Capitolo undicesimo- Vita Medievale: 16- I Tributi . L'estimo. Il catasto



Con la denominazione generica di “tributo” si indica ancora oggi qualsiasi prestazione in denaro obbligatoria dovuta dai cittadini allo Stato e agli altri enti pubblici e cioè imposte generali e speciali, erariali e locali, sovrimposte, tasse e contributi obbligatori.
Il contribuente, che generalmente cerca di evitare i tributi, spesso non sa da dove proviene il loro nome e l’effettiva validità di essi.
La radice di tribu-to e la sua obbligatorietà dovrebbero farci subito pensare all’origine del lessico.
Tribu-to da tribù, in quanto già nell’antica Roma la contribuzione obbligatoria dei cittadini allo Stato, pagata in rapporto al censo era prelevata per tribù. Successivamente si è arrivati ad un significato più ampio, anche per la suddivisioni di poteri all’interno di uno Stato, Regno, Repubblica, Principato, Ordine Religioso ed altro sino ad arrivare alla denominazione odierna di Entrata dello Stato e degli enti pubblici, caratterizzata da elementi peculiari e da una disciplina giuridica autonoma, il “diritto tributario”.

Nel linguaggio corrente, i concetti di “tributo”, “imposta” e “tassa” sono utilizzati indifferentemente come sinonimi.
La dottrina attuale considera comunque una categoria generale, quella dei tributi, e ne fa derivare il mome dal latino tribuere=dare.
In questa categoria rientrano le due sottocategorie delle imposte e delle tasse.
Le imposte procurano un gettito allo Stato che costituisce parte del complesso delle Entrate statali da cui lo Stato trae il denaro per far fronte ai servizi pubblici, pagare gli stipendi dei suoi dipendenti, realizzare le infrastrutture, eccetera. Attualmente le imposte si distinguono in dirette ed indirette, dirette basate sul reddito dell’individuo e da lui direttamente versate ( ad es. IRPEF), indirette che vengono pagate dal cittadino nel momento di accedere ad un servizio, nell’acquistare un bene, per il quale l’imposta è stata pagata precedentemente e caricata sul costo del servizio e del bene ( ad es. IVA).

Per le tasse la somma versata dal cittadino corrisponde a un vantaggio invece riservato a lui solo, vanno sotto questo nome ad esempio tutte le somme versate per concessioni governative personali.

I tributi sono prestazioni obbligatorie e strettamente collegate alla pubblica spesa con riferimento a un presupposto economicamente rilevante: ogni cittadino deve contribuire alla spesa pubblica in funzione della proprie disponibilità senza per questo depauperare totalmente il proprio capitale.

Nello stabilire il carico fiscale per ogni classe di reddito bisognerebbe tener conto delle grandi lezioni impartitaci da Luigi Einaudi, che nel suo volume sulla Politica Sociale prende in considerazione tutte le variabili che i tributi debbono recepire nella loro determinazione: il capitale iniziale di ogni individuo, la possibilità di reddito nell’arco di vita lavorativa tra i 30 e i 70 anni di età, la vita stessa con tutti gli eventi casuali che possono incidere sulla possibilità di ottenere tale reddito, arrivando così ad una funzione di equa ridistribuzione del reddito tra i vari individui tramite un equo carico fiscale.

L’attuale nozione di tributo in Italia è il risultato di una lunga evoluzione storica, dovuta alle diverse opinioni a livello statale in merito alla ripartizione dei carichi pubblici, opinioni di derivazione economica e giuridica, queste influenzate dalle modificazioni avvenute a livello di potere centrale dei vari Stati, poi dall’Italia Unita, dai principi costituzionali( art 23 e 53 Cost.), dalle elaborazioni della dottrina, da importanti pronunce della Corte Costituzionale.
Nella loro nozione oggi si includono: le imposte, le tasse, le accise.

In merito alle tasse, vi sono state nel tempo diverse impostazioni che le hanno escluse dalla nozione di tributo o che ne hanno messo in discussione la mancata dipendenza al principio di capacità contributiva quale criterio di riparto.
Le accise sono un tributo che colpisce la merce alla produzione o durante gli scambi. Un'imposta indiretta a carattere specifico poiché colpisce solo la fabbricazione o il consumo di un determinato bene (vedi benzina, sigarette).

