Capitolo undicesimo - Vita Medioevale: 3 -Il Saltopiano


 Il nord-est dell’Italia fu sempre nell’idea espansionistica romana e si rese evidente nel 181 a. C. con la formazione della colonia di Aquileia, cioè con un’iniziativa che vedeva una politica nella parte alta del mare Adriatico e nei fiumi in esso confluenti, iniziativa che si definì ulteriormente con la costruzione di un complesso viario, di cui abbiamo già parlato, complesso che permetteva la penetrazione romana ma manteneva le realtà preesistenti.
Abbiamo anche già parlato  della volontà di Roma di spingersi verso i mercati dell’Europa centrale e contemporaneamente di riordinare i territori della valle padana, con nuove strade, bonifiche, insediamenti. 

In questo prospetto si inserisce un territorio particolarmente felice sia come coltivazione, incrocio viario, insediamenti e individui ben equilibrati, per lo più derivanti da precedenti popolazioni autoctone o provenienti dal nord Europa pacificamente o insediatesi normalmente dopo vari scontri.

Roma cercava un nuovo equilibrio tra le realtà dell’entroterra padano e la linea costiera adriatica
Le forme della viabilità all’interno di questa area, dalla morfologia particolarissima, erano frutto di un cospicuo intervento umano, che aveva dato vita ad una fitta rete di canali e di argini per irrigare il suolo, in parte prosciugato, e per costituire vie di navigazione che interessavano anche le città più interne, toccate a loro volta da vie d’acqua.

In età romano-imperiale, poi in età gota, esisteva un sistema viario che pur mantenendo articolazioni e differenziazioni di diversa matrice, costituiva lo sbocco naturale del sistema economico e produttivo regionale, con base nell’area litoranea.
Ciò portò certamente alla crescita di centri urbani nuovi  e talora alla decadenza più o meno netta di centri preesistenti,  ovviamente furono processi molto lenti, che in  un primo momento si esprimevano come linee di tendenza.

La guerra tra Goti e Bizantini,  e il successivo ingresso in Italia dei Longobardi con la presa di possesso del territorio italico da parte dei nuovi invasori portò a trasformazioni non pianificate e allo stesso tempo l’insediamento  dell’uomo limitato, in un primo tempo, ad alcuni punti nevralgici del territorio, capaci di consentire il controllo delle principali vie di traffico.
Il confine politico tra longobardi e bizantini ridisegnò la  rete viaria regionale, che  privilegiava i percorsi tutti interni a ciascuno dei due ambiti.
Non si crearono nuove strade, ma si rilanciarono le piste antiche., ma su tali piste esistevano da secoli insediamenti già consolidati anche se non grandi e prettamente rurali.

L’Alto Medioevo ereditò da Roma un sistema viario complesso e perfettamente rispondente agli assetti economici della regione Emilia e andò ad adattarlo alle proprie esigenze.
Nella  pianura emiliana, a metà dell’VIII secolo si era già completato un comprensorio territoriale valido dal punto di vista insediativo, che  aveva cercato di coglierne le peculiarità e i mutamenti sorti  nel lungo periodo.

Ne è testimonianza un complesso  ben integrato di fonti scritte e archeologiche.

La ricerca archeologica dell’Alto Medioevo ha preso avvio dall’analisi delle fonti scritte del tardo Impero e nel caso del nostro Saltopiano, uno dei distretti di ambito rurale che si ritrova nelle fonti tra IX-XII secolo, in passato già affrontato dalla storiografia, ultimamente  la ricerca  sul terreno sta diventando sempre più organizzata e significativa.

Si parlava del territorio del Saltopiano come di un’area particolare, fitta di boschi, incolta, povera, per poi arrivare ai nostri tempi a ricrederci alla luce di una strada consolare, la Galeria, che l’attraversava, di tante altre strade di scorrimento e di canalizzazioni e di fiumi, che non potevano non rendere tale territorio rurale, attivo e commercialmente valido ed ambito dalla nobiltà e dalla Chiesa.

Le vicende del luogo in epoca alto-medievale si riferiscono al frazionamento, attorno al X secolo, del cosiddetto Saltus Planus, come un grande latifondo posto a sud del Po’ di Ferrara fra i territori di Mantova, Modena, Ferrara, Bologna e Ravenna, suddiviso in masse, a loro volta costituite da feudi, retaggio delle  unità terriere della romanità.

D’altra parte volendo scrivere la storia di insediamenti tardoantichi e medievali non si può non conoscere discipline come l’archeologia romana e medioevale, la storia del basso impero romano e dei luoghi e delle strutture politiche medievali.
Quando si parla di insediamenti, non ci si può riferire solo alle città o solo ai borghi rurali, date le trasformazioni che nel tempo si sono prodotte nei territori.
Spesso anche una piccola porzione di uno scritto o un frammento di una stele, riportante un nome,  ritrovato in luogo impensato può aprire inaspettate nuove conoscenze.

