fungere da punto di riferimento costiero e interno. Talamone ebbe notevole importanza anche dopo la conquista romana, essendo porto franco per la popolazione indigena interna non urbanizzata: contadini, pastori, liberti e schiavi etruschi mantennero in quel periodo di crisi una loro identità storica ed artistica che si espresse nei rilievi del frontone del tempio.

Il territorio circostante, del tutto romanizzato e pacificato, si riempie poi di piccoli e ricchi insediamenti: nascono grandi ville rustiche dedite alla produzione agricola sin dal I sec. a.C..
Della città etrusca attualmente non è visibile più nulla, neanche a livello archeologico.

In epoca romana imperiale venne mantenuto il porto, originariamente etrusco, come punto di esportazione dei prodotti agricoli. Il progressivo insabbiamento ed incuria della via Aurelia e l’uso al suo posto delle vie Cassia e Flaminia, procurò alla fine dell' Impero l’abbandono del sito.

Malgrado l’uso del porto in epoca bizantina nel VI sec. d.C. e la costruzione di una fortezza detta Marta, l’insediamento sembra fosse abbandonato  nel VII sec..
I reperti rinvenuti nelle necropoli circostanti confermano tuttavia che l'abitato sia stato lasciato definitivamente poco dopo il VII sec. d.C., forse in contemporanea con l’occupazione Longobarda e la fondazione di Grosseto e ne andasse dispersa ogni traccia che non fosse storia scritta.

Ma a noi interessa Talamone in epoca Romana.

Il nome del paese, porta ancora le tracce dell’antico nome datogli da Tirreni stessi: Telmun, Tlmun, Tlamun, Telamon.

Sul Poggio di Talamonaccio in età moderna, a partire dal 1888, iniziarono scavi per la realizzazione di una fortezza militare, che portarono alla distruzione della necropoli etrusca sulle pendici e parte dell’abitato, anche di età medioevale.
Gli scavi furono fermati e vennero rinvenuti elementi relativi ad un grande tempio e dentro ad una cisterna adiacente vennero rinvenuti numerosi frammenti di rilievi in terracotta, placche che con altre, successivamente ritrovate negli anni 1960, vennero riconosciute come appartenenti al frontone del tempio: un bassorilievo con le figure di Edipo, Eteocle, Polinice, Adrasto e molti altri eroi, protagonisti della saga dei "Sette contro Tebe".

La datazione del tempio venne fatta risalire dopo varie e discordanti ipotesi all’anno 225 a.C., anno in cui si svolse, proprio alle pendici di questo colle di Talamone, la battaglia tra Romani e Galli.
Secondo alcuni il bassorilievo avrebbe commemorato la vittoria dei consoli romani sulle truppe galliche. Attualmente quello di Talamone è l'unico tempio etrusco-italico di epoca ellenistica il cui frontone è stato rinvenuto completo di rivestimento, decorazioni architettoniche e di bassorilievi interpretabili chiaramente.

Altro riferimento storico a Talamone si ha come porto dove sbarcò Caio Mario nell’87 a.C. nella discesa verso Roma. E’ piuttosto naturale che trovasse in questi luoghi terreno fertile nella guerra civile contro Silla: Talamone divenne una base strategica e di reclutamento per la costituzione di un vero e proprio esercito.
Silla come azione dimostrativa, come rappresaglia contro i talamonesi che avevano appoggiato e si erano uniti a Mario, fece distruggere la città e il tempio.
Infatti tracce di un vasto incendio riferibili a dopo il 100 a.C. ci narrano questi episodi.

Ma non solo i ritrovamenti archeologici confermano i fatti.
La battaglia tra Romani e Galli venne descritta dal senatore Fabio Pittore che redasse la prima storia di Roma in lingua greca, storia tramandata più tardi a noi da Livio e Tacito.

Polibio ci racconta invece della calata dei Galli stanziati nella Pianura Padana verso sud del 225 a.C., certi che il rafforzamento di Roma li avrebbe prima raggiunti e poi cacciati dai loro insediamenti.
L’obiettivo dei Galli inizialmente non era l’occupazione territoriale, né la conquista di Roma stessa. ma doveva fungere da avvertimento per i Romani.

I Galli della Cispadania si erano uniti in una sorta di Lega con i Galli della Transpadania. Roma era memore della cocente sconfitta del 387 a.C., con il ritiro in fuga dei propri contingenti, che aveva provocato l’apertura della città al saccheggio e al tributo a Brenno, capo dei Galli.
L'alleanza ebbe anche l'appoggio dei Liguri; gli Etruschi non frapposero ostacoli all'avanzata verso sud dei Galli in armi.