I tributi possono essere quindi definiti come prestazioni patrimoniali finalizzate al concorso alle spese pubbliche, che si caratterizzano per essere soggetti al principio della capacità contributiva di ciascun cittadino.

Volendo fornire alcune note storiche, dobbiamo premettere che in qualunque popolo, tribù, e in qualunque epoca si è sempre rilevata una forte avversione per il loro pagamento.

I Greci ad esempio preferivano il sistema della prestazione diretta, consistente nel fornire direttamente allo Stato ciò di cui esso aveva bisogno per scopi pubblici e irrevocabili. In alcune grandi città esistevano stabilmente alcune forme di tributi, ma con finalità morali e giuridiche e non implicavano l’aspetto finanziario della polis. Tributi in denaro straordinari erano imposti solo in caso di guerra e sotto la condizione che la proposta fosse stata autorizzata da una deliberazione di un’assemblea.
Una riforma organica dei tributi si ebbe in Atene nel 378 a.C., quando si stabilì l’imposta diretta per tutti i cittadini.
In età ellenistica era normale che i vari sovrani riscuotessero tributi dalle città e dalle popolazioni sottomesse: variavano a seconda dei luoghi e delle circostanze, ma in genere era di 1/6 oppure 1/10 dei prodotti della terra. Era poi facoltà del sovrano esentare da tali imposizioni città o popolazioni che intendeva beneficare.

La base dell’ordinamento finanziario romano era di due tipi: il reddito tratto dai beni demaniali e la contribuzione cui erano soggetti i cittadini sulla base del complesso delle loro attività patrimoniali, il census, in circostanze straordinarie, per esempio spese di guerra.
La contribuzione era prelevata, a seconda delle necessità, sulla base dell’1, 2, 3 per mille del census. Normalmente era prelevato per tribù e riscosso dai tribuni aerarii.
Dal 167 a.C. 292 d.C. il tributo non fu più richiesto: la conquista delle province orientali aveva permesso di accumulare nelle casse dello Stato ampie riserve.
Con l’Impero fu portato ordine nei tributi provinciali, che in età repubblicana consistevano nello stipendium fisso e indipendente dall’effettivo rendimento delle terre dei singoli e ad esso si aggiungevano altri tributi , come l’imposta personale, il tributum capitis, e si sottrasse l’esazione ai pubblicani.
Si cercò poi di fissare l’effettiva capacità contributiva delle singole province, stabilendo un census provinciale.

I tributi  ed i servizi nel Medioevo

La più antica imposta si può dire sia stata la decima.
Devolvere agli Dei e ai suoi sacerdoti un decimo del proprio reddito faceva parte della liturgia; era già nota in epoca antica in varie culture ed è stata comune dal Medioevo fino ai primi tempi moderni nei confronti della Chiesa Cristiana. La Bibbia riporta la notizia relativa ad Abramo che diede come tributo volontario la decima parte di tutti i suoi averi al sommo sacerdote Re Melchisedec.

Sulla base che ogni decima parte dei prodotti della terra, come granaglie, frutti degli alberi, apparteneva al Signore e ad Esso doveva essere consacrata, successivamente la decima divenne un tributo obbligatorio per tutti gli individui in possesso di beni. Durante il Medioevo veniva riscossa sia la decima grossa sotto forma di grano, fieno, vino, lino e prodotti agricoli, che la decima piccola cioè prodotti del proprio giardino, animali da cortile e prodotti da essi derivati, come lana, latte, formaggio, uova.
L'incasso della decima avveniva secondo il "calendario fiscale" in date specifiche:
il 1° maggio si contavano gli agnelli anche quelli neonati,
il 25 maggio la frutta e il vino,
il 24 giugno il bestiame,
il 20 luglio il grano e
il 15 agosto o il 1° settembre le oche.

Spesso la decima veniva data sia alla Chiesa, nel contado alle Pievi, che al Signore del castello.

