Capitolo undicesimo - Vita Medioevale : 12 - Volendo parlare di donne



Alcune considerazioni sulle Donne nel Medioevo

Nel tempo, e ancora …, si è sempre fatto un appunto sulla donna, sui suoi doveri, sul suo comportamento nell’ambito del vivere quotidiano e soprattutto nel suo comportamento nella società.

 Nel Medioevo tale comportamento doveva rispondere ai canoni voluti dagli uomini e dalla élite dominante.
Quindi, in breve, i primi esperimenti sulla educazione femminile fatti da donne non furono volti all'emancipazione delle medesime, ma al mantenimento della realtà vigente: la donna doveva accudire alla casa, ai figli, secondo regole dettate dal pater familias nel periodo romano, quindi, cucire, preparare il cibo, confezionare abiti, accudire un eventuale orto nei pressi della casa, questo all’interno delle città e per le donne facenti parte di famiglie dell’aristocrazia ovviamente aiutate in tali doveri da schiave o serventi.
La donna romana non rientra se non in casi speciali, come regine, reggenti, mogli o vedove di uomini potenti, nella società come persona abile.

 Nel medioevo la condizione delle donne muta, ma non di molto e comunque avvengono “fatti” che influiscono sull’immaginario del popolo…
La diffusione del cristianesimo e del cattolicesimo fa sì che si abbia una maggiore attenzione verso il sesso femminile di cui si sottolinea non tanto l'uguaglianza con gli uomini, e quindi nulla cambia in tal senso dai secoli precedenti, ma soprattutto si dà risalto alla dolcezza e al ruolo materno.

È in questi anni che l'idea della donna come essere buono e incapace di fare del male si diffonde e si afferma.
Proprio in questi fatti è riposta la spiegazione del perché le punizioni e le pene per le donne siano state, fino a tempi molto recenti molto diverse rispetto a quelle degli uomini.
Diverse non vuole affatto dire minori o più miti, ma semplicemente, ad esempio, che al posto del carcere vi era la reclusione nei conventi.
Si deve tenere presente che fino a tempi recenti alle donne non veniva riconosciuta una responsabilità giuridica e politica. La possibilità di partecipare alla vita politica viene infatti concessa alla donna in Italia alla fine della II guerra mondiale con il suffragio universale

Ma le donne, come gli uomini, possono essere anche criminali e, seguendo la linea prima tracciata, bisognava spiegare l'origine di tali fenomeni senza riconoscerne l'uguaglianza con il cosiddetto "sesso forte".
Se l’uomo si "batteva in singolar tenzone" con un suo pari alla donna ciò non era concesso e donne che cercavano di emanciparsi erano considerate folli.
Vi era poi il problema di tutte quelle persone di sesso femminile che avevano o assumevano comportamenti differenti dalle mode imperanti e le cui discrepanze nel metodo di vita entravano in urto con il sistema intellettuale dominante.
Per tutte queste persone, a cui si assoggettarono anche le donne che soffrivano di disturbi mentali, venne creata ad hoc una nuova categoria che, richiamandosi ad antichi miti e vecchie paure ancestrali dell'umanità, servì da strumento di controllo (e di soppressione) per ogni forma di devianza.

Nacquero così le streghe e la caccia alle streghe, una vera a propria persecuzione, a tutte quelle che venivano ritenute, anche con prove banali e stupide, tali.
E fu soprattutto nelle campagne che si assisté alla diffusione delle “streghe”.
Si ricorreva a donne abili a guarire con erbe naturali, con pratiche tramandate da un passato precristiano, che si riteneva che conoscessero i segreti della fertilità, della contraccezione e dell’aborto, a loro si ricorreva sempre per guarire persone e animali all’interno delle comunità rurali.

In realtà queste non erano altro che donne che avevano coltivato il loro spirito di osservazione, il gatto quando stava male andava nei campi e si cibava di alcune erbe, perché non provarle?

No, il gatto era il tramite tra la “strega” e il “demonio”, il gatto che si faceva coccolare e preferiva stare vicino al fuoco per scaldarsi era la trasformazione del “diavolo” e se di colore nero ancor peggio

….e pensare che in Inghilterra ancora oggi è il gatto nero che porta fortuna e felicità

La Chiesa, partendo da tradizioni rurali, creò lo stereotipo della strega dando luogo, a partire dalla seconda metà del XIV secolo, alla loro caccia.
Infatti nel 1326 papa Giovanni XXII emise una bolla, nella quale le streghe vennero equiparate agli eretici e fu autorizzata contro di loro inquisizione, tortura e pena di morte tramite rogo.

La caccia alla streghe e i tribunali inquisitori ebbero infatti un precedente che diede vita a tutta la questione.
La parola “Inquisizione” nell’alto medioevo significava semplicemente “inchiesta”.