Il luogo che andiamo ora ad analizzare, che rappresenta per il nostro territorio la base delle conoscenze in ambito rurale, ha comunque un grosso neo: l’insediamento rurale altomedievale è quello che presenta maggiori caratteri di incertezza e la problematica è per molti storici ed archeologi di natura igienica (!)

Mentre nelle città esistevano zone fornite di latrine od usate come latrine, che venivano ripulite per conservare vivibili gli edifici adiacenti, negli insediamenti rurali ciò non era possibile.
Il nobile, il monastero, il padrone del fondo e delle case coloniche in esso impiantate, costruite in legno e non dotati di sistemi igienici, spesso per evitare l’espandersi di epidemie distruggeva il complesso abitativo,  dando fuoco al complesso stesso, per ricostruirlo in terreni che sino allora erano stati utilizzati per le coltivazioni.
Dedicava poi i campi precedentemente abitati o utilizzati per il pascolo brado a nuove culture: il terreno era stato naturalmente concimato e migliorato dalle ceneri di combustione.
Era anche quella una forma di rotazione della coltivazione.

Nelle città ciò non avveniva,  i fossati che circondavano il castello, il palazzo, il monastero, servivano sì come sfogo del sistema di latrine, ma il materiale reperibile non veniva utilizzato  all’interno della città stessa, ma portato all’esterno del circondario delle mura cittadine.
Infatti è  facile avere rinvenimenti archeologici al di fuori delle mura di insediamenti urbani e analizzare i pollini  di risulta ed ortivi per lo studio dell’alimentazione nell’antichità.    

Altro aspetto determinante quando si vuole studiare un territorio è la individuazione dei confini. Parlare di confini per l’età medievale significa fare riferimento ad una realtà estremamente composita e instabile, a “una trama irregolare di linee e soprattutto di addensamenti di possessi, competenze, pratiche, rituali, prerogative, diritti, poteri”.
L’intero medioevo ci presenta nella zona rurale alternativamente la presenza di confini lineari, spesso risultato di centuriazioni romane, e  confini zonali, con precisazioni che spesso  ne dichiaravano la loro funzione come elemento di contatto più che di separazione e la loro origine storica, derivante per lo più, in  periodo altomedioevale, dall’inserimento in un territorio di una signoria territoriale o di una parrocchia, o nell’ambito di una diocesi e dell’ambito del contado ad essa annesso e della conseguente  riscossione delle decime delle chiese battesimali.

Il vocabolo italiano confine è in stretta relazione con quella dei vocaboli latini  confines e più spesso fines e la distinzione tra confine e frontiera, che è la più evidente. Anche ogni frontiera è ovviamente anche un confine, comunque con  un contenuto politico più articolato e stratificato, con coinvolgimento di attori politici e sociali eterogenei.

Il Saltopiano rinchiude in se i due aspetti: frontiera tra la Longobardia e la Romania e insieme di confini derivanti dalle diverse proprietà all’interno del territorio di frontiera.

Se vogliamo definire il territorio del Saltopiano nel suo complesso dobbiamo fare riferimento ad una moltitudine di piccoli borghi, accorpamenti di case rurali  ed anche cittadine che, sorte in età romana lungo e ai bordi della strada consolare,  hanno anche utilizzato per i loro lavori e commerci della via fluviale dell’antico Reno e poi si sono sviluppate nell’Alto Medioevo.

I rilevamenti e i reperti che abbiamo riportato in un capitolo precedente ce ne danno solo una piccola testimonianza, ma ampiamente valida in quanto il territorio in questione è stato poco “toccato  dai nostri amici archeologi” e solo in questi ultimi tempi si scava e si hanno graditissime sorprese, che tra l’altro ci fanno anche dire che non solo  la strada consolare Galeria era la prima via, ma che tra essa e l’attuale  canale Navile un’importante strada doveva esserci… oppure la Galeria era a quei tempi spostata verso est e più connessa all’andamento del Reno arcaico.

Parte degli insediamenti dopo l’XI secolo sono spariti, andati distrutti durante le furiose lotte dei popoli che arrivavano in Val Padana, o si sono ulteriormente sviluppati cambiando anche di nome. 
Per il territorio che circondava  la città di Bologna, che manteneva nelle sue fasi storiche, in modo  alterno, il suo ruolo di centro di coordinamento del territorio rispetto alle nuove realtà sorte nella campagna, non si può parlare di sviluppo unitario: ad oriente vi è una netta predominanza di strutture  come le pievi, mentre ad occidente si sviluppano nuclei autonomi come i monasteri
e prima le curtes e i castra.

