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Cap. 1 - Geologia 1
Cap. 2 - Idrografia 1
Cap. 3 - Flora 4
Cap. 4 - Fauna4
Cap. 5 - Uomo 4
Cap. 6 - Cibo7
Cap. 7 - Attività agricole tipiche9
Cap. 8 - Dalle origini ai Romani10
Cap. 9 - I Romani nella Pianura Padana17
Cap.10 - I Barbari ... Alto Medioevo10
Cap.11- Vita medioevale 19
Cap.12 -Vita Medioevale: Istruzione9

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\\ Home Page : Scritto STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net - Angela Bonora, Mauro Franzoni : Cap. 9 -Contado Romano in Pianura Padana

Capitolo nono. 6 - Contado Romano in Pianura Padana

Di Angela Bonora, Mauro Franzoni (del 10/04/2008 @ 12:44:29, in Cap. 9 - I Romani nella Pianura Padana, linkato 7640 volte)


La vita rurale, se ad un primo impatto sembra semplice (secondo alcuni "sempliciotta"), ha invece una struttura complessa.
Il condato ha presso di sé, ed acquisiti, valori che non mutano tanto facilmente.

Il rapporto con mondi che si diversificano da esso non lo trasforma tanto rapidamente, e non perchè la società rurale sia chiusa rispetto la società urbana.

Dall'età romana, dal medioevo, e sino al 1800 (età industriale) tanti furono i rapporti tra le due società, rapporti economici, politici, dimostrabili nel lavoro che veniva attuato nel contado e da varie costruzioni che nel contado la società urbana aveva eretto come propri insediamenti anche vasti, come castelli, ville, monasteri, feudi, e tali rapporti non furono sempre di pura sudditanza.

Il contado aveva una sua cultura, diversa da quella urbana, ma non meno importante.

La zona della Pianura Padana conquistata dai Romani è una delle zone di contado più importanti nella penisola.
Già fittamente popolata ed economicamente ricca sotto gli etruschi, anche se aveva dovuto subire l'invasione boica, non aveva comunque dimenticato il suo "sapere".

La sua conformazione  degradante verso est, verso il mare, associata a corsi d'acqua naturali, o costruiti ad hoc per far  defluire le acque non necessarie o sfruttarle in momenti di siccità, ne abbiamo già parlato nell'esame dell'alveo del Reno arcaico, permettevano agli abitanti del nostro territorio la coltivazione del terreno in modo adeguato,...quasi scientifico... .  

Il territorio era coltivato già da lungo tempo quando arrivarono i Romani, ne sono testimonianze i rinvenimenti archeologici di pollini, di attrezzi di epoca villanoviana e precedenti.

L'abitante del contado si era formato una sua cultura, dovuta all'esperienza, all'osservazione, al "saper vedere" ed imparare dalla natura. Riconosceva situazioni ripetitive e le sfruttava e tale cultura gli ha permesso di inserirsi agilmente nelle trasformazioni eseguite sul terreno dai Romani: centuriazioni, vie, amministrazioni, zone di mercati.

Il contado dopo  la centuriazione romana  era già stato impostato logicamente  e per gli abitanti e i coltivatori era facile orientarsi  sulle coltivazioni di cereali e  le piantate frutticole e soprattutto viticole; specialmente per queste ultime, maritate a piante di sostegno,  lasciate sul suolo dai Galli ed ancora utilizzabili.

Abbiamo da Liber Commodorum Ruralium  del De Crescenzi (XIV sec.) e dalle cronache  dei viaggiatori ed agronomi del Medioevo la testimonianza. Anche grossi coltivatori del Nord Europa si spostavano in Italia a visitare tali organizzazioni per poi riprodurle nei loro paesi. La cultura contadina della Pianura Padana, le tecniche agricole,  venivano acquisite ed esportate.

Documenti della metà del secolo IX  d.C.  riportano mappe nelle quali le linee centuriali sono ben visibili.
Le misure agrarie utilizzate dai Romani permangono ancora nel nostro territorio,  come la biolca, misura agraria di superficie, corrispondente al terreno che un bifolco poteva arare nell’arco di una giornata con l’aiuto di un paio di buoi e quindi corrispondente ad un iugero della centuriazione romana. Sino all’avvento dell’aratro trainato meccanicamente tale misura era usatissima ed era di ampiezza diversa a seconda se il terreno era di pianura o di collina o montagna.

