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Cap. 4 - Fauna4
Cap. 5 - Uomo 4
Cap. 6 - Cibo7
Cap. 7 - Attività agricole tipiche9
Cap. 8 - Dalle origini ai Romani10
Cap. 9 - I Romani nella Pianura Padana17
Cap.10 - I Barbari ... Alto Medioevo10
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Cap.12 -Vita Medioevale: Istruzione9

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\\ Home Page : Scritto STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net - Angela Bonora: Cap. 7 - Lavori "nascosti" sul terreno (parte seconda)

Capitolo settimo. 6 - Lavori “nascosti” sul terreno (parte seconda)

Di Angela Bonora (del 28/04/2007 @ 18:00:53, in Cap. 7 - Attività agricole tipiche, linkato 3340 volte)


Quando si guarda la campagna, si è attratti subito dai frutti che la terra ci dà, dai colori che tali frutti ci fanno vedere, sembrano dicano: siamo qui per te….

Nell’iniziare a parlare dell’uomo, del cibo che l’uomo della pianura consumava, ci siamo fatti prendere la mano ed abbiamo parlato dei frutti, dei raccolti e non abbiamo mantenuto un filo logico del discorso…oppure sì?

Dovevamo parlare dei primordi dei nostri antenati, del cibo come frutti liberamente raccolti dal terreno e poi siamo caduti o meglio abbiamo continuato il discorso sino alle statistiche odierne nella regione agraria alla destra del Reno per far vedere l’evoluzione dell’agricoltura.
In poche parole:una volta era così, e così… e adesso?
Ci siamo accorti che nel rispondere a tale domanda abbiamo fatto un salto logico notevole, qualche piccola cosa è stata detta, ma l’aver portato all’inizio di questo paragrafo un breviario con i lavori da farsi nei vari mesi e poi non parlarne è per lo meno disdicevole.

Si è parlato prima dei fossi e delle cavedagne, lavoro che praticamente non si vede, ma importantissimo perché nel momento stesso che si preparano i fossi e si mantengono le cavedagne attorno ai campi si prepara il piano di lavoro.

Ma come è arrivato l’uomo della pianura a considerare valida la cronologia indicata all’inizio? ... guardando!
Si era accorto che dove i semi cadevano crescevano piante dello stesso tipo, si era accorto che se i semi rimanevano in superficie venivano portati via dal vento e che se invece cadevano in un solco del terreno, lì sarebbe cresciuta una nuova pianta, pianta che aveva bisogno di acqua per crescere bene, di sole.
Si era accorto che vicino al proprio riparo, dove spesso buttava rifiuti o lasciava i propri residui organici, le piante crescevano più forti e ne poteva controllare facilmente il tempo di prima crescita dai semi che erano mescolati alle deiezioni, calcolando il momento valido per una buona semina.
Cercava di riparare le piante, che sarebbero stato il suo cibo nei tempi futuri, dagli eventi atmosferici, vento, acqua, neve, dagli animali che cercavano di cibarsi dei nuovi frutti, ma si era anche accorto che il troppo riparo per certe piante era un danno, che gli insetti potevano essere utili a moltiplicare le piante, che il freddo, come il caldo, come la pioggia erano salutari per le proprie piante.

Ed ecco nascere nella mente dell’uomo via via l’idea di scassare il terreno, vangatura, aratura, di distribuire letame[9], anzi di conservarlo in mucchi in modo da avere miscele di residui, letamai, e quindi concimazione, e nel terreno così preparato mettere i semi che aveva conservato dal precedente raccolto e spianare il terreno affinché i semi non si disperdessero, seminagione.

All’inizio i campi dei primi uomini dovevano essere ben strani, un misto di piante mangerecce, grano [10] , orzo, e piante infestanti.
L’uomo provava a cibarsi delle piante che crescevano, seguendo come abbiamo già detto l’istinto che faceva avvicinare gli animali a certe piante e non ad altre…ma deve avere avuto notevoli mal di pancia, non tutte le piante valide per gli animali sono egualmente valide per l’uomo.
La ricerca del meglio, nel passare di migliaia di anni, ha raffinato il procedere dell’uomo nella agricoltura, nell’allevamento degli animali addomesticabili, che lo avrebbero aiutato nel lavoro, nel trasporto di legna, cibo (... chissà quante zampate avrà preso quando si sarà accorto che quella bevanda calda, simile a quella che usciva dal seno della propria donna e che serviva ai piccoli degli animali che vivevano in simbiosi con lui ed era utile alla loro sopravvivenza, era molto buona ed avrà cercato di “mungere” una vacca!).

