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Cap. 2 - Idrografia 1
Cap. 3 - Flora 4
Cap. 4 - Fauna4
Cap. 5 - Uomo 4
Cap. 6 - Cibo7
Cap. 7 - Attività agricole tipiche9
Cap. 8 - Dalle origini ai Romani10
Cap. 9 - I Romani nella Pianura Padana17
Cap.10 - I Barbari ... Alto Medioevo10
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\\ Home Page : Scritto STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net - Angela Bonora: Capitolo settimo: Lavori “nascosti” sul terreno

Capitolo settimo. 5 - Lavori “nascosti” sul terreno (parte prima)

Di Angela Bonora (del 24/04/2007 @ 20:15:27, in Cap. 7 - Attività agricole tipiche, linkato 3737 volte)


In un capitolo precedente, trattando della geomorfologia storica, abbiamo dato le basi per una interpretazione del suolo e con una breve storia della sua trasformazione idrografica ne abbiamo interpretato le modificazioni nel passare dei millenni.

Dopo aver parlato delle coltivazioni proprie del territorio nei vari tempi e prima di trattare degli insediamenti umani che la storia ci riporta, vogliamo fornire un breve spaccato dei lavori primari che il contadino doveva fare per agire in modo corretto sul terreno, al fine di ottenere una maggiore produzione.

Ciò per completare la parte relativa al cibo, alle coltivazioni e agli allevamenti che rimarrebbero in un qualche modo fini a se stessi.

Iniziamo con una cantilena che con fare monotono ripercorre il ciclo agrario.
E’ scritta in latino misto al primo volgare; le indicazioni riportate descrivono succintamente i vari lavori ai quali il coltivatore era tenuto affinchè la produzione del terreno fosse buona.

Già gli antichi romani si interessavano di scrivere manuali per dare indicazioni per la coltivazione e questo breve scritto forse non è altro che il sunto di quello che veniva raccomandato :

Juanuarus: poto
Februarius: ligna cremo
Martius : de vite superflua demo
Aprilis : do gramen gratum
Majus : mihi servit flos
Junius : mihi pratum
Julius : foenum declino
Augustus : segetes tero
September : vina propino
October: semen humo jacto
November: mihi pasco sues
December: mihi macto
.

Ed ecco una libera traduzione commentata:

Gennaio: mi bagno (pioggia, neve sui campi, la natura a riposo, il contadino lavora 
            all’interno)
Febbraio: legna brucio ( rimango all’interno della casa al caldo…e continuo i lavori interni)
Marzo: libero la vite dai rami superflui (potatura per far crescere i nuovi getti)
Aprile: tolgo la gramigna (ripulisco i campi delle erbe e radici male e li preparo per le 
          nuove colture)
Maggio: curo le piante nuove (togliendo le male piante e concimo )
Giugno: lavoro sui campi (mietitura, raccolta della paglia)
Luglio: volto il fieno ( cresciuto dopo la mietitura, tagliato e steso al sole ad asciugare)
Agosto: trebbio il grano ( e si arriva alla macinazione delle granelle per avere la farina)
Settembre: brindo con i vini nuovi ( dopo la vendemmia e la fermentazione)
Ottobre: getto i semi sui campi preparati e concimati
Novembre: curo il bestiame
( perché affronti bene l’inverno o sia pronto per essere
          utilizzato)
Dicembre: uccido il bestiame (ovviamente una piccola parte e nel nostro territorio i
          maiali, che verranno conservati come cibo invernale)

Tale breviario fu poi ripreso dai vari proprietari medievali e successivi nei loro scritti, che erano continue raccomandazioni per i lavoratori della terra.

Diverse sono le incombenze di un coltivatore.
Spesso quando si parla di lavoro agricolo si è portati a vedere solo quello che si sviluppa sui campi e specialmente durante i mesi più caldi, primavera, estate e primo autunno. Anche in queste pagine sinora abbiamo parlato di coltivazioni ed allevamenti visibili e ai loro risultati e ci siamo soffermati poco su quegli atti che sono preparatori per la buona riuscita di un prodotto agricolo.

Il nostro territorio, con terreno alluvionale ad impasto prevalentemente sabbioso-argilloso, richiedeva e richiede tuttora la costruzione e la continua sistemazione di fossi e cavedagne per far scolare le acque precipitate in sovrabbondanza, non assorbite dal terreno e mantenere equilibrata l’umidità del suolo.
Quindi è d’obbligo parlarne.

Siamo in ciò confortati dalla pregevole raccolta di articoli di Carlo Poni che in un titolo condensa ed esprime la complessa problematica della conservazione del terreno coltivabile “Fossi e cavedagne benedicon le campagne ”. Il titolo è ottenuto da un proverbio proprio della pianura.