Nel 1762 Andrea della Chiesa eseguì una carta della pianura bolognese con evidenti tracce di centuriazione e  che tuttora è uno dei documenti più importanti del territorio e fu anche la base del Catasto Boncompagni (1780-1790) per la definizione dei confini in caso di controversie.
Ma la cultura urbana bolognese raramente utilizzava  tali elementi grafici che aveva visibili nei propri fondi, nelle proprie ville di campagna: molti documenti di trasferimenti di questi beni  erano spesso accompagnati da mappe grossolane. 
 
In epoca romana Plinio rilevava nei suoi scritti che la costruzione delle strade, e in particolare nel 187 a.C. la costruzione della via Emilia, non poteva non aver inciso che positivamente sulle sorti delle campagne e delle città che venivano attraversate da una strada pubblica, consolare.

Bononia come le altre città vicine ne sono la testimonianza: una strada retta, progettata per scopi militari, in sostituzione di una via tortuosa in mezzo a boscaglie e paludi, deve avere modificato anche i rapporti economici e commerciali.
E ne abbiamo la conferma anche da scritti di Polibio che elogia i prodotti della pastorizia, bestiame, lana, e dell'agricoltura locali, uva, in primo luogo, ma anche grano.

Importanti, per il seguito del nostro discorso, le parole pronunciate da Cicerone alla notizia della sconfitta di Antonio, specie là dove egli definisce Modena "sicurissima e splendidissima... fedelissima e fortissima... fiorentissima colonia del popolo romano"; importanti perché ci presentano una città ricca e prosperosa, vicina a Bononia, che forse in effetti non è così mai esistita, se non come artificio retorico, durante una sua orazione politica.

E’ con l’occupazione romana, che per poter mantenere l’egemonia sul territorio aveva bisogno di insediamenti stabili, che si hanno opere che riplasmano il paesaggio e quindi la tipologia degli insediamenti nella pianura.

Nel presentare i ritrovamenti archeologici in San Giorgio e nel vicino bolognese abbiamo anche presentato la struttura della città Bononia, capoluogo del territorio, ed abbiamo già parlato della centuriazione che veniva fatta per suddividere la pianura al di fuori della città al fine di assegnazioni di terreni ai coloni.

Esistevano due tipi di centuriazione:
secundum caelum, il sacerdote riportava sul terreno l'organizzazione della volta celeste, secondo la cultura etrusca e
secundum naturam,  la centuriazione si adattava al terreno in base alle caratteristiche fisiche del territorio.

Le due diverse strutture furono usate in Italia, poi la pratica della limitatio si diffuse nel resto dell'impero. Ad essa si adeguò poi il sisteema catastale.

 


Quando si  parla di centuriazione la memoria va subito alla centuriazioni eseguite dai Romani nelle colonie.

Vogliamo qui precisare che già i Greci e successivamente gli Etruschi, dall’VIII al VI secolo, erano soliti suddividere i loro territori in forme geometriche tra loro simili, normalmente rettangolari.

Tali suddivisioni divennero poi in forma quadrata ad opera dei Romani.

centuriazione

Emanazioni di leggi appropriate e magistrati, all’uopo istituiti, stabilivano la centuriazione di un territorio, il numero dei coloni o veterani che l’avrebbero abitato, e l’assegnazione normalmente tramite sorteggio degli appezzamenti di terreno ai vari individui.

Vi erano due tipi di assegnazioni:

-assegnazione coloniaria
, ai componenti di una colonia, e


-assegnazione viritiana
, a singoli individui, normalmente veterani.

Nei nostri territori l'assegnazione preponderante era di questo secondo tipo.

L’aspetto più strettamente tecnico era opera degli agrimensores (o gromatici da groma il principale strumento da essi usato), formatisi in scuole dove erano insegnate materie come geometria, fisica terrestre, astronomia e giurisprudenza. 
La groma era costituita da quattro listelli di legno incrociati ad angolo retto, che reggevano agli estremi quattro fili con piombo, indicanti le linee verticali indirizzate ad un dischetto inciso su una pietra di riferimento.

agrimensori al lavoroLa centuriazione quale procedimento tecnico creato dagli agrimensori  ed applicato in molte parti d’Italia, nella nostra zona trovò le condizioni ottimali per essere applicato, una volta che il terreno paludoso fu bonificato, data la conformazione piatta della pianura sulla quale era facile tracciare linee sul terreno, limites, cardines, decumani.
Tali linee incrociandosi formavano delle maglie quadrate di solito di 20 actus [10] di lato, cioè circa 710 metri. L’insieme 100 di tali maglie (sortes) prendeva il nome di centuria.

