Capitolo dodicesimo - Vita Medioevale : Istruzione - Appendice - Ancora sul medioevo


alchimista

 

Abbiamo visto nelle note precedenti che dobbiamo al Medioevo numerosissimi miglioramenti dei quali beneficiamo ancora oggi.

 Il Medioevo non era l’epoca delle tenebre, il lungo tempo delle sofferenze che gli umanisti, gli uomini dei Lumi e molti altri hanno voluto e vogliono, ancora oggi, farci vedere. Quando si parla di progresso e di civilizzazione non si deve solo cercare grandi invenzioni che arricchiscano l’economia, il sapere e lo spirito, ma ricercare anche novità e miglioramenti di ciò che già è noto.


Molte invenzioni sono strettamente legate ad innovazioni di ciò che già eravamo in possesso: gli occhiali ad esempio furono un’invenzione richiesta dall’uso del libro molto più agile da consultare  del rotolo di pergamena. Ma chi inventà gli occhiali per facilitare la lettura delle pagine? Già gli antichi romani utilizzavano pezzi di quarzo levigato montato su metallo pregiato e a forma di monocolo per aiutarsi nel vedere oggetti lontani e per sopperire al calo della vista. Lenti uniche di ingrandimento precorrono gli occhiali a due lenti.che appaiono nel primo 1300. Tanti altri piccoli oggetti, come borse di pelle per contenere monete. Chi era solito viaggiare e sostare nelle locande , se poteva finanziariamente, aveva nel suo bagaglio posate di ferro o altro metallo o legno e ciotole personali e oggetti per la pulizia personale.

 

 L'Occidente, si è soliti dire, si ruralizzò progressivamente nel Medioevo. In gran parte d'Europa
l'immagine della città, e cioè il suo ruolo e le sue prerogative, venne offuscandosi e crebbero di importanza le campagne.

Il settore principale dell'economia all’inizio del Medioevo era ormai divenuto quello agrario: è nelle campagne che si radicarono le sedi del potere politico e anche economico.

Primi furono i complessi monastici che intrattenevano legami con i vertici politici della società altomedievale e che avevano cospicui interessi materiali su  territori vastissimi, dove erano ogni aspetto della produzione, agricola e non, l'acquisizione delle materie prime e l'impiego di uomini che potevano o dovevano dedicarsi alla lavorazione, al trasporto, allo smercio entro e fuori i confini di questa complessa realtà amministrativa autosufficiente. I monasteri e le corti usufruivano spesso e volentieri di grossi privilegi di natura fiscale.

La città non sparì, si conformò in modo diverso: in Italia soprattutto rimase una realtà ben tangibile: nel primo medioevo nella città si insediò l'autorità vescovile che poco a poco  instaurò un'articolazione sociale complessa e progressiva di potere pubblico, che si evidenziò da necessità primarie quali l'organizzazione della difesa dalle ricorrenti invasioni e bisogni quotidiani e sociali.

 

Persisteva nel centro urbano la città,sede di mercato, la città,luogo di attività specializzate e complementari rispetto a quelle praticate nelle campagne.

Forse la continuità di strutture e di funzioni fu maggiore nella parte d’Italia rimasta in mani bizantine (Romania) che longobarde, la cui decadenza  era stata fortissima già in età precedenti.

Comunque, all’inizio dell’VIII secolo, le città padane facevano parte  di un’importante corrente commerciale “internazionale” tra Adriatico, che forniva sale, e terreni agricoli della valle del Po per i prodotti del contado.

 Il Po, con la rete dei suoi numerosi affluenti, fu senza dubbio una delle principali vie commerciali verso il nord Europa e sfogo del commercio delle Corporazioni formatesi nelle principali città italiane.

Bologna, come  Firenze, formarono  arti-istituzioni cittadine, le corporazioni, che si posero come organismi deputati a esprimere con anziani e  priori, loro rappresentanti,  ad affiancare o a sostituire le massime magistrature comunali.

Si formarono nelle cittadine più piccole società tra i mercanti e gli artigiani, inizialmente con fini sociali, di solidarietà tra i vari componenti le società,  ma che andarono progressivamente e

inesorabilmente indebolendo, per esempio con l'esclusione dai diritti associativi dei lavoratori dipendenti, degli apprendisti e delle donne pure presenti in quasi tutti i settori produttivi.