La conquista longobarda  del 727 che poneva una frontiera in territorio modenese e bolognese  e le contese tra le rispettive diocesi in termini di confini,  quindi la mancanza di una definizione geografica specifica per il campo delle rispettive influenze politiche, complicò il tutto.

Se quindi vogliamo dare un inizio al territorio Saltopiano come  complesso unificato amministrativamente ad oriente di Bologna dobbiamo fare riferimento all’espansione operata da Liutprando verso l’Esarcato di Ravenna, senza per altro considerare un territorio molto esteso.
Tanto più che molti Autori  identificano l’antica San Giorgio di Piano con il Saltopiano o con Massa Tauriana.

Ma qui non è un fatto di ampiezza territoriale, ma di definizioni, ma non definizioni… matematiche…

In  epoca  romana il territorio, prima suddiviso  in centurie  assegnate a coloni  con case isolate sin dal tempo di Roma repubblicana, si organizza in case accorpate a formare un fundus, spesso sotto lo stesso padrone e traendo da esso il nome.
Qualche volta il fundus prendeva il nome dalla villa, cioè dalla casa padronale.
Spesso i toponimi derivano dai patronimici o viceversa, quindi ci si trova imbarazzati nel dare una definizione univoca ai nomi. 
Il mondo romano ha lasciato chiari segni della sua presenza nei nomi locali. La diffusione dei toponimi fondiari, che si rifanno ai proprietari d’età romana, è evidente in tutti i toponimi col suffisso di appartenenza –ano ( =anus lat.) e designati fundi e in quelli con suffisso -ana designanti villa.
E’ possibile pertanto tentare di ricomporre un catasto fondiario, abbracciante un arco di tempo di almeno 4 secoli dal I a. C. al III - IV d. C., tenendo presente questa particolarità.

Per il toponimo  SAN GIORGIO DI PIANO (Castelsangiorgio [1])
vari Autori hanno discusso le antiche definizioni, partendo dalle indicazioni:
Massa Tauriana o Massa Torani o Massa Torana
per poi analizzare le terminologie reperite su documenti Alto Medioevali:
Silva Tauriana
Saltus Planus
Ne parlano diversi storici, tra i quali, Landi, Calindri, Hessel, Cencetti, Breventani, Savioli, Sighinolfi, Guidotti e anche vari topografi.

Il toponimo Massa ci indica un latifondo, una grande estensione di terre coltivabili e quindi non interessate dalle successive paludi prodotte dalla deviazione del Reno. Massa Taurani era delimitata dal Renus Mortus ad occidente e dal Renus Veclus[2]  ad oriente.
Il toponimo Tauriana o Torani o Torana è di più difficile definizione, presenta infatti molte possibili e comunque plausibili specificazioni:
- da taurus (?) una strada di terra battuta che si snodava alta tra i campi coltivati percorribile dai tori nei loro spostamenti e comunque l’intero toponimo è da identificarsi come un insieme di poderi e di case
- da Turan (?)  divinità etrusca, identificabile successivamente secondo alcuni storici con la Venere romana;è da intendersi come la rappresentazione di una dea Madre, collegata quindi al concetto di fertilità e non va dimenticato ciò che è stato detto per la località Fortuna in San Giorgio di Piano….
Diversi toponimi in Italia riportano l’indicazione Turan o Tauran[3] , secondo il Sighinolfi i primi documenti che riportano tale nome nel Salto Piano sono del X secolo.

Silva Tauriana ci ricorda il tipo di vegetazione del territorio, molto probabilmente non coltivata e ricca di alberi o arbusti.

Saltus Planus, non vi sono dubbi sul fatto dell’indicazione di pianura, mentre il termine saltus già nella terminologia degli agrimensori romani stava ad indicare un terreno tenuto a bosco o pascolo di estensione molto ampia.

I toponimi, pur nella loro diversità lessicale, convergono verso la stessa definizione del luogo.
Anche se per assonanza, siamo tentati a considerare questo ultimo toponimo come il vecchio nome di San Giorgio di Piano in realtà non dobbiamo farci fuorviare.
Infatti uno degli studiosi che più recentemente si è occupato della nostra zona, A. Benati, (1991) precisa:

il Saltopiano comprendeva le pievi di San Vincenzo di Galliera e San Pietro in Casale, oltre a porzioni periferiche della pieve di San Giorgio di Piano, Santa Maria di Lovoleto, San Geminiano di Marano e San Martino in Gurgo; si stendeva quindi dal Reno (quando il Reno scorreva ancora da Argile a Massumatico e a Galliera) al Po di Gaibana ( che noi oggi chiamiamo Po Morto di Primaro, nel tratto da Ferrara a Molinella). Possiamo anche dire che i territori compresi nel Saltopiano sono quelli che oggi formano i comuni di Galliera, Poggiorenatico, Malalbergo, San Pietro in Casale, più le zone periferiche dei comuni di Argelato, San Giorgio di Piano, Castelmaggiore, Budrio e Ferrara

Così che saremmo giustificati nell’identificare il luogo indicato dal Benati come quello che dal Medio Evo al Rinascimento veniva chiamato anche Padusa, termine di difficile sicura collocazione.