Fossi e Cavedagne

Il termine fosso non ha bisogno di spiegazioni, la sua funzione é quella di contenitore e convogliatore di acqua, mentre il termine cavedagna é di interpretazione meno intuitiva.

I campi sono nel nostro territorio di forma rettangolare, leggermente più alti verso il centro[1] per far defluire dal terreno le acque verso i fossi, che li costeggiano per il senso della lunghezza.
I fossi spesso sono dotati di sbarramenti a saracinesca per mantenere l’acqua nel fosso e poterla utilizzare nei momenti di secca: vengono costruiti perpendicolarmente al fosso canaletti che raggiungono le colture e l’acqua ritorna sul campo dal quale era defluita nei periodi piovosi.
Ai due lati del fosso scorre la cavedagna, piccolo tratto erboso, mantenuto senza coltivazione, utile per percorrere i campi a piedi o con carri con i concimi prima e con i raccolti poi.
Anche nel senso della larghezza vengono formate delle cavedagne più larghe con le stesse funzioni.

Nelle nostre campagne vi sono quindi due tipi di cavedagne, quelle piccole divise dal fosso, cavedagne doppie, e quelle più grandi, cavedagne di testa.

Il fosso non va solo approntato, ma mantenuto periodicamente; il coltivatore, affinché sia valida la pratica dello scavo del fosso, deve mantenerlo libero da erbe, foglie secche, frutti caduti dagli alberi, radici, terreno di scolatura, tutto materiale utile ancora al campo in quanto rimanendo sul fondo del fosso marcisce e raccolto é ottimo concime.

Anzi nei tempi passati, quando i concimi chimici non erano ancora utilizzati, la composta formatesi nel fosso rappresentava un buon integratore insieme allo stallatico[2] ; il materiale di scolmatura veniva di norma portato nel mezzo del campo per ripristinare la forma a schiena d’asino che si abbassava per effetto combinato dell’aratura e del displuvio.

Già i romani quando organizzarono le colonie, che poi costituirono nel nostro territorio la Regio VIII, praticavano lo scavo dei fossi per il miglioramento del terreno; non solo scavo, ma anche la periodica manutenzione. I fossi quindi delimitavano i campi e li caratterizzavano.

L’arbustum romano o meglio gallico (albero, normalmente acero), descritto anche da Columella nel suo De Re Rustica, cresceva lungo i fossi a sostegno di due o quattro tralci di vite che venivano fatte crescere lungo le sue branche principali.

Nel Medioevo si sviluppò poi la piantata padana: gli alberi venivano piantati in ordine tale che potessero sostenere le viti che pendevano con i loro tralci da un albero ad un altro.

Tale piantata è generalmente sopravvissuta sino ai nostri giorni e caratterizza soprattutto la collina, meglio adatta alla vite. Molto spesso oggi è sostituita da sostegni non vivi, come pali di cemento e la vite viene coltivata a tutto campo.

I vantaggi che comportava la piantata erano molteplici, infatti si potevano sviluppare contemporaneamente diverse colture: la vite, i seminativi al suolo e il foraggio, inoltre le viti, mantenute in alto dagli alberi, potevano usufruire della massima insolazione, favorendo così la maturazione dei grappoli ed impedendo il pericolo di muffe derivanti dall’umidità stagnante.

Gli "alberi tutori" erano prevalentemente l’olmo, l’acero campestre, in alcuni casi erano impiegati anche pioppi e gelsi.
Le foglie di queste piante, raccolte quando erano ancora verdi, costituivano poi una ottima integrazione alimentare invernale per i bovini.
conca e carriola

L’uomo, che per lavorare al meglio il terreno si era costruito arnesi adatti che via via trasformava per renderli sempre più utili, dapprima scavava i fossi, li scolmava e trasportava il materiale di risulta nel mezzo del campo manualmente mediante conche di legno, poi inventò la carriola nel X secolo e fu facilitato nel suo lavoro.

Divenne quindi improrogabile l’ideazione di facili percorsi per l’ attraversamento dei campi ed ecco nascere le cavedagne attraverso le quali la carriola poteva percorrere anche lunghi tratti.


Nella nostra pianura il problema della regimentazione idrica non era solo sentita a livello dei fiumi e dei torrenti, ma anche per i problemi di un solo giorno di pioggia. Ne erano consapevoli i coltivatori, soprattutto i proprietari dei grossi latifondi dati a colonia parziaria, a mezzadria, per la coltivazione.