Il cardo maximus e il decumanus maximus tagliavano la centuria in 4 parti uguali.
Gli incroci formati da cardines e decumani erano normalmente segnalati da cippi terminali con edicole dedicate alle divinità dei crocicchi ( Lares Compitales), che si sono trasformati poi con l’avvento del Cristianesimo in edicole sacre del nuovo culto.

I segni lasciati dalla centuriazione sul nostro territorio non sono molto evidenti anche se le zone di coltivazione si inseriscono in aspetto geometrico sul terreno.

areofoto del suolo attuale


I cardines rimangono i più visibili, ad essi corrispondono le canalizzazioni, che anche in tempi recenti hanno ripercorso le antiche direzioni, come ad esempio il Canale Navile, che si snoda in territorio di Bentivoglio al limite est di San Giorgio con un percorso che segue il tracciato di un cardo.

In Stiatico, Gherghenzano, poi in S. Giorgio, Castello, e in Cinquanta si individuano le tracce di cardines e tra essi è quello massimo che continua idealmente quello bolognese, che fuoriesce da Porta Galliera.
Anche se la Galliera attuale non si può dire che segua tutta la traccia della centuriazione, gli importanti ritrovamenti di Maccaretolo, i precedenti in San Giorgio e Cinquanta, le più recenti tracce negli scavi della Bonifica Renana a Cinquanta (2001) fanno pensare ad un’importante arteria funzionante in un lungo arco di tempo, lungo l’alveo del Reno primario, se a destra o a sinistra dello stesso è  un interrogativo che aspetta ancora completa risposta, proprio per i ritrovamenti archeologici che continuamente affiorano in tale zona.

I toponimi Cinquanta e Cento sembrano riferirsi alla lottizzazione agraria, ma possono anche esprimere una misura di superficie di estensione inferiore, quinquaginta, o superiore, centum iugera, alla centuria.
Si trattava probabilmente di terreni “con anomalo regime giuridico, perché situati ai margini del terreno centuriato in corrispondenza di ostacoli naturali come fiumi e paludi o in aree prive di resti di divisione agraria“[11] antecedente a quella romana [12].

Nei territori occupati i Romani hanno sempre sistemati i terreni destinati all’agricoltura ed anche nella pianura bolognese, in parte danneggiata dall’occupazione gallica e non più corrispondente al suolo ben lavorato del tempo etrusco.
La capillare risistemazione territoriale romana, consistente nella bonifica delle terre paludate e arginatura e regolamentazione dei corsi d’acqua, anche al di fuori della maglia centuriale, portò al massimo sfruttamento agricolo e ad un mutamento del substrato vegetativo.

La campagna rimasta in parte incolta e adibita dai Galli al pascolo brado di suini e ovini semiselvatici cambiò e di conseguenza si ebbe, in funzione della sistemazione del territorio, uno spostamento delle specie animali selvatiche verso altre zone più tranquille, come ad esempio le valli del delta del Po oppure le prime pendici appenniniche.

Ai casolari isolati che si erano formati nel contado in tempi boici si sostituirono gruppi organizzati di abitazioni, Vici o Pagi, con un piccolo luogo di culto. Tali borghi raccoglievano le abitazioni dei contadini stagionali, mentre i contadini fissi e gli schiavi abitavano presso la villa . Si arrivò in piena età imperiale alla costituzione di vaste proprietà gentilizie, amministrate da schiavi , spesso liberi(dispensatores).

Abbiamo già parlato dell’evoluzione delle case rurali, quando l’uomo da nomade divenne sedentario e sostituitì ai ripari naturali strutture più efficienti, dando luogo ai primordi dell’architettura agricola, inventando il primo spazio chiuso, per assicurare la propria sopravvivenza e difendersi dall’ambiente ostile esterno.
Tali strutture erano necessariamente legate alla formazione di un paesaggio agrario via via più evoluto, in cui si esprimevano i bisogni dell’uomo e degli animali che con esso vivevano in simbiosi e le trasformazioni dell’agricoltura nel procedere dei tempi.

L’esigenza di avere strutture abitative sempre più solide fanno sorgere nella nostra zona, sulle vie di collegamento tra Bologna e il delta del Po, stabilimenti per la produzione di laterizi e di manufatti, esempio notevole è il materiale ritrovato a Maccaretolo e a Cinquanta, e la costruzione di borghi, di  ville.

