Capitolo Undicesimo - Vita Medioevale: 4 - Ecco San Giorgio...o meglio...


Perché tanta incertezza nello scrivere il titolo dell’articolo principale di tutto ciò che ci è venuto in mente di evidenziare sulla terra che ora si chiama San Giorgio di Piano?

Vi sarete domandati tante volte: “Ma perché non si parla mai della nascita del complesso abitativo di San Giorgio di Piano? Il titolo dato inizialmente a tutto il lavoro indica l’intenzione di voler scrivere la storia di San Giorgio di Piano, le sue frazioni e i dintorni”.

Una spiegazione esiste, nel voler tanto a lungo parlare delle epoche che precedettero il momento dal quale il nome San Giorgio di Piano si radicò e giunse sino a noi inalterato o quasi per il nostro territorio.


Da quando l’oceano della Tetide, ricordate i primi capitoli?, abbandonò la nostra zona e l’uomo arrivò dopo millenni ad abitare il territorio possiamo dire che un insediamento abitativo, dove adesso sono le nostre case, è sempre esistito, come si chiamasse non lo sappiamo, ma possiamo dire con certezza che l’uomo arcaico abitò qui.

Ritornate a leggere i primi capitoli e senz’altro capirete perché ci siamo comportati così.

Non si può parlare di luogo abitativo già esistente da millenni e cercare una spiegazione dei toponimi che ci circondano senza guardare in profondità le caratteristiche del suolo, la vegetazione, la fauna e l’avvento dell’uomo primitivo, il suo spostarsi sul territorio per raccogliere cibo, infine la sua esigenza di crearsi un riparo, prima momentaneo, provvisorio, poi stabile….non ultimo quello che ora è evidente e farne un confronto.

Tutte queste informazioni ci dicono perché l’insediamento si è formato proprio in questo posto e non in un altro.

Oggi è facile che sorgano cittadine dal nulla, o meglio un costruttore edile acquista un terreno, progetta un insediamento, magari con l’intento poi di allargarlo acquistando altro terreno circostante e, posta la prima pietra, appone all’entrata del cantiere un cartello con sopra già scritto il nome della nuova cittadina. Le case sono tutte nuove, spesso tutte uguali, dotate di ogni comodità, già pronte per essere acquistate ed abitate, pronte per una nuova comunità. Questo non è il caso della nostra cittadina.

Sì, la storia ci riporta, prima oralmente poi per scritto, della fondazione di città dedicate alle divinità, a Giove[1], a Ilio (o Troia), per volere di due gemelli, Romolo e Remo,…, ma sono casi rari, enfatizzati, per dare un inizio particolare a città diventate importanti nei tempi. Ma anche in questi casi se si volle scomodare, Giove, Atena ed altri non è detto che prima su quei territori non esistessero già insediamenti e con nomi del tutto diversi.


Gli archeologi hanno fatto della ricerca dei ruderi di tali importanti città dell’antichità lo scopo dei loro studi e ricerche, ma prima di arrivare alla scoperta di essi eseguono ricerche su fonti scritte, oppure, in mancanza di esse, ricerche sulla composizione dei terreni, sui pollini, sulle discariche, sulle rocce,… ed ora sono aiutati da rilevatori di metalli e da aerofotografie o meglio da foto satellitari.

Ritorniamo un momento alla scoperta riportata in Appendice 2 al Capitolo 5: evidenti segni di abitazioni sono state rilevate, sono le prime di quel complesso che ora chiamiamo San Giorgio?
E se riguardiamo ai ritrovamenti di età celtica, etrusca, gallica, romana possiamo dire che questo territorio non era abitato, prima di avere un nome riportato poi sui documenti scritti?


Quando si parla del territorio di San Giorgio di Piano non bisogna commettere l’errore di identificare l’area del vecchio insediamento con l’area attuale. I confini iniziali hanno subito nel tempo notevoli mutamenti e non possiamo né sappiamo con esattezza fare un confronto. Spesso parti che erano del territorio vecchio Sangiorgese fanno ora parte dei comuni limitrofi e viceversa.


È da credere, con qualche ragione, che quando il territorio bolognese fu colonizzato, fra le terre distribuite ai soldati posti a guardia delle vie militari fossero comprese, per ovvi motivi di difesa, anche quelle dell’attuale San Giorgio di Piano e degli altri insediamenti situati lungo questa strada consolare, la Galeria, che collegava la via Aemilia con i territori dell’alto Adriatico sino ad Aquileia.

