Capitolo undicesimo - Vita medioevale: 15- Edilizia rurale:.cittadine della Bassa Bolognes


Ancora su San Giorgio di Piano

Abbiamo già parlato di San Giorgio di Piano in epoca romana e preromana come centro notevole della pianura e delle cittadine che lo contornavano, ora ci addentriamo nei periodi successivi con lo scopo di vederne lo sviluppo sino al Basso Medioevo e quindi invogliare i nostri lettori ad una visita più approfondita.
Per potere parlare del sorgere di queste cittadine rurali dobbiamo ripercorrere il cammino fatto nei capitoli precedenti, a partire dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente sino al Medioevo, e dalle invasioni barbariche, e dall’avvento del potere ecclesiastico, dal potere sorto da popolazioni longobarde… E non solo: proprietà feudatarie, signorie e non meno importanti corporazioni e la borghesia che si estese come proprietà e commercio investendo i capitali ottenuti dall’azione continua in campo economico anche al di fuori del suolo italiano.

Le modalità e i tempi della trasformazione delle comunità umane furono differenti da zona a zona, anche se la spinta essenziale fu sempre data dal lavoro, dalla possibilità di coltivare il terreno, e quindi dalla aggregazione di coloni sotto il potere di signori proprietari di grandi appezzamenti di terreno coltivabile, in particolar modo verso la fine del primo millennio d.C. dalla borghesia.

Nell'Italia Meridionale, ad esempio, la monarchia non poteva concedere un'eccessiva autonomia alle città o ai feudatari, mentre nell'italia centro settentrionale l'autorità imperiale appariva molto più malleabile. In Sicilia la monarchia garantiva i diritti dei cittadini e promuoveva il progresso del commercio e dell'artigianato, per cui la borghesia non sentiva tanto forte l'esigenza di rivendicare una più decisa autonomia.
Diverso era il rapporto nell’Italia centrale e settentrionale, dove i grandi mutamenti economici che cambiarono i rapporti tra le città, il potere ecclesiastico e i signori feudali insediati in castelli costruiti su posizioni elevate e di guardia o in mezzo a vaste zone di pianura modificarono anche i rapporti tra questi ultimi e la popolazione delle campagne.
Si riducono in ampiezza le proprietà ecclesiastiche, sono divise in lotti ed affittate le parti dominicali, nascono nuovi proprietari dalla riconquista di nuove terre prima abbandonate.
Contemporaneamente migliaia di servi erano fuggiti dalle campagne, ribellandosi al potere feudale e pievano.
Anche nei villaggi si svilupparono movimenti associativi, ma i loro obiettivi erano più limitati rispetto a quelli formatisi nelle città all’avvento dei comuni. In campagna lo scopo era stabilire patti collettivi tra signori e contadini in modo da evitare arbitri ed abusi.

I governi comunali erano generalmente definiti democratici. Intendendo per democrazia non la partecipazione di tutti i cittadini al governo, ma l'esercizio del potere da parte di una società di eguali: restando pertanto esclusa dalla gestione del governo la maggioranza della popolazione nelle città, mentre nelle campagne il sistema feudale rimaneva, considerando inizialmente la “comunità” solo la possibilità di utilizzare in “comune” appezzamenti di terreno di proprietà del signore in vigore.
Nella prima fase comunale piccoli mercanti, artigiani, salariati non hanno pieni diritti politici: i governi comunali sono aristocratici. Mercanti, salariati, servi del contado avevano maggior interesse a vivere in città perché il Comune era nato dalla lotta contro i grandi signori feudali, che ancora persistevano nel contado e dettavano legge.
Artigiani e lavoratori generici spostandosi nella città potevano scegliersi un mestiere, potevano creare una famiglia decidendo quale donna sposare senza sottostare al volere del feudatario nella scelta della compagna.
Ciò portò ad un aumento rapido della popolazione nelle città, nuove attività artigianali e traffici commerciali. Le attività proprie del contado cambiarono. Se prima del X secolo il feudo viveva in un mondo completamento autarchico e sotto le sole direttive del feudatario il…mondo si muoveva, ora i lavoratori dei campi non producevano più tutti i loro attrezzi e i materiali di consumo, quindi compravano tanti oggetti e materiali in città.
La campagna si dedicò quasi esclusivamente alla produzione agricola, mentre la città diventava via via il luogo del commercio e delle fabbriche. All'aumento della sua ricchezza la borghesia richiese un maggior potere politico, un adeguamento fra potere sociale dei nobili e la nuova ricchezza economica e sociale della borghesia e gli interessi dei ricchi mercanti e dei nobili che detenevano il potere non coincidevano.
Arti, mestieri corporazioni si crearono con lo scopo di elaborare statuti per regolare il commercio, la produzione, i prezzi, la qualità dei prodotti, i salari, l'orario di lavoro, le regole della concorrenza per contendere il potere ai patrizi e per opporsi alle rivendicazioni del proletariato.
Tutte le città italiane, città Stato, e le campagne vissero questi cambiamenti in un modo o nell’altro: evidenti erano i dissidi tra potere religioso e potere aristocratico e potere borghese
In particolare nel comune di Roma erano affiancati due movimenti religiosi diversi: la condanna delle ricchezze del clero con ampio potere e la predicazione per il ritorno a una chiesa povera e spirituale.
Arnaldo da Brescia, discepolo del filosofo francese Abelardo, sosteneva questa ultima corrente e fu condannato dalla chiesa: fu catturato e ucciso nel 1153 grazie ad un accordo tra il papa Adriano IV e l'imperatore Federico I che occupò parzialmente Roma con le sue truppe, anche se il Comune mantenne la sua supremazia.