Poi avrà cercato di conservare quel nuovo cibo, compattandolo in pani (formaggi) da mangiare poi più avanti.
Andava a caccia per catturare animali per la carne, a pesca per avere altri tipi di carne. Ma doveva cercare di conservare le carni sovrabbondanti per i periodi in cui non riusciva a catturare gli animali.

Poi raccolti grappoli di frutti, in abbondanza, e lasciati dentro a contenitori che aveva imparato a costruirsi con l’argilla o miscele di argille , o con il legno, si era accorto poi che i frutti si liquefacevano dando luogo ad un liquido asprigno, non del tutto cattivo, anzi… col passare del tempo il liquido diventava migliore, ma lasciava un po’ intontiti ( vino ed invecchiamento del vino).

Una pianta danneggiata dal vento o da una saetta durante un temporale, spesso perdeva dei rami, l’uomo rivolgeva la sua attenzione ad altre piante più belle poi si accorgeva che quella pianta danneggiata aveva messo su nuovi rami, forse più forti, alla base: era ancora viva e voleva far vedere di essere viva. L’uomo prese lo spunto da tale osservazione e nelle piante iniziò ad eliminare rami secchi, potatura.

Il lavoro nascosto si accentrava da novembre all’inizio di marzo.
La fase produttiva, quando la Madre Terra aveva dato i suoi frutti e questi erano stati raccolti, si completava all’inizio di Novembre e per l’uomo arcaico quello era il momento delle fine di un ciclo per l’inizio di uno nuovo, simile al precedente.
Ecco perché i popoli antichi avevano come data dell’inizio dell’anno novembre e per un periodo di undici giorni si festeggiava il raccolto e si iniziava poi a curare la terra per avere i nuovi raccolti[11].

L’osservazione aveva fatto poi intravedere all’uomo una certa connessione della natura con il comportamento della luna, aveva notato alcune similitudini ( attenzione non uguaglianze): la lunghezza della fase lunare e il ciclo femminile[12] , la ricorrenza delle maree. Ciò aveva stimolato l’interesse e la fantasia.

In tutte le culture si ritrovano miti legati alla luna e al suo procedere durante la notte nel buio del cielo; la sua misteriosa luminosità e la mutevolezza periodica del suo aspetto hanno da sempre spinto gli uomini a immaginare una possibile interazione tra le vicende terrene e il nostro satellite.
Analogamente l’alternarsi delle stagioni e il potere del sole di far maturare le messi, di influire sulla colorazione verde dei vegetali, fecero nascere rituali che accompagnavano nelle civiltà primitive il ciclo annuale di morte e rinascita della natura e quindi un computo dello scorrere del tempo legato ai due astri che accompagnavano la vita: gli equinozi e i solstizi erano momenti magici e ad essi l’uomo arcaico, sotto la guida dei sacerdoti e ai loro studi , si affidava per i lavori agricoli che segnavano anche la vita della comunità [13]. 

L’anno era diviso in due parti: uno invernale iniziante il 1° novembre del calendario gregoriano attuale e caratterizzato dal freddo, dalla poca luminosità e dal sonno della natura e un secondo periodo che partiva dal 1° di maggio caratterizzato invece dalla luce e dal rigoglio delle messi.

L’avvicendamento di diversi popoli sulla pianura o, forse meglio, il progredire anche di quelli già esistenti non portò notevoli cambiamenti nel computo dei tempi legati all’agricoltura[14] .
L’avvento del Cristianesimo e l’importanza attribuita precedentemente dai popoli alle indicazioni date  loro dai sacerdoti trasformò il modo di misurare il tempo o meglio quelle che erano feste pagane divennero feste cristiane.
Si mantennero le stesse date, ma furono trasformati le relazioni tempo-religione. Carnevale, Pasqua, la festa di S. Giuseppe furono posizionate in momenti coincidenti con le feste pagane. Il 1° novembre, primo giorno dell’anno nel mondo celtico, divenne la festa di Tutti i Santi e a seguire la Ricorrenza dei Morti, come nel mondo celtico.