 In tal modo lo spirito solidaristico che stava all'origine di tali esperienze associative venne via via decantando spesso a favore del potere delle signorie e dei potenti mercanti.

 

Sempre più marcata divenne la distanza tra chi sosteneva un'attività impegnando capitali e chi viveva di un'attività che richiedeva essenzialmente lavoro,(…inizio del capitalismo…).

 E furono i primi che, grazie ad accordi informali, ritornarono a regolare i meccanismi delle rappresentanze.

Per ritornare comunque all'esito finale dei rapporti tra struttura

corporativa e politica cittadina, bisogna anche tenere presente l'assenza o l'estrema debolezza delle associazioni artigiane che favorirono l'affermazione  di poteri signorili. Questo fu il caso di Ferrara e Modena sotto gli Este e Milano sotto i Visconti, mentre Bologna e Firenze si svilupparono in altri campi, Cultura, Università, Finanza, che permisero loro inizialmente un certo equilibrio tra le parti dominanti.

 

Questo sistema produttivo però non restò sempre eguale a se stesso per tutta la lunga età medievale. Molte cose mutarono dal momento in cui apparvero le prime corporazioni con i loro consoli e i loro statuti tutti tesi a proteggere interessi e autonomia delle varie categorie.

Nel corso del XIII secolo cambiò prima di tutto l’intensità della vita

economica urbana, potenziata dal rapido aumento demografico, dal sensibile aumento della domanda, dal forte sviluppo di alcune fra le produzioni trainanti che richiedevano l’impiego di tecniche nuove e d’avanguardia. La trasformazione si notò principalmente  nella lavorazione dei tessuti, con trasformazione del processo produttivo e la creazione di nuovi telai, il chè comportò anche il rapporto tradizionale tra capitale e lavoro, una disponibilità finanziaria  assai maggiore di quella di cui poteva disporre il semplice artigiano.

La figura del mercante emerge, da attivo operatore economico itinerante, che fa da tramite tra gli artigiani e i consumatori, risiede stabilmente nella città e a lui si dirigono gli artigiani con i loro manufatti.
Le tessitrici non potevano avere più di due telai per casa e i telai erano di proprietà del mercante.


Si formarono legami di dipendenza tra artigiani di lavori affini e nello stesso tempo alcuni artigiani specializzati si staccarono dalla corporazione iniziale per costituirne una nuova.


A Bologna, ad esempio, dalla corporazione dei fabbri, che in origine
raggruppava al suo interno la totalità delle persone che lavoravano i metalli di qualsiasi natura e di qualsiasi foggia, a un certo punto si staccarono gli orefici che ne costituirono una propria: rimane tuttora nel centro di Bologna la via Degli Orefici dove era la sede della corporazione autonoma e ancora esistono diverse botteghe di oreficeria.

 In alcuni casi il processo risultò inverso:il settore tessile e dell’abbigliamento, nel basso Medioevo conobbero un grande incremento, e le corporazioni dei sarti, per esempio, vennero spesso e volentieri subordinate al controllo interessato delle corporazioni mercantili, i tintori, invece, furono costantemente soggetti all’arte della lana, qualunque fosse il tessuto trattato.

L’arte serica, produzione sviluppatasi in Italia settentrionale nel basso Medioevo, si implementò invece a causa di emigrazioni, per motivi politici, di artigiani lucchesi.

Corporazioni come quella serica, con lavorazioni più costose, dovendo fornirsi di strutture produttive nuove e complesse, tendevano a superare la tradizionale autonomia della bottega artigiana e il tradizionale sistema corporativo. Accanto a maestri e apprendisti si sviluppò una categoria di salariati, pur rimanendo il sistema corporativistico sempre forte e continuava a essere visto come una garanzia per ottenere reali autonomie o per difendersi dall’aggressività imprenditoriale del ceto mercantile.

Dagli statuti dell’arte del 1278 emerge una struttura corporativa salda e omogenea nonostante la cospicua varietà di competenze e di fasi lavorative della seta che si dividevano in: torcitura, bollitura, tintura, orditura, tessitura.


In seguito, nel XV secolo, queste specialità ebbero forte
autonomia, anche se il mercante-imprenditore continuava a garantire la sintesi dell’intero processo.