Dal 13° secolo la decima venne corrisposta dai locatari dei poderi sempre di più in denaro. I “funzionari della decima“ ne calcolavano il valore con accertamenti diretti sul suolo e nei casali, riempivano verbali che lasciavano poi al capo del villaggio per la riscossione.

Il mortuarium era un altro tributo che i sudditi dovevano pagare al Signore feudale o all’Abate del Monastero in caso di cambiamento di possesso a causa di morte del proprietario o per la vendita; non era altro che una tassa di successione nel lavoro sul terreno, che l'erede del contadino non libero doveva pagare: imposta in natura e, che spesso, consisteva nel migliore capo di bestiame o nel vestito più bello.
Anche questa imposta fu più tardi pagata in somma di denaro equivalente.
Il contadino comunque non essendo proprietario e vincolato al terreno, pagava il tributo per poter continuare a rimanere sullo stesso….in poche parole era legato per legge alla terra (Gleba) e doveva anche pagare per mantenere tale dovere ….

Altro tributo del contadino verso il Signore medioevale era la corvée consistente in lavoro agricolo e di vario tipo che il contadino spesso in età inferiore a quella stabilita per svolgere lavori agricoli ( 12 anni) doveva svolgere sui campi che il Signore non aveva dato da lavorare a contadini non liberi.
La corvée era svolta in tre giornate piene alla settimana e quindi il contadino non poteva lavorare il campo su cui era insediato, diminuendo così la sua possibilità di raccolto.

La corvée veniva sempre più appesantita dai Signori a danno dei contadini e durò oltre l’epoca medioevale inasprendosi a tal punto nell’Europa centrale che nel 1799 l’Imperatore Federico Guglielmo III emise un ordine in cui impose ai suoi nobili “che il servizio dei loro contadini non doveva superare tre giorni alla settimana e di dimostrare alla gente un'anima ragionevole

Riportiamo ora un elenco alfabetico dei tributi che dal Medioevo sono arrivati, in parte, sino a prima della seconda guerra mondiale

Abbeverata: per dissetare gli animali nei fontanili; in latino medioevale ius beverandi

Acquatico: imposta dovuta per l'uso delle acque che scorrevano sui terreni dei Signori, poi acque demaniali;

Adiutorio: gabella che i sudditi del principe erano obbligati a pagare in caso di necessità; oppure prestazioni di soccorso al feudatario in circostanze particolari;

Adoa o Adoha: servizio pecuniario che il feudatario prestava al re, in cambio del servizio militare cui era tenuto, detto adohamento;

Angaria: servizi personali dovuti dai vassalli ai feudatari con retribuzione ridotta o prestazione forzata di opere imposta ai sudditi;

Bagliva: esazione di diritti per applicazione di bolli alle bilance, alle stadere e alle caraffe, o per controllo delle unità di peso e misura;

Canone: prestazione annua in denaro o in prodotti per l’uso di terre e corrisposta al proprietario al momento del raccolto, sinonimo livello (contratto) 

Censuo: rendita assicurata su poderi venduti ad altri;

Colletta: tributi fondiari o in genere una qualsiasi imposta obbligatoria in occasioni particolari, come nozze della figlia del re, spese di guerra, ecc.;

Dazio: tassa di consumo su pane, frutta, ortaggi, olio, salami, carne, vino, formaggi; sulla canapa, sulla macinazione del grano e del granturco;

Decima: il tributo dovuto allo Stato e/o alla Chiesa, gravante sul fondo agricolo e consistente nella decima parte del raccolto o del reddito;

Dominio: il tributo dovuto al signore, distinto in dominio alto e diretto e in dominio utile;

Donativo: balzello in forma di dono al re o al feudatario, oppure regali in natura, come capponi, uova, ecc. da corrispondere al padrone in particolari occasioni;

Erbatico: censo che il pastore pagava per tagliare l'erba in luogo pubblico o prestazione per aver diritto di condurvi a pascolare gli animali;

Focatico: tassa su ciascun fuoco o focolare, istituita da Carlo I D'Angiò: tassa di famiglia;