Certamente i vari dominii che si sono avvicendati nella zona hanno senz’altro avuto un’influenza sui toponimi, spesso coniati dal popolo. 
Dall’Alto Medioevo si sono susseguiti nel Saltopiano:
i Conti di Modena, di Ferrara e Bologna, i marchesi di Toscana;
le chiese di Ravenna, Ferrara e Bologna;
i monasteri di Pomposa e Nonantola, 
quindi  certi toponimi  permangono a ricordare fatti e personaggi storici o particolari delle località[4], anche magari non adiacenti ai luoghi nominati. 


La mancanza di modelli insediativi specifici che appartenessero all’occidente  o all’oriente della Bassa Bolognese e che si potessero trovare fedelmente riproposti come Saltopiano in fonti edite sempre nella stessa area e con continuità temporale, spaziale e con gli stessi protagonisti istituzionali rende complesso  definire il territorio.

E inoltre le fonti alto mediovali scritte, che gli studiosi hanno potuto analizzare, non risultano sempre un aiuto immediato.
Tali fonti, documenti relativi al Saltopiano, vennero a mancare all’inizio del XII secolo, in concomitanza a  numerosi altri mutamenti nella popolazione e negli insediamenti, come la progressiva organizzazione del contado da parte della città, l’inizio dell’età comunale e la moltiplicazione delle fonti tra loro intersecate tra i territori  bolognesi, modenesi,  ferraresi e dell’esarcato ravennate di più antica tradizione.

Il Saltopiano nel suo trasformarsi ci indica diocesi, pievi, parrocchie, fondi, masse e poi castelli e altre  entità territoriali  e altri coordinamenti istituzionali ed abitativi.
Se ci si riferisce ai tempi e documenti apparsi dopo il XII secolo, cioè in età comunale, basso-medioevale, nella gestione del contado  si ha un’area più circoscritta ed è a quesra che molti Autori hanno ritenuto più logico fare riferimento.

D’altra parte le risultanze archeologiche  e gli abitati di lungo tempo, e quindi facilmente studiabili, portavano verso una  analisi confortata da documenti…e tanti.
Forse per l’età romana del basso impero si identificherebbe un territorio più vasto, ma le risultanze archeologiche sono state per lungo tempo limitate, solo negli ultimi anni, 2006 e 2007 in Galliera e S. Pietro in Casale con il Gruppo Archeologico Saltopiano (!) e lungo quella parte che si considera il Reno Arcaico, a cura della Sopraintendenza dell’Emilia Romagna, il campo di ricerca nel territorio si è ampliato ed è stato approntato in modo più sistematico, ma c’è ancora tanto da lavorare per individuare dei confini accettabili in secoli successivi e analizzare le motivazioni che hanno portato alla trasformazione, trasferimento, di confini tale da alterare il territorio Saltopiano.
Di una cosa siamo certi il Saltopiano fu un territorio ricco di significato dal tardo impero al basso medioevo.

Le fonti scritte edite, analizzate dai ricercatori, sono principalmente  quelle del periodo compreso tra X e XII secolo e sono omogenee per tipologia, in quanto sono documenti di atti quasi esclusivamente economici privati, come contratti di enfiteusi, permute, vendite e donazioni. Tali atti sono raccolti nell’Archivio di Stato di Bologna e sono radunati negli archivi delle Corporazioni che vennero soppresse in età napoleonica.
Le maggiori chiese e monasteri bolognesi e delle zone circostanti il territorio del Saltopiano  erano proprietari di terreni nel territorio stesso e anche nei loro archivi sono reperibili altri documenti.
Documenti, antecedenti il secolo XI, sono conservati negli archivi dell’abbazia di S. Silvestro di Nonantola, del monastero di S. Benedetto in Polirone e  di S. Giorgio Maggiore, oltre ad alcuni documenti conservati presso i rispettivi archivi delle Diocesi di Modena, di Parma, Reggio Emilia e di Ravenna.
Si deve anche menzionare l’archivio dell’abbazia di S. Maria di Pomposa, oggi conservato a Montecassino.
Tutti questi documenti sono  fondi molto importanti per la storia del territorio e delle comunità che si riconoscevano nel Saltopiano.
Altri documenti di carattere pubblico, quali diplomi, placiti e privilegi papali,  documenti principalmente di origine ecclesiale, completano il complesso delle fonti scritte analizzabili.