L’inquisizione nacque come conseguenza alla paura di fatti eretici o equiparati. L’istituzione giudiziaria che ne sfociò aveva il compito di trovare, processare, convertire e se necessario punire i colpevoli di eresia.
L’eresia era nata non dal “non credere” ma da un bisogno di credere e vivere diversamente la propria religione, in una interpretazione diversa dai canoni e dei testi sacri sino allora seguiti.
Esempi di movimenti eretici importanti furono i Catari e i Valdesi.

Alla base del Credo  Cataro esisteva la divisione in due sfere di influenza, il Dio buono (spirito) e quella del Dio malvagio (la carne e le tentazioni): l'uomo doveva liberarsi dalla influenza del secondo per avere la piena comunione con il primo.
I catari rifiutavano il consumo della carne e delle uova, il coito, la gerarchia cattolica, non credevano nella resurrezione dei corpi, negano pertanto i sacramenti, le preghiere per i defunti, non credevano nella maternità di Maria né nella passione del Cristo. Tante erano le difformità dalla Chiesa Romana che l’Eresia Catara fu fra le più avversate.

Al contrario l’Eresia Valdese era più mite:Valdo, iniziatore del movimento, ricco mercante, vende ciò che ha dandone il ricavato ai poveri. Fa tradurre in volgare alcuni passi della sacra scrittura e comincia a predicare in pubblico, gli viene proibito e  la sua questa disobbedienza fa di lui un eretico, lui che aveva iniziato a predicare per far ravvedere gli eretici. Gran parte dei suoi seguaci vollero una rottura definitiva con la chiesa cattolica, anche se nelle basi della predicazione di Valdo non c’è nulla di dottrinalmente eretico.
Col passare del tempo i valdesi vennero poi confusi con i catari.
 
L’inquisizione contro gli eretici fu inizialmente affidata ai vescovi, poi all’ordine dei domenicani e dei francescani; non si può definire una data di inizio preciso, ma una serie di tappe e di eventi, per i quali vennero presi  provvedimenti in conseguenza alle varie eresie che via via sorgevano, vere o supposte che fossero.
L’inizio dell’inquisizione, si può fare risale al 1184, con la bolla Ad Abolendam di papa Lucio III, con la quale si formarono  gruppi di inquisitori che dovevano indagare sulle ortodossie e contemporaneamente si ordinava ai vescovi visite due volte all’anno nelle proprie diocesi alla ricerca di eretici.
Successivamente nel 1231 papa Gregorio IX nominò i primi inquisitori permanenti, incaricati a compiere indagini sui presunti fatti eretici e dopo due anni fu istituito un tribunale apposito, inquisitorio monastico-papale che doveva render conto esclusivamente al Papa e non assoggettato alla giurisdizione vescovile diocesana.
Frati mendicanti, francescani e domenicani, che erano più fedeli al Papa e potevano contare di numerosi conventi sul territorio, furono gli inquisitori ai quali Gregorio  IX, nel 1234, nella nuova bolla  parla del loro dovere di stanare e catturare gli eretici.

In Italia, già nel 1225 a Brescia si erano riuniti vari eretici e loro sostenitori, che combattevano contro la Chiesa Romana e il Papa. Avevano a tale fine fortificata la città con mura e torri.
Con questa premessa papa Onorio III  emanò uno statuto con il quale ordinò di abbattere le case torri di codeste persone. Allo stesso statuto dovevano attenersi le diocesi di Padova, Verona, Vicenza, Treviso, Bologna, Ferrara.

Successivamente  l'Italia venne divisa in 8 province inquisitorie; Lombardia e regno di Sicilia affidate ai domenicani, le altre sei, Marca Trevigiana, Romagna, Toscana, Marche, Umbria e Lazio, ai frati minori.

Si ebbe poi  un massiccio attacco alle “streghe”, fenomeno questo che si estese  in  tutta Europa  come conseguenza di carestie e pesti, di origine sconosciuta, che dilagarono durante il trecento.  Fecero diventare la stregoneria il capro espiatorio a cui attribuire ogni male si verificasse e non spiegabile in termini religiosi o pseudoscientifici, o ogni  bene non spiegabile sempre secondo le regole monastiche e divine.

D’altra parte già Alessandro III aveva affermato che le operazioni mediche, che avessero richiesto spargimento di sangue, non sarebbero mai state approvate dalla Chiesa [1]

Con la bolla di Alessandro III diventò possibile arrestare, processare, inquisire e condannare una persona senza che legalmente questa potesse opporre alcuna obiezione, in quanto il giudice poteva procedere in base al semplice “sospetto”, all’accusato restava solo la possibilità di confessare il crimine e, se non lo faceva, ci pensava la tortura o un regime di cattività molto pesante e questa norma fu quella a cui si riferiranno in seguito  gli inquisitori.
 