L’equinozio di primavera, 21 di marzo, venne dedicato a San Giuseppe, ma due giorni prima, il 19 dello stesso mese, e non vanno disperse le sue radici, per la cultura agricola: dopo S. Giuseppe non vi sono più gelate.

Memoria ed oblio nell’incontro tra religioni diverse, ma appartenenti agli stessi individui: uno stesso complesso rituale che accompagnava, in civiltà agrarie primitive e poi greco-romane, il ciclo annuale di morte e rinascita della natura.
Il tempo, concepito sia prima che dopo l’avvento cristiano come eterno, ma rischioso, un continuo ricominciare dal principio con i ritmi della terra e il calendario dei lavori segnava anche la vita della comunità.
L’inverno, con il pericolo della stessa sopravvivenza, per il freddo, per la mancanza di cibo, era visto dal gruppo di uomini arcaici anche come la certezza di un nuovo inizio attraverso riti di morte e rigenerazione[15].
Poi la rinascita, la nascita del Cristo e le offerte di cibo, il pasto sacro, sono ancora oggi parte essenziale dei tempi che precludono alla primavera delle festività primaverili: Carnevale, con il fasto nel cibo rimasto dall’inverno come esorcismo contro la carestia, la fame, la morte[16] , poi il digiuno e la penitenza di Quaresima, quasi a farsi perdonare di quelle feste anticipate, poi la Pasqua che apre le porte al nuovo luciore.

La Luna comunque faceva e fa ancora da padrona. E’ indubbio che la forza gravitazionale lunare associata a quella solare ha effetto sulle masse fluide, provocando, maree marine, ben evidenti, maree atmosferiche, che implicano le masse gassose che avvolgono il nostro pianeta, provocando però spostamenti nella pressione atmosferica molto lievi e maree terrestri, che si sviluppano sulle parti elastiche della terra, spesso non avvertibili.

La luce lunare è troppo debole perché si possono avere in campo agricolo fatti simili ad esempio alla fotosintesi clorofilliana provocata dalla luce solare, è si in grado di provocare certi movimenti in alcune specie vegetali ed influire sul comportamento riproduttivo di alcuni organismi marini
…beh anche l’uomo e la donna in una bella notte di luna sono portati ad essere più…affettuosi, ma direi che è l’incanto del creato, tutto, che influisce non la luna soltanto…se no gli stessi stati affettivi non si dovrebbero verificare durante il dì.

In molte culture, soprattutto contadine, si ritiene che esistano profonde correlazioni tra l’attività lunare e le condizioni meteorologiche. L’osservazione di alcuni particolari aspetti del nostro satellite, dovuti alla maggiore o minore trasparenza dell’aria, causata da umidità, fa apparire diversamente la Luna, caso classico è l’alone o la cosiddetta luna rossa.
L’uomo è portato a credere che vi sarà una trasformazione nel giorno successivo, ma la trasformazione metereologica è già in atto ed ecco che la luna ci sembra diversa.

Gli influssi sulle pratiche agricole sono quelli che godono di maggior credito da parte del mondo contadino.
I lunari per agricoltori sono bellissimi, ma nel complesso ci dicono che “occorre fare le azioni che porteranno alla crescita di nuove piante in luna crescente, e in luna calante non è opportuno fare tali pratiche di coltivazione”.
I mesi per la potatura debbono essere ben definiti e bisogna guardare anche la posizione della luna, lo stesso per la semina e per il vino.

I botanici, i tecnici di agricoltura hanno posto sotto verifica scientifica tali affermazioni senza per altro ottenere conferme.