Lo studio del territorio e dei suoi abitanti e/o proprietari è comunque completato dagli estimi del contado, conservati sempre nell’Archivio di Stato di Bologna e risalenti agli anni 1235, 1245, 1288, 1315-16.
Gli estimi raccolgono la documentazione, non omogenea, riguardante denunce, ruoli e sommari d'estimo, libri dei fumanti e singoli abitanti del contado nelle principali comunità.

Anche i documenti dei Vicariati, sempre in Archivio bolognese, sono fonti che, consultate, potrebbero fornire  dati interessanti per la definizione del territorio, in quanto spesso fanno riferimento a situazioni patrimoniali precedenti.

In particolare presso l’Archivio, per chi volesse approfondire le proprie conoscenze sul territorio e i suoi abitanti interessante è la serie che comprende i “ Vicari delle terre del contado” e l’elenco dei “ Massari, saltari ed ufficiali delle comunità del contado”, questi ultimi incaricati di governare il territorio per conto del Comune di Bologna ed esigere le tasse in base agli estimi compilati periodicamente[5].

Noi personalmente abbiamo visto gli estimi di San Giorgio di Piano del 1315-16 e i Libri dei vivi e dei morti della Parrocchia di San Giorgio negli anni durante la peste del 1630 …

Un’indagine specifica sulla superfice permette poi di individuare  luoghi di grande interesse, legati soprattutto alla persistenza di edifici storici, come  la torre di Galliera,  monumento di età medievale, e altre torri, del XII e XIII secolo, la torre Cocenno e la torre dell’Uccellino. Del XIII secolo è la Porta Ferrara in San Giorgio di Piano e alcuni torresotti e inserimenti di murature medioevali in parti di case attuali.

Queste risultanze, associate ai materiali  per lo più di età romana rinvenuti nel passato, di cui abbiamo già parlato in apposito articolo, consentono di ampliare il quadro di riferimento territoriale.

Ma il problema di individuare con certezza i confini del Saltopiano rimane comunque irrisolto.
Non si riesce ad individuare una unitarietà nell’amministrazione, ciò per l’accentuato frazionamento patrimoniale tra differenti enti, di notevole peso istituzionale, che ci indicano le proprietà di maggior rilievo, che tuttavia costituivano solo una piccola parte rispetto alle numerose terre di singoli piccoli proprietari, proprietà nelle mani della diocesi di Bologna, ma anche di monasteri  localizzati in  zone lontane dal bolognese.
Inoltre la giurisdizione civile del Saltopiano che, pur essendo della diocesi di Bologna, spesso vede il comitato di Modena arbitro nelle contese riguardanti il territorio rurale a lui confinante.
Solo la costituzione dei Comuni e la loro influenza sul contado circostante permise un riconoscimento istituzionale alle città nel  controllo del territorio rurale e alla relativa organizzazione, prima dell’XI secolo erano nelle mani di grandi proprietari terrieri  laici ed  ecclesiastici.

Rimane comunque la mancata corrispondenza tra circoscrizione civile bolognese e circoscrizione religiosa: le circoscrizioni religiose dei territori confinanti spesso si inserivano nella circoscrizione civile bolognese, come quelle di Modena, Ferrara e Ravenna, non ultimo i monasteri di Nonantola e Pomposa.
Il cosiddetto Saltopiano rappresenta uno dei comprensori che in età comunale si riconobbero, poi, sotto l’unitaria definizione di Comitato bolognese, anche se le pievi ai confini furono oggetto sempre di aspre contese, specialmente nel confine occidentale, che aveva una netta tendenza a spostarsi tutte le volte che cambiava…il vescovo forte delle donazioni elargite alla chiesa  in periodi precedenti e documentati spesso da scritture falsificate.

 Bisogna comunque tener presente che i dati inseriti nei documenti privati spesso differivano da documento a documento in funzione di chi partecipava alla sottoscrizione dell’atto e dal notaio, dalle sue conoscenze del territorio e dal suo modo di formulare l’atto[6]. 
Tali atti non toccavano le comunità forse sostanzialmente autonome di agricoltori, allevatori e pescatori del Saltopiano, un’area geografica con una propria fisionomia, ma impossibile da circoscrivere in confini rigidamente determinati sul territorio.