I romani decisero che era giunto il momento che la profezia dei libri sibillini si avverasse: la profezia diceva che Galli e Greci un giorno avrebbero posseduto, dividendosela, la terra di Roma.
Per questo motivo vennero prese due coppie, una gallica e l’altra greca, e vennero seppellite vive nel Foro Boario. In questo modo la predizione sarebbe stata avverata o per lo meno allontanata.
In un sarcofago di Tarquinia, conservato ora nel Museo di Villa Giulia a Roma, si può vedere una decorazione che rappresenta una scena di tale sacrificio.

Sia Romani che Galli si erano preparati per lo scontro:
i Galli si spinsero dalla Pianura Padana all’Etruria attraverso forse il valico appenninico che portava a Fiesole sorprendendo
i Romani che si erano invece appostati nei pressi di Ariminum e nei pressi di Marzabotto al confine tra Gallia Cispadana ed Etruria.

Ricordando le strade etrusche descritte nei capitoli precedenti è facile vedere la disposizione dei due gruppi contrapposti e in posizioni strategiche.

L’intera discesa dei Galli venne a concretizzarsi in un continuo saccheggio della Tirrenia e, non trovando alcuna forma di resistenza, decisero, una volta a Clusium (Chiusi), di spingersi fino a Roma. 
Persa la possibilità del blocco della via d’accesso appenninica, i Romani, non potendo contrastare l’avanzata nordica in alcun modo decisero di pedinare e tenere sotto controllo i nemici attendendo rinforzi dal Sud (al passo del Furlo).
D’altra parte i Galli temevano di avere la retroguardia sguarnita nel caso d‘attacco, quindi dopo una breve sosta, inviarono una buona parte del contingente ad annientare il distaccamento romano che proveniva da Fiesole.
Ripresero quindi la marcia verso Fiesole e a 30 km da Chiusi, verso nord, il distaccamento romano venne in parte annientato ed in parte messo in fuga.
E questa è conosciuta come la “Battaglia di Chiusi o di Montepulciano”.

A questo punto si potevano ritenere soddisfatti e potevano pensare al loro rientro nella Cispadania. Ma il console L. Emilio Papo, forte del contingente degli sconfitti e dei socii era arrivato da Ariminium e la via del rientro per i Galli era ormai preclusa.
Venne stabilito dai Galli di non rischiare l’altissimo bottino depredato e di iniziare una veloce ritirata verso nord per altre vie.
Il console romano, decise di temporeggiare, seguendoli.
I Galli si spostarono verso il Tirreno, ma il console C. Attilio Regolo, proveniente dalla Sardegna, con il suo esercito raggiunse il porto di Pisa, favorendo il ricongiungimento degli eserciti consolari.
Da Pisa a Talamone vi erano 5 giorni di marcia e 180 km: la grande congiunzione, evidentemente sfavorevole ai Galli, avvenne presso Talamun quando i due eserciti consolari chiusero a tenaglia quello nordico.

I Galli si convinsero in un primo momento che il console Papo li avesse raggirati di nascosto di notte. Cadendo in un duplice errore di valutazione.
Da una parte erano convinti che avrebbero sbaragliato facilmente il console da solo e secondariamente non considerarono la possibilità che potessero avere qualcuno alle spalle.
È chiaro che una volta decimati il ruolo della cavalleria romana dette il colpo di grazia, che venne assestato con una carica definitiva.
Una parte di essi, 40.000 perirono, mentre 10.000 furono fatti prigionieri.

Parte delle truppe galliche fuggirono, altre decisero di applicare un suicidio di massa.

(il gallo del Museo delle Terme che uccide la moglie e quindi si suicida).

Il bottino venne restituito alle città a cui era stato sottratto e l’unico console rimasto, L. Emilio Papo, inviò a Roma le spoglie degli sconfitti, e proseguì la marcia verso nord, raggiungendo la Pianura Padana sguarnita di truppe che conquistò in poco tempo con un ricchissimo bottino.

L’Italia era stata terrorizzata da questa discesa, che invece servì da molla per l’invasione della Padania da parte dei Romani.

Altra battaglia riportata dagli storici è quella combattuta nella

Selva Litana

La Selva Litana entrò nella storia "ufficiale" di Roma in quanto luogo di un famoso agguato teso dai Boii a un grosso contingente romano, grave colpo all'onore militare dei Romani.
Ricordata da vari storici divenne comunque un luogo “introvabile”, distrutta per fare posto alle coltivazioni della bonifica e centuriazione romana: si ricorda, ma non si sa dove fosse.
Il problema della localizzazione della Selva Litana ha fatto dannare storici di ogni epoca con varie ipotesi.
Essendo l'agguato sferrato dai Galli Boii, si ritiene che la Selva Lituana fosse situata in Aemilia o Romagna, nella boscosa Pianura Padana, dove i Boii avevano stanziate le loro tribù .