L’eretico o la strega per salvarsi dalla pena di morte avevano una sola possibilità: confessare quello che gli veniva contestato. Ma anche questo atteggiamento, spesso, non era sufficiente. E la discrezione del giudice era comunque sovrana. Le prostitute, invece, erano decisamente meno pericolose per la Chiesa:” meglio prostituta che strega”. L’istituzione religiosa condannava moralmente la prostitute ma ne riconosceva la piena legittimità, tanto che nessuno proibiva  di incassare quanto pattuito per le loro prestazioni sessuali. E questo per un motivo semplice: in tal modo quelle donne potevano pagare le decime alla Chiesa.

Dopo Alessandro III, Lucio III aveva dato vita all’istituzione delle “procedure d’ufficio”, in pratica prendeva il via il tribunale dell’inquisizione, una organizzazione giudiziaria ecclesiastica, che ribadiva tra l’altro la condanna ai Catari, ai Patarini, ai Valdesi e ai seguaci di Arnaldo da Verona. D’altra parte, lo stesso Tomaso d’Aquino nella Summa Theologica sosteneva che: “è un delitto molto più grave falsificare la fede, che è la vita dell’anima, che falsificare il denaro, che serve alla vita mondana”.
 
 Molti Papi intervennero su questi temi sino a  denunciare  sortilegi e  malie delle streghe che “distruggono uomini, bestie, campi”, ordinando di intervenire severamente contro i colpevoli. La stessa giustizia laica si associò a quella ecclesiastica, i gendarmi civili erano spronati alla caccia alle streghe con la promessa della remissione dei loro peccati nella vita ultraterrena. 

Tutti questi decreti contro l’”emergenza streghe” verranno, d’altra parte, riconfermati dalla bolla di Papa Paolo III Licet ab initio, nello stesso anno 1542 in cui si aprirà il Concilio di Trento.
Si fondò la nuova Inquisizione Romana, con gli stessi principi della prima e nominando come curatori di tale tribunali cardinali, che vennero poi nominati Inquisitori Generali. Il Concilio darà inoltre disposizione ai vescovi di eliminare “la fascinazione e l’incantesimo”, oltre ai “libri di astrologia e coloro che si dedicano all’arte magica”.

Forse furono proprio queste procedure a rendere l’idea di un Medioevo Oscuro, chiuso ad ogni innovazione, contrariamente a quello che effettivamente ora dagli storici viene ammesso e rivalutato nel vivere medievale…vedremo nel capitolo successivo come si evolse il medioevo in campo scientifico e culturale.

La Sacra (?) Inquisizione ci ha lasciato il ricordo di roghi, torture, a donne che spesso avevano soltanto l’intelligenza di istruirsi anche solo guardando la natura e il comportamento degli animali in situazioni particolari, ad esempio , costipati, andavano a cercare nel prato sempre la stessa erba per curarsi oppure sapevano curare ferite infette, cibare i propri figli con cibi proteici

guaritrici

streghe

 

 

 

 

 

 

 

Fino alla Rivoluzione francese (1789) la caccia alla strega con tutte le conseguenze del caso (da processi per stregoneria al rogo per le povere vittime, senza, ovviamente, dimenticarci dell'uso della tortura!) fu diffusa in tutti i paesi e in tutti gli Stati, senza differenza di credo religioso o di sistema politico in uso.
La caccia alla strega e le pene comminate, come ben documentate in più pubblicazioni da Levach, erano l'attività preferita in tutti i borghi e in tutte le piccole città d'Europa: per il fine settimana esisteva una specie di spettacolo, torture, prove particolari per stabilire se tali donne erano veramente in connubio con il diavolo, roghi ai quali la popolazione tutta assisteva con un misto di soddisfazione e paura, soddisfazione per essere stato eliminato un pericolo e paura specialmente per le donne di essere successivamente considerate alla stregua di quelle poverette che erano state sacrificate.

Contrariamente a quanto molti pensano la sistematica eliminazione delle streghe (pardon delle presunte streghe!), la caccia alla strega, proseguì fino ai primi decenni del XVIII secolo quando in America latina venne messa al rogo l'ultima donna.
Molti anni dopo le barricate di Parigi, in cui sulle note della Marsigliese si era affermata l'ideale di fraternità, eguaglianza e libertà e pochi decenni prima della nascita dei movimenti socialisti e operai che, sulle note dell'Internazionale, predicavano la giustizia sociale e l'umana redenzione, per l'ennesima volta si era ripetuto un antico e barbaro rito che prevedeva la morte di una giovane innocente la cui unica colpa era quella di essere estranea (per scelta o per malattia) alla società in cui era nata.
Anzi, come tante altre donne uccise nei secoli passati la sua unica colpa (se di colpa si può parlare!) era quella di essere nata nel secolo sbagliato!

… E non dimentichiamoci delle streghe di Salem i cui processi iniziarono nel 1600 e finirono in questo secolo.