In epoca romana contadini e braccianti potevano però disporre soltanto di una modesta abitazione, spesso perfino più piccola della stalla dove tenevano gli animali.
Coltivavano cerali, vite e prodotti orticoli.
L'olivo si diffuse lentamente dalla Grecia e fu dai Romani introdotto in Spagna, nella Gallia e anche in Gallia Cisalpina.
Possiamo ancora vedere, specialmente nelle zone collinari della Romagna adiacenti al mare, impianti di olivi, che, raggiunta la maturità e la piena produzione, oltre i 150 anni, iniziarono l'invecchiamento con produttività notevole per secoli e talvolta millenni e quindi sino al tempo attuale.

olivoNella Pianura Padana specialmente nella zona pedemontana alpina e dei laghi si hanno tuttora impianti millenari di olivo in attività.


Nel nostro territorio invece troviamo l’olivo nei giardini, ma non oliveti, ciò è dovuto ad un retaggio alimentare di derivazione celtica e poi boica, cioè l’abitudine all’uso di grassi animali, come il lardo e lo strutto del maiale, i grassi prodotti dal latte.
Tale abitudine si è mantenuta sino ai giorni nostri.

Gli agricoltori implementavano il loro reddito allevando le api per il miele, il pollame, uno o due maiali, ovini per la lana e il latte, bovini e asinini per lo più utilizzati come animali da lavoro e per l’utilizzo del latte per i formaggi.
Il pane veniva cotto in casa e costituiva l'alimento principale, insieme alle minestre e alle verdure.
Le donne filavano e tessevano  la lana e il lino e tagliavano e cucivano da sole gli abiti per la famiglia.

Nel contado si allevavano anche tordi e piccioni e si coltivavano alberi da frutto, importati dall' Asia Minore, come il ciliegio, il pesco, l'albicocco e il mandorlo, ma soprattutto per soddisfare le richieste dei ricchi cittadini di Bononia: il contadino non aveva l’abitudine di cibarsi di frutti.
Dai reperti archeologici abbiamo molte informazioni su questi prodotti, facile è reperire pesi da telai per la tessitura del lino e della lana, attrezzi per la coltivazione e per l'allevamento.
Queste informazioni ci arrivano anche da raffigurazioni su stele funerarie dei padroni dell'agro e  dei prodotti ottenuti in esso. In epigrafi ritrovate notiamo che spesso l'azienda agricola prendeva il nome dal proprietario e nel tempo tale nome si trasferì anche sul Vico e lo ritroviamo ora nelle cittadine del nostro territorio.

Importanti erano i posti di scambio dei prodotti, i mercati. Di antichissima tradizione e situati agli incroci tra vie naturali principaali e le strade di scorrimento nella pianura erano punto di incontro tra la produzione appenninica e la produzione della pianura stessa. Implementati in epoca etrusca, lasciati languire in epoca boica, con la forte tendenza romana a pianificare il territorio ritornano a fiorire ed aumentano di numero. Se agli incroci tra le vie fluviali e le strade romane inizialmente vi erano piccoli posti di scambio, questi si ingrandirono a seconda dei bisogni e accanto si formarono Vici e poi cittadine che ad esempio troviamo tuttora lungo la via Emilia e le altre strade consolari che attraversavano la pianura, spesso trasformatisi in ampie città. 


I piccoli proprietari di campagna e i contadini pre-romani sono personaggi non ancora del tutto conosciuti, gli scavi archeologici non ci permettono di ritrovare le capanne costruite con il legname, elemento deperibile, ma solo il fondo delle capanne di epoca arcaica. Inoltre era uso distruggere con il fuoco i borghi vecchi e ricostruirne dei nuovi al fine di evitare epidemie: i Romani abili costruttori di acquedotti e fognature riservavano tali opere alle città. Nelle campagne non si usavano acquedotti e latrine.

Eppure all' epoca di Cesare e di Augusto le campagne erano coltivate anche dai grandi proprietari, oltre ai piccoli coloni, affittuari e braccianti salariati.
Nelle grandi tenute si utilizzavano anche molti schiavi, ma le continue leggi agrarie e le distribuzioni di terre ai veterani romani davano numerosi poderi a piccoli proprietari.
Lo stesso Augusto si vantò di aver acquistato terre per ben 860 milioni di sesterzi, da assegnare ai suoi veterani in Italia.