Ma all’interno delle cittadine, dei borghi rurali cosa avveniva effettivamente a livello politico?
Ne ha già parlato in precedenza al capitolo XI.4 lo storico Mauro Franzoni, ora abbiamo ripreso le file del discorso per completare le notizie riportate sul complesso edilizio di San Giorgio di Piano, prima di addentrarci nei vari comparti della Bassa Bolognese.
San Giorgio di Piano e le cittadine formatesi in epoca romana e precedenti, sino dall’età del bronzo, ci hanno lasciato tantissimi reperti archeologici fittili e metallici, che abbiamo già analizzato nel capitolo IX.3.

Abbiamo in San Giorgio evidenti e significativi esempi di edifici medioevali tuttora esistenti e lasciamo alla cura di Angela Abati, pittrice e studiosa di Architettura, l’edificio più evidente.

Quando si entra in San Giorgio, venendo da Bologna, percorriamo quella strada urbana che va da Sud a Nord (cardo) incrociando la perpendicolare (decumano), che va da Est a Ovest, all’altezza della chiesa parrocchiale, e ricalca la vecchia centuriazione romana.

da Ferrara


Alla fine dell’asse SUD-NORD notiamo una porta Medievale …..
Il Castello di S. Giorgio fu riedificato alla fine del XIV secolo su di un preesistente impianto di antica origine, ma le parti in muratura furono completate dopo il 1403 (?) con l’arrivo a Bologna del nuovo Legato Pontificio Baldassarre Cossa.

Le sole parti ricostruite del Castello, il quale non era circondato da mura, ma da palizzate, da terrapieni e da larghe fosse, erano le due porte munite, l’una verso Bologna e l’altra verso Ferrara.

Rimane ancora quella che volge a settentrione e Ferrara….”[1]

In queste immagini della fine dell’’800, inizi ‘900, la Porta Ferrara (o Capuana) appare come era prima del restauro eseguito nel 1913 ed è …abitata.

              

La merlatura (che nel suo aspetto originario doveva essere scoperta) risulta tamponata con mattoni a vista, mentre erano state create delle piccole aperture per le finestre. Anche l’arco centrale, prospiciente l’interno del paese, era chiuso da una grande meridiana incastonata, di origine forse settecentesca .

La presenza dei camini lascia inoltre supporre che al piano superiore vi fossero delle stufe o caminetti che consentivano di poter riscaldare l’ambiente. Tutto ciò garantiva un certo grado di abitabilità all’edificio.

Anche la foto riportata nel manoscritto di Sighinolfi, ci indica all'interno una scalinata  che va al secondo piano, caminetti, androni per contenere armadi e tante altre forme che ricordano una casa medioevale.

Ma chi erano gli abitanti di Porta Capuana?