Venendo a mancare la mediazione della struttura corporativa e il controllo sociale che essa garantiva, ecco esplodere un po’ ovunque  manifestazioni di scontento che degenerarono in tumulti veri e propri; pensiamo a quelli registrati a Firenze, Perugia e Siena nel secondo Trecento.


La classe imprenditoriale aggressiva nei confronti degli artigiani deviò la solidarietà tra i componenti delle corporazioni, monopolismo ed egoismo minarono la base corporativistica e si instaurarono comportamenti  più lesivi della dignità umana e lo sfruttamento sistematico degli strati più deboli dei lavoratori, a quei tempi composti da uomini, donne e bambini.


Tuttavia la struttura corporativa non arrivò a negare le emergenze sociali e gli interventi a favore dei lavoratori, non negò totalmente  il bene comune, voleva limitare eccessi e degenerazioni: rimase attivo il loro patrimonio di tradizioni e le nuove emergenze sociali, che la nuova economia corporativa aveva contribuito in parte a determinare, vennero affrontate dalle stesse corporazioni.

Molte associazioni professionali del pieno Medioevo evidenziano, nei loro statuti, caratteristiche di solidarietà comuni come ad esempio l’assistenza ai soci malati, la garanzia di esequie e di sepoltura dignitose, gli aiuti alle vedove, le celebrazioni di liturgie di suffragio.

Nel Duecento, nell’Italia settentrionale, esistevano perfino numerose fondazioni ospedaliere “corporative”: quelle dei sarti, dei mugnai e dei mercanti di Piacenza, quella delle Quattro Arti di

Parma, quelle dei mercanti e dei tavernai di Modena.

In altri casi ogni corporazione si trovava affiancata dalla corrispondente confraternita (la Scuola) atta a soddisfare ogni esigenza di tipo religioso e assistenziale degli artigiani.

Nel tardo Medioevo, sotto la spinta delle difficoltà economiche e sociali sopra dette e delle critiche dei moralisti, l’assistenza fu demandata in parte ad elementi laici che si affiancarono, al di fuori delle corporazioni, a referenti religiosi in istituzioni apposite già esistenti o create all’uopo.


Si può intravedere in tali trasformazioni anticipazioni medievali in materia di previdenza sociale. Spesso queste nuove associazioni

provvedevano ad elargire anche generose elemosine ai poveri.

 

Si trattava di interventi assistenziali di dimensioni assai più vaste,

globalmente, di quelle garantite dalla solidarietà corporativa, orientate non solo ai soci ma agli strati inferiori della popolazione cittadina entro la quale la manifattura reclutava la mano d’opera salariata.

Le arti dunque diventarono elementi importanti della politica assistenziale del tardo Medioevo

 

Altro elemento interessante per le arti e le botteghe è la dislocazione all’interno della città e nel contado delle varie corporazioni in ben definiti luoghi, anche  se rimangono nomi di strade e borghi che indicherebbero un addensamento preordinato di artigiani in zone secondo piani predefiniti.

Ma se scorriamo le matricole degli iscritti alle varie corporazioni, ad esempio a Bologna ciò è possibile nei libri conservati all’Archivio di Stato, vediamo che artigiani e botteghe erano sparsi un po’ovunque in città e che eventuali addensamenti erano dovuti ad esigenze di tipo economico e di trasporto specialmente tramite le vie d’acqua.

Solo più avanti nel tempo, al decadere delle istituzioni comunali e all’affermazione dei regimi signorili, le pubbliche autorità, dovendo esercitare stretti controlli sulle attività produttive a fini tributaristici  favorirono la tendenza o imposero la concentrazione di attività similari negli stessi spazi.
In tutto
questo giocavano un loro ruolo anche motivi culturali e ideali urbanistici “nuovi”, dovuti all’allontanamento dal centro cittadino delle attività ritenute umili a favore delle professioni più prestigiose come la mercanzia, la banca, l’oreficeria, gli studi.

 

La situazione meridionale si presentava diversa da quella dell’Italia centrosettentrionale.

A fine Medioevo, al Sud il tenore di vita era assai più basso che al Nord, l’economia era quasi esclusivamente fondata sull’agricoltura, la società assai poco articolata.