Le varie ipotesi localizzano la Selva:
o tra Bologna e Modena
o tra Bologna e Ravenna
o tra Bologna e Rimini
o infine vicino a Reggio Aemilia.
Le ipotesi poste durante gli ultimi secoli concordano in un'area sacra ai Galli, ma per i Galli ogni area boschiva era ritenuta sacra…

Le fonti antiche storiche fanno comunque riferimento alla Pianura Padana.

Annibale nella Seconda Guerra Punica, nel 218 a.C., si era accattivato l'aiuto dei Galli Insubri stanziati tra Milano e gli Appennini e dei Galli Boii che abitavano l'area dell'attuale Aemilia. e aveva inferto ai romani una grave scacco con la battaglia del Lago Trasimeno(217 a.C.), ma, aveva preferito svernare in attesa dei rinforzi che erano stati programmati dal mar Tirreno ma che non ebbero mai la possibilità di arrivare, bloccati dalla flotta romana.
I comandanti militari romani decisero di sferrare quindi il contrattacco con un esercito di possenti dimensioni verso Annibale stesso per cercare di infliggere una sconfitta il più possibile decisiva; un altro esercito, meno imponente avrebbe dovuto attaccare le regioni della Gallia Cispadana che si era alleata con il generale punico.

Un attacco diretto alle loro case avrebbe, nei progetti di Roma, costretto i Galli a ritornare nelle loro terre abbandonando le forze cartaginesi.
Purtroppo per Roma i risultati non furono pari allo sforzo.

Il 2 agosto 216 a.C. si verificò una sconfitta del primo esercito, in campo aperto, a Canne dove le legioni di Roma si ritenevano invincibili, sconfitta che per secoli rimase nella coscienza dei cittadini dell'Urbe.

L'altro esercito romano, inviato per rintuzzare le velleità dei Galli, per arrivare nell'area abitata dalle popolazioni galliche boiche aveva due percorsi raccomandabili: la via Aurelia non ancora terminata e la via Flaminia, che era già in funzione come collegamento tra Roma e la Pianura Padana. Comunque con i Liguri da una parte e i Galli Senoni e Lingoni che, a nord di Rimini, avrebbero sbarrato il passo all’esercito romano.

Ma esistevano altre vie:
quella attraverso gli Appennini utilizzata già da Annibale nella sua discesa, Modena- Bologna-Pistoia,
le strade dell’area ravennate dove i romani avrebbero avuto il supporto dei Veneti e dei Galli Cenomani loro alleati.
Questo può in parte spiegare la difficoltà per gli storici di localizzare il luogo dell'agguato.

Le tribù galliche erano indebolite dalla partenza di tanti combattenti al seguito del generale cartaginese. Ben difficilmente avrebbero potuto sostenere una o più battaglie campali contro le formidabili legioni di Roma e dei suoi socii di origine gallica.

La soluzione per i Boii stava nella guerriglia e nelle azioni all’interno di selve o ai bordi dei sentieri e dall'astuzia nel muoversi nei boschi.
La via Aemilia non era ancora stata costruita e le legioni si spostavano su larghi sentieri attorno ai quali ampi spazi disboscati permettevano ai Boii una sorta di riparo.
I Galli, dice Livio, "avevano accerchiato la foresta sui suoi margini esterni" in modo che quando l'esercito romano si fu ben addentrato, in un gigantesco, macabro gioco del domino, gli alberi più esterni, come tessere, vennero spinti e fatti cadere contro gli altri innescando una sorta di reazione a catena.
Il terribile risultato fu che parte dell'esercito romano morì sotto gli alberi caduti e l’esercito si disperse, lasciando sul campo anche un grosso bottino di vestiti, armi, vettovaglie.
Dopo il disastro di Canne e la sconfitta nella Selva, l'allora console Tiberio Sempronio diede una svolta alle operazioni concentrando l'attenzione solo su Annibale.

Venticinque anni dopo, nel 191 a.C., sconfitto completamente il pericolo cartaginese e ridotto il contingente boico, Roma assoggettò la Gallia Cispadana ma i Galli Boii, in particolare, furono attaccati e sbaragliati e massacrati da Publio Cornelio Nasica.
I pochi superstiti furono costretti a migrare, il loro territorio fu diviso fra un grande numero di coloni italici, collegati con l'Italia centrale dalla Via Aemilia e dalla via Flaminia Minor.


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