Una leggenda popolare narra che nell’Ottocento un carrettiere di San Pietro in Casale si era innamorato della figlia del carceriere di San Giorgio, ma il padre della ragazza (a causa dell’antica rivalità tra i due paesi contigui) non vedeva di buon occhio l’unione. Allora il giovane escogitò uno stratagemma per poter vedere l’amata: aggredì un carabiniere per poter essere arrestato e finire in carcere, che si trovava allora proprio…. all’interno della Porta Capuana.

Al di là della veridicità di quanto racconta la leggenda ottocentesca riguardo la presenza di un carcere (o per lo meno di una guardina) dentro la porta Ferrara, è comunque assai probabile che circa un secolo fa la porta assolvesse una funzione di tipo abitativo. Lo attestano le foto dell’inizio del ‘900.

                    


Dal confronto tra le fotografie precedenti e quelle immediatamente dopo il restauro del monumento, condotto nel 1913, si possono rilevare i principali obiettivi di quell’intervento.

Oltre al consolidamento del fabbricato e all’eliminazione degli evidenti guasti, il restauratore di allora si proponeva come finalità prioritaria di “rimuovere i tamponamenti presenti in facciata”, resi necessari dall’uso residenziale a cui era stato adibito l’edificio in favore “delle persone indigenti”.

La rimozione del tamponamento che accecava l’arco posto verso la piazza principale, aveva comportato la distruzione dei resti di quella bella meridiana dipinta rappresentata nelle antiche fotografie.

Recentemente l’amministrazione comunale di San Giorgio di Piano ha approvato un progetto di sistemazione della Porta Ferrara, redatto dall’Ufficio Tecnico Comunale.

Il progetto di restauro, elaborato dall’architetto Pier Franco Faggioli, si propone di valorizzare le caratteristiche storico-artistiche del monumento.

L’intervento di riqualificazione della porta e delle strade adiacenti prevede, oltre al consolidamento strutturale, la valorizzazione estetica dell’edificio attraverso alcune opere, tra cui il ripristino della meridiana storica sul lato meridionale.

Rimossa in seguito al restauro del 1913, la sottile parete in foglio che delimitava l’arco, viene riproposta per andare in contro al desiderio di tanti cittadini di vederla rispristinata nella conformazione e nelle dimensioni di un tempo .

La nuova meridiana si propone con caratteristiche assolutamente moderne, per leggerezza e facilità di sostituzione: utilizzerà nuovi materiali e sarà disegnata su vetro color bianco.

Questa soluzione risponderà contemporaneamente a due esigenze: l’illuminazione diurna e nottura. La luce solare filtrerà di giorno, per rendere agibile il primo piano della Porta.
L’illuminazione interna di sera renderà visibile Porta Ferrara anche da notevole distanza, permettendo al monumento stesso di essere meglio valorizzato e di fare da sfondo scenografico a via della Libertà.

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* Le due prime figure sono state prese da
L. Arbizzani: Uomini, lotte e altre cose, Consorzio Provinciale Pubblica Lettura, Bologna, 1974,
le successive da L. Sighinolfi

Situato nei pressi della porta Ferrara (unica testimonianza rimasta del castello) è

- Palazzo Colonna, costruito nel 1403 che conserva ancora gli antichi tratti, che si intravedono venendo da Ferrara dietro alla Porta Capuana.
Pa<lazzo Colonna

Anticamente esisteva anche

- Porta Bologna o Porta di sotto, costruita in modo più semplice accanto fu poi costruito l’Oratorio di San Giuseppe e della Natività della Madonna nel XVIII secolo da Sangiorgesi laici.
La recente sistemazione della via principale ha portato in luce i resti di Porta Bologna, ma non tali da poterne fare una ristrutturazione
Inoltre a causa degli eventi sismici del maggio 2012, l'Oratorio di San Giuseppe è ora inagibile ma nasconde al suo interno una "Sacra Famiglia" della scuola del Guercino.