Da parte mia ho sempre potato le piante da giardino e da serra e fatte talee in primavera per piante per le quali mi si diceva che settembre sarebbe stato il mese più idoneo…ma io volevo veder fiori in serra durante l’inverno…
A mio marito gli anziani hanno sempre dato consigli sull’imbottigliamento del vino, ma lui imbottigliava quando aveva tempo e mai che accadesse nei tempi consigliati…
vedi che hai seguito quello che ti abbiamo detto…senti che vino è venuto…buonissimo”…che fosse effetto del vitigno?…magari piantato vent’anni prima in momento di luna crescente?

Vediamo ora i lavori che caratterizzavano e tuttora caratterizzano il ciclo agricolo:

Aratura, ma anche Zappatura, Sarchiatura e Concimazione.

Parlando di fossi e cavedagne abbiamo in definitiva già parlato di aratura, della migliore conformazione dei campi. Possiamo solo confermare che l’uomo quando si accorse che togliere le male piante, interrare i residui delle piante che avevano fornito il raccolto precedente e rimosso poi il terreno, aveva fatto un notevole passo nell’apprendimento agricolo.
Eventuali altri concimi ottenuti dai residui umani e animali determinava un benefico effetto sul terreno Inoltre preparare il terreno, affinché le nuove radici avessero la possibilità di aumentare del volume giusto per raccogliere dal terreno stesso l’umidità insita e trattenuta in profondità e sviluppando ulteriormente l’apparato radicale, era un metodo per combattere i periodi di siccità.
L’aratura praticata normalmente a fine primavera sul frumento o a fine estate sulle altre specie agricole, riduce il ruscellamento superficiale, molto elevato quando l’intensità di pioggia è superiore alla permeabilità del terreno e dove l’acqua si perde ristagnando in superficie.
La baulatura, abbiamo visto, rimane una delle tecniche utili a conservare l’acqua nei fossi laterali ai campi e i residui delle coltivazioni contenenti ottimi fertilizzanti per la concimazione . Il ruscellamento invece porta sia alla perdita di terreno per erosione, sia al rilascio dei fertilizzanti. Le perdite per ruscellamento superficiale e l’erosione risultano evidenti anche in pianura, una lieve pendenza non permette di trattenere l’acqua in campo. La tecnica di colture poste in formazione incrociata, che risultano tanto belle visto dall’alto, non sono una fantasia dell’agricoltore: un campo coltivato con le piantagioni verso destra che si incrocia con un altro campo che viene coltivato in posizione perpendicolare al primo ha una sua ragione di essere, il non disperdere l’humus proprio del terreno.
Il ristagno superficiale e l’effetto battente dell’acqua sul suolo possono creare le condizioni per la formazione di una crosta poco permeabile, aumentando il problema del ruscellamento.

La profondità dell’aratura non è da prendere con leggerezza. Non sempre il solo aratro è valido per smuovere il terreno, zappa, vanga integrano l’aratro per smuovere in modo più coordinato il terreno e gli uomini del passato non abbandonarono questi ultimi attrezzi una volta creato l’aratro.
La zappa consentiva una migliore lavorazione del suolo, indispensabile per la frantumazione delle zolle, e anche per una seconda zappatura tra le piante già cresciute del terreno già arato.
Il lavoro di diserbo dei seminativi era comunque fatto a mano e la zappa o la vanga dunque potevano costituire un’alternativa all’aratro, là dove questo non poteva essere usato per ragioni economiche: la zappa era l’“aratro del povero”[17] ; rappresentava una componente integrativa dell’aratro, completando l’opera di questo nella sarchiatura del terreno. Tra l’altro piccoli appezzamenti orticoli non potevano essere trattati con l’aratro.
Nel I secolo d. C. si affiancò alla zappa e all’aratro, già in uso in epoca villanoviana, l’erpice, per ricoprire la semente dislavata dalle piogge e sradicare le erbe infestanti. Meno efficace l’erpice rispetto alla zappa in pianura venne usato durante il periodo imperiale romano nelle grandi estensioni coltivate a cereali, essendo la mano d’opera, soprattutto nelle villae, composta da schiavi catturati nelle guerre.