Foresteraggio: tassa dovuta dai forestieri per poter soggiornare temporaneamente in certi luoghi durante un viaggio, attuale tassa di soggiorno;

Gabella: tassa dovuta per l'introduzione di certe merci nei comuni, come quella per sale, ortaggi, frutta fresca;

Giandatico: tassa da pagarsi per la raccolta delle ghiande nel demanio pubblico;  anche escatico e glandatico

Laudemio: somma di denaro pagata da chi riceveva un feudo o un livello;

Legnatico: per tagliare e raccogliere legna di alto fusto; in latino medioevale ius lignandi; altro sinonimo boscatico;

Macchiatico: per raccogliere legna di basso fusto, arbusti, nelle macchie boschive;

Pantanatico: per pescare anguille e rane negli stagni;
 
Pascolatico: per condurre greggi al pascolo (ius pascendi); più diffuso il diritto di fida

Pedatico: tassa imposta agli utenti di strade, o tributo per diritto di passaggio in territorio;

Perangaria: prestazione di opera al feudatario senza retribuzione ( vedi corvée);

Piscatico: per catturare pesci in acqua dolce o salata; anche pescatico ;
 
Plateatico: tassa che in passato si pagava al comune per esporre la merce nelle piazze o nelle vie;

Pontatico: pedaggio dovuto da chi passava su certi ponti;

Portatico
: dazio doganale o pedaggio riscosso alle porte della città in occasione dell'entrata di merci

Quindennio: decime che gli ecclesiastici pagavano ogni quindici anni; tassa corrispondente alla metà dei frutti di un anno sulla rendita dei benefici dei seminari, istituita dal papa;

Regalia: tributo spettante al sovrano in beni della terra;

Relevio: tassa che si pagava quando si entrava in possesso del feudo; tassa di successione corrispondente alla metà dei frutti di un anno;

Rendita: utile che si ricava dai diritti di peso e misura o dal possesso di beni mobili e immobili;

Ripatico: per approdare o sostare su rive di acque interne
 
Scalatico: tassa che si pagava per lo scarico delle merci nei porti;

Servizi: prestazioni obbligatorie di lavoro, di servitù, di guardiania, alloggiamenti militari;

Siliquatico: per raccogliere carrube ed altri baccelli

Spicatico: per raccogliere spighe dopo la mietitura; in latino medioevale ius spicandi; inoltre spicilegio e spigaggio;

Strenna: dono da farsi al barone in generi o in denari, in giorni solenni;

Terratico: canone o imposta in natura, dovuta per lo sfruttamento della terra;

Testatico: imposta pubblica gravante sulle persone, dalla quale erano esenti i nobili e il clero;

Vinatico: tassa che si pagava per la produzione di vino.

 

 Di tutte queste esazioni forse la più importante è il focatico, in quanto interessava tutti i cittadini.

Scartabellando ancora una volta nell'archivio del Comune di San Giorgio di Piano abbiamo scoperto gli ultimi fascicoli del ruolo del Focatico determinati sotto lo Stato Pontificio negli anni dal 1853 al 1858.
Il focatico o fuocatico fu istituito da Carlo I D'Angiò nel 1263.
Era un'imposta applicata su ciascun fuoco o focolare ossia su ciascuna abitazione di un gruppo familiare, o su ciascun fumante se l'abitazione comprendeva più gruppi familiari.
Tale imposta rimase poi con vicende alterne sino ai tempi più recenti con la denominazione di Imposta Comunale di Famiglia. Negli anni di cui parliamo (1853-58) questa tassa era associata alla tassa

Bestiami: la Legazione di Bologna nel marzo di ogni anno inviava alle" singole Magistrature Comunitarie le consuete stampe occorrenti a compilare le operazioni di Focatico e di Bestiami". Entro il trenta giugno venivano inoltrate le scritture, alla fine di agosto venivano rispediti alla "Rappresentanza Comunitaria di San Giorgio col foglio di riparto approvato per detta tassa, mentre i ruoli saranno passati all'Esattore Comunale dalla Legazione per la riscossione da farsi della tassa medesima all'epoca determinata da apposita Legatizia Notificazione".

