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\\ Home Page : Scritto STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net - Angela Bonora :Capitolo settimo : Lavori "nascosti" sul terreno (parte terza)

Capitolo settimo. 7 - Lavori "nascosti" sul terreno (parte terza)

Di Angela Bonora (del 14/05/2007 @ 18:01:00, in Cap. 7 - Attività agricole tipiche, linkato 3534 volte)


La stalla e l’aia vacca

Altro lavoro che non è evidente sul terreno è l’allevamento.

Sì, sono belli i gruppi di animali di vari tipologie, colori e pezzature che pascolano liberamente. E questa era la visione per i nostri antenati.
Ora pochi sono gli animali bradi, per lo più “brade” sono le lunghe stalle che costellano la pianura: lunghi fabbricati con mille occhi, come tanti bruchi, o millepiedi sparsi sul terreno. Niente ci fa intendere che all’interno ci sia vita.

Nel passato remoto gli animali allevati erano ricoverati, nell’inverno e durante la notte, in caverne, anfratti nelle zone montane e collinari.

In pianura il terreno non permetteva questi ricoveri e l’uomo si industriava a costruire con rami, alberi, paglia dei ricoveri, che non erano molto diversi dalla sua abitazione e che ad essa erano affiancati, sia per poter vigilare gli animali stessi, sia per dare una possibilità al suo ricovero una maggiore possibilità di riparo dagli eventi naturali, quali caldo, freddo, pioggia.

Tali strutture cambiavano da zona a zona proprio per gli elementi con cui venivano costruiti, elementi vegetali, andavano spesso sostituiti perché distrutti dalla natura o perché sudici, o pietre trasportate dalle montagne, che permettevano di fare ripari più solidi, ma dovevano anch’essi essere curati, ristrutturati, sia per il lavorio del tempo e della natura, sia per l’aumentare degli animali allevati.

Con il passar del tempo e con l’avvento del mattone di paglia e mota impastati tra loro e del laterizio, mutò il ricovero dell’uomo e poco dopo il ricovero degli animali che con lui vivevano.

Ritroviamo ora nelle nostre campagne le case rurali e le stalle che rappresentano l’evolversi di tali strutture.

Nella pianura emiliana si individuano ora diverse forme di dimore rurali.
Si ritrovano nella "Bassa bolognese",nel Ravennate e nel Modenese complessi rurali con elementi separati: la casa d’abitazione, la stalla con il fienile e spesso un portico per il ricovero del fieno fresco e dei carri e degli attrezzi agricoli.

La forma più semplice di dimora presente in tutta la pianura emiliana è quella a elementi affiancati, diffusa soprattutto nella parte occidentale, dove però persistono ancora ampie “corti” con più abitazioni e stalle a formare un complesso abitativo tipico della Lombardia e dei grandi poderi.

La possibilità del contadino di passare da colono a mezzadro, fittavolo o proprietario ha caratterizzato le campagne con piccole dimore, con abitazione e stalla-fienile in blocco unico, ma i due complessi si distinguono mediante un salto nel tetto ( o addirittura un muretto di spartizione a livello del tetto e messo sulla facciata del complesso, ad indicarne il diverso utilizzo ) e un portico interno.

Nel reggiano il portico si interpone decisamente tra l'abitazione e il rustico, in modo che i due elementi non siano contigui l'uno all'altro: questa potrebbe considerarsi come una soluzione intermedia tra la forma ad elementi affiancati e quella a elementi separati, ed è presente, insieme con le boarie, in tutta la pianura bolognese, dove per altro sono molto frequenti anche disposizioni ad angolo retto con in mezzo l’aia, il pozzo e al limite il portico.



Ma volevamo parlare di stalle…
Entriamo dentro a queste stalle e vediamo cosa succedeva.

Non vogliamo parlare delle stalle attuali, sembrano più una catena di montaggio, con mungitrici elettriche, poveri vitellini attaccati a poppatoi elettrici, lontani dalla madre e stipati in angusti ricettacoli, che “abitazioni” dei nostri amici, che ci seguono per tutta la vita e di cui noi sfruttiamo sino alla fine il potere nutritivo e di riparo.

Nel passato la stalla e le altre costruzioni ad essa legate erano la parte più importante e pregiata delle costruzioni rurali, l’adattamento del complesso al numero di capi in essere era uno dei principi basilari che l’allevatore dell’antichità si poneva. E nelle stalle rimaste integre negli ultimi secoli questo è evidente.
Se la casa d’abitazione rurale spesso e volentieri disponeva di una sola zona da letto nella quale si radunavano durante la notte tutti gli abitanti, normalmente nella parte superiore alla zona cucina, e in tale zona tutti dormivano senza per altro avere una zona di intimità, nelle stalle classiche ogni capo aveva uno stabbio, una “camera”, a sua disposizione.