Comunque gran parte della vita economica di Roma e dell'impero ruotava intorno all'agricoltura e non era soltanto un fatto economico per il reddito fornito dalla vendita o lo scaambio  dei prodotti. Per il Romano abbiente era cultura e politica: Il possesso fondiario e il reddito ottenibile erano le basi per il censo e in base al censo si potevano avere cariche pubbliche in Roma, ma anche in ambito locale e quindi nella Pianura Padana.

L'attenzione verso l'agricoltura fu tale che molti scrittori romani, tra cui Catone il Censore, Varrone, Plinio, Virgilio e Colummella, scrissero vari trattati sulle tecniche dell' agricoltura. Catone il primo trattatista fu minuzioso nel descrivere la tenuta dell'amministrazione  da parte del proprietario, dei lavori necessari alla buona coltivazione, Varrone prese come esempio da seguire  proprio il nostro territorio, Virgilio ci lascia un trattato sull'uso dell'aratro pesante in pianura, Plinio si dilunga nel parlare dell'allevamento ovino  anche in pianura e Columella, di origine iberica aveva terreni in Italia Centrale e scriveva sui metodi adottati.

Nella nostra regione, il latifondo [13] sembra non aver trovato spazio. La «limitatio», presente in tutta la regione, ne ha disturbato la formazione. Ciò trova conferma nei resti trovati di insediamenti umani, che spesso erano costituite nel territorio centuriato da almeno due ville per ogni centuria e nelle epigrafi che non evidenziavano mai la presenza di familiae serviles [14] numerose.

I vasti edifici rurali trovati, villae , sono possedimenti agrari notevoli, ma non ancora latifondi.
Le ville si aprivano sulla campagna, erano dotate di cortili con porticati, residenziali e rustici,
La parte residenziale della villa presentava pavimenti a mosaico e pareti dipinte e disponeva di terme private. I mosaici e dipinti rinvenuti ci possono spesso indicare i momenti della vita nel contado e i rapporti tra padrone e contadini e i tipi di prodotti ottenuti dal terreno. Spesso sculture o ceramiche avevano la forma di frutto.

nosaico in villa romana


Nel mosaico sopra riportato (Museo Archeologico di Rimini) si notano i contadini, vestiti in scuro, che portano i frutti della terra al proprietaario, che si nota perla toga bianca.

La parte adibita ad abitazione dei contadini era meno estesa e più grezza e comprendeva anche le stalle, le officine per la lavorazione del ferro e fornaci per la cottura di laterizi e ceramiche di uso comune.

La disposizione e la caratteristica della villa [15] mostra la progressiva tendenza verso l'autonomia produttiva, anche la volontà del proprietario a vivere in villa, ma a non privarsi delle comodità di cui poteva usufruire quando abitava nella città.

colonia romana


Due erano i grandi nemici del contadino romano: il servizio militare e il fisco.
Il primo portava via gli uomini per più di venti anni e il secondo tassava, sempre più pesantemente i redditi, costringendo a pagare anche in natura (grano, olio, vino) le tasse annuali. Normalmente le colonie più importanti erano formate da seimila famiglie per volta: Dovendo ogni famiglia fornire alle legioni romaane un soldato, venivano coscritti seimila uomini che rappresentavano una intera legione.

I due elementi congiunti, servizio militaare e fisco, determinarono il fenomeno, lento ma costante, del progressivo spopolamento delle campagne, che si interruppe soltanto quando in epoca Imperiale Diocleziano introdusse per i contadini il vincolo di restare legati al proprio podere. Tali leggi e anche altre precedenti nelle colonie richiesero rilevazioni periodiche atte ad enumerare gli individui nella loro zona di residenza: il censimento.

Il censimento

Solamente in epoca romana si può fare un primo conto della popolazione.
La colonizzazione del territorio e l’uso della centuriazione, atta a dividere regolarmente i terreni  per insediarvi veterani come coloni [16] e il numero di coloni insediati era in numero fisso e legato all’ampiezza del terreno era la base propria di una tale rilevazione. 

Ovviamente esistevano insediamenti antichi preesistenti, e in essi era già sorto da tempo il bisogno di conoscere il numero degli individui, delle famiglie, dei beni posseduti, sia come vettovaglie che come capi di bestiame, questo per poter gestire il bene comune, perché di bene comune si parla nelle società tribali, stanziali o nomadi.
La mancanza della scrittura in tempi precedenti non aveva permesso di annotare i dati rilevati, ma segni su pietre o su tronchi lasciavano la traccia della consistenza del contado.