Dell’antico nome che ebbe questo sito al tempo dei Romani non si può dire con qualche fondamento perché mancano notizie esatte in proposito.

Sembra che soltanto alla metà del secolo X si abbiano cenni di Massa Tauriana, Silva Tauriana, o Tauranum che il Landi credette di poter identificare con San Giorgio di Piano.
[2]
Ma questa affermazione non è completamente accettabile, in quanto tale indicazione potrebbe riferirsi ad una località diversa, sia anche vicina, oppure potrebbe indicare tre diversi luoghi nello stesso territorio oppure tre diversi insediamenti in tempi diversi o lo stesso insediamento, che cambia nel tempo il proprio nome.

Non dobbiamo poi dimenticare che il termine Massa stava ad indicare un complesso di fondi, per la maggior parte coltivati, mentre Silva indicava chiaramente una zona boscosa dedicata al pascolo brado: ci si trova quindi di fronte ad una indicazione per lo meno discutibile per vari motivi

Ammettendo anche la denominazione di Massa Tauriana come la più antica per indicare San Giorgio di Piano, abbiamo un documento del 946, in cui Almerico Marchese e Franca sua moglie donano alla chiesa di Bologna i loro beni e precisano

« rebus nobis pertinentibus in saltus plano, silva tauriana cum novem fundoris suis, seu silva maiore simulque fundo Arsele (….) »

ed inoltre l'imperatore Ottone I nel 947 lo cita come "Castello sancti Georgii": gli abitanti avevano scelto il nome di San Giorgio di Piano, di chiara derivazione cristiana, a sostituire un toponimo molto probabilmente di origine romana, pagana?  
Non dimentichiamoci inoltre che i Longobardi cristianizzati veneravano San Giorgio, infatti troviamo il toponimo San Giorgio in varie parti della penisola che furono sotto l'influenza longobarda.
Oppure il nome del complesso deriva in modo molto semplice alla Pieve dedicata a San Giorgio, di cui abbiamo già parlato, e questa forse è l'ipotesi più credibile.


Siamo in epoca storica e forse dentro ad un gruppo di documenti esiste quello che potrebbe risolvere il mistero, se mistero è. Per ora noi lasciamo ad altri questo non facile compito di ricerca ed indichiamo invece l’uso a partire dall’Alto Medioevo della denominazione attuale nei documenti sinora esaminati dai vari studiosi.

Poiché l’attuale Comune di San Giorgio di Piano è composto da quattro elementi principali, San Giorgio, detto anche Castello di San Giorgio dai vecchi sangiorgesi, Cinquanta, Gherghenzano, Stiatico, ci sembra logico riportare in sezioni separate le notizie relative e le relative fonti per poterne fare un confronto.

Dal Dizionario Toponimico di Fornioni (in ASB):

- Cinquanta nel plebato[3] di S. Giorgio dal 1366, Vicariato di S. Pietro in Casale. La Parrocchia di S. Vittore e Martino.

- S. Giorgio fu Castrum . Plebanato nel 1366, compreso nel Vicariato di S. Pietro in Casale nel 1352, suo dominio l`ecclesia di S. Donnino.

- Presenza dell`Hospitale di Domina Hostia (via Lepre) Stradello della Lepre: nell`elenco delle decime del 1300 si precisa :
D. Cathelanus administrator Ospitalis D. Ostie Sacramento excusavit.”
 
Nel1315 il detto Ospitale e` ricordato come esente dalle decime[4]

- San Giorgio di Piano anticamente detto Silva Tauriana o anche Massa
Tauriana o Taurana.

Dagli Estimi del 1475 e successivi (ASB)


Estimi del 1475

- S.Giorgio con Stiatico e Funo è inserito nella Porta Ravennate.

Estimi del 1571

- per S. Giorgio di Piano sono indicate le seguenti località:

Campedello, Polechia, Lardarolo, Cenesello, El Maza, Pradarino

( NB riportare l’estimo di SGP )[5]

In Rationes Decimarum Italiae per I secoli XIII e XIV al vol. III (Aemilia) sono citati:

- Sanctus Georgius de Plano

- Stiglaticus (Stiatico) de Plebatu Sanctii Georgii

Dal “ Corpus Chronicorum Bononiensium” a cura di A. Sorbelli, tomo XVIII, anni 1351-1425

- 1356 Sam Zorzo, località dove passa l`esercito della Lega contro i Visconti

- 1360 Simon da San Gorzo, ambasciatore dal Papa, a offrirgli la città di Bologna