Sui terreni argillosi, è facile che lavorazioni ripetute negli anni alla stessa profondità possono formare uno strato, molto impermeabile, che impedisce l’approfondimento delle radici e limita la risalita capillare dell’acqua dalle falde.
Ciò succede con frequenza nella bassa pianura bolognese, ravennate e ferrarese. Un’aratura profonda, seguita da discrete piovosità o irrigazione, determina un accumulo di circa 50 mm. d’acqua in più rispetto ad un suolo soggetto a minima lavorazione e 100 mm. in più rispetto al suolo non lavorato.
Quindi nel nostro territorio, con terreni a tipologia franca argillosa[18] , l’aratura e le altre lavorazioni migliorano la porosità del terreno, le condizioni fisiche del suolo e gli scambi gassosi con l’atmosfera sono favorevoli allo sviluppo e alla crescita delle piante.

Tutto il discorso sin qui fatto va a finire in un …pozzo…non si può sempre sperare nella pioggia al momento giusto…

Sì perché non aveva senso muovere il terreno se poi non era possibile un’efficace irrigazione, indispensabile per l’orticoltura. Il ricorso ad acque piovane immagazzinate in cisterne, pozzi o il sollevamento di acque superficiali e al loro versamento sui campi coltivati erano e sono pratiche continuamente utili.

Nella pianura padana vi era nel passato larga disponibilità di acque fluviali o di risorgiva, veniva anche praticata l’inondazione regolata e permanente del prato irriguo, la futura “marcita” medievale e moderna, oggi non è più possibile per la carenza di acque piovane e la forte siccità.

La concimazione, tanto raccomandata nei suoi scritti da Catone (“prima arare, poi concimare”, stercorare), non fu fatta per il passato con regolarità e sufficientemente.
La concimazione nell’agricoltura italica era inferiore al 50% del minimo richiesto per mancanza di stallatico, essendo nei primi periodi l’allevamento in forma brada e quindi non erano sufficientemente abbondanti le concimaie.
Veniva compensata col sovescio, consistente nell’interramento nel suolo di piante o parti di piante allo stato fresco, al fine di immettere nel terreno gli elementi fertilizzanti in esse contenuti.
Era praticata anche la rotazione biennale a maggese per i suoli adibiti alla cerealicoltura e in grandi appezzamenti. I campi a riposo andavano ripetutamente arati per impedire la crescita di erbe infestanti; oppure i campi venivano coltivati (“maggese verde”), con legumi che azotavano il suolo.


Potatura, moltiplicazione e dirado

La pratica della potatura delle viti e degli alberi da frutta, la moltiplicazione delle piante e  il dirado delle pianticelle nuove sono, anch’essi, importantissimi lavori nella pratica agricola.

La semina, l’impollinazione sono metodologie dell’uomo e della natura per la moltiplicazione delle piante, ma esiste anche un metodo di moltiplicazione, vegetativa o agamica, che si verifica senza l’intervento degli organi sessuali della pianta, del fiore, e che consiste nell’utilizzo esclusivo di parti legnose della pianta stessa.
Si ha così un clone, un nuovo individuo capace di vita autonoma, che non ha apporti genetici diversi da quelli della pianta madre. 
Se la pianta madre è sana, la pianta figlia risulta sana, ma purtroppo virus nascosti e possibilità di mutazioni nelle gemme della pianta madre si possono trasferire nella pianta figlia e quindi da una piantata apparentemente sana non si ha la sicurezza di una nuova piantata sana.

La moltiplicazione per parte legnosa, si ha :
-per talea, partendo da una parte vegetativa che viene immessa in terreno particolare a formare nuove radici
-per innesto, inserendo nella pianta madre una sua porzione o porzioni di piante uguali a strettissimo contatto sin al formarsi di uno o più nuovi individui,
- per propaggine, interrando un ramo della pianta madre nel terreno vicino al fine di produrre nuove radici e una nuova pianta
- per margotta, dove si ha la stessa tecnica della propaggine, con la differenza che il terreno viene portato al ramo, provocando l’emissione di radici.

Nell’antichità si suppone che la tecnica di moltiplicazione legnosa sia stata per talea e propaggine, avendo osservato il moltiplicarsi delle piante autonomamente sul terreno per un ramo caduto o per un ramo interratosi.

