Capitolo settimo. 4 - La Lana



L’allevamento ovino, pecore e capre, portava nelle nostre campagne un’ulteriore lavorazione.

Da almeno 25.000 anni la pecora sta sulla terra e offre tutta se stessa all’uomo, soddisfa i suoi bisogni di latte, carne, pelli e soprattutto lana.
Il più antico allevamento risale a più di 7.000 anni prima di Cristo, in Tessaglia, e i primi indumenti fatti di pelli di pecora sono visibili sulle sculture sumeriche (5.000 anni fa).

Furono Caldei, Assiri e Babilonesi[1] a scoprire un po' alla volta l'arte della lavorazione della lana.
Nel Vecchio Testamento si consiglia il popolo ad usare la lana e si proibisce di mischiarla al lino.

L’arte della lavorazione della lana si diffuse nel bacino del Mediterraneo, i Fenici cominciarono a tingere i tessuti con la porpora[2], nell’arco di pochi secoli fu questa la zona di produzione dei tessuti più ricercati.
In Italia, in particolare, la dominazione romana aveva segnato un profondo cambiamento nel territorio: vennero attuate opere di disboscamento e di regolamentazione idraulica, che permisero sia una più diffusa cultura cerealicola e la pratica della coltivazione di ortaggi, viti, e alberi da frutta, sia l’allevamento, oltre ad animali da cortile e da lavoro, di maiali e ovini.
Si forma quindi un artigianato volto allo sfruttamento della lana, di pelli e di latticini, che nei periodi precedenti erano utilizzati principalmente per la sussistenza.
Nei secoli successivi tale artigianato, iniziato nel contado, ebbe sbocco commerciale verso le città principali.

Nel periodo successivo alla decadenza dell’Impero Romano, l’allevamento rimase l’attività più praticata sulla pianura: la incuria delle opere idrauliche e l’abbandono delle villae ebbero la meglio sulla coltivazione a favore del pascolo brado soprattutto di suini ed ovini.
Le scorrerie dei popoli calati sucessivamente dal Nord non distrussero gli impianti che via via si erano costruiti per l’allevamento degli ovini e la lavorazione di tessuti di lana, per altro i monasteri custodirono in tali momenti i telai che permettevano di ottenere i tessuti più raffinati e comunque nelle povere abitazioni del contado rozzi telai venivano utilizzati per continuare la lavorazione.

Dall’anno Mille l’Italia, specialmente in Toscana, ebbe lavorazioni che si distinsero in tutta l’Europa per la raffinatezza, anche se successivamente i potenti mercanti delle corporazioni laniere delle principali città italiane dovettero competere con i mercanti inglesi che erano diventati nel 1200 i maggiori produttori di lana e regolavano il mercato, in ciò appoggiati dai re che ottenevano da tale commercio le entrate fiscali maggiori e i finanziamenti e appoggi politici[3].
Dopo il XV secolo la supremazia nel mercato laniero passò dall’Ialia ai Paesi Bassi e alle Fiandre, che non commerciavano più la lana da lavorare, ma i tessuti prodotti con lane inglesi e spagnole. Nel Nord dell'Europa le coorporazione dei tessitori erano molto potenti, sia in campo politico che religioso[4].

L’Italia rimase comunque una delle principali produttrici di lana e soprattutto di filati e tessuti;  la filiera aveva inizio nel contado con l’allevamento e con le prime lavorazioni.

Parliamo quindi della lavorazione principale derivata dall’allevamento degli ovini cioè dell’utilizzazione del loro vello e, in particolare, della lavorazione della lana attuata nella nostra pianura in modo più o meno intensivo in tutte le case degli abitanti del contado.

Prima operazione della lavorazione laniera, che si può dire completamente manuale sin dalla preistoria, consisteva nel liberare l’ovino dal vello invernale. Questa operazione avveniva in primavera quando il rigido inverno della pianura aveva fatto sviluppare alle pecore il vello alla massima lunghezza. I velli e i pezzami venivano poi divisi a seconda delle caratteristiche di bontà della lana succida[5] che li componeva. Quest’ultima era tolta dalla pecora mediante rasatura[6] senza che in alcun modo vi fossero eliminate prima le materie grasse tipiche della pelle dell’animale e le altre materie estranee che si mescolavano alle fibre del vello durante il pascolo e all’interno degli ovili.