- 3/2/1387 Sam Zorzo de Plam, l`esercito al seguito del conte Luzzo per due giorni saccheggia il suo territorio: si tratta del capitano di ventura Lucio di Lando

- 1388 Il castello di Sancto Giorzo de Piano fu fatto nel mese di giugno

- 1394-95 Zhoanne de Misser Simone da Sancto Zorzo , cittadino di Bologna, e altri tentano di uccidere Azo d`Este senza riuscirci

- 1428 San Zorzo si ribella al comune di Bologna ed è colpito da interdetto

- 1443 Sam Zorzo rimane in mano a Niccolò Piccinino, capitano di ventura. Giunge l`esercito di Bologna a cui San Giorgio offre pane e vino

- 1452 il 20 ottobre uomini del castello di Sam Zorzo de Piano scavano una delle fosse intorno a Bologna

- 1454 San Zorzo invia 15 corbe di spelta per il matrimonio di Sante Bentivoglio

- 1477 Epidemia a Sam Zorze de Piane

- 1480 un contadino di San Zorgo è giustiziato a Bologna (bruciato perché assassino e ladro)

- 1492 a San Zorzo una grandinata violenta.


Dalla “
Cronica Gestorum Civitatis Bononiae” di H. De Bursellis

- 1275 una famiglia proveniente da Sancto Giorgio di parte ghibellina, seguace dei Lambertazzi

- 1360 Symon de Sancto Georgio ambasciatore del comune di Bologna offre al Papa il dominio della città

- 1388 S. Giorgio di Piano sulla strada di Ferrara rafforza le fortificazioni del proprio borgo

- 1412 id muore in carcere in seguito a supplizi inflittigli per macchinazioni contro lo Stato

- 1452 un certo Luco de Sancto Georgio libera insieme ad altri don Nicolò veronese , prete mago, mentre era condotto al supplizio


Leggendo “
Della Historia di Bologna , anni 1426-1509” di C. Ghirardacci

- 17/6/1454 violenta grandinata su San Giorgio e Stiatico

- 1467 pestilenza a San Giorgio

- 1471 nella giostra tenutasi a Bologna per S. Petronio riportò un premio un certo Bartolomeo di Antonio di San Giorgio di Piano, insieme a Tasso di Lodi

- 1490 lo stesso Bartolomeo è al seguito di Annibale Bentivoglio



STIATICO

Dal “Dizionario dei toponimi” di Fornioni T. (in ASB) sappiamo che

- la parrocchia di San Venanzio aveva come antica denominazione
        Sacatigiaticum, Stigliaticum
e infine

- Stiaticum compresa nel Plebato di San Giorgio dal 1366.

In “Rationes Decimarum Italiae per i secoli XIII e XIV alle colonne 2575-2590 si parla del

-
Plebatu Sanctii Georgii e si cita Stiatico con la denominazione Stiglaticus.

Dal “Corpus Chronicorum Bononiensium” a cura di A. Sorbelli vol. IV per gli anni 1426-1500 abbiamo la notizia del

- 1454 in cui si dice che
Stiadegho venne danneggiato da una tempesta.


In “
Della Historia di Bologna (1426-1509)” di Ghirardacci C. per il

- 1431 si nomina Nannino da Stiatico degli Anziani di Bologna per Porta Stiera

- 1445 Antonio di Bartolomeo da Stiatico bandito da Bologna perché seguacedei Canetoli: con lui sono banditi pure Jacobo e Nicolò di Bartolomeo da Stiatico.

- 17 giugno 1454 si segnala una violenta grandinata su Stiatico e San Giorgio.

- 1508 Giangiacomo da Stiatico è ucciso da un tal Virgilio, soldato del Duca di Urbino.

In “Dal Santerno al Reno” vol. III ,

Fin dal 1300 Stiatico ebbe una vita religiosa autonoma e ancora più lontane si collocano le origini della sua vita civile , infatti in un documento del 1250 si legge che per due anni Bologna impose a Stiatico un massaro[4] di propria fiducia in luogo di quello nominato localmente: ciò è da attribuirsi al comportamento ambiguo tenuto da Stiatico nel corso di una guerra contro Modena.

Stiatico dopo i due anni di governo bolognese ritorna autonomo per un periodo imprecisato, ma dovette unirsi al comune di San Giorgio di Piano perché abbiamo notizia che il 18 agosto 1424 se ne distacca per ritornare autonomo anche se unito a Sala Pocetta o Pozeta o Poggetta.” [5]


La chiesa di San Venanzio, patrono della località, è databile al 1378. L’edificio ha subito vari interventi che hanno modificato la sua forma originaria. La statua in gesso del santo patrono, all’altar maggiore, è opera di Giacomo de Maria (XIX sec.)”.