Ci domanderete perchè parliamo ora di questo tipo di lavoro, esso è strettamente legato alla potatura: spesso dai rami potati si individuano le talee valide e gli innesti; ciò non vuol dire però che potatura e moltiplicazione debbano essere fatte nello stesso tempo, ad ogni cosa il suo momento...

La maggioranza dei frutticoltori ai quali mi sono  rivolta mi hanno detto che la potatura è un'arte, non esiste un mese, un giorno, un momento fisso in cui farla.
Bisogna amare la pianta e osservarla nel suo evolversi.
Abbiamo la fioritura? e, dopo, l'inizio di un frutto?
la linfa che va dalle radici ai rami deve poter tutta essere dirottata verso il nuovo frutto, è il frutto che ha bisogno di cibo ed allora i rami che lo sovrastano vengono tagliati, ma non troppo vicini al frutto stesso, che deve poter usufruire di un sostegno adeguato. Quindi l'uomo interagisce con l'albero per aiutarlo in questo parto.
 
Vediamo ora alcune piante importanti e le tecniche adottate per esse nel tempo.

La vite  pianta antica  si è trasformata con il passare del tempo, dal pliocene, per potersi adattare alle sempre mutevoli differenze climatiche.
I romani, fedeli ai precetti di Columella, avevano l’abitudine di mettere a dimora non talee giovani ma talee lignificate di due anni, ad una profondità notevole in modo da garantire l’emissione di radici anche negli strati più profondi del terreno per supplire ai periodi di siccità; quindi la potatura avveniva su rami già anziani, per formare le talee o per eliminare rami rovinati e non più vegetativi.
Le piante erano per lo più poste in filari.
Nel 1300 invece, si diffuse la tecnica di associare le viti a piante ornamentali o da frutto.

La potatura non veniva eseguita dopo il primo anno ma alla fine del secondo, in modo da far crescere la vite in altezza. Successivamente, mediante ripetute potature, veniva lasciato un tralcio per ogni ramo della pianta portante si da formare una struttura tale che tutti i grappoli fossero ben esposti al sole

 La potatura di allevamento, eseguita da Gennaio a Febbraio o anche Marzo nelle zone più fredde, era molto semplice: si lasciava un numero di tralci proporzionale alla vigoria della pianta oltre, naturalmente, a degli speroni basali per permettere di sostituire i tralci vecchi.
La potatura di produzione, dopo circa 5 - 7 anni dalla messa a dimora, consisteva nel lasciare due o tre tralci, scegliendoli tra quelli più robusti.

La sfemminellatura [19], che seguiva, consisteva nel togliere i germogli laterali che si sviluppano nell’inserzione della foglia sul fusto, e anche in queste caso, venivano lasciati degli speroni.
Tuttavia, nelle zone viticole la potatura si basa ancora su un antico detto:
"fammi povera che ti farò ricco".
Col tempo però, si capì che questa pratica accorciava notevolmente il periodo produttivo della pianta oltre ad inibirne la produzione anno per anno, anche se il prodotto risultava migliore e con un tasso zuccherino più alto.
Con la continua esperienza la potatura si modificò e si specializzarono proprio personaggi dediti alla sola potatura delle piante, che si spostavano da un sito ad un altro in tempi diversi e per potare piante diverse e con caratteristiche diverse.

Come accade anche ai giorni nostri, l’adozione di una nuova tecnica colturale, di allevamento, di trattamento o di altro, comporta dei rischi, quindi il viticoltore e il frutticoltore può essere più e meno restio a cambiare e di conseguenza il cambiamento generale si avverte nel giro di qualche ciclo.
La scelta della forma d’allevamento e del tipo di potatura sono operazioni molto importanti che, una volta eseguite, difficilmente possono essere modificate.
Diversi sono i fattori che influenzano tali scelte sia nelle viti che nei frutteti: il clima, il terreno, la pendenza, la sistemazione del terreno, e si è anche capito che la stessa varietà di pianta risponde in modi profondamente differenti a seconda della preponderanza di uno o di più fattori sopra citati.