La lavatura era praticata successivamente utilizzando liscivia ottenuta dalle ceneri di erbe o legni bruciati o da pietre di pomice: si eliminavano così le impurità che aderivano alle fibre, come l’untume, la secrezione sudorifera, la terra, la sabbia, gli escrementi, le lappole.

Il vello fatto asciugare all’aria aperta, veniva battuto con bacchette per eseguire una prima suddivisione delle fibre, che venivano poi, cardate per eliminare le ulteriori impurità e pettinate, per separare le fibre componenti il pelo di superficie, lungo ed ordinario, dalle fibre del sottopelo, corto e finissimo e più morbido.

cardi e pettini


La tintura in fiocco dopo la lavatura, che anticamente si effettuava a caldo in caldaie aperte, spesso di rame, e nelle aie, nel contado non avveniva spesso. La tintura era costosa e normalmente la lana rimaneva di color bigio e tale veniva inviata al mercato laniero cittadino.

Normalmente dalla pianura partiva il filato grezzo pronto per le manifatture della città o per la vendita verso mercati più lontani.

Solo per la parte di lana usata per preparare i tessuti per la famiglia avveniva la tintura nel contado.
I colori si differenziavano in base all’utilizzo che doveva essere fatto del tessuto finale, come pure avveniva con la canapa. Mentre per la canapa il colore più apprezzato era il bianco e le tele più morbide e sbiancate venivano utilizzate per la biancheria e le camicie, per la lana si manteneva il colore bigio senza tintura per i tessuti utilizzati per abiti da lavoro. I colori principali, il blu, il grigio o il marrone, erano le tinture usate per i vestiti migliori.

Processo finale nella trasformazione era la filatura, che permetteva di trasformare le singole fibre in un filato compatto di lunghezza indefinita[7], lavorabile a telaio presso le case del contado oppure inviato alle industrie tessili cittadine.
rocca e fusoPrima dell’avvento delle macchine, la filatura veniva eseguita manualmente usando fuso e rocca; quest’ultima era un bastone tenuto normalmente nella mano sinistra o infilato nella cintura, sul quale veniva fissato il fiocco di lana da filare, mentre il fuso era una bacchetta affusolata più piccola che, ruotando, avvolgeva intorno a sé il filo ritorto.

Le contadine del nostro territorio arrivate ad una certa età, non potendo più avere la forza per i duri lavori dei campi si dedicavano alla filatura, ma avevano imparato a filare sin dall’infanzia.

Mentre le prime lavorazioni della lana, rasatura, lavaggio, cardatura, pettinatura e selezione, erano compito maschile la filatura era prettamente femminile.
Il filatoio a mano, proveniente dall’India e introdotto in Europa intorno al XIV secolo, migliorò i metodi di filatura: il fuso veniva posizionato orizzontalmente in una ruota azionata da un pedale ( nella nostra campagna il filatoio era detto filarèn [8] ) e produceva un singolo filo

 

filarino


Non abbiamo sufficienti dati per dare un’idea dei lavoratori complessivamente utilizzati nei vari secoli nell’operazioni artigianali inerenti la filatura dei prodotti, sia della coltivazione ( lino, canapa), che dell’allevamento (lana).

Si hanno i primi dati dai primi censimenti attuati dall’Unità d’Italia.

Vediamo che la professione di filatrice è prettamente femminile:

- il censimento del 1871 ad esempio ci dice che a San Giorgio di Piano vivevanono 61 filatrici di cui 28 coniugate e 33 vedove, la maggioranza allora filava canapa. Le 61 filatrici erano 21 in età inferiore ai 60 anni e 41 oltre i 60.

- Dal confronto dei valori si nota poi che le filatrici giovani avevano diversi figli, è quindi da supporre che tale lavoro fosse praticato dalle madri che cercavano di sopperire ai bisogni della famiglia e nello stesso tempo accudire ai figli. D’altra parte il lavoro praticato dalle donne vedove era quasi sempre quello della filatrice.

Dallo stesso censimento si legge che sono complessivamente:

- 40 i lavoratori della canapa, di cui canapini per conto proprio 13, per conto terzi 20, venditori 7,

- i pastori erano 17, di cui 11 stabili nel comune.