"New England, inverno del 1692. Nella comunità puritana di Salem, Betty, 9 anni e Abigail, 11, figlia e nipote del reverendo Parris, vengono improvvisamente colte da violente crisi isteriche, quasi fossero perseguitate da oscure forze maligne. Ben presto alle due bambine se ne aggiungono altre, sconvolte dagli stessi spaventosi sintomi. Nel villaggio si scatenano il panico e la follia. Tre donne vengono accusate di essere in combutta con Satana, tre persone scomode per la PURITANA comunità di Salem: Tituba, la schiava indiana del reverendo, e con lei due donne che vivono ai margini della società. Inizia così un agghiacciante caccia alle streghe, e un' improvvisa ondata di violenza travolge la cittadina in preda a isterismi di massa, fanatismo religioso e interessi economici. In molti pagheranno con la vita colpe mai commesse, prima che sulla lunga notte di Salem torni a splendere la luce della ragione” così riporta da documenti dell’epoca la scrittrice Frances Hill nel suo romanzo.

Parla di isteria di massa, di paura di determinate persone, che sono elementi presenti tutt'ora nella nostra vita. Dobbiamo imparare, secondo Frances Hill, a ragionare con la nostra testa e a studiare ogni faccia della medaglia in gioco.

I processi per la caccia alle streghe di Salem si "conclusero" circa 300 anni dopo, solo nel 2001 vennero assolte dal Parlamento le ultime donne considerate streghe... ormai morte da più di 300 anni.

 Ma che dico? ancora oggi alcune società considerano l’adulterio femminile molto più criticabile di quello maschile e la morte per lapidazione valida pena per l’adultera

...e sino a tempi recenti anche in Italia esisteva il “delitto d’onore” commesso dal marito nei confronti della moglie e del proprio amante…

L´articolo del codice era sempre quello, il numero 587 ereditato direttamente dal Codice Rocco che recitava: «Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell'atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d´ira determinato dall’´offesa recata all’´onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da 3 a 7 anni».

E non a caso, gemella e speculare al ‘delitto d’onore’ era la norma sul ‘matrimonio riparatone che prevedeva che il reato di violenza carnale venisse estinto se lo stupratore acconsentiva a sposare regolarmente la vittima, salvando così l’onore della famiglia ….fu solo dopo il referendum sul divorzio prima e quello sull’aborto poi che le disposizioni sul delitto d’onore furono infine abrogate, con la legge n. 442 del 5 agosto del 1981. Ma fino a pochi mesi prima la legge è stata osservata al punto che l’ultimo delitto d’onore discusso in tribunale risale al marzo dello stesso anno” da http://www.storiaproibita.it/blog/?p=34

Ma ritorniamo al medioevo.

Il ruolo intellettuale delle donne nel medioevo, per le quali nella norma non era prevista l’istruzione, leggere e scrivere per la donna erano considerate azioni inutili, semplici perdite di tempo, fu però caratterizzato da un grande numero di filosofe che, attraverso lo studio della mistica religiosa, erano riuscite a penetrare nel campo della filosofia fino ad allora ritenuto un luogo solo e prettamente maschile. Fu questo il caso della famosa Eloisa.

La prima donna italiana a prendere la penna con intenti letterari fu Compiuta Donzella, una musica fiorentina del 1200, di cui ci restano tre sonetti. Da Compiuta ad oggi, molte grandi donne italiane si sono avvicinate alla scrittura, ognuna per un motivo e con un intento differente. I risultati sono stati i più svariati ed accattivanti.

Non vanno dimenticate tutte le pittrici, scultrici e musicanti dello stesso periodo, anche se i loro lavori non sempre furono attribuiti alle stesse: lavorando nel negozio del padre o del fratello artista, i loro lavori più belli vennero attribuiti indebitamente a quelli.

Ma parliamo di casi particolari, di donne cresciute nella nobiltà o che potevano, malgrado gli intenti della società del tempo, apprendere autonomamente, lavorando d’ago o di telaio, e ascoltando mentre i fratelli erano seguiti da tutori appositamente assunti dalla famiglia per istruirli.

Se poi arrivavano ad apprendere sino ad alto livello, sino ad essere loro stesse docenti erano fortemente criticate e costrette a vestirsi di abiti maschili per presentarsi agli allievi.

Nell'età moderna in molti paesi delle donne furono chiamate a ricoprire ruoli primari alla guida dello stato in qualità di sovrane o più semplicemente di sole reggenti.

Ma alcuni  casi sono gia' stati riportati relativi all'Impero di Bisanzio e dell'epoca dell'Alto Medioevo, ora vogliamo parlare di una donna particolare nel Medioevo

Matilde di Canossa

Abbiamo già parlato di donne rilevanti in campo politico nell’Alto Medioevo, ma per quanto riguarda il nostro territorio, in particolar  modo il territorio bolognese, dobbiamo ricordare Matilde di Canossa.

Non originaria della nostra zona, si pensa nascesse in Mantova, ebbe comunque una notevole influenza anche nel bolognese.
A soli trent'anni alla morte del padre divenne regnante, dimostrando di essere un abile Capo di Stato di un territorio che si estendeva su buona parte dell'Italia settentrionale e centrale. Era abile in  trattative diplomatiche ai massimi livelli e  attuava efficaci strategie militari per difendere i suoi possedimenti; riuscì a regnare ininterrottamente per quaranta anni.