Le potature che per certe piante sono invernali, non debbono essere eseguite prima della caduta delle foglie, in modo da permettere alle sostanze di riserva di accumularsi totalmente nella pianta e di non andare perse nelle foglie non completamente disseccate o nei tralci.
Per questo motivo, il periodo utile per potare è molto lungo, avendo le piante sviluppi diversi a secondo delle diverse specie arboricole.

Il diradamento delle giovani piante di qualunque tipo, sia pluriennali che annuali, eccetto i cereali e i foraggi, si ha invece al momento in cui la pianta è già formata ma non tanto cresciuta da essere in grado di produrre frutti.

Sia che la nuova produzione avvenga per seme o per talea, inizialmente le pianticelle sono vicine le une alle altre e man mano crescono hanno bisogno di sempre maggiori sostanze dal terreno al fine di ben radicare e di sole per la loro funzione clorofilliana, quindi tenere pianticelle a distanze minime vuol dire non permetterne uno sviluppo appropriato.
Quindi una parte delle nuove piante viene estirpata per lasciare maggior spazio a quelle rimaste.

Il diradamento non avviene in un’unica volta e spesso si associa al reimpianto o trapianto delle giovani piante in letti nuovi.
Mettere a dimora una pianta ben sviluppata con il pane di terra non è la stessa cosa che partire con la semina diretta, soprattutto quando il clima non permette semine anticipate in piena terra e i periodi di semine e trapianti possono coincidere.

Nel nostro territorio solo a fine aprile-primi di maggio è possibile seminare in piena terra zucche, zucchine, meloni, cocomeri, ecc., ma nello stesso periodo, se si dispone di piantine con il pane di terra di questi ortaggi, si possono trapiantare guadagnando così nella vegetazione diversi giorni o settimane.
Nel passato si allevavano piantine in zone riscaldate e illuminate delle abitazioni, ora si dispone di serre o si acquistano già piantine pronte per il trapianto e si dispongono in modo che la loro crescita si sviluppi senza incontrare ostacoli e su terreni ben drenati in modo che il ristagno d’acqua non blocchi lo sviluppo successivo e non favorisca lo sviluppo di malattie o l’attacco di parassiti.

Tutto il ciclo produttivo delle varie piante in agricoltura è complesso e si differenzia da pianta a pianta: ne hanno fatto le spese i nostri antenati.
Hanno appreso tecniche colturali diverse e più appropriate subendo anni di carestia, non dovuti soltanto ad agenti climatici diversi, ma soprattutto ad azioni non consone con le piante coltivate.

Comunque non vogliamo più tediarvi con questi spiccioli di tecniche agricole, non siamo noi gli esperti, né lo vogliamo far credere, vi stiamo solo raccontando quello che abbiamo potuto notare sul nostro territorio ed abbiamo fantasticato, ma non troppo, su quello che hanno dovuto penare i nostri progenitori per avere dalla Madre Terra prodotti per la loro sussistenza.

Se è tanto difficile adesso, tanto che pochi giovani proseguono il lavoro agricolo dei padri, pensate come doveva essere il tentare, lo sperimentare coltivazioni nuove o cercare di implementare quelle già in essere o rendere domestiche quelle selvatiche.