L’occupazione romana di nuovi territori, e fra questi il nostro, modifica le colonie in società più organizzate e porta anche in esse l’esigenza di rilevazioni a fini amministrativi e politici.
Già sotto Servio Tullio (578-534a.C.), secondo le cronache di Tito Livio, fu ordinato un primo censimento [17] .
Tale rilevazione era simile a tante altre fatte in tempi antecedenti da altri popoli come Sumeri, (IV-II millennio a.C.), Egizi (sin dalla prima dinastia III millennio a. C.), Ebrei all’uscita dall’Egitto nel 1720 a.C. , Cinesi dal 2238 a.C. , rilevazioni che avvenivano periodicamente ed erano aggiornate con nascite e morti.

Con il primo censimento fatto a Roma, e poi esteso alle colonie, si rilevava ogni cittadino nel suo luogo di origine, annotando il suo nome, il nome del padre, la sua età, il nome della moglie e quelli dei figli e l’ammontare dei suoi beni.

Tutte le rilevazioni dell’antichità avevano uno scopo politico-fiscale: a Roma in base al census veniva ripartita la popolazione in cinque classi e in base alla classe veniva assegnato ad ogni cittadino il suo posto nell'organizzazione civile e militare.
Nella prima classe, la più ricca, si reclutavano 18 centurie , gruppi di cento uomini, di cavalieri e 80 di fanti,
Nella seconda, terza e quarta 20 centurie e nella quinta 30.

Sulla base di tale suddivisione veniva anche stabilito un sistema di tassazione proporzionale al reddito.
Erano esentati dal servizio militare e dalle spese connesse i cittadini con un reddito molto basso (i capite censi). A tale punto siamo portati ad ipotizzare che buona parte dei contadini non prestassero servizio militare, né pagassero tributi (?) o comunque tributi molto bassi.

Le centurie all'interno di ogni classe si distinguevano in quelle formate da seniores, la riserva dei cittadini al di sopra di 46 anni, e quelle formate da iuniores, i combattenti effettivi. Le centurie di iuniores e di seniores erano in numero pari.

L'appartenenza poi ad una circoscrizione territoriale (tribus), basata sul domicilio, consentì lo sviluppo di un catasto per valutare i beni fondiari ed assegnare i cittadini ad una determinata classe e fissare il tributum relativo.

 

Spariscono le Ville, cambiano gli insediamenti. 

Gli insediamenti extraurbani, in tarda antichità, non sono facilmente ricostruibili, sia per la loro struttura che per la loro organizzazione.

Se l’archeologia ci aiuta enormemente e ci fa vedere con la tecnica stratigrafica le possibili zone abitative dell’antichità, siamo comunque sempre nell’incertezza: un nuovo scavo, un nuovo ritrovamento può completamente distorcere le “certezze” sino ad allora documentate.

Nelle diverse zone del nostro territorio abbiamo riscontrato differenziazioni e poste n atto varie ipotesi che si sono poi avverate con verifiche meticolose, ma nello stesso tempo altre ipotesi sono state eliminate per diversi reperimenti contrastanti.

La conoscenza della organizzazione socio-politica nella pianura padana durante il dominio Romano, che abbiamo già posto in evidenza e che era estremamente mutevole, non ci aiuta. Se il tessuto urbano manteneva da secolo a secolo monumenti, basiliche, fori, anfiteatri ed altro che ci possono ora dare un’idea della trasformazione nel tempo, ciò non avviene con certezza nel tessuto extraurbano.

Abbiamo parlato di insediamenti romani dopo la bonifica del territorio padano e abbiamo parlato già di centuriazione, di distribuzioni di appezzamenti di terreno sia ai coloni sia a legionari e di conseguenza della particolare organizzazione del contado e dei fabbricati che in esso sorgevano.
Niente latifondi, niente schiavi, ma coloni e braccianti e proprietari di complessi autosufficienti e di ville e della particolare dislocazione e complessità di tali ville, che delinearono un sistema territoriale nuovo nella Cispadania sino alla fine della Repubblica

L’organizzazioni di tali proprietà era basata sulla conduzione diretta, a base familiare, a coltura mista, e soprattutto finalizzate all’autosufficienza materiale e quindi  basate su un sistema sostanzialmente differente da quello centro e sud italico.