Il fatto  poi che alcuni documenti riportino i nomi di Saltopiano, Persicelo, Brento, associati alla presenza in loco di funzionari regi come, notai e scabini, fa pensare  ad una indipendenza amministrativa di questi territori.
Inoltre un documento del nono secolo analizzato da molti Autori, e  compilato in villa Quingentas, cioè la nostra attuale frazione di Cinquanta, nota per essere una testimone della centuriazione romana in loco, da un notaio residente nella stessa località, riporta anche la indicazione della pieve di S. Vincenzo, in Saltopiano.
Tale località ora risulta in territorio di Galliera.
Il documento riguarda il comitato di Modena,  l’ Abbazia di Nonantola e terreni nel Saltopiano, quindi le comunità rappresentate rientravano nella sfera di influenza di Modena, ma detenevano un ruolo di spiccata e concreta autonomia sia nei confronti di Bologna che di Modena.
Il fatto poi di scegliere Cinquanta, centrale rispetto alle altre comunità, ci parla non poco della posizione di quell’insediamento che poi prese il nome di Castelsangiorgio. .

Non solo il Saltopiano era sotto la giurisdizione di Modena, ma anche gli altri territori attorno a Bologna. I Conti di Bologna erano strettamente legati alla Chiesa di Ravenna, come vassalli dell’arcivescovo di quella zona, e sembra, da alcuni cenni in documenti, che  la loro influenza fosse limitata al castrum di Planorii, dove avevano costruito il monastero di Musiano al quale era legata la possessione del fundo Lupolito , Lovoleto, quindi un territorio ai bordi del Saltopiano, al quale si aggiunsero proprietà,  ottenute tramite il vescovo di Ravenna, nel comitato faentino e di altri ottenuti dal vescovo di Ferrara entro il comitato di Ferrara e di Gavello.

D’altra parte sembra che nei contratti stilati tra il X e XII secolo i Conti di Bologna fossero indicati come una minaccia al territorio di Saltopiano, infatti si faceva divieto di alienare le proprietà  delle comunità rurali del territorio e citate negli atti  al conte Bonifacio di Bologna, ai suoi eredi e servi, forse ad evitare la volontà espansionistica del casato di Bonifacio nel contado.

Quindi pochi documenti citano i confini del Saltopiano e sono utili per avere una definizione chiara e sicura del territorio.
I toponimi del Saltopiano riconoscibili dal passato  e che si trovano più vicini a Bologna sono Saletto, a nord di Bentivoglio, e Cinquanta ad est di San Giorgio di Piano e molto vicino a Saletto, indicato sotto la pieve di S. Marino, di cui faceva parte anche Lovoleto.
Anche  la pieve  stessa pare non facesse parte con tutto il suo  territorio al Saltopiano.


Per individuare i differenti enti laici e religiosi che avevano interessi patrimoniali nell’ambito  del Saltopiano, prendendo in considerazione le informazioni ottenute dagli studiosi che hanno analizzati i documenti nei quali tale toponimo appare, possiamo elencare, seguendo la studiosa Alessandra Cianciosi:
- l’Imperatore Ottone I
- Bonifacio duca e marchese di Spoleto e Camerino
- il Comitato di Modena
- il Vescovo di Modena
- il Vescovo di Bologna
- l’Arcivescovo di Parma
- l’Arcivescovo di Ravenna
- l’Abbazia di S. Silvestro di Nonantola
- l’Abbazia di S. Giustina di Padova
- il Monastero di S. Maria di Pomposa
- il Monastero di S. Stefano di Bologna
- il Monastero di S. Maria in Aula Regia di Comacchio
dei quali il Vescovo di  Bologna e il Comitato di Modena erano i più importanti, ai quali faceva seguito l’Arcivescovo di Ravenna.
Personalmente, considerando i confini con Ferrara, siamo portati a credere una qualche importante intrusione nei vari atti anche della giurisdizione della città di Ferrara, anche se specifici documenti non sono forse stati reperiti ancora.

La concessione del 905 fatta da Berengario  alla chiesa di Bologna di avere un porto mercantile sul fiume Reno non è da mettere il secondo piano.
Modena era importante nelle varie diatribe e per le possessioni, ma economicamente il porto era molto rilevante e ad esso si aggiungeva quella che è stata sempre per Bologna “un fiore all’occhiello”: la sua posizione come incrocio viario delle più importanti strade dell’Italia settentrionale e di ciò il Saltopiano ne usufruiva, sia per il Reno che in esso scorreva e i vari canali formati nelle varie bonifiche, sia per la strada consolare Galeria e le sue varie derivazioni.

Di ciò erano ben consci i monasteri circostanti che acquisirono direttamente o indirettamente  ampip atrimoni fondiari: come S. Stefano, S. Giovanni in Monte e S. Vittore di Bologna, la pieve di S. Marino di Lovoleto, S. Romano di Ferrara, S. Maria di Pomposa. 
In tale contesto S. Venanzio, nel territorio di Galliera,  risultò il centro in cui si   esercitavano i vari riferimenti civili sulle proprietà del territorio, come il pagamento o l’esenzioni dalle decime

Come risultato delle varie analisi fatte dagli studiosi sui vari documenti rimane comunque sempre marcata la difficoltà nel determinare con certezza l’ambito territoriale del Saltopiano, o ancora meglio, verificare quali fossero le comunità che si riconoscevano come appartenenti ad esso.