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[9] Sembra che la terminologia sia da far risalire al latino volgare laetamen, a sua volta derivato da laetare, cioè allietare, perché lo spargere letame fa contenti i campi fertilizzandoli.
[10] Grano da ghar (ghar-ati ,sanscrito, con il significato di disseminare, sparpagliare) o da gri- crescere. Dai primordi delle civiltà il grano è stato raccolto, lavorato e trasformato, diventando uno degli alimenti-simbolo più importanti: dal mito della «dea bionda» Cerere, fino all'eucaristia cristiana, è stato ritualizzato, mostrandosi come elemento sacro nella cultura del Mediterraneo.
[11] I Celti nel loro calendario il 31 ottobre era l’ultimo giorno del ciclo e il giorno successivo e gli altri dieci erano di festa, prima per ringraziare la Madre Terra dei frutti ricevuti e poi per chiedere un nuovo ciclo con raccolto abbondante. Il calendario dei primi uomini era strettamente legato al ciclo agricolo e alle fasi lunari. Non dodici mesi come nel calendario attuale, ma tredici cicli lunari di 28 giorni, che iniziavano ognuno nella notte di luna piena, e quindi un anno formato solo da 364 giorni.
[12] Ma il ciclo femminile è in media di 28 giorni, mentre il ciclo lunare è di 29 giorni e mezzo e comunque sotto questo aspetto di correlazione le donne tutte dovrebbero avere il ciclo nello stesso periodo, essendo unica la luna per tutte….
[13] Quattro feste celtiche erano legate a tali momenti:
-Samain, la più importante, citata nei frammenti del calendario ritrovato a Coligny, databile al primo secolo avanti Cristo, con il nome di Samonios. Era equivalente al nostro primo giorno del Nuovo Anno,
-Imbolc, corrispondente al 1° febbraio del calendario attuale,era legato molto probabilmente alla percezione di una aumentata lunghezza dei momenti di visibilità e quindi l’avvento della primavera. In tale periodo le pecore iniziavano a montare il latte e si aspettava la nascita degli agnelli
-Beltaine, 1° Maggio, o 15 maggio in Scozia, fine del buio, metà del ciclo, inizio dei raccolti. Periodo di purificazione per il bestiame, che veniva portato poi nei pascoli liberi. A tal fine per Beltaine si accendevano falò che venivano fatti ardere durante tutto il periodo della festa
- Lugnasad, 1° Agosto, festa che inneggiava al raccolto dei cereali e era propiziatrice per la maturazione delle patate e la futura vendemmia.
[14] I Romani stessi all’inizio della loro storia utilizzavano un calendario basato sui cicli lunari e costituito di dieci mesi. Dall’inizio dell’anno , 1° marzo attuale, ogni mese era diviso in tre parti, calende, none e idi, che rispecchiavano le fasi lunari: dal novilunio al primo quarto, dal primo quarto al plenilunio e dal plenilunio al novilunio successivo. Il calendario così formato subiva variazioni continue per la errata misura del tempo. Solo dal 153 a.C. poiché i consoli iniziavano la loro magistratura in un giorno prefissato dell’anno, corrispondente al nostro primo gennaio, venne stabilito tale giorno come inizio del ciclo. Il calendario si trasformò poi ulteriormente e venivano indicati giorni dedicati agli dei, 109, 235 agli uomini e altri 11 agli dei e agli uomini insieme, totalizzando un calendario di 355 giorni. Nel calendario romano venivano attuate periodiche intercalazioni di giorni che tentavano di rimediare agli errori che non permettevano mai di avere un ciclo uguale al precedente o al seguente e cercavano di far coincidere l’antico calendario lunare con quello solare, più pratico. La riforma definitiva avvenne con Giulio Cesare, coadiuvato dal matematico egiziano Sosigene, il quale nel 46 a.C. riformò il calendario stabilendo la durata dell’anno in 365 giorni con l’intercalazione di un giorno ogni quattro anni (anno bisestile) e svincolando la sequenza calende, none e idi dalle fasi lunari.
[15] Per gli antichi celti, nomadi, la notte di Samain era la notte in cui si banchettava con i defunti, che ritornavano per celebrare la fine del ciclo con chi avevano lasciato. Per la civiltà cristiana tale rito si conserva nello stesso modo al 2 di Novembre e in molte parti dei vari paesi è uso esporre cibo sul davanzale della cucina per i defunti oppure porre un posto a tavola per essi. Anche i dolci che vengono tuttora fatti ricordano tali riti, le fave dei morti, biscotti classici della nostra pianura hanno la forma di un piccolo feretro. Non so perché …non sono mai riuscita a mangiarli…forse per il nome…forse per un’innata superstizione?
[16] E’ classica nelle parate del Carnevale la maschera della “Morte”: la portiamo in allegria verso la primavera…
[17] Non tutti i coltivatori potevano usufruire di questo nuovo ed intrigante mezzo, dovevano utilizzarlo in comunione con altri e spesso erano troppi coloro che usavano lo stesso aratro.
[18] Vedere Appendice 1 al Capitolo Terzo.
[19] La tecnica della sfemminellatura era ed è praticata su quasi tutte le piante che hanno un fusto con varie diramazioni, come quelle ortive e le piante da frutto giovani
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