( NB schizzo della Parrocchia di Stiatico)

In Olivieri 1959,

- Hostiliaticum o Septiliaticum: nome antico di Stiatico. Septiliaticum potrebbe indicare luogo lontano sette miglia romane da Bologna.

Tenendo però presente la lunghezza del miglio romano, 1.480 m., e della distanza attuale di Stiatico da Bologna, 12.900 m., i conti non tornano in quanto 7 miglia romane corrispondono a 10.360 m, a meno che l’insediamento antico di Stiatico non si prolungasse oltre Funo, ipotesi un po’ azzardata.

Anche in Guidotti 1974 ,

- si ricorda Hostiliaticus come derivante da un gentilizio romano.

Da uno Stato delle Anime del 1500 si rileva che

- il numero degli abitanti era di 250 persone: 84 uomini, 91 donne, 21 putti, 29 putte, 2 “vecchi vecchi” e da 12 putti e 11 putte inferiori ad un anno.

Questo censimento, ottenuto dal Libro dei Vivi, ha una particolarità: vengono censiti anche i putti e le putte con età inferiore all’anno. Data la grande mortalità infantile di quei periodi i Parroci erano soliti non censire i bambini di tale età né nel Libro dei Vivi, né nel Libro dei Morti.


GHERGHENZANO


Dal
Dizionario Toponimico del Fornioni in (ASB)

- 1352 parrocchia dedicata a San Geminiano e Benedetto, nel Vicariato di S. Pietro in Casale

- 1408 nel Plebato di S. Pietro in Casale

Sono inoltre testimoniate le seguenti antiche denominazioni:

Gargenzanum, Gherghinzanum, Gregenzanum


CINQUANTA


Leggendo Dal Santerno al Reno vol. III pag. 187

- si ha memoria di antiche chiese: San Vittore e San Martino di Fregarolo ( vedi sopra) le quali ebbero cura di anime fin dal 1378,

- 1403 furono unite in un’unica chiesa conservando tuttavia i nomi dei due patroni

- 1406 fu abbattuto l’antico edificio di San Martino di Fregarolo

Da M. Fanti, Sulla costituzione ecclesiastica del Bolognese. Studi storici, p. 107, 1969

Cinquanta era tassata per 4 soldi e 6 denari come decima, imposta al clero da Clemente V nel Concilio di Vienne 1312 a sussidio della impresa di Terra Santa

Il toponimo Cinquanta risale indubbiamente all'epoca della conquista romana sui Galli Boi, ivi stanziati (189 a. C.), come tanti altri toponimi quali Trecenta (Rovigo), Ducenta (Ravenna), Nonantola (Modena), Cinquantuno (San Giorgio di Piano) è di derivazione agrimensoria, cioè è nata dal numero di particelle assegnate al fundus durante la centuriazione coloniale fatta dai conquistatori romani.

I toponimi Cinquanta e Cento sembrano riferirsi anch’essi alla lottizzazione agraria, ma esprimevano più verosimilmente una misura di superficie di estensione inferiore, quinquaginta, o superiore, centum iugera, alla centuria.
Si trattava probabilmente di "
terreni con anomalo regime giuridico, perché situati ai margini del terreno centuriato in corrispondenza di ostacoli naturali come fiumi e paludi o in aree prive di resti di divisione agraria" antecedente a quella romana.

Ci siamo già occupati più ampiamente della centuriazione di Bononia fondata nel 189 a.C. come colonia latina con 3000 famiglie, un numero modesto rispetto a quello insediato a Ariminum, dove il suo scopo era quello di proteggere la Romagna pacificata e per fornire da bacino di riserva per le operazioni militari contro le popolazioni celtiche e liguri annidate sull'Appennino.

Sembra che fossero assegnate in proprietà privata 50 iugeri (circa 12,5 ettari pari a cinquanta giornate di aratura ) alle famiglie di censo inferiore, mentre a quelle di censo superiore (forse per benemerenze particolari o per raccomandazioni ?) invece 70 iugeri ( circa 17 ettari).
Sicuramente c'era qualche sovvenzione statale per le spese iniziali di impianto ed attrezzatura; sembra che si ricorresse a salariati per l'aratura, sistema questo che contribuì sicuramente all'integrazione tra i coloni e gli indigeni, con il raggiungimento per gli indigeni stessi del livello civile superiore che voleva poi dire l'acquisto della cittadinanza romana.