Nella Pianura Bolognese esisteva pertanto un fitto impianto di insediamenti piuttosto diversificati tra loro sia dal punto di vista della tipologia che della struttura e ciò per le diverse attività che in essi si svolgevano; a questi impianti si contrapponevano le più ampie e ricche ville urbano-rustiche, che isolate tra gli altri insediamenti  dovevano risultare ben evidenti.

Quindi possiamo dire che la pianura fosse principalmente caratterizzata da tre tipi di strutture architettoniche:

- le aziende agricole, vere proprie fattorie a conduzione dei proprietari, nelle quali comunque gli agi cittadini erano del tutto riportati; in  esse la coltivazione è non solo a fini interni all’azienda: magazzini, anfore per lo stivaggio delle derrate, ci informano anche di coltivazioni al fine di commerci con altri popoli e mercati esterni

- le ville o palazzi, edifici solitamente di rilevante tono architettonico, splendide, luoghi di svago ed ozio aristocratico al di fuori delle cerchia urbane, non molto  numerose sul territorio, ma di vaste dimensioni. Normalmente queste strutture erano supportate da insediamenti di contadini salariati adibiti alla coltivazione per i bisogni della villa

- piccoli borghi caratterizzati da piccole strutture abitative, usate da braccianti, e da laboratori artigiani

Villa Romana e terreno circostante


Dalle campagne di scavo e dall’analisi dei reperti risulta evidente come la prima occupazione stabile delle campagne partì dagli inizi del I sec. a.C. e perdurò fino alla prima età imperiale, consolidandosi al tempo di Augusto e si protraesse per quasi due secoli.

Ampi commerci con il nord europeo e con il Mediterraneo partivano dalla pianura padana. Le fattorie erano dotate di grandi magazzini per la conservazione delle derrate.

Spesso si trovano in tali magazzini anfore in ceramica per il trasporto marittimo o fluviale delle derrate.

L’anfora era atta ad ottimizzare lo stivaggio sulle navi onerarie dal fondo convesso e ridurre le rotture e la dispersione dei beni.
Venivano prodotte in serie, realizzando separatamente le varie parti che venivano poi unite e rinforzate, la loro forma era studiata anche in funzione della natura della merce trasportata.

Anche i mari che contornano la nostra penisola ci restituiscono di frequente anfore andate disperse durante fortunali. Posssiamo dire che esse siano il reperto archeeologico marino più freqiente

Anfore per derrate alimentari


A partire dal pieno II sec. d.C., la crisi economica in atto iniziò a delinearsi anche sull’organizzazione insediativa e produttiva della regione.

Tra il II e il III sec. d.C., si individua un diradarsi degli stanziamenti rustici, con l’abbandono di svariate abitazioni: il fenomeno individuabile nella stratigrafia del territorio è da imputarsi principalmente al decremento delle attività di manutenzione e di governo del territorio, come ad esempio il controllo delle acque.

Abitativi distrutti da rotte fluviali non vengono ripristinati, è il caso ad esempio dei ritrovamenti nella vicina cittadina di S. Pietro in Casale, dove rustici sono stati ritrovati e analizzati e risultano asportati da un’esondazione. 

Non vi è sostanzialmente uno spopolamento del contado, ma soprattutto uno scadimento nelle operazioni per la conservazione del territorio e dei fabbricati.
Aree fabbricate, distrutte, non vengono ripristinate, ma vengono adibite a nuove culture, a produzioni più specializzate, oppure casolari non più validi per le abitazioni sono adibiti a lavorazioni di tipo artigianale: officine di fonditori, fabbri e vetrai occupano anche alcuni degli spazi domestici, alterandone l’originario impianto,

La stessa Villa di Russi, di cui abbiamo già parlato, villa urbano-rustica, si trasforma con chiusura e frazionamento di portici e di diversi ambienti. In questi ambienti nuovi è evidente l’utilizzo per piccole abitazioni in quanto i piccoli vani sono dotati di impianti di cottura.

Tali trasformazioni interne si sviluppano tra il III e il IV sec. d.C., forse un tentativo di contrastare la crisi agricola attraverso produzioni  diversificate  e rinnovate?

Tra la media e la tarda età imperiale altri significativi dati sul nuovo assetto fondiario: si diffondono le concentrazioni terriere da parte di grandi proprietari senza però arrivare ai latifondi delle altre parti dell’Impero e si afferma il colonato famigliare con piccole e medie proprietà.