Dal 1278 e fino alla fine del Settecento San Giorgio di Piano, essendo sotto l'egida deila nobiltà e poi dello Stato Pontificio e quindi della città di Bologna, fece parte dei possedimenti prima delle Signorie dei Pepoli poi dei Bentivoglio poi nel 1504 dello Stato Pontificio e ne segui puntualmente la storia.
Napoleone, entrato in Italia, creando la Repubblica Cisalpina nel 1797 cambiò la struttura di gran parte del Nord Italia e San Giorgio slegato dal potere pontificio poté, finalmente, essere denominato di nuovo un "Comune" della Bassa Bolognese.
Se durante la dominazione pontificia il territorio aveva subito pochi cambiamenti territoriali, date le continue innondazioni, mai sanate dal governo di quei tempi…se ne parlava continuamente, si presentavano continui progetti senza per altro attivare una vera politica di ristrutturazione, la politica napoleonica con la creazione della Repubblica Cisalpina portò un importante processo di crescita economica che culminò nell’Ottocento, grazie soprattutto alla politica agraria di una dinamica classe borghese.
Si iniziò a regimentare le acque, si rifecero le vie di comunicazione ed aumentò il commercio con le regioni vicine: Toscana e Liguria acquistavano e trasformavano per i mercati di oltreoceano la canapa emiliana che transitava su per la Porrettana.
Ma ritorniamo agli edifici medievali notevoli .
La torre era uno di questi e San Giorgio dall’Alto Medioevo sino ai giorni nostri ha avuto tre torri. Anna Fini e Angela Bonora ne ricordarono sul Sangiorgese, rivista periodica pubblicata dal Comune di San Giorgio di Piano, due, il Campanile della chiesa e il Torresotto, e qui ne riportiamo qui i tratti salienti.
A cura di Angela Bonora vedremo poi le caratteristiche e le notizie sulla terza torre la Colombarola. forse la più antica.

 

Il Campanile di San Giorgio di Piano.


A guardarlo sembra ben inserito nell’architettura della Chiesa, nato nello stesso periodo. Staccato dal corpo architettonico della chiesa, sembra sia lì a far da guardia. Ma se leggiamo lo scritto lasciatoci da Lino Sighinolfi: “Il Castello di San Giorgio di Piano” ci rendiamo conto che, data la posizione del paese, centrale nella pianura, la sua importanza come zona di transito e commercio e come luogo di nascita di illustri personaggi che fecero poi parte della magistratura e della milizia bolognese sin dal XIII secolo, non sono ipotesi tanto fantastiche quelle che danno l’origine della chiesa all’XI secolo e ad un impianto romanico che si andò via via trasformando ed ampliando.
Il campanile, che individuava allora una Pieve, era molto probabilmente già a quel tempo esterno alla chiesa come nella maggioranza delle chiese romaniche e successivamente quelle gotiche. Senz’altro è da escludere dall’impianto originario la guglia ottagonale e il terrazzino chiaramente di costruzione settecentesca. Quindi la cella campanaria originaria si fermava al tetto posto subito sopra alle bifore che decorano i quattro lati. Conferma del mantenimento di tale impianto del campanile ci viene da un bozzetto, datato 1578, fatto da Egnazio Danti

 
Ma secondo altri studiosi la Pieve di San Giorgio è datata da tempi più lontani: San Giorgio, borgo, è già nominato dall’imperatore Ottone II nel 958, e con chiesa nell’abitato, che divenne Pieve con il nome di San Giorgio in Tergemino nel 26 marzo 1078.
Se vogliamo fare un confronto con i primi disegni e le foto attuali si vedono le corrispondenze.

Per quanto riguarda la chiesa sono evidenti le trasformazioni avvenute nel momento della sua ricostruzione dal 1826 al 1866.
Il campanile era già stato dotato a cura del Comune, nel 1765, di un grande orologio nella facciata antistante il sagrato, tale orologio ebbe una seconda visibilità in età più tarda nella facciata contrapposta.
La struttura architettonica del campanile di San Giorgio si identifica nella cella campanaria, l’impronta seicentesca uguale a quella che si ritrova nei campanili di San Procolo e di San Giovanni Battista dei Celestini in Bologna, tali celle sono la parte più importante di un campanile, e in essa è possibile sistemare le campane che formano un “Concerto alla Bolognese”.