La stalla occorre di pulizie continue perché gli animali non prendano malattie e possano vivere secondo la loro natura: erba fresca, granone, acqua, la figliolanza vicina.  
Alla mattina prestissimo, verso le quattro, quando non c'è l'aratura, tutti i giorni il bovaro va alla stalla ed inizia a lavorare: ripulisce gli stabbi dalle deiezioni, lava il terreno, cambia la paglia sulla quale gli animali si coricano,  riempie le magiatoie, porta gli animali a bere nel vicino ruscello. Spesso imbianca con la calce le pareti per disinfettarle.

Se facciamo il confronto con la casa di abitazione vediamo che la zona più mantenuta era la cucina perché non arrivassero topi, mosche ad inquinare il mangiare e la pulizia approfondita della casa era fatta in periodi ben definiti dell’anno: a Pasqua e a Natale, …non c’è tempo da perdere, bisogna andare sui campi a lavorare, …e dopo un primo pasto scarso.

Un accessorio della stalla molto importante è il letamaio o concimaia, dove andavano raccolti i risultati della pulitura della stalla. Annesso al letamaio era il pozzetto per la raccolta delle deiezioni liquide, che, convogliandosi dalla stalla, arrivavano direttamente in esso.  La lettamaia[20] veniva posta vicino alla stalla per comodità, ma con gran riguardo all’orientamento, al fine di evitare la contaminazione dell’aria e delle acque potabili.
Il posto doveva poi essere tale che i residui raccolti in essa avessero sufficiente possibilità per sviluppare poi concimi di giusto grado di acidità: l’animale prendeva dalla terra e dal sole il suo nutrimento e rendeva alla terra con il concime e i liquami cibo per le nuove piante.

Associato alla stalla è sempre esistito il fienile.
Nell’antichità era costituito da un mucchio di vegetali raccolti ed ammucchiati nella vicinanza del ricovero degli animali, in posizione utile per essere velocemente utilizzati e in posizione tale da seccarsi facilmente.
Inizialmente costituito da vegetali per la sola alimentazione e poi, man mano che si evidenziava la utilità di un ricovero, la stalla, più consono alle esigenze del bestiame, il mucchio si distinse in due parti: cibo (foraggio) e lettiera
Tali elementi dovevano essere  ben riparati, e anch’essi vennero prima messi nelle grotte negli anfratti, nelle zone montuose e collinari, e in pianura in ricoveri fatti con legname.

Ma la loro conservazione aveva come principio base la esigenza di un posto asciutto. Quindi l’organizzazione della stalla venne ampliata da un sito di grande volume per la conservazione dei foraggi rurali. L’esigenza di ottenere un ambiente asciutto, ben ventilato e comodo per attingere i prodotti utili alla stalla lo fecero realizzare sopra al vano della stalla.
Con l’avvento di stalle in muratura anche il fienile ebbe pareti in muratura, ma rese in parte permeabili all’aria grazie alla tecnica della muratura traforata o con piccole aperture sotto gli spioventi del tetto, con funzione di arieggiare il fieno per impedirne l’attacco da muffe. Poi quasi tutti i giorni il bovaro smuoveva il foraggio perchè si mantenesse asciutto e privo di parassiti.

Abbiamo visto la struttura stalliva ed abbiamo accennato al lavoro del bovaro, individuo che riuniva in sé tante esperienze e quindi tante possibilità di azione: cura primaria del bestiame come cibo e lettiera, pulizia dei locali e a questi si aggiungeva la mungitura, che se primariamente veniva fatta in modo arcaico[21] , dopo con una azione più consona e ad orari prefissati, non dall’uomo, ma dalla vacca o dall’ovino, che iniziavano a muggire o belare perché il peso del latte nelle mammelle era troppo.
Il bovaro, che era a stretto contatto con il bestiame[22] , ne era l’amico e soprattutto il medico, sapeva quali erbe mescolare alle solite per curare una bestia, per far aumentare il latte di una vacca, per lenire il dolore del parto della fattrice.
Proprio per queste sue particolarità il bovaro aveva nel complesso rurale un posto primario, normalmente la sua famiglia poteva usufruire di una riparo/casa distinto dagli altri, ma il bovaro era anche il primo lavoratore del complesso rurale, come orari: doveva preparare gli animali per il lavoro in tempo utile per chi arava, doveva averli sfamati puliti abbeverati, sui campi tali funzioni non potevano essere fatte e l’aratura[23] terminava quando il sole era già alto.volatili domestici

Altra parte importante nella zona di vita rurale, sia nell’antichità che tuttora, è l’aia.