 Le tabelle ritrovate ci indicano come veniva conteggiata la tassa: il ruolo era composto da tre categorie, la prima con riferimento al solo fuoco, la seconda considerava la terra coltivata e la terza la classe nella quale era catalogata la famiglia ai fini del focatico.
I fuochi eramo conteggiati per capi famiglia, quindi unità familiari anche di grandi dimensione costituivano un solo fuoco, e per subalterni cioè serventi che erano presso una famiglia a lavorare senza per altro farne parte.
Il fuoco che aveva presso di se diversi serventi veniva catalogato nei ruoli più alti.
La seconda categoria classificava i terreni coltivati misurati in corbe, cioè in superficie di terreno utilizzato per seminarvi una corba [1] di grano.
La classe della terza categoria era determinata molto probabilmente in base al reddito totale stabilito secondo il tenore di vita.

Non tutti i contribuenti sangiorgesi (455) erano inseriti nella terza categoria e quindi assogettati a tale imposizione, che risultava pertanto una sovratassa per i più abbienti.
Le variazioni dell'imposizione da un anno all'altro non erano molto sensibili, si giocava su di un'alternanza tra aliquote di tassazione e possibili sgravi: o diminuiva la tassazione e diminuiva anche lo sgravio (il che porta in definitiva ad un aggravio dell'imposizione) o aumentava l'imposizione e aumentava anche lo sgravio, ma non proporzionalmente.
Erano possibili ricorsi in caso di inserimenti in categorie errate (il signor…ricorre perché inserito in categoria dei capitalisti mentre agiva per conto di…) ed erano anche previsti passaggi di categoria per eventi straordinari (pignoramenti, tempesta, famiglia ristretta, mendicante).

A San Giorgio per alcuni erano tempi duri; nel 1856 risultavano 24 ingiunzioni di pagamento per tassazioni che non raggiungevano lo scudo ognuna, le ordinanze di pignoramento poi non potevano essere eseguite perché risultava che la maggioranza dei debitori era talmente miserabile da non aver oggetti pignorabili.
Nel 1853 si verificò il pignoramento di una calderina di rame (il paiolo della polenta) per una tassa non pagata di 73 baiocchi [2]

Concludiamo con la tassa sul bestiame a cui il focatico era collegato: a ciascuna denominazione del bestiame corrispondeva la misura della tassa specifica da pagarsi per ogni capo.
I più numerosi erano i Bovini e i Manzi (514), seguivano Soprani e Vitelli (456) , Mucche e Manze (409) , Maiali (379), Cavalli (80), Giumenti (27); non erano presenti Capre da frutto, Capre dette Casaline, Animali pecorini e Muli domati.

 

Abbiamo indicato sommariamente i trinuti utilizzati  nei tempi passati, tenendo conto di cosa si intendesse con  il terminetribto, quali  beni fossero ad essi soggetti non volendo peraltro fornire una tabella storica del loro uso, ma i beni soggetti al tributo. Nel passare del tempo e nel medioevo XII e XIII  secolo si vide chiaramente l’importanza di stabilire criteri per determinare i valori dei tributi  tenendo conto dei valori dei beni sui quali i tributi stessi erano calcolati ed inoltre delle possibilità monetarie dei singoli di contribuire al bisogno della comunità in funzione delle singole possibilità

 

Diverse sono le definizioni  di estimo, comunque la parola estimo è di derivazione antica.

Volendo dare una definizione che sia omnicomprensiva possiamo fare riferimento al Devoto Oli per cui “Estimo è la disciplina che ha per oggetto la valutazione dei beni materiali e le relative rendite.

Comprende il complesso delle operazioni  di stima dei beni materiali e della rendita che da questi si trae. I criteri di valutazione possono essere fondati sul prezzo di mercato, sul costo di produzione, sulla capitalizzazione dell reddito del bene, sul costo di  surrogazione, sul valore di trasformazione ecc..  L’estimo si distingue a seconda ai  beni fondiari e si  distingue in rurale, civile, ordinario e catastale tenendo conto  dei fini a cui è adibito il bene stimato.”