Dopo questa carrellata tra le varie indicazioni reperibili in documenti medioevali, si può anche fare un’ipotesi di composizione del territorio stesso come tipologie diverse di insediamenti:
- rari i castra, i vici, le pievi e i borghi
- rare pure le masse e le corti, queste ultime più individuabili nell’Emilia occidentale
- numerosi i fondi e i loci
- numerose le case sparse o insediamenti accorpati

I primi elencati, castra, vici e pievi avevano una organizzazione civile o ecclesiastica normalmente ben definita ed erano individuabili come confini.
La pieve più citata, e ciò non vuol dire la più importante del Saltopiano, è quella di S. Vincenzo, altre sono  San Martino in Roncese o in Gurgo e quella di San Pietro.La Pieve di San Marino di Lovoleto e quella di S. Giorgio sono considerate ai margini del territorio del Saltopiano. Ciò potrebbe essere accettabile per S. Marino, ma discutibile a nostro avviso per S. Giorgio in quanto l’insediamento si trova proprio centrale all’area considerata Saltopiano e vicino al fiume e alla strada consolare Galeria. Comunque la discussione dovrebbe essere confortata anche da confronti storiografici temporali in quanto si parla di proprietà che spesso avevano variazioni nella loro delimitazione geografica in brevi lassi di tempo per concessioni da parte dei Vescovi o per donazioni di privati e successive alienazioni.

La pieve aveva un’estensione abbastanza grande e comprendeva vari insediamenti sotto la propria influenza religiosa. Le incertezze riguardo alla relazione tra pievi, area pertinente di giurisdizione e Saltopiano, costituiscono quindi un ulteriore indizio della incertezza sulla vera realtà del territorio del Saltopiano.

Il borgo, tipologia che secondo alcuni si individua solo nell’abitato di Galliera, dalla gens Galeria, è più facilmente individuabile, sia perché strettamente connesso ad una zona fortificata, il castrum, villaggio fortificato abitato periodicamente dal signore.
Il borgo era normalmente abitato in continuazione,  autosufficiente e si sviluppava in stretta connessione con il castrum.

La limitazione al solo complesso di Galliera a noi sembra molto limitativa, soprattutto per quanto  sopra detto sull’importanza del Saltopiano come zona di raccordo tra l’incrocio viario di Bologna e l’alto Adriatico,  le zone di Aquileia e  i territori che confluivano nell’Europa e nell’est Adriatico.


In età romana Imperiale, e anche precedente, si può affermare pertanto l’esistenza del Saltus Planus o comunque di un territorio abitato e coltivato che solo nel IX secolo apparirà sicuramente nei documenti.
Il formarsi di un toponimo per un territorio non è un fatto per niente banale, significa che il territorio era conosciuto già da tempo e che il suo apparire nelle fonti scritte era il risultato di una consuetudine tra gli abitanti nell’usare tale nome.
Gaius Aelius Gallus, prefetto in Egitto nel 25-24 a. C.,  parla specificando che cosa
si deve intendere geograficamente con saltus planus, a quale funzione agricola, silvo pastorale era destinato, mentre Frontino definisce che cosa si deve intendere per saltus in senso amministrativo, già nel I secolo d. C..
Quindi già da quei tempi si definiva il territorio sia geograficamente, sia economicamente che dal punto di vista pubblicistico.

BENATI, in epoca attuale, fa riferimento al territorio in età Longobarda e ai vari funzionari che vigilavano sui contratti stilati in tale tempo su quel territorio, quindi ancora una connotazione di tipo geografico.

Ma non si può dire che dopo varie analisi fatte da storici, archeologi ci sia una coincidenza tra i confini stabiliti dai diversi studiosi: più o meno ampio  il territorio del Salto Piano non esce comunque dai confini individuati in Bologna,  Modena, Ferrara e all’interno si considera limitato ad ovest dal Pagus Persiceta e ad est dal Pagus Budrio, limitato a Sud dalla via Emilia.

GAUDENZI (1916) comprende nel Saltopiano  Galliera, Surizano, Dalmanzatico, S. Venanzio, S. Vincenzo ed altri piccoli insediamenti ad essi vicini.

BENATI (1980) fa una prima ipotesi che comprende: Castello d’Argile, Massumatico, Galliera, S. Agostino, Madonna dei Boschi, S. Martino della Pontonara, Marrara, Pegola, Malalbergo, S. Pietro in Casale, S.Giorgio di Piano.

FUMAGALLI (1985): Galliera, S. Vincenzo, Maccaretolo, Surisano, Dalmanzatico, S. Prospero, Massumatico, S.Pietro in Casale, Cento, Pieve di Cento, S. Giorgio, Cinquanta, Pegola, Saletto, S. Marino di Lovoleto, Lovoleto.