Le città meridionali avevano una scarsissima autonomia politica e lo spirito di cooperazione non era diffuso, il lavoro manuale era scarsamente considerato e il movimento corporativo era estremamente fragile o inesistente.
Persisteva ancora alla fine del Medioevo una monarchia “feudale e terriera”, e quindi  uno scarso

sviluppo economico e politico della città. Solo a metà del 1300 i corpi d’arte appaiono con evidenza documentata, quando Giovanna I d’Angiò esaudì la già respinta richiesta circa l’organizzazione dei corpi d’arte.
La svolta politica era dettata dal bisogno di contenere la forza e il malcontento degli strati più bassi della società urbana, già più volte sollevati, e sanciva defintivamente il pieno coinvolgimento del ceto artigiano  nell’utilizzazione dei proventi delle gabelle cittadine.

Le associazioni artigiane vennero da questo momento legalmente, riconosciute ed ebbero una loro autonomia normativa e giurisdizionale.

 

Nell’ambito dell’evoluzione tardo-medievale del sistema corporativo va ricordata e debitamente sottolineata anche l’istituzione delle Mercanzie a Bologna, Firenze, Lucca e Siena.

Sul piano economico  la Mercanzia costituì forse una delle risposte alla crisi trecentesca in quelle città in cui il movimento corporativo era rimasto una realtà forte, e seppe

porsi come interlocutrice privilegiata del potere politico e fece di tutto per facilitarne l’intervento sia nel settore economico, sia nella rete di  infrastrutture, senza le quali non era assolutamente pensabile un buon svolgimento delle attività commerciali, costruzione di strade e di porti, esazione di pedaggi, organizzazione in caso di rappresaglie di città confinanti.

 

 

Sinora abbiamo parlato di innovazioni, di invenzioni, di associazionismo.

 

Importanti furono poi i nuovi personaggi della società che si moltiplicarono:

- l’insegnante universitario che guadagnava “con il libro in mano"

- l’alchimista, studioso di Alchimia, disciplina teorica e applicata che, attraverso lo studio di presunte corrispondenze, affinità, influssi fra ogni componente visibile e invisibile del cosmo, si proponeva di giungere alla trasmutazione di metalli vili (per esempio il piombo) in metalli nobili (oro, argento)to l'oro) e, simultaneamente, alla trasmutazione fisica e psichica dello studioso-operatore (l'alchimista) da una condizione di uomo “vile” a una di umanità “nobile”. Il significato di tale trasformazione era una “maturazione” “rigenerazione” tramite la propria e piena essenza segreta non ancora sfruttata

-i bidelli, dal franco “bidal =messaggero” , personale di servizio nelle università, nominati ogni anno per elezione, stipendiati con una colletta fra tuttii gli studenti. Il capo dei bidelli aveva mansioni di vero e proprio funzionario dello Studio: provvedeva alla trascrizione e alla distribuzione dei testi universitari, s’interessava di determinate forniture, faceva da portavoce tra autorità accademiche e studenti ed era  testimone nella stipulazione di atti ufficiali.

- il mercante-banchiere, che guadagnava invece “con pesi e misure, di lunghezza e capacità, e la penna in mano”, vendendo e commercializzando beni e impegnandosi a trasferire e cambiare i valori monetari relativi in monete, interessandosi di una  primaria istituzione, la “banca” istituzione tuttora potente

 

- l’usuraio; il termine usura definiva e definisce il prestito di denaro ad alto interesse, concesso a persone in stato di bisogno. Il suo significato non è sempre rimasto lo stesso nella storia: Aristotele, considerava la moneta come un semplice mezzo di scambio, riteneva ingiustificato il prestito a interesse e non accettava l’idea che questa da sola potesse dare dei frutti, presso i romani invece il termine usura veniva impiegato anche per indicare prestiti che non comportavano interessi.

 

Il problema dell’usura venne ad acquistare un rilievo più specifico nel Basso Medioevo con la ripresa dei commerci e l’improvviso diffondersi dell’economia monetaria, dopo la grande crisi dovuta alla caduta dell’Impero Romano. Il problema dell’usura si impose all’attenzione delle autorità del tempo, e soprattutto della Chiesa: gli scolastici opposero il più rigido divieto a ogni forma di prestito di denaro che comportasse anche il più tenue interesse.