Le campagne cispadane, malgrado tutte queste trasformazioni, continuano ad essere popolate almeno fino al IV sec. d.C..

Un’ulteriore accentuazione dei fattori di crisi economica in tutta la regione Emilia portano nel bolognese specialmente altre incurie in vecchi insediamenti e al loro abbandono.

Indizi di ripresa economica nella regione si hanno nel V sec., ma è evidente, dai reperti datati tra il V e il VI sec. d.C. come la situazione del popolamento rurale si accentuasse.

Il degrado ambientale e il collasso edilizio degli edifici, ruderi rispetto alla loro primitiva costituzione, parzialmente demoliti e spogliati evidenziano il problema.

Ad esempio la vecchia villa bolognese di Casteldebole, impianto integralmente indagato, dai 7.000 mq del complesso edilizio di età imperiale si ridusse a soli 110 mq, con strutture abitative fatiscenti e di modestissima fattura e la superficie utilizzata per le attività lavorative all’aperto non superava i 1.200 mq. Anche se miseri sepolcreti vicini al complesso della villa, databili al V sec. d. C., dimostrano insediamenti abbastanza estesi nelle campagne adiacenti, in epoca gotica.

Il quadro, che in definitiva si ricava dall’insieme di dati e di considerazioni, evidenzia la difficoltà nel riportare un fenomeno particolarissimo quale fu la fine delle ville romane e, più in generale, dell’insediamento rustico.
Lavori di studio continui e reperimento di testimonianze, anche con le limitazioni che la ricerca sempre incontra, permettono comunque di dire che le documentazioni ottenute nei vari siti indicano in modo netto una potenzialità innegabile della pianura padana e bolognese in particolare, sia come cultura, coltura, uomini e fatti.


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[10] I Romani adottarono come unità di misura lineare il "piede", identico a quello attico usato nel mondo greco, che misurava 29,65 centimetri nel s.m.d.. Ma negli scavi di Pompei, e sulle tavolette ritrovate ad Eraclea si hanno notizie del piede osco-italico, lungo 27-28 centimetri. L'utilizzo del pes romanus divenne comunque obbligatorio sotto Augusto e una unità campione venne depositata nel tempio di Iuno Moneta a Roma. Ciò per uniformare le unità di misure adottate nel mondo romano.
Il piede aveva multipli e sotto multipli e tra essi importanti erano l’actus corrispondente a 120 piedi (pes) e il milium pari a mille passi, e un passo corrispondeva a 5 piedi.
La confusione era enorme anche se l’unità di misura base era conservata in luogo sacro. I vari scrittori quando facevano riferimento a distanze o ad aree citavano le varie unità di misura, ma pur avendo lo stesso nome non sempre risultavano dello stesso valore, il valore dipendeva dal posto descritto e quindi valori diversi.
[11] Bonora G. 1987, pag 101
[12] La centuriazione del territorio di Bononia sembra che prevedesse l’assegnazione in proprietà privata 50 iugeri (circa 12,5 ettari pari a cinquanta giornate di aratura ) alle famiglie di censo inferiore, mentre a quelle di censo superiore (forse per benemerenze particolari o per raccomandazioni ?) invece 70 iugeri ( circa 17 ettari). Sicuramente c’era qualche sovvenzione statale per le spese iniziali di impianto ed attrezzatura; sembra che si ricorresse a salariati per l’aratura, sistema questo che contribuì sicuramente all’integrazione tra i coloni e gli indigeni, con il raggiungimento per gli indigeni stessi del livello civile superiore che voleva poi dire l’acquisto della cittadinanza romana.
[13] Il latifondo è una vasta estensione di terreno coltivato, per ragioni di tipo naturale, storico, ambientale e sociale, in modo tradizionale, immobilistico.
[14]Le familiae serviles erano i servi, gli schiavi addetti a tutti i lavori della villa.
[15] La Villa romana di Russi ne è un esempio, costituita da un vasto edificio a pianta rettangolare, che gravita internamente su due peristili (cortili circondati da porticati). La villa si apre esternamente sulla campagna mediante un lungo portico perimetrale.
[16] Dal III secolo divennero coloni tutti quelli cui era affidato un pezzo di terra da coltivare.
[17] Dal latino censere, dichiarare, e census è il registro dei cittadini e dei loro beni, censores sono i due alti magistrati preposti alla tenuta del census e che sorvegliavano anche il contegno pubblico e privato.



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