Figlia di Beatrice di Lotaringia e di Bonifacio di Canossa; fu nipote dell'Imperatore Enrico III (Re d'Italia) pronipote del Papa Leone IX, cugina di Enrico IV Imperatore del Sacro Romano Impero e nipote del Papa Stefano IX, aveva un fratello, Federico, e una sorella, Beatrice, più grandi di lei. Per parte di madre era imparentata con  la famiglia imperiale che dominava l’Europa, e la famiglia del padre  proveniva da uno dei casati più importanti e ricchi d’Italia.

Già da piccola fu iniziata ad un’educazione rara a quei tempi anche nelle case nobiliari:  conosceva bene la lingua dei Franchi e quella dei Testoni oltre alla lingua madre, il longobardo, ovviamente sapeva leggere e scrivere e, dato il suo temperamento atto ad ogni nuova esperienza, oltre ai scritti religiosi validi per una giovane, Matilde con l’insegnamento , specialmente , di Giovanni da Mantova imparò grammatica, retorica e dialettica (il “trivio”) e  poi aritmetica, geometria, musica, astronomia, ( il “quadrivio”). La sua passione per i libri, l'arte, la liturgia e la musica, e la vita di regnante molto probabilmente l’avranno avvicinato anche a scritti di diritto, di filosofia e di architettura.

La storia di Matilde ci viene riportata in versi, in due volumi, da Donizone, monaco, poi abate, nel monastero benedettino di S. Apollinare di Canossa. L’opera di Donizone è di primaria importanza per interpretare la vita dei Canossa ed in particolare della Contessa Matilda, che egli ci ricorda come una donna dal carattere forte e deciso, provata da una vita intensa e difficile.

La madre rimasta vedova con 3 figli piccoli, Matilde aveva 6 anni, ebbe difficoltà a reggere il ruolo di Bonifacio e perciò si appoggiò ai pontefici, anche perché i Papi erano ecclesiastici cortigiani dei Canossa o parenti come ad es. il Papa Leone IX.

Nel 1053 Matilde di Canossa ed i suoi fratelli ottennero anche il privilegio di protezione personale dall'Imperatore Enrico III, ma in quello stesso anno morirono i due fratelli di Matilde,  morti probabilmente per un avvelenamento involontario o a causa di una delle tante epidemie che caratterizzarono tale epoca.

Alla morte del Papa Leone IX venne eletto papa Vittore II dal potere imperiale.
Iniziò in quegli anni il  dissidio tra l’Impero e il Papato per la supremazia nelle investiture, sia dei vescovi che del Papa stesso, di cui abbiamo già parlato in precedenza. 

Visto il crescente potere delle due Canossiane e l'assenza del loro alleato Leone IX, Enrico III prese in ostaggio Matilde di Canossa (di soli 10 anni) e sua madre e le portò in Germania, ma dopo un anno morì e Matilde con la madre  ritornarono a Canossa.

La madre Beatrice cercò una nuova protezione risposandosi con Goffredo il Barbuto di Lotaringia, cugino del Papa Leone IX e il patrigno per consolidare il potere suo e dei Canossa e per non dover in seguito dividere i loro possedimenti, impose la promessa di matrimonio combinato tra i due bambini (e cugini di 4° grado) Matilde di Canossa, sua figliastra, e Goffredo il Gobbo, suo figlio naturale.
Presto però l'imperatore del Sacro Romano Impero lo costrinse a fuggire e ritirarsi in Lotaringia, lasciando nuovamente sole, ma con più possedimenti, Matilde di Canossa e sua madre.

Il Papa Vittore II che era ospitato ad Arezzo dai Canossiani, morì nel 1057 venendo succeduto da Papa Stefano IX, fratello di Goffredo il Barbuto che voleva farsi incoronare Imperatore, usufruendo di un vuoto di potere temporaneo; non ci riuscì per la morte del Papa in terra toscana dei Canossa, ma senz'altro in quell'epoca la famiglia era la più potente d'Europa.

Nel 1059 il papato decise di sottrarsi alle logiche politiche imposte dai potenti dell'impero introducendo il Conclave dei Cardinali, tuttora in vigore e, allontanatosi dall'impero, si affidò perciò alla tutela dei Canossa i quali grazie al diritto-dovere dell'accompagnamento dei Pontefici, ne finirono per determinare la scelta dei Papi e le loro sorti.
 
Anche il nuovo Papa Benedetto X durò poco e anch'egli morì nella corte di Matilde di Canossa nel 1061, ed allora vennero eletti 2 papi: il Vescovo di Parma, Cadalo Pallavicino, come antipapa Onorio II eletto da parte dell'Imperatore ed il Vescovo di Lucca, nonché ecclesiastico dei Canossa, Anselmo da Baggio, come Papa Alessandro II.
I Canossa si opposero all'antipapa Onorio II e dopo varie vicissitudini si concordò di eseguire un nuovo concilio nel cuore del dominio Canossiano, a Mantova.
Il Papa Alessandro II dimostrò la legalità della sua elezione; i Canossa allora decisero di assegnare il Papato al loro candidato Alessandro II.