L’arte campanaria, che consiste nel modo di suonare le campane, che non dipende dal metodo e materiale di costruzione delle stesse,ha in Bologna e nella provincia una tecnica inconfondibile, che iniziò nel Medioevo e che è tuttora praticata per convocare i fedeli cristiani alla celebrazione liturgica comunitaria.
Nel passato il suono della campana aveva una doppia funzione: quella di convocazione della comunità cristiana per le celebrazioni liturgiche comunitarie e quella di convocazione della comunità civile per informare su avvenimenti locali importanti per tutti i cittadini
Ora il suono delle campane attivate da esperti campanari fa riferimento alla liturgia e in secondo luogo a concerti particolarissimi di gruppi di campane ad intonazione differente: il campanile di San Giorgio è dotato a tale scopo di 4 campane montate su di un forte castello di legno, che normalmente veniva costruito da esperti architetti. ( Francesco Morandi, detto il Terribilia, nel 1560 ideò e guidò i lavori per il castello all’interno della cella campanaria di San Petronio)
Riportiamo qui il disegno del castello di una campana montata alla Bolognese tratto da “ Il lessico della campana e del suono alla Bolognese “ di Mario Fanti

 


Il Torresotto

Edificio storico sangiorgese per il quale è difficile la datazione dato il problema di rinvenire per esso fonti storico-letterarie del passato certe. Possiamo azzardare alcune ipotesi sulla base di scritti ed edifici antichi ancora in essere, sulla loro tipologia, sui potici che ricalcano quelli della grande città.
Nei secoli XII e XIII le città comunali si munirono di torri di difesa, ma l’uso di tali fortificazioni fu senz’altro precedente a tali epoche. Le torri sorsero in ogni epoca, in ogni paese, come elementi di difesa: i romani stessi utilizzavano torri lignee d’avvistamento e difesa collegate tra loro da recinti pure lignei.
Bologna nell’XI secolo allargò la cerchia di difesa e creò una seconda recinzione inglobando parte della campagna circostante e costruendo mura di difesa in selenite, intercalate da torresotti o torri di guardia, costruite con mura più spesse e con base più ampia.
All’interno della cerchia le famiglie gentilizie bolognesi costruirono torri di difesa e di potere. Bologna fu la città che ebbe a quei tempi un numero maggiore di torri e i contrasti tra le varie fazioni si concludevano con la cattura della torre del nemico, che o conservava la torre acquisita o la distruggeva. Ne sono testimonianza il nome di vie ancora in essere nella città come via del Guasto vicino al Teatro Comunale o del Guasto degli Andalò dove si risolsero le diatribe tra varie famiglie gentilizie, tra le quali i Carbonesi, e sul quale i Dolfi costruirono poi un palazzo che va tuttira dall’odierna via D’Azeglio alla vicina piazza Galvani,.
Le comunità rurali più importanti chiesero poi a Bologna la possibilità di dotarsi di torri di guardia e quindi si può supporre che già nel 1400 esistesse già il torresotto di San Giorgio di Piano.
Secondo il Landi, nella sua opera “Castel San Giorgio”, non fa cenno della possibile data di costruzione ne indica invece la struttura.
Altri storici si avventurano nell’ipotesi che il torresotto facesse parte di una struttura di difesa e costruito come completamento di una cinta muraria... ma San Giorgio non ebbe mai cerchia di mura a difesa, ma solo fosse e terrapieni tagliati da due porte abbastanza imponenti, Porta Ferrara e Porta Bologna. Esisteva una via Torresotto che molto probabilmente collegava la zona interna di San Giorgio a Porta Bologna e identificabile con l’attuale via Gaetano Rossi.
             

Interno Torresotto prima del  restauro

Cambiano i tempi, cambiano le esigenze di una cittadina e nel 1900 i locali del torre furono adibiti a piano terra a locale per la vendita del vino sotto il nome di Osteria del Torresotto e il piano superiore ad abitazione dell’oste sig. Alberti. L’osteria fu poi ceduta a Caliceti che dovette sistemarne la struttura dei merli del tetto, fatiscenti e pericolosi per i passanti.
Nel 1976 il Comune decise di acquisire i locali completamente e ristrutturarli secondo le indicazioni della Sopraintendenza dei beni architettonici ed ambientali dell’Emilia-Romagna, e adibirli ad uso di Servizi Pubblici in particolare alla Biblioteca Comunale.
Ora il Torresotto è il simbolo di San Giorgio di Piano, appare sul gonfalone e ricorda alla comunità il proprio passato storico.

