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Cap. 9 - I Romani nella Pianura Padana17
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\\ Home Page : Scritto STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net - Angela Bonora: Capitolo Sesto - L'Orto e la Frutta

Capitolo Sesto. 3 - L'Orto e la Frutta

Di Angela Bonora (del 30/01/2007 @ 20:38:29, in Cap. 6 - Cibo, linkato 3855 volte)

 

Negli appezzamenti di terreno più prossimi alle abitazioni venivano attuate coltivazioni ortive, con vegetali e frutta da utilizzare freschi.

L'impiantare coltivazioni nei pressi dell'abitato ha sempre stimolato l'uomo, sia per la praticità nel seguire il crescere e il curare le piante, sia perchè la breve distanza dalla casa era  senz'altro un'altra attrattiva.

Lo scoprire nuove piante, imparare a conoscere le piante che i romani, ad esempio, avevano visto crescere nei giardini pensili asiatici, e soprattutto vedere che tali coltivazioni in definitiva non erano così difficili da attuare, erano rinnovabili e si riproducevano facilmente di anno in anno, e non ultime le piante che arrivarono dal Nuovo Mondo incrementarono l'uso di impiantare orti.
 
Ma l'orto richiede terreni ben drenati e soleggiati e quindi sorsero vicino alla casa, ai bordi della villa, della città, ma  non troppo vicini ai muri dei caseggiati, le piante hanno anche bisogno di aria oltre che di sole.

Erano principalmente le donne che lavoravano in questi piccoli giardini con frutti mangerecci, quindi gli attrezzi che vennero  usati erano di misura più piccola di quelli usati per le altre coltivazioni; si costruirono piccole zappe per muovere il terreno, falci per tagliare le erbe, rastrelli per rimuovere le foglie cadute dagli alberi da frutto.

L'orto forniva vegetali, cibo fresco per quasi tutto l'arco dell'anno ed ecco che anche in San Giorgio ogni casa aveva un orto e in mezzo ai vegetali anche fiori.
Quindi fiori di campo e in mezzo a questi, piselli, fave, agli, cipolle, melanzane, cetrioli, cavoli, carciofi, erbe aromatiche e dopo la scoperta dell'America si aggiunsero, pomodori, patate ed altri frutti ancora.

ortaggi

Ora le case non hanno più l'orto in evidenza, sul davanti della casa fiori a profusione e dietro alla casa un piccolo orto, che viene coltivato con lo stesso amore del giardino in evidenza.

Lo scalogno o scalogna è tipico dei nostri orti.
Ne parla per primo Plinio dicendo che i greci avevano sei tipi di cipolle di cui appunto una era la scalogna ed era la migliore: un antico ortaggio al quale venivano attribuite proprietà medicamentose ed usato in cucina già nel sec. XIV per fare torte salate, come si può vedere da un manoscritto dell'epoca conservato presso la Biblioteca Universitaria di Bologna.

Allo scalogno si associa negli orti la cipolla coltivata nella pianura bolognese fin dal Medioevo.
Testimonianze letterarie del ‘500 e ‘600 ricordano i bulbi grandi e profumati raccolti in territorio bolognese e nella limitrofa campagna. Nel 1618 un bando emanato a Bologna fissava i prezzi delle diverse pezzature commercializzate nel mercato cittadino.

L' assiduo lavoro di bonifica idraulica ha permesso di ricavare dalle paludi e dai pantani acquitrinosi ampie porzioni di suolo particolarmente fertili e produttive.
In esse si raccolse inizialmente l'asparago selvatico, che era principalmente cibo del contadino, poi assaggiato dai nobili tenutari di proprietà della pianura si iniziò la coltivazione anche dell'asparago denominato “domestico”, destinato a essere venduto nei mercatini delle erbe di Bologna e cibo prelibato per le mense dei nobili.

Oggi le nostre terre di pianura coltivano l'asparago verde di Altedo, in esso si sono fuse le nozioni di coltivazione della nostra Bassa e le tecniche francesi apprese da agricoltori di Altedo nel 1923.

In prossimità degli orti o all'interno degli orti stessi venivano coltivate frutta.

La nostra pianura nel passato produceva varie qualità di frutta, come abbiamo indicato nel capitolo sulla vegetazione, che ora non sono più raccolte o coltivate.

Frutta derivate da piante selvatiche poi opportunamente coltivate o bacche di rovo o gelso, come more, lamponi, corbezzoli.

Ma se andate a domandare ad un bambino dei nostri tempi se ha mai mangiato una mora di gelso, quello vi guarda e domanda: "che cosa è? un gelato? a me piace la Vaniglia o il Puffo" Beh con le more dei gelsi si facevano buonissimi gelati...ma ad un nostro progenitore se fossimo andati a chiedere se gli piaceva il gelato "Puffo" avremmo suscitato lo stesso stupore del bambino di oggi.

Traslasciando ogni altra folle considerazione vediamo che cosa si associava alle more, ai lamponi, nell'orto come frutta.

Normalmente erano frutti che abbisognavano di frequenti cure ed acqua come fragoline, nespole, nocciole.