Matilde di Canossa si ritrovò di nuovo con un Papa amico o parente.
 
La madre, per salvaguardare le proprietà del casato dei Canossa e i suoi nella Lotaringia, si risposò con un parente vedovo, Goffredo il Barbuto, e una delle clausole delle nozze fu la promessa di matrimonio tra la giovanissima Matilde e il figlio del patrigno, Goffredo il Gobbo, appena avessero raggiunta l’età adatta.

Orfana, priva dei fratelli e fidanzata già a  sette anni, non ci fa stupire il suo comportamento di vita, la sua forza di regnante successivamente dimostrata.

Alla morte di Goffredo il Barbuto, nel 1069, le nozze promesse si fecero, Beatrice di Lotaringia ritornò in Italia ad amministrare i suoi possedimenti mentre Goffredo il Gobbo e Matilde erano signori in territorio franco. La nascita di una bambina e la sua morte ancora in fasce allontanò i due sposi e Matilde ritornò anch’essa in Italia nel 1072.
Dopo quattro anni Goffredo venne assassinato e morì anche la Contessa  Beatrice e Matilde si  trovò così ad ereditare a trent'anni un dominio che andava dal Lazio al Lago di Garda  e inoltre diritti ereditati dal marito in territorio franco, ma non riconosciuti a lei perché si era da lui allontanata ed era vessata dalla famiglia del marito.

Nel 1076 il territorio in suo possesso era vastissimo e  aveva il suo centro a Canossa, nell'Appennino reggiano, dove era stato costruito dal  padre Bonifacio un Castello ben fortificato.
Nominata normalmente con il titolo di Contessa di Canossa, titolo che aveva avuto come dote insieme alla signoria di Reggio, Modena, Mantova, Brescia e Ferrara, era anche Marchesa di Toscana e Signora su vasti territori dell'odierna Lombardia, Emilia-Romagna, ereditati dal padre già a sei anni. Per secondo matrimonio  acquisì il titolo di Duchessa. In seguito conquistò la signoria sul Ducato di Spoleto, ed aveva diritti  su signorie e castelli ereditati dalla madre nell'odierno Belgio, Lussemburgo, Francia, Germania e su molti altri territori del patrigno Goffredo il Barbuto.
 Fu poi Regina d'Italia dal 1111, quando fu incoronata presso il castello di Bianello (Reggio Emilia) dall'imperatore Enrico V.

Castello di Canossa

L’estensione dei territori canossiani implicava una forte alleanza della Contessa con il Papato, in piena lite con l'Imperatore per il problema delle investiture.
Matilde era per altro parente dell’attuale Papa Gregorio VII, che scomunicò i vescovi investiti dall’Imperatore.

La reazione dell’imperatore  Enrico IV fu la convocazione a Worms del sinodo dei vescovi tedeschi e il Papa fu da essi dichiarato illegittimo perché eletto in spregio alle regole canoniche del concilio Laterano del 1059 ( avverso al privilegio Othonis del 962), per le quali l’elezione del Papa doveva essere un atto del solo Collegio dei Cardinali ( attuale Conclave) e nessun laico, neppure l’Imperatore, poteva eleggere il Papa né affidare il governo di una chiesa. Gregorio VII era stato infatti eletto  per acclamazione popolare, quindi dai laici.
 
 Il Papa reagì scomunicando anche Enrico IV che scese allora in Italia, per continuare la lotta alleandosi  ai vescovi lombardi pure essi scomunicati.  Gregorio VII chiese l’appoggio della Contessa Matilde e  si rifugiò proprio nella rocca di Canossa.

Matilde esercitò le sue doti di diplomazia e convinse l’Imperatore a chiedere il perdono del Papa ed Enrico IV nel gennaio 1077 si presentò, quale penitente, al Castello.
Ma dopo solo due settimane dal perdono l’Imperatore riprese la guerra contro i sostenitori del Papa, che fu costretto  ad abbandonare nuovamente Roma.
Contemporaneamente Enrico proclamava Matilde 'rea di lesa maestà', con immediata  decadenza da tutte le funzioni pubbliche da lei detenute e  confisca di tutti i suoi beni. 

 Nel 1088 Enrico IV scese nuovamente in Italia, per combattere il  Papato e con l’intento di togliere, come aveva già stabilito, a Matilde tutti i suoi averi.
Del patrimonio canossiano rimasero solo quattro castelli:  Canossa, Monteveglio, Piadena e Nogara, che erano fedeli a Matilde, la quale vedendosi via via spodestata del suo territorio e su indicazione del Papa Urbano II, decise di sposarsi nuovamente.