Passiamo ora a parlare della terza torre di San Giorgio di Piano

 

La Colombarola

o  anche detta Torretta (SBAP Emilia e Romagna)

Parlare di questo monumento costituisce un problema. Mentre le due prime torri trattate sono di proprietà pubblica: il Campanile fa parte delle proprietà ecclesiastiche ed è soggetto ai vincoli imposti per tali proprietà ed è adibito ad uso della Comunità Cattolica e il Torresotto è di proprietà del Comune di San Giorgio, sottoposto ai vincoli imposti dalla Sovraintendenza per i Beni Architettonici e Panoramici SBAP E-R.
La Torretta è invece di proprietà privata anche se vincolata alle disposizioni della SBAP, secondo il DM 364/1909 del 29/04/1910..
…quando si va a sbirciare in casa di altri l’argomento diventa spinoso per tante implicazioni che qui non vogliamo approfondire.nè fare commenti...solo guardare..

Una immagine della Colombarola ce la fornisce l’Arbizzani nel suo testo”Immagini e documenti per una storia di San Giorgio di Piano” del 1974, pag.150 A

Nella sezione relativa l’Autore ci vuole far notare il contrasto tra le parti antiche e quelle post II guerra Mondiale.
Infatti nella stessa pubblicazione possiamo notare due vedute panoramiche.

La prima datata 1839 disegnata dal vero da Enrico Cory e poi incisa in una litografia. La Colombarola A si vede distinta dal centro dell’abitato, a sinistra sulla strada che allora circondava San Giorgio di Piano. Ben evidenti si notano le altre due torri, il Campanile e il Torresotto B , e in primo piano la veduta completa della piazza esterna di Porta Ferrara.



La seconda veduta panoramica è una ripresa del 1872 ottenuta dalla cima del Campanile e permette di vedere buona parte della Colombarola sullo sfondo dei campi verso Bentivoglio, anche in questa si nota la cima del Torresotto. Le tre torri sino al 1872 si può dire abbiano viaggiato quasi integre, almeno esternamente come ci indica una veduta di piazza Indipendenza di Giuseppe Alberti, sempre riportata dall’Arbizzani. Forse la Colombarola venne trasformata in periodi precedenti. Nella prima foto della Colombarola (1974) sono evidenti strutture a mattone che riempiono arcate simili a quelle del Torresotto, il lato N-O in piena luce, forse illuminazione bassa, ma forte di sera di piena estate, la biancheria distesa tra due case frontaliere nella stessa corte, fa individuare l’attuale via Carducci nella parte in ombra.

Su tale lato, oltre al piano terra dove si nota un portoncino e si intravedono tre livelli ognuno con finestra centrale, esiste un ulteriore livello basso che rivela la colombaia.

Il conto torna perché anche nella parte in luce esiste un quarto e un quinto: il quarto senza finestra, la luce entra da finestre sulle facciate non evidenti in foto, e l’ultimo con evidente colombaia, di qui il nome Colombarola sempre assegnato al manufatto

Vediamo ora le attuali condizioni della torre, probabilmente la più antica di San Giorgio di Piano. Al piano terra è avvenuta una trasformazione, esiste ora un garage che fuoriesce sulla via Carducci ed con due porte basculanti (?)
Al primo piano sempre sulla via Carducci esiste un terrazzino in legno (mediovaleggiante)

Ci si domanda come mai tali trasformazioni, quando erano e sono tuttora evidenti le tracce di una costruzione con archi dello stesso tipo del Torresotto ? Ci permettiamo qui di inserire uno schizzo di come doveva essere anticamente la torre.

Le Frazioni: Cinquanta vanta origini antichissime. In questa localitàennero ritrovati numerosi cippi in marmo risalenti al secondo secolo d.C., raffiguranti divinità. In questa località sorge l'antica Villa Zambecchi. Gherghenzano, qui Annibale I Bentivoglio sconfisse in una famosa battaglia l'esercito visconteo nel 1433. Il centro si sviluppò durante il Medioevo, periodo in cui venne costruita la Chiesa di San Geminiano. l'edificio venne tuttavia ricostruito nel 1729. Al suo interno è esposta una tela del Massari. Stiatico, qui si trova la Chiesa di San Venanzio Martire, modificata nel XVIII secolo, ma di origini molto più antiche, la quale custodisce una pregevole statua in gesso del Santo Patrono.
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