A lato di un orto non mancava mai un noce che permetteva di immagazzinare frutta secca per l'inverno. Qualche pero, qualche melo selvatico.

Procedendo nella tecnica di coltivazione, l'uomo si accorse che alcuni frutti o meglio alcuni alberi che fornivano frutta avevano vita lunga e grande produzione.

Alcuni di questi frutti potevano essere conservati o trasformati in composte o marmellate da usare durante l'inverno.


Come aveva scoperto la coltivazione della vite e l'aveva incrementata selezionando qualità diverse, così fece con il melo, il pero, il pesco e tanti altri frutti.




Sembra che sia stato Alessandro Magno ad introdurre il pesco in Europa e che provenisse dalla Persia ma originario della Cina, dove il pesco era considerato l'albero del bene e del male.







I primi dati storici relativi invece alla coltivazione del
pero risalgono agli inizi del ‘300, quando viene ricordato per la prima volta nel trattato dell’agronomo bolognese
Pier Crescenzi ed era conosciuta nella nostra zona la "pera tipica" molto prima che in altre parti d’Italia.

In Emilia esistono tuttora immagini della “Madonna con la pera”, copie di un affresco del 1450 a testimonianza della secolare presenza di tale coltura.





È originario di una zona sud caucasica, il melo è oggi coltivato intensivamente in Cina, Stati Uniti, Russia, in Europa soprattutto in Italia e in Francia, ma l'antichità si cibava di meli selvatici ed ancora nei nostri boschi è facile raccogliere mele piccoline selvatiche, dolcissime o del tutto asprigne, quindi diversità anche dalla natura.

In Italia la produzione è concentrata nel settentrione e la nostra pianura produce circa il 15% del raccolto nazionale con  ampie piantate e meli unici selezionati all'interno degli orti.




Ogni orto una volta aveva almeno un paio di alberi di albicocco.

Importato dai romani dall'Armenia 100 anni a.C., è originario della Cina, paese nel quale le testimonianze della sua coltivazione risalgono al 3.000 avanti Cristo.

E' una delle principali fonti di potassio per l'uomo.

 

Anche alberi di ciliegio caratterizzavano gli orti 

Dai resti fossili rinvenuti in diversi scavi sappiamo che
alberi di ciliegio erano già presenti nella penisola anche prima dei Romani, ma è solo a partire dal '500 che abbiamo notizie più precise della sua coltivazione.

E la pianura emiliana era una grande produttrice e tuttora le ciliegie del nostro contado sono conosciute anche all'estero.


L'inizio dell'agricoltura era basato su poche specie che via via erano aumentate proprio per la volontà dell'uomo di migliorarle, di inventare nuove qualità dello stesso frutto.

Per alcuni frutti, quelli a più lunga conservazione l'uomo pose in essere piantate, come aveva fatto con i cereali.

In San Giorgio e dintorni sono molte le piantate di pere.
I meli sono più frequenti al nord dove vengono coltivati in Trentino in grandi appezzamenti.

L'Italia era considerata nei secoli passati una delle più grandi produttrici di frutta, e la pianura del Reno era particolarmente favorita per le sempre nuove qualità scoperte che venivano esportate negli altri continenti.

Ma dall'inizio del ventesimo secolo tre quarti della diversità genetica delle principali colture agrarie è scomparsa.

Migliaia di varietà eterogenee di piante coltivate per generazioni sono state sostituite da un numero ridotto di varietà più facilmente commerciabilizzabili.
In Italia sono a rischio di estinzione ben 1500 varietà di frutta.
Il fabbisogno alimentare complessivo è assicurato da non più di 30 diverse piante. 

Se l'uomo primitivo al momento in cui ha iniziato a coltivare sistematicamente le piante ha ragionato in base all'osservazione della Natura, e come la Natura ha ragionato, ora l'uomo ragiona solo in termini di maggior utile e quindi distrugge o comunque non conserva la biodiversità degli agrosistemi naturali.
Ciò porta a sistemi agricoli insostenibili ed instabili ecologicamente.

Se viaggiamo durante la fioritura nella campagna sangiorgese vediamo tante piantate, ma quasi tutte hanno gli stessi fiori: peri, meli, peschi sono le più coltivate, ma in maniera uniforme, le più conservabili, le più richieste dal mercato. 

Se entrate in un negozio di frutta e verdura vedete pomodori bellissimi, ma tutti uguali, sembrano fatti con lo stampo.

Ve li ricordate i pomodori ricci? profumatissimi, usati per fare i pomodori al forno, oggi non si trovano più, le carote sono tutte della stessa lunghezza...un'uniformità spaventosa, ottenuta con diserbanti, concimi chimici ecc...

Poi, non ultimo, per molte piante la coltivazione avviene in serre, si hanno produzioni fuori stagione e soprattutto non sempre si ha l'impollinazione di nuove piante: l'impollinazione è fatta artificialmente.

La tanta decantata fatica delle api, fatta da scrittori del passato, per la riproduzione delle specie vegetali è lasciata a laboratori...a provette tenute in congelatori... 



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