Il secondo marito doveva essere di un casato fedele al Papa ed ostile all’Imperatore, purtroppo la scelta cadde su di un giovanissimo, sedici anni, duca di Baviera, non certamente abile nel condurre le guerriglie tra potenti amici dell’imperatore e riconquistare Mantova e le altre città che erano passate nelle mani di Enrico IV.

Enrico stesso ebbe gravi problemi con i due figli, Corrado e Enrico V. Alla morte di Enrico IV il figlio Enrico V, che lo seguì nella lotta italiana, si accordò con Matilde e nel 1111 le rese il domino dell’Italia settentrionale e si accordò con lei perché potesse riconquistare Mantova, fatto che si verificò tre anni dopo

La Contessa , ormai gravemente ammalata, si pensa di gotta, raggiunta l’età di 69 anni, nel 1115 morì a  Bondanazzo, dove venne sepolta nel convento di S. Benedetto  sull’Appennino, uno dei tanti che aveva seguiti e beneficati.
Nel 1635 le sue spoglie furono poi spostate a San Pietro in Vaticano, e poste insieme a quelle degli apostoli e dei martiri della fede.

Matilde di Canossa



Il patrimonio dei Canossa che con Matilde era di molto aumentato, derivava dall’avo capostipite della famiglia degli Attoni o Attonidi, Adalberto Atto.
Il potere che si era riunito nell’ultimo discendente Bonifacio di Canossa, padre di Matilde, non derivava da feudi  concessi dall’Imperatore o dal Papa, ma da diritti conquistati e da proprietà private, allodiali.
Il patrimonio si era via via ampliato mediante oculati acquisti e permuta di beni così da creare, con nuclei di territori confinanti, proprietà di notevoli dimensioni.Venivano permutati anche villaggi e piccoli castelli con ampi territori non coltivati e spesso paludosi, ad esempio nella valle Padana.
L’accumulo di tali proprietà era anche favorito da matrimoni dei giovani con discendenti di famiglie più altolocate, lo stesso Atto, capostipite, era sposato con Ildegarda di origine principesca, portatrice di un grande patrimonio dotale.
Il padre di Matilde, Bonifacio di Canossa aveva sposato in prime nozze Richilde, appartenente ad una famiglia aristocratica dell’area padana e di origine longobarda, che investì dopo il matrimonio 2000 libbre (d’oro?) nell’acquisto di 12 corti nei territori di Cremona, Mantova, Brescia e Verona, che si aggiunsero ai beni dotali e ai beni lasciati dal primo marito essendo Richilde vedova e senza figli maschi.
La seconda moglie di Bonifacio, Beatrice di Lotaringia, era di origine principesca, erede di una delle più importanti case europee e nipote dell’Imperatore Corrado II e si parla anche nel suo caso di acquisti dopo le nozze, a suo nome e in presenza di membri della famiglia di provenienza, di corti, terreni, castelli, incolti, beni che si andarono ad aumentare i beni dei Canossa. 
La famiglia era inoltre nota per essere composta da esperti gestori di proprietà rurali, cittadine, castelli distanti dagli originali proprietari, cavalieri, feudatari, ecclesiastici. L’oculata gestione faceva entrare nelle casse dei Canossa oro o altre proprietà, spesso quando tre generazione dei Canossa gestivano in continuo il terreno.

Non ultimo si era consolidato il sistema della Chiesa che procurava cariche ecclesiastiche in cambio di denaro, investimenti che i Canossa facevano ben sapendo che la direzione di una diocesi, pieve, canonica, monastero permetteva di accumulare denaro con  le decime e proprietà ulteriori come i lasciti testamentari.

Vi erano in fine le vere e proprie espropriazioni, violente, dei beni desiderati: Bonifacio non si fece scrupolo più volte di prendere con le armi le proprietà delle chiese locali. Era tra l’altro un condottiero, uomo d'armi spesso al fianco o in aiuto dell’Imperatore Corrado II in tutta Europa.

I Canossa nel volgere di qualche generazione  avevano accumulato come beni privati di famiglia tutto il nord Italia, e ciò comportava nello stesso tempo il controllo delle principali vie d’acqua della pianura padana centro-orientale, che attraversavano in gran parte i loro domini, ne costituivano l’ossatura portante e la possibilità di accumulare altro denaro tramite dazi e tasse di transito nei porti.
Avevano inoltre diritti di successione, in particolare Matilde, su ampi territori europei, quindi possiamo ancora dire che la figura di Matilde ci segnala il crescente potere delle Signorie nei confronti dell’Impero e del Papato e come arbitre valenti e spesso decisorie nelle diatribe tra i due poteri. Diatribe che si accentuarono alla morte della Contessa che aveva ceduto ancora in vita ampi territori, chiese, conventi, pievi, ospitali alla Chiesa e lasciato a vassalli e a tenutari Castelli, ricche, fortezze, cittadine.  

Quel potere e quella ricchezza che erano cresciuti con l’appoggio degli imperatori, ora tornavano in parte alla stessa istituzione che li aveva generati e favoriti, anche se Enrico V li rivendicava non come imperatore, ma come il più stretto parente di una dinastia tanto gloriosa, che così tristemente scompariva.