L’esempio delle campagne italiane mostra anche però che ad una maggiore libertà giuridica dei contadini si accompagnò una più forte differenziazione sociale e l’aumentare del proletariato nel contado. Per i contadini crebbe il bisogno di denaro, necessario per acquistare bestiame, terre e attrezzi, e quindi iniziarono ad agire nel mondo rurale sempre più gli usurai e i mercanti.

I contadini  contraevano prestiti, rimborsandoli spesso in grano (al prezzo del mese di maggio), per l’acquisto di un bue, di un asino, o di una casa. Impegnavano i pochi beni che possedevano e, spesso, impegnavano anche parte del futuro raccolto per un certo numero di anni. Questo fu l’elemento che consentì ai signori e ai ricchi mercanti cittadini di impossessarsi progressivamente di molte aziende contadine e di partecipare alla produzione agricola come investitori, decretando così la morte progressiva delle piccole aziende contadine che erano sorte nel periodo comunale.

Non mancarono comunque i casi di contadini che riuscirono ad arricchirsi andando a formare un ceto di privilegiati rispetto alla grande massa dei lavoro salariato, i braccianti che vivevano nei borghi.

Quando nel corso del XIII secolo cominciarono a crescere gli investimenti cittadini nelle campagne, con essi si diffusero nuovi tipi di contratti agrari.

Si moltiplicarono gli affitti di terra a scadenze sempre più brevi, pagati con un canone in natura o in denaro o con una quota del prodotto. Nella Penisola italiana, soprattutto nell’area centro-settentrionale, una delle forme tipiche dei contratti agrari fu quella della mezzadria. Pur con diverse varianti, questo contratto prevedeva che il coltivatore ricevesse dal proprietario, oltre alla terra, anche una casa dove abitare, il bestiame e gli attrezzi da lavoro; al proprietario spettava, invece, ogni anno la metà del raccolto. Con la diffusione della mezzadria si assistè, a partire dal Trecento, a una profonda trasformazione del paesaggio, particolarmente evidente nelle campagne toscane ed emiliane.  

Ad ogni famiglia di mezzadri veniva affidato un podere, permettendo ai contadini di abitare in mezzo ai terreni, anziché nei villaggi. Il podere era composto da prati, campi, pascoli , vigne e stalle.  La casa spesso  di grandi dimensioni  ospitava un certo numero di persone e il mezzadro incoraggiava  i figli, anche quando questi erano ormai adulti e sposati, a rimanere sul podere perché, associandosi con i fratelli, potevano, infatti, continuare la tradizione paterna nello stesso territorio.

Dalla metà del XIII secolo, forse a causa delle frequenti pestilenze, i dissodamenti che avevano caratterizzato i due secoli precedenti cominciarono a diminuire, conoscendo un vero e proprio tracollo, di fronte a una congiuntura sempre meno positiva, perché si trattava di terre con un rendimento sempre più scarso. Nello stesso tempo, a causa dell’aumento dei nuclei familiari e delle conseguenti spartizioni successorie, le aziende contadine subirono un processo di frammentazione,  al ribasso dei salari dei lavoratori agricoli e all’ascesa dei prezzi dei prodotti di più largo consumo.

 

Con l’epidemia di peste del 1348 e le conseguenze immediate del crollo demografico si verificò l’abbandono di molte terre prima coltivate o la loro riconversione in boschi e pascoli, nonché la scomparsa di un certo numero di villaggi e di località minori.
Gli effetti della Peste Nera e delle successive ondate epidemiche determinarono una situazione sociale e economica grave.

Il calo dei prezzi dei prodotti agricoli e delle rendite signorili a causa della diminuzione della popolazione, provocò un’erosione dei redditi dei proprietari e dei contadini e in questo clima si formaroni i primi accenni di scontento e di rivolta.


….Gli storici sono comunque sempre in cerca più di inventori che di invenzioni e, per questo, la storia racconta gli sforzi, talvolta rocamboleschi, proseguiti fino ai nostri giorni per dare un nome all’inventore degli occhiali tralasciando l’importanza dell’oggetto e il suo uso. Ahimè! Bisogna rassegnarsi al fatto che resti anonimo e a sapere di lui solo che fu probabilmente un laico, futuro precursore della Storia Economica.

 

 

 

 

 

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