 

Importanrti sono i lavori di Niccoli del XIXsecolo

nell’impostazione della sua Bibliografia, il Niccoli seguì principalmente due

ordini: quello  cronologico, che non si esaurì in un semplice

elenco di titoli legati ai vari tempi,  ma arrivò ad una esposizione critica

e ragionata del contenuto delle opere stesse , e quello  sistematico,

nel quale  argomento per argomento, si rimandò lo studioso alle singole

opere.

Prima di affrontare l’esame critico e ragionato delle singole opere,

il Niccoli svolse una approfondita analisi storica, volta a dimostrare che

l’origine dell’Estimo, considerato come arte, rimonta alla più remota

antichità ed  esamina tutta una vasta letteratura sulla istituzione

del Catasto, cioè sulle operazioni di misura e di stima da

esso richieste,  e che va dal tempo di Sesostri, in Egitto, ai gromatici dell’antica

Roma. Ma, anche al di fuori dell’istituto catastale, il Niccoli

ritenne probanti testimonianze al riguardo nel Vecchio Testamento , nelle opere di alcuni georgici latini (Catone, Columella) e, in tempi più vicini a noi, in quelle del Crescenzio, del Gallo e del

Tansillo.

Il Niccoli, però, non ebbe la fortuna di rinvenire, sino alla  prima metà del XVIII secolo, nessuna opera nella quale l’Estimo figurasse se non come argomento esclusivo, almeno come uno di quelli singolarmente trattati, se non quella  del pistoiese Cosimo Trinci, stampata a Firenze nel 1755 e avente il titolo di  Trattato delle stime de’ beni stabili per istruzione ed uso degli stimatori.

Oltre all’opera del Trinci, prima pietra dell’edificio scientifico dell’estimo, il Niccoli esaminò  e preparò altre opere:  Ecomia rurale, Estimo e Computisteria agraria,nel 1898.

In quest’ultima opera l’Estimo occupa una parte a sè  del volume senza per altro trattare di  applicazioni di matematica iinanziaria, quali la  capitalizzazione dei redditi rurali.

Trentasei opere, appartenenti a ventiquattro autori, apaiono in  articoli  tra il 1833 e il 1852 negli

Atti dell’Accademia dei Georgofili  e nel  Giornale Agrario Toscano

Nel ’condurre l’analisi, il Niccoli si attardò, con ampi riferimenti e motivati giudizi, oltre che sull’opera del Trinci, anche su quelle di molti

Il Niccoli, prima di esporre le sue idee sulla impostazione del bilancio

aziendale al fine di determinare l’entità economica da assumere

a base della capitalizzazione, si pose una questione di natura terminologica,

e ciò in rapporto anche ai contributi che si tentava di trarre dall’Economia per formulare correttamente i giudizi di valore.

Uno di questi problemi, che il Niccoli giudicava non privo d’interesse

<», e che mezzo secolo dopo era ancora

oggetto di discussione”, riguardava se nello stimare il valore di

capitalizzazione di un fondo rustico o di un fabbricato urbano si dovesse

tener conto o meno delle spese contrattuali di trapasso.

Scriveva in merito il nostro autore:

 Si consiglia e s’usa da taluno di detrarne, a priori, l’importo, dal valore capitale. E v’è qualche stimatore che va ancora più innanzi: poiché è probabile che nell’avvenire lo stesso fondo abbia a subire nuovi trapassi di proprietà e occasioni quindi, di volta in volta, nuove spese, si consiglia di detrarre, dalla produzione lorda annua, la loro quota di annualità costante corrispondente

 

Oltre che dell’Estimo generale, il Niccoli si occupò di tutta una vasta

casistica estimativa in tema di fondi rustici, che va dalla stima delle

colture arboree a quella dei diritti reali di godimento su cosa altrui;

dalla stima dei fabbricati rurali alla espropriazione per pubblica utilità;

dalla stima dei frutti pendenti a quella delle cave e delle miniere; dalla

stima dei danni a quelle originate dalla consegna e riconsegna dei fondi

rustici, ecc.