L’aia era la porzione di terreno aperto tra i ricoveri per l’uomo e il bestiame di grossa pezzatura: diremmo adesso il “disimpegno” tra le varie parti.
Con l’avvanzare dell’agricoltura l’aia divenne uno spazio ben attrezzato, solidamente pavimentato[24] , destinata alla lavorazione dei cereali, oltre che un essenziale elemento funzionale.
L’aia è fondamentamentalmente l'elemento ordinatore dell’insediamento rurale.
Nell'aia, se è possibile si scava un pozzo per attingere acqua.
Nell’aia liberamente vivono, mangiano, stranazzano i volatili allevati dall’uomo.
Attorno all’aia crescono alberi che danno fresco alla parte abitativa e frutti a pronto consumo, in essa si fanno riunioni quanndo vi è bel tempo, è un punto di raccordo e sociale.

La pianura bolognese presenta già nel 1600 complessi abitativi e lavorativi, estesi quasi integralmente a quella sola parte della pianura, particolari sia per la funzionalità che per il tipo di azienda insediata in loco, la mezzadria.
Avevamo nei nostri territori abitazione, stalla-fienile, casella della canapa e associato il forno-porcile-stalla del cavallo[25] , che formano un'unità funzionalmente autonoma e architettonicamente autosufficiente.

In altre zone della pianura del Reno tali disposizioni sono meno facilmente reperibili.

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[20]…In poche parole, servitù e doppi servizi per gli animali, e mentre gli abitanti della casa usavano i campi vicini, e di notte raccoglievano in bacili, buglioli, gli escrementi della comunità e tali bacili venivano vuotati al mattino spesso nel pozzetto.
[21]…se il vitello beve il latte così, anch’io uomo posso fare lo stesso…( ma lo abbiamo già detto!).
[22] Il contatto era famigliare…ogni capo di bestiame della nostra pianura veniva battezzato con un nome diverso: la vacca più vecchia e migliore fattrice era l’Augusta, o la Gigia, diminutivo di Luigia, nomi di derivazione …reale. Le giovani erano la Carolina, la Ioffa, la Mariolina e così via, i manzi avevano nomi di ragazzi e il toro era… Cesare. Il bue castrato da lavoro era normalmente … Gino…era facile dire “sò Gino, dai” per  incitarlo a lavorare. Questo nelle bovarie della pianura, per gli ovini che facevano più parte del pascolo brado della montagna, non esisteva questo rapporto di vicinanza tra il silenzioso pastore, che rimaneva isolato per diversi mesi, e le proprie bestie.
[23] "Quando si andava via, all’una della mattina, per andare ad arare lontano da casa il biolc (il bovaro, che spesso aveva anche le funzioni di aratore) prendeva due bottiglie di vino piccolo dolce e me ne dava due dita con un pezzo di pane perché mi svegliassi. Era dolce, mi sentivo bene . Lui stava dietro seduto sull’aratro e fischiettava ed io davanti alle bestie mi addormentavo. C’era una luna grandissima. Lui era seduto e... fischiettava, lui era già sveglio, perché era alzato dalle undici, perché aveva dato da mangiare alle bestie e le aveva preparate. A lui un po’ di vino faceva bene a quell’ora.
Una volta mi svegliai alle otto, che avevano già fatto colazione, sotto un filare di vigna...Si vede che mi ero addormentata, ero caduta dal sonno. Infatti mi svegliai distesa sotto il filare, si vede che, dove eravamo andati, io ero caduta e poi mi ero addormentata Davanti c’era con me la padrona e mi aveva lasciato dormire.
Invece quando lavoravo dai M. … non mi addormentavo mica in piedi. Una mattina mi scapparono le mucche dal solco e mi arrivò un mattone di terra nella nuca e sentii una serie di bestemmie....e il bovaro fece schioccare la frusta perché mi svegliassi.” (Tratto dai ricordi di una carissima amica che ha iniziato a lavorare nella pianura a 6 anni pascolando le oche).
[24] Particolarmente interessanti, e meritevoli di conservazione, sono le pavimentazioni in cotto, specie quelle con i bordi rialzati, nonché quelle fatte con i ciottoli di fiume che sono facilmente reperibili nelle parti vicine ai vecchi argini del Reno.
[25] Spesso la stalla del cavallo era aggiunta alla stalla dell’altro bestiame. In sede separata normalmente posta in angolo con due finestre
…la ricordo bene nel casale dei miei nonni, casale della fine del 1600, dove il cavallo non era un animale da lavoro rurale, ma il “motore” della “spider” di allora. Quando il cavallo assumeva tale funzione allora ai vari edifici si associava anche un altro fabbricato, ricovero delle carrozze, carrozzelle, sulky (o sediolo) se il cavallo era un buon trottatore. Ma qui stiamo andando fuori dal seminato…non vi era agricoltore stipendiato che si potesse permettere tali lussi…solo i proprietari di grossi appezzamenti…



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