Nelle case del contado sino all’inizio dell’altro secolo vi era il telaio per la tessitura di prodotti con filo di cotone, canapa, lana, raramente seta o lino.

Venivano tessute lunghe pezze con filo di cotone o canapa per preparare vestiti, camice, ma soprattutto lenzuola e tovaglie per la famiglia o per il corredo delle future spose.

Venivano tessuti panni di lana per i letti o tessuti più fini per cucire le caparèle [9], i giubbetti e le gonne pesanti per l’inverno.

La professione di tessitrice era praticata invece dalle giovani forti e veniva tramandata da madre in figlia. Vi erano anche uomini, come nel Nord Europa, che, non abili per il lavoro campestre, si adattavano al lavoro di tessitore, dal censimento tale dato non compare, tanto rari erano i tessitori maschili e poi praticare tale professione era per l'uomo ammettere la propria impossibilità a coltivare i campi e quindi un'infermità cronica.

Abbiamo un atto, reperito in Archivio Comunale, che ci permette di documentare la professione di tessitrice come propria di alcune famiglie.
Si tratta dell'atto di  pubblicazione di future nozze con rito civile, nel 1807, in cui si legge che:


Quest’oggi 11 gennaio anno 1807, alle ore 10 della mattina
e stata pubblicata ad alta voce, da me sottoscritto ufficiale dello Stato Civile
alla Porta della Residenza Municipale
la promessa di matrimonio
di Paolo Balarini d’anni 27, di professione fattore, vedovo della fu Liberata Sarta,
colla Maria Geltrude Salvagna d’anni diecinove domiciliata in San Giorgio di Piano esercente la professione di tessitrice,
figlia di Domenico, di professione piodano ,
e della Liberata Meotti di professione tessitrice entrambi di San Giorgio…..


_________

[1] Babilonia significa proprio terra della lana.
[2] Sostanza derivante dalla secrezione di un piccolo mollusco dalla bella conchiglia arricciata. Il mollusco, il murex trunculus o il murex brandaris, della famiglia Purpuridae, è reperibile in tutti i mari caldi come quello Mediterraneo.
[3] Ancora ora a prova di quel predominio, che rese l’economia inglese dipendente in maggior parte dai mercanti di lana, il Lord Cancelliere della Camera dei Lords siede su di un grande sacco di lana e numerosi pub inglesi hanno nomi che indicano che dentro ad essi o nei pressi venivano mercanteggiate le balle di lana.
[4] Si ricordano al propositoii protestanti denominati Ugonotti, che erano  più abili tessitori, che subirono le persecuzioni della parte cattolica del Nord Europa e soprattutto della Francia.  
[5] Lana succida, lana grezza appena tosata
[6] Si possono vedere nei musei delle civiltà contadine vari tipi di cesoie, a lama rotondeggiante o a piccola punta in cima, atte a radere il vello molto in profondità senza danneggiare la pelle dell’animale. Lo scopo era comunque di ottenere il vello completo e compatto o pezzami abbastanza grandi atti ad essere lavati senza dividersi.
[7] Ad eccezione della seta, tutte le fibre naturali hanno lunghezza limitata, compresa tra 1,25 cm e 1 m circa, mentre molte fibre sintetiche sono prodotte in medie lunghezze standard utili per i telai meccanici.
[8] Il termine filarèn italianizzato in filarino era usato, ed è tuttora usato, ad indicare il ragazzo che fa la corte ad una ragazza. Forse il termine ebbe origine dal fatto che le giovani dovevano, durante le cosiddette ore di riposo dal lavoro dei campi, filare la canapa o la lana e i giovani corteggiatori stavano loro accanto per parlare.
[9] La caparèla era il mantello da uomo formato da un unico manufatto a forma di semicerchio, in cui avvolgersi contro i rigori invernali. Spesso a metà del diametro era guarnito da un colletto di panno di tipo diverso o di pelliccia di coniglio.
Piodano, non siamo riusciti a trovare il corrispondente in lingua italiana…speriamo nelle ricerche che sta effettuando il nostro amico e consulente di lingue originarie, dott. Luciano Manini.


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