Ma oltre che di Estimo rurale, il Niccoli si occupò ancora di Estimo

catastale, di Estimo civile, di Estimo industriale e di pratica professionale.

Altro argomento, di un certo rilievo, sul quale il Niccoli si soffermò

con larghezza di considerazioni è quello della stima dei castelli,

dei parchi e delle ville gentilizie. Argomento, quest’ultimo, allora trascurato

dai trattatisti . Niccoli, nell’ultima delle sue opere in

esame, si occupa anche di Estimo industriale, settore, questo, allora

quasi del tutto trascurato. Definita la natura degli opifici industriali, il Niccoli rilevò come la

loro stima risultasse  più complessa di quella dei fabbricati civili  e ciò per la minore stabilità del relativo mercato.

Osservava acutamente I’Einaudi, che l’Estimo e l’Economia

rurale al secolo scorso ... erano cresciute in modo autonomo e discutevano

problemi di valutazione, di costi, di reddito e di capitaiizzazione su

schemi contabili o ragioneristici, da quando il Serpieri vi pose mano si osservò

un avvicinamento progressivo e continuo ai metodi, agli schemi ed ai concetti della

scienza economica generale. Oggi, quelle due scienze o discipline o specializzazioni

esistono tuttora; ma il lettore economista non ha più la sensazione di trovarsi in

un mondo diverso da queiio che gli è famigliare . Cfr.: EINAUDI L., Recensioni,

 

_____________

 [1] La corba, che veniva suddivisa in due staie, era un’unità di misura bolognese di capacità per aridi (il materiale secco e granuloso) che prendeva come elemento per la misura il cesto di vimini, dal latino corbis. In tutta Italia, prima del sistema metrico decimale, sulla base delle staie si determinava la superficie del terreno che variava da zona a zona, andava dai 300 ai 600 mq attuali.
[2] Il Baiocco è la centesima parte dello scudo, moneta d'oro o d'argento, che recava su di una faccia lo scudo araldico della casa regnante che coniava la moneta. Qui si tratta dello scudo dello Stato Pontificio, moneta che si divideva in cento baiocchi ed a sua volte in paoli.

CATASTI

Vari sono i catasti, indicati in base all’uso che viene fatto dei terreni e degli elementi stimati e misurati secondo le indicazioni stabilite dalle unità di misura in uso sulle aree base degli estimi utilizzati.
Il catasto terreni è una sezione apposita del catasto che si occupa di censire tutte le aree agricole e loro singole particelle in una area di unità diversa da quella dedicata, invece, al censimento delle unità mobiliari. T

Tenendo conto dell’evolversi dellemisure negli estimi agricoli è ovvio che i censimenti del catasto terreni fu il primo che si presentò. Nel catasto terreni vengono anche annotate tutte le aree non inserite come catasto fabbricati, anche se non sono propriamente terreni agricoli. Nel catasto terreni vengono anche registrati tutte le aree edificabili o edificate; questo comporta che la sezione del catasto terreni sia la parte più consistente dei documenti prodotti dal catasto, in quanto al suo interno contiene anche tutte le altre registrazioni di immobili e fabbricati.
Richiedendo la visura del catasto terreni si può estrarre con semplicità di lettura la metratura di una singola particella, sia essa un terreno o un fabbricato di qualsiasi natura.
Va specificato che, richiedendo la visura del catasto terreni, emergerà la metratura totale del fabbricato ma non delle singole unità, per cui si dovrà procedere con una richiesta di visura c
atastale diversa. Dalla visura del catasto terreni si può sapere qual è la destinazione di tipo agricolo di un determinato terreno o un gruppo di terreni, cioè se è terreno a pascolo, frutteto, coltivazione, seminazione, ma non se è edificata o edificabile.
Questo succede perché il cambio di destinazione d'uso di un terreno non è in capo al catasto, ma al Comune ove esiste il terreno, che procede con una variazione al Piano Regolatore Generale (PRG) tramite una delibera specifica in base alle caratteristiche del luogo e dalle necessità di espansione delle aree edificabili.