(NB pianta del complesso SGP odierna con in sovrimpressione la centuriazione)

Della centuriazione in pianura ne è esempio il Canale Navile, al confine est del territorio sangiorgese, che è stato adeguato al percorso di un antico limes seguendo il tracciato di un cardo. (vedere scritto di…)[6]
La capillare sistemazione territoriale romana per il massimo sfruttamento agricolo, con bonifica delle terre paludate e arginatura e regolamentazione dei corsi d'acqua, anche al di fuori della maglia centuriale, portò ad un mutamento del substrato vegetativo e di conseguenza ad uno spostamento delle specie animali selvatiche verso altre zone più tranquille, come ad esempio le valli del delta del Po, oppure le prime pendici collinari.
Dapprima sorsero casolari isolati e si formarono poi gruppi organizzati di abitazioni, fino alla costituzione, in piena età imperiale di vaste proprietà gentilizie, amministrate da schiavi (dispensatores).

Nella nostra zona, inizia, sulle vie di collegamento tra Bologna e il delta del Po, la costruzione di ville e stabilimenti per la produzione di laterizi e di manufatti: esempio notevole è il materiale ritrovato a Maccaretolo e a Cinquanta.

In Stiatico, Gherghenzano, poi in S. Giorgio Castello, e in Cinquanta si individuano le tracce di cardines. Tra di essi uno senz'altro è quello massimo che continua idealmente quello bolognese[7], che fuoriesce da Porta Galliera.
Non si può dire che la Galliera, tutta, segua la traccia della centuriazione, ma gli importanti ritrovamenti di Maccaretolo e i precedenti in San Giorgio e Cinquanta e le più recenti tracce negli scavi della Bonifica Renana a Cinquanta (2001) fanno pensare ad un'importante arteria funzionante in un lungo arco di tempo.

Già E. Brizio in “Notizie degli scavi” 1891, pag. 21 e 1892 pag. 12 descrisse i monumenti sepolcrali romani recuperati in questa zona e cioè il sarcofago che per T. Veneio Procolo fece erigere per sua madre, Statia Marcella, e quello che per Statia fece porre il nipote Quinto Veneio Procolo.

Il complesso abitativo di Cinquanta doveva essere già importante nel Basso Medio Evo se nella villa “ qui dicitur Quingentas”, nel luglio del 898, si tenne il placito, stilato dal notaio Lupo, "dativo" della Pieve di S.Vincenzo di Salto Piano, per la lite fra la Chiesa di Modena e il Monastero di Nonantola avente come oggetto il possesso di alcune terre, ( vedere cap. XI – 3 Il Saltopiano), lite conclusasi a favore del Monastero.

Ancora sui toponimi antichi

Abbiamo già riportati, parlando del Saltopiano, toponimi di località che oggi fanno parte di San Giorgio di Piano e di altre località adiacenti, che forse nel passato potevano far parte di tale insediamento.

I toponimi della nostra pianura ci raccontano la storia della pianura stessa, come pure i cognomi, come vedremo più avanti, ci narrano della popolazione. Tante sono state le diverse popolazioni che si sono avvicendate sul territorio, con usi e costumi diversi che non è possibile ritrovare una radice unica nella formazione dei toponimi e dei patronimici.

Spesso i toponimi derivano dai patronimici o viceversa, quindi ci si trova imbarazzati nel dare una definizione univoca ai nomi.

Tra i i nomi locali aggettivati in -anus e designanti fundi e in -ana designanti villa si possono vedere nel Comune di San Giorgio di Piano e nelle immediate vicinanze:

GHERGHENZANO (Gargentianus o Gragentianus), VENEZZANO (Venetius), RUBIZZANO (Urbicius), Fortana, Scarano.

Abbiamo già parlato di centuriazione romana, alla quale si possono far risalire i toponimi CINQUANTA e CINQUANTUNO, anche se reticolati di centuriazione non sono sempre evidenti in loco, dato il movimento dell’alveo del fiume Reno e gli aquitrini e risaie in loco, ma scavi archeologici confermano nuclei abitativi di epoca romana.

STIATICO ha il suffisso -atico tardo latino designante appartenenza e sono noti ritrovamenti archeologici romani.
Un’ipotesi nuova per altro azzardata, può essere fatta confrontando l’assonanza tra Stata mater =Vesta e Stator=Giove con Stiatico o Statico.
Forse vi erano edifici di culto di tali divinità?