BENATI (1991) in una seconda ipotesi: Galliera, Poggio Renatico, Malalbergo, San Pietro in Casale con zone limitrofe in  Argelato, Ferrara, San Giorgio di Piano, Budrio e Castelmaggiore.


Rimane comunque irrisolto se Cento  appartenesse alla diocesi di Modena o di Bologna, circoscrizioni religiose confinanti tra loro. Documenti al riguardo sembra non siano ancora stati ritrovati.

Rimangono irrisolte anche le definizioni medioevali di Pagus (Persiceta) e Saltus (Planus):
nella tarda età romana con il termine Saltus si designava un ampio possedimento di terre fiscali, sfruttate per lo più a bosco e a pascolo e dipendente  dall’amministrazione imperiale, mentre il Pagus era legato al municipium di appartenenza.


Nei primi secoli del medioevo, tuttavia, le definizioni di pagus, saltus, e anche fines, perdono i significati sopra specificati e sparirono i castra: il passaggio dalla denominazione longobarda alla denominazione carolingia fece sparire diversi toponimi longobardi, solo un Sala, Sala Bolognese, si ritrova in pianura mentre permangono nell’alta valle padana diversi toponimi con la terminologia Fara

 Abbiamo riportato sopra  un’ipotesi cartografica del Saltopiano che tiene conto delle varie congetture avanzate dai vari studiosi del luogo  

 Il rettangolo che sovrasta l'abitato di Bologna si presenta coincidente con la centuriazione romana...stranamente, oppure tutte le ipotesi ivi collegate hanno portato alla vera territorialita' del Saltopiano?

Se andiamo a leggerci lo scritto di

 Roberto Frazzoli:, Tra strade e cavedagne di pianura le tracce dell'antica centuriazione.su

http://www.pianurareno.org/?q=node/2735  

nelle carte riportate si intravedono le tracce lasciate dalla centuriazione romana e forse anche delle limitazioni agricole precedenti i romani

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[1] Intorno al 1860, appena riunita l'Italia, esistevano due Castelsangiorgio, uno in provincia di Bologna e uno in provincia di Salerno. Al fine di evitare per quanto possibile equivoci e disservizi, il nome del primo, bolognese, venne sostituito con San Giorgio di Piano, antico toponimo del luogo; l'altro, salernitano, si chiama ancora Castelsangiorgio. La denominazione Castel-, che ritroviamo in molti toponimi ed anche nel nostro, stava ad indicare un luogo con Castello o comunque con funzioni di capoluogo di una area ben delimitata.
[2] Ipotesi di Hessel
[3] La città di Tauriano, o Tauriana, esistette in Calabria, attestata intorno la metà del IV sec. a. C.  vicino a Reggio  e poi scomparve nel X secolo d.C.;  sui suoi resti fu costruita la città di Seminara.  Ne parlano Plinio, facendo derivare il nome dal pesce spada detto anche tauriano, e Pomponio Mela. Altra località con nome Tauriana abbiamo in provincia di Cosenza nel comune di Longobardi. Alcuni storici fanno poi risalire il nome di Terranova in Calabria allo stesso nome ipotizzando un trasferimento dei cittadini di Tauriana in altra zona poi chiamata Tauriana Nova, da cui Terranova….
[4] Si ricordino ad esempio zone nel bolognese o vicine come : Sasso, di derivazione geografica, diventato poi Sasso Marconi; Scaricalasino, perché si trovava al culmine di un’aspra salita, trasformato ora in Monghidoro, ma che per i Bolognesi è ancora con il vecchio nome; Buonconvento o per un certo periodo Malconvento;   Persiceto , da “persicum”: la mala persica, la mela persiana, che è la nostra pesca,oppure secondo altri i fondi che fanno parte del Pago Persicetano sono di derivazione romana; Malalbergo, che cambiò nel passato il nome in Buonalbergo ed ora è di nuovo Malalbergo
[5] chissà che non troviate qualche avo?
[6] Viene riportato in un documento riguardante la cessione di una  corte , posseduta dalla corte regia di Pavia, come situata in Loco Saltospano, nella pieve di S.Vincenzo, sotto il comitato di Modena, ma spartita tra i territori di Ferrara e Bologna… e che infine passò al presbiterio della chiesa di Arezzo…parte di tale corte divenne di proprietà del marchese di Toscana che poi la donò ad un  monastero del territorio di Poggibonsi…ma alla fine tale corte che passaggio dopo passaggio si era arricchita di altri possedimenti in Saltopiano, non risultava più localizzata nel nostro territorio senza per altro essersi materialmente spostata (!)… (da Fasoli)

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