La forma della coltivazione diretta nella pianura era poco praticata in quanto il territorio nel periodo medievale, specialmente, era suddiviso in grandi appezzamenti che venivano concessi in usufrutto o donati dai governanti ai loro vassalli e che a loro volta lo facevano coltivare al popolo della campagna.
Il contratto, che veniva posto in essere tra l’usufruttuario e il coltivatore, fissava varie incombenze di “fare” e “dare” per quest’ultimo e tra esse vi era lo scasso dei fossi e la manutenzione di fossi e cavedagne, che dovevano essere sempre pareggiate e falciate dalle erbe.

Nei contratti sin dal XIII secolo si parla del dovere per il colono parziario di “cavare fossi e mantenerli”; il fosso quindi veniva costruito al momento della delimitazione di un campo nuovo e per tutto il tempo che il campo era in coltura il fosso doveva essere accudito[3].

Nel nostro territorio nei secoli dal XV al XVII i proprietari terrieri insistevano sull’importanza dei fossi come scolo delle acque, difesa del campo dall’invasione del bestiame dai pascoli aperti, serbatoi di composte atte alla concimazione e indicavano inoltre come dovevano essere scavati tenendo conto della pendenza del terreno e dell’importanza che proprietari vicini si accordassero per la costruzione di collettori maggiori a vantaggio di tutti[4].

Oltre agli agromoni anche i possidenti terrieri scrivevano piccoli trattati di come si dovevano comportare i coltivatori. Le regole per la costruzione dei fossi elencate dai proprietari terrieri nei contratti indicavano i tempi più propizi per tali lavori:
- gennaio per scavare i fossi ed estirpare le radici che crescendo all’interno possono riprodurre erbe infestanti,
- febbraio per la revisione delle rive, argini ed eventualmente approntare difese dai fiumi, in vista delle piogge primaverili ,
- maggio si rivedono i fossi, le cavedagne e le chiaviche che fossero stati danneggiati dallo scioglimento delle nevi e dall’umidità primaverile
- nei mesi di maggiore calura e per le colture che richiedono acqua si fanno i canaletti trasversali per convogliare acqua sui campi, i canaletti e i fossatelli vanno fatti con la zappa o con il badile per non rovinare il raccolto futuro
- e da settembre a dicembre si scavano nuovi fossi, si migliorano quelli esistenti al fine di preservare le sementi messe a dimora, e si gettono sul campo il risultato della scolmatura del fosso per arricchire il terreno: “nel fondo de’ fossi sta il pane” dicevano i nostri progenitori.

zappeLa tendenza, sino alla fine del XIX secolo, era, forse seguendo la tecnica della antica centuriazione romana, di dividere la proprietà di un singolo padrone (podere) in tanti rettangoli più o meno uguali orientati nello stesso senso, campi; ciascun campo diviso dal vicino nel senso della lunghezza da un fosso e da cavedagne doppie, gruppi di campi adiacenti formano un blocco, morello [5], separato in senso orizzontale da altri blocchi uguali mediante cavedagne di testa .

I fossi, tra loro collegati e con pendenze costante a diversi livelli, versavano poi l’acqua verso un capofosso, in posizione più bassa rispetto agli altri, e da esso l’acqua raggiungeva il canale circondariale (nel nostro territorio il Riolo ad esempio) che serviva più poderi in caso di esigenze di irrigazione o convogliava l’acqua in sovrabbondanza nei canali collettori provinciali ( il Navile).

Alla sistemazione idraulica così organizzata, che si é formata nell’andare dei secoli, e che tuttora sussiste in molte parti, si aggiungeva la formazione temporanea di canaletti o fossatelli che potevano variare da anno ad anno in base alla particolare coltura insediata nel campo, che poteva richiedere maggiore o minore umidità. Ovviamente la struttura del territorio che così si aveva era soggetta alle caratteristiche geografiche: clima e quindi piovosità o siccità, natura del suolo, sua permeabilità e inclinazione, e non ultimo il tipo particolare degli appoderamenti, latifondi o medie e piccole aziende.

Questa descritta é in linea di massima la conformazione dei terreni preparati per le culture asciutte, che venivano bagnati a seconda del bisogno[6] , che tuttora sussiste nel sangiorgese.

Nel nostro territorio erano presenti sino a poco tempo fa anche coltivazioni umide, alcune risaie[7], e coltivazioni che per la lavorazione del prodotto della terra avevano bisogno di molta acqua, come la canapa e il lino. Per esse la trasformazione del territorio era diversa e quindi diverso il lavoro che veniva richiesto ai coloni sovrastanti gli appezzamenti.vanga, rastrello, forca

Nei canapai il lavoro di sbancatura dei fossi e delle cavedagne era molto più accentuato perché vi era uno spostamento di terreno di grande volume.