Lo “stato” canossiano, quell’organismo politico così ampio e complesso, che gli storici hanno definito come “potenza o stato incoativo” o “principato in fieri”, costruito pezzo per pezzo tanto abilmente, finiva con lo sgretolarsi per la mancanza di una discendenza e la parte maggiore la rivendicavano quelle stesse potenze, Papato ed Impero, con l’aiuto delle quali esso era stato costruito. Dalla sua disgregazione sorsero nuove entità, i liberi Comuni cittadini ed alcune delle maggiori Signorie padane.

Parliamo ora in particolare dell’opera dei Canossa e di Matilde nel  nostro territorio.

Il territorio matildico  individualizzato, oltre che dai tradizionali borghi in pietra e dagli imponenti castelli, era caratterizzato da numerose pievi, che ne rappresentano la dimensione religiosa. Queste pievi e le numerose cappelle minori svolgevano anche un ruolo di assistenza ed erano collocate sul territorio, spesso in unione con un castello. Anche le pievi facevano parte a pieno titolo dell'organizzazione territoriale matildica. Esse si mantenevano con le decime, cioè con le offerte dei fedeli, rigidamente regolamentate  dagli estimi periodici dei territori soggetti alle pievi.
Pochi di questi edifici ci sono giunti con elementi architettonici originali ancora ben leggibili. Hanno subito infatti nei secoli importanti modifiche.
Fino al XVI secolo l'orientamento delle pievi segue la tradizione che vuole la facciata rivolta a occidente. La pianta era rettangolare, per lo più a tre navate, con l'estremità absidata. Importante era la decorazione scultorea dei capitelli (conservati solo in pochi casi) e delle grandi fonti battesimali.

Un esempio bolognese di tali strutture è fornito da Monteveglio.

Le origini di Monteveglio  come comunità insediativa  risalgono in periodi molto più antichi; dagli scavi archeologici e dalla lettura delle strutture architettoniche ancora in essere si risale al I sec.  a.C.. Infatti resti di ville romane, colonne ioniche  di fattura romana ne testimoniano la datazione.

Durante L’Alto Medioevo Monteveglio  faceva parte di un sistema di fortificazioni che contribuì a trattenere i longobardi al di là dei confini dell'Esarcato Bizantino di Ravenna fino alla  conquista  nel 727 da parte di Liutprando.
Divenuto di proprietà dei Canossa, Monteveglio fu fondamentale per la disperata resistenza che la contessa Matilde oppose nel 1088 all' imperatore disceso in Italia per vendicarsi della celebre umiliazione inflittagli dal papa Gregorio VII.
L'imperatore vide morire un figlio in combattimento nei pressi di Monteveglio e  capì che doveva lasciare ogni speranza  di sottomettere il papato alla sua politica e verso l’inverno tolse l' assedio al castello.

Si accede ancora,  attraverso una porta merlata, ad un borgo situato in cima ad una collinetta e procedendo lungo l’unica strada si arriva alla antica pieve di Santa Maria, edificio di fondazione antichissima molto probabilmente costruito su un tempio romano, infatti si sviluppa su tre  livelli.
La parte più suggestiva della chiesa è la cripta, ubicata al di sotto del livello del terreno. all'interno della quale  si trova un'acquasantiera longobarda. Il monastero divenne sede di una confraternita francescana, che tuttora lo abita.

Ma i beni Canossiani, ritornati con Enrico V, nelle mani di Matilde non si fermano qui.
Se Ottone I aveva come strategia politica avvallato il comitato comprendente i territori di Modena e Reggio completi, il  Po fu per Atto capostipite non un confine dei suoi beni ma la proiezione dei suoi beni verso il Nord e verso l’Ovest padano e suoi figli seguirono tale politica estendendo il tutto verso il Sud, Tuscia, e verso l’Est, Romagna. E se Bologna e i suoi territori, specialmente la Bassa, erano sotto l’influenza del Papato e contesi da vari feudatari erano comunque centrali a questo vasto complesso (diritti di passaggio richiesti dai Castellani Bolognesi).

E inoltre la strada che dall’Adriatico andava verso la Flaminia e alla Tuscia passava per territori di pievi e castelli sotto i Canossa, i quali, per altro signori del Comitato di Modena-Reggio, presenziavano ad un placito (898) in fronte ai notari di Cinquanta per il passaggio di beni del territorio del Saltopiano (vedere capitolo sul Saltopiano)….  
 


Proprietà di Bonifacio

 

Proprietà di Matilde

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[1] Questa ordinanza può essere valutata positivamente perché si può dire che da quell’epoca la medicina finì di sottostare alla religione per cominciare a compiere il suo lungo e faticoso cammino per diventare una scienza, anche se all’inizio, come sappiamo, i primi chirurghi furono soprattutto  barbieri, detti anche cerusici, che operarono almeno fino al Settecento.

 

 


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