Altri nomi riguardanti il terreno come Motta, di cui abbiamo già discusso e vista una mappa di Santa Maria in Duno,vedi cap. VIII – 7, e Borra possono essere di origine celtica .

Borra infatti proviene d
al celtico Burra o prelatino Borra con il significato di “oggetto rotondo”, “trave” ricavata dal legno di pino per fare costruzioni o arnesi.

Abbiamo già ampiamente parlato sempre in cap. VIII – Appendice 2, con ipotesi forse un po’ azzardate, del toponimo FORTUNA, molto raro per altro in tutta la penisola, considerando una possibile sede in età romana di un tempio dedicato alla dea Fortuna.
La sua localizzazione lontano dal centro abitato ne identificherebbe una divinità di provenienza straniera, celtica antica, associata al Dio Sole e in correlazione con le divinità celtiche come Rosmerta, dea della fertilità, che sembra precedere come datazione la dea Fortuna romana, e Nehalennia, la Dea Madre.

Certamente le varie popolazioni[9] che si sono avvicendate nella zona hanno senz’altro avuto un’influenza sui toponimi, ma, come abbiamo già precisato, il popolo che abitava i territori implicati era strettamente legato ad un suo modo di identificare il territorio e si può dire che i nomi che così si sono formati formino la base la più radicata nel sentimento degli abitanti e più difficile da dimenticare.

_______________

[1] Esiste il Comune di Giove nell’alta valle del Tevere, l’insediamento prese tale nome dal vicino tempio dedicato a Zeus, Giove, che sorgeva nei pressi.
[2] Confronta Rizzo 1989, pagg 323-329, Casini 1909
[3]
Per Plebato o Chiesa Plebana si intendeva una Pieve.
[4] Delle riscossione delle decime era delegato i
Il massaro: sindaco o console o podestà, comunque l’autorità massima del luogo.
[5]
Il paese che da comune, diventa “villa” o frazione di un altro è un fenomeno molto frequente in questi secoli ed è indice di impoverimento demografico od economico, causato da carestie, epidemie, invasioni ecc..

[6] Gli incroci formati da cardines e decumani erano normalmente segnalati da cippi terminali, che si sono trasformati in edicole sacre dedicate alle divinità dei crocicchi (Lares Compitales) e si sono mantenute nel tempo, divenendo edicole del culto cristiano
[[7] In Bologna si individuarono il cardo maximo e il decumano maximo in base ai selciati ritrovati durante gli scavi per il sottopassaggio di via Rizzoli. Il decumano corrisponde tuttora all'attuale via Rizzoli e via Ugo Bassi, da Piazza Ravegnana a Piazza Malpighi, l'antica via Aemilia. Altri reperti in via Galliera e in Via D'Azeglio alta documentavano il cardo.
L'incrocio di tali strade è secondo alcuni topografi da individuarsi nell'area di Palazzo d'Accursio, cioè il Foro, attorno al quale, con scavi recenti in via Carbonesi, si è portato in luce l'Anfiteatro.
Secondo altri l’incrocio è in via Ugo Bassi, in prossimità dell’ala ovest del Palazzo d’Accursio: la via Galliera è il vero cardo, che si ritrova poi spezzato all’altezza del guasto di via Porta di Castello, guasto di un Castello medioevale costruito sulle macerie di una cospicua costruzione romana. per poi proseguire a lato del Palazzo d’Accursio e per via Val d’Aposa, incrocio via Carbonesi, via Tagliapietre e via d’Azeglio.
Questa seconda ipotesi troverebbe conferma in quanto scritto dal Fanti e dal Bergonzoni (vedere bibliografia)
[8]
Dall’Alto Medio Evo in poi si sono susseguiti nel Saltopiano i Conti di Modena, di Ferrara e Bologna, i marchesi di Toscana, le chiese di Ravenna, Ferrara e Bologna, i monasteri di Pomposa e Nonantola. Abitanti con diverse basi storiche anche se sempre abitanti nel centro- nord italiano.
[9] Vedremo più avanti in Appendice, trattando della parlata locale, le relazioni e affinità tra le varie terminologie usate dai diversi popoli che si sono avvicendati sulla bassa bolognese e se riusciamo cercheremo di costruire anche piccoli dizionari (celtico,etrusco, greco, longobardo) sulla base dei nomi più ricorrenti e di sicura provenienza, per confrontare il dialetto odierno con elementi antichi

 


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