Oltre a cercare di cancellare l’ovvia ondulazione del terreno dovuto all’uso dell’aratro e a livellarlo eliminando le vecchie radici delle coltivazioni annuali, mediante l’uso della vanga e delle zappe in tempi più lontani e poi dell’erpice in tempi più recenti, nei canapai in novembre e in dicembre avveniva il lavoro più intenso.

Quindi le dodici regole elencate all’inizio di questa parte diventavano molto più intense ed intenso il lavoro.

Con la vanga il contadino preparava il terreno partendo dal centro del campo per poi andare verso le cavedagne dove venivano ammassati grandi quantitativi di terra. Questo modo di procedere tipico dei canapai, ebbe inizio nel nostro territorio verso il XVI secolo (baulatura) in forma incompleta e rozza e doveva diventare più completo con il passare del tempo e l’esperienza, ma il nostro territorio votato per eccellenza in Italia alla coltivazione della canapa era anche soggetto agli umori del fiume Reno e dei torrentini suoi affluenti .

Le gravi e sbagliate opere idrauliche del XVI secolo, tendenti a migliorare l’andamento del fiume Po, si trasformarono nei periodi successivi in una continua minaccia per la pianura bolognese nella quale le opere idrauliche esistenti andarono perse a causa delle innondazioni e dell’invasione dell’acqua su terreni già sistemati per la coltivazione ceralicola e a canapa e a lino.
A questa si aggiunsero i risultati della peste che si protrassero per due anni 1630-31: nel 1630 da Agosto a Dicembre l’epidemia e nel 1631 il recupero delle coltivazioni che erano state disattese per la mancanza di mano d’opera.

Non si può dire quindi che la situazione della nostra campagna nel periodo tra il XVI e il XVIII secolo fosse delle migliori.

Vi fu un cambiamento di tendenza solo oltre la metà del secolo XVIII, quando fu approvato dallo Stato Pontificio un piano di sistemazione del fiume Reno e degli altri fiumi e scoli del bolognese, ciò faceva parte di un atto di più grande portata che comprendeva anche il territorio della Romagna e posto in essere dalla Sacra Congregazione delle Acque nel 1767[8] 

_________

[1] La forma é detta dalle nostre parti “a schiena d’asino”.
[2] Oggi la pratica della concimazione con componenti chimici ha fatto sì che la manutenzione dei fossi fosse disattesa, con non pochi problemi per lo scolmo delle acque nelle campagne. Anzi molti fossi rasenti le strade principali sono stati interrati per allargare le strade stesse e passaggi dalle strade alle campagne circostanti sono stati abbandonati per cui un semplice acquazzone estivo fa sì che strade di grande traffico siano allagate. Più di dieci anni fa, in estate, la strada di Galliera che attraversa il territorio sangiorgese fu allagata per diverse ore a causa di un temporale e poche ore dopo la stessa cittadina di San Giorgio di Piano fu allagata ed occorse il lavoro dei vigili con motobarche per svuotare scantinati e garage. Per rendere più evidente il problema della manutenzione di fossi nella campagna e delle fogne all’interno del paese ci fu chi si fece il giro dell’abitato in canoa: era un giovane idraulico, Michele Cappelli, operante nella cittadina che evidentemente aveva informazioni di prima mano sulla situazione del deterioramento progressivo dei mezzi di convogliamento delle acque sia piovane che di spurgo. Le Autorità cittadine consapevoli del possibile futuro degrado dei terreni e degli immobili emisero un’ordinanza che si rifaceva ai vecchi tempi ricordando che il dovere di scolmatura dei fossi e di pulirura dei tombini antistanti alle proprietà era ancora in uso e d’obbligo.
[3] Nei contratti, che erano a mezzadria, non era indicata la parte di dovere del proprietario o comunque le spese da addebitarsi a lui.
[4] San Giorgio di Piano é solcato ancora ora da diversi canali collettori e anche nell’abitato sino a poco tempo fa esistevano larghi fossi, che con le nuove costruzioni sono stati chiusi ( sono stati sostituiti dalle fogne o finiscono nel nulla, vedi davanti alla pasticceria Robby sulla nuova strada che va verso Argelato e nel parco del Circolo degli Anziani).
[5] E’ facile trovare tra i toponimi della pianura Padana il termine “morello”, che per alcuni farebbe pensare al particolare riferimento ad un cavallo. Abbiamo infatti il toponimo Sette Morelli, nella campagna.
[6] Rimandiamo all’opera citata di Carlo Poni per gli opportuni approfondimenti e ulteriore bibliografia.
[7] Abbiamo ancora qualche risaia nelle zone di Bentivoglio, ma attualmente vengono utilizzate per la piscicoltura.
[8] Vedere il capitolo 2, riguardante le opere idrografiche interessanti il Reno.


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