Dal catasto terreni si possono estrarre tre diversi tipi di documenti: la visura catastale, da cui emergono i dati relativi al terreno, cioè la metratura totale, l'ubicazione, i confini e i dati del proprietario o dei proprietari; l'estratto di mappa, da cui è possibile estrarre solamente una o più particelle di uno stesso terreno con relativi dati di metratura, confini, ubicazione e proprietario; infine, la geomappa, richiedibile al catasto terreni inviando le coordinate del terreno.n quest'ultimo caso, il catasto terreni provvederà a geolocalizzare il terreno secondo le coordinate indicate ed estrarrà una visione della mappa con i confini del terreno. Tutti i servizi del catasto terreni sono accessibili tramite gli uffici presenti sul territorio, oppure tramite i servizi di catasto ufficiali. Il termine catasto deriva dalla lingua greca e venne utilizzato, in senso generale, per indicare qualsiasi rilevamento sistematico di oggetti omogenei, è caratterizzato da un registro che raccoglie i dati relativi ai beni che si vogliono rilevare e da una mappa. che rappresenta graficamente gli elementi catastali Il catasto ha origini remote.Fu Shulgi, re di Ur, che ideò il catasto generale, per calcolare le tasse e le imposte del suo regno , il sistema fu ripreso dai Normanni nel Catalogo baronum. Nel Medioevo fu stabilito che i cittadini avessero iscritti nei loro registri catastali i loro beni mobili e immobili.
spesso grandi differenze tra gli Stati, solo con l’Impero Napoleonico venne applicato un modello comune a tutti i territori, ma solo con l’Unità d’Italia ci fu una grande rielaborazione dei catasti, poiché i sistemi in uso negli Stati preunitari differivano ancora fra loro per metodo ed evidenze; alcuni erano geometrici, altri descrittivi, qualcuno mancava di triangolazioni, di misurazioni, di scale e di diverse basi.

La prima norma dell'Italia unita al riguardo, la legge n. 1831 del 14 luglio 1864, detta poi "legge sul conguaglio provvisorio", poiché doveva durare fino al 1867, tentò di definire l'imposta fondiaria nel neonato regno. I risultati furono pessimi anche per via dell'imposizione, che si basava sulle superfici anziché sulla loro redditività. Successivamente fu emanata la legge Messedaglia n. 3682 del 1º marzo 1886, sulla perequazione fondiaria.

Essa ordinava l'istituzione di un catasto allo scopo di calcolare le imposte, con l'adozione del sistema di rappresentazione cartografica. La legge non riuscì a superare la differente gestione, che in alcune zone del nord Italia aveva reso non avvicendabile il cosiddetto "catasto tavolare”, tuttora in uso nelle province di Trieste, Trento, Bolzano e Belluno.
Con questa legge di provenienza austro-ungarica si intendeva promuovere un insieme di norme che consentissero la rispondenza dello stato di fatto a quello di diritto, con complesse procedure nella riesecuzione delle terminazioni e delle rielaborazione dei punti fiduciali. Ma non fu possibile ottenere data la difficoltà di organizzazione degli enti catastali preposti.

Nel 1901 al Ministero delle Finanze si costituisce la Direzione Generale del Catasto e dei Servizi Tecnici , che il “ Il Frazionamento”. , regolamento per la conservazione del catasto terreni e con essa la separazione tra catasto terreni e catasto fabbricati. Seguì poi nel 1949 il Nuovo Cataso Edilizio Urbano (NCEU).. Negli anni ottanta il materiale cartaceo del vecchio catasto venne informatizzato e digitalizzato. Il progetto che durò alcuni anni, portò alla installazione sul territorio nazionale di 93 centri di elaborazione dati, uno per ogni capoluogo di provincia. Il Cataso terreni italiano è a fini fiscali; per questo motivo vengono calcolati per ogni immobile due redditi: reddito dominicale e reddito agrario. Il catasto vigente è "geometrico", particellare e non probatorio, quindi pur contenendo le mutazioni di proprietà dei beni censiti, non ha valore di piena prova della proprietà,dei beni. Il passaggio di proprietà, per acquisto o successione, di un terreno o immobile viene registrato subito alla locale conservatoria, e dopo alcuni mesi al catasto.


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