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\\ Home Page : Scritto STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net - Angela Bonora, Anna Fini, Mauro Franzoni: Capitolo settimo - Lino e Canapa

Capitolo settimo. 2 - Lino e Canapa

Di Angela Bonora, Anna Fini, Mauro Franzoni (del 11/02/2007 @ 10:35:24, in Cap. 7 - Attività agricole tipiche, linkato 6881 volte)


linoNella prima metà del ‘300 nella valle Padana erano diffuse due coltivazioni erbacee: il lino e la canapa.

Il lino importato dall’Egitto e dall’Asia Minore veniva coltivato nelle nostre zone temperate e umide per ricavarne la fibra tessile. Venivano utilizzati anche i semi per ricavarne farine ad uso terapeutico, come impiastri essudativi.

La canapa, anch’essa importata dall’Asia centrale, veniva coltivata per ricavarne fibra, semi e oli utilizzati nella preparazione di saponi e vernici e venivano anche usati come cibo i semi.

Il lino, pianta molto antica, è coltura e fibra più ricca, meno popolare, legata a costumi, a consuetudini, delle genti ricche che facevano lavorare la tela di lino per gli oggetti del corredo.


Il filo di canapa a differenza da quello di lino è ruvido, irregolare, secco arduo da “addomesticare”. canapa

Ma le filatrici e le tessitrici di una volta, prendendo fuori dai cassetti manufatti in canapa orgogliosamente, ci dicono [1]:
“Questa è stata seminata, poi cresciuta, lavata, mondata, tirata. Veniva fatta la tela.
Questa è quella che ho fatto io per mia figlia, morbida.
Mia nuora con quattro di queste pezze di tela ha fatto il pizzo e le ha unite e ha fatto una tovaglia quadrata.
Qui c’è un asciugamani. Per fare questa qui ci si metteva la stecca per potere passare il filo.
Con il cotone, che è tutto uguale, non c’era bisogno di imbusnerla, con la canapa era diverso, bisognava per farla metterci qui una stecca perché stesse tirata.


(cosa vuol dire imbusnerla?)

Vede quello lì con il filo di canapa? È soffice . Non può fare la tela senza far uso di una colla con farina e tridel dal furmant (crusca). Si faceva bollire e poi con un bruschino si faceva una passata con quella colla e allora il pettine passava bene. Serviva per tenere divisi i fili. Perché questi, uno deve andar su e uno deve andare giù. Ci voleva tanto tempo.
Con il cotone si faceva meno fatica, ci si metteva meno tempo, il filo era tutto uguale, ma la tela era meno bella. I lenzuoli di cotone venivano duri, duri, che non servivano a niente e duravano poco.
La canapa invece è morbida e più resistente e si facevano anche le pezze per le donne. I ricchi le pezze le facevano di lino con sopra ricamate le iniziali
[2]

Per la crescita delle piante e il procedimento di estrazione mediante macerazione e preparazione delle fibre era necessaria abbondante acqua. macero

La  presenza in tutta la pianura di tali piante era infatti indissolubilmente legata alle zone di acqua ferma, stagna.


Sia la canapa che il lino richiedono vasti spazi acquosi, maceri.




La coltivazione della canapa e del lino varia a seconda del tipo di terreno, del clima e della tradizione.

Nell’antichità il lino era preminente rispetto alla canapa, poi andarono per un certo periodo, nel nostro territorio, di pari passo, dopo la canapa prese il sopravvento.

Nella  pianura Sangiorgese la canapa e il lino, maturi in giugno-luglio-agosto, venivano estirpati a mano dal terreno.

La canapa veniva tagliata distinguendo gli steli maschi dagli steli femmine.

Prima veniva tagliata a raso suolo, o estirpata, la canapa maschio, che maturava prima,
e la canapa femmina che portava i semi veniva successivamente tagliata con la roncola, dopo alcune settimane.

Gli steli raccolti venivano messi in fasci o mucchi della stessa lunghezza e legati in manelli.
I fasci lasciati prima a seccare all’aperto per un certo tempo, venivano poi immersi in acqua stagnante e venivano appesantiti con massi per far sì che rimanessero sommersi. 

In  Sangiorgio esistevano vari maceri, stagni artificiali estesi, con le rive consolidate da pietre.

I fasci rimanevano nei maceri dai tre agli otto giorni o più, a secondo che l’acqua fosse completamente stagnante o avesse un certo deflusso.

Le mannelle o manelli venivano rimossi per far sì che la macerazione forsse uniforme: le donne erano adibite a tale lavoro che comportava la sosta a bagno nel macero per la lavorazione, gli uomini si interessavano di rimuovere i sassi che costringevano i fasci sul fondo e allo svotamento dei maceri.

La canapa così macerata veniva poi posta in mucchi fuori dal macero perché l’acqua potesse defluire completamente e poi aperta all’aria e al sole e sopra graticci per l’essicatura totale. 

Il lino, a steli più corti, subiva lo stesso procedimento di macerazione ed essicazione.

Gli steli snervati dalla macerazione e dall’essicazione venivano scavezzati, cioè si liberava il tiglio dallo stelo cercando di ottenere fibre il più lunghe possibli.

Nell’antichità erano le donne che nelle lunghe sere di inverno spezzavano gli steli e poi sfilavano le fibre.

Normalmente veniva fatta una lavorazione di scavezzatura o stigliatura a manelli.

Gli steli venivano maciullati con la gramola, un attrezzo che spezzava in più punti la parte legnosa dello stelo.

gramola



Alla fine del XIX secolo in Emilia veniva ancora usata la scavzadura o baura, una macchina di legno che veniva fatta funzionare da un bue che girava in circolo trascinando una ruota di legno con mazze di ferro sotto alle quali venivano fatti passare i manelli di canapa.

La gramolatura avveniva in due tempi. La gramola aveva forme diverse a seconda del sito in cui veniva usata. In Emilia paese di forte coltivazione canipola erano più evolute. 

                           baura

Spesso veniva fatta un’ulteriore operazione dello stesso tipo per liberare la fibra delle ultime tracce di legno [3].

Anche i fasci di lino macerati ed essiccati subivano una lavorazione per separare la parte legnosa dalla parte fibrosa, ma spesso avveniva fatta mediante battitura degli steli su una superficie rigida mediante mazzuoli o magli [4] .

mazzuoli


Ulteriore operazione per lisciare le fibre era la scotolatura, che consisteva nell’appendere le fibre ad un supporto e poi battere o lisciare i fasci con un attrezzo a forma di spatola (scotola) di legno.
Tale procedimento era poco usato nelle nostre campagne.
scotola
L’ultima operazione, come abbiamo già accennato, consisteva nella pettinatura per liberare le fibre delle ulteriori impurità e per spaccare le fibre più grosse.

Per ottenere fibra più fine e morbida la pettinatura veniva fatta con pettini sempre più fitti.

I pettini, detti cardi, perché inizialmente nell’antichità erano ottenuti dai fusti dei cardi spinosi, erano di legno con denti di ferro ed azionati dalle donne a mano.

Spesso, quando si voleva una fibra particolarmente bella, erano professionisti che azionavano il cardo; questi lavoratori si spostavano durante l’autunno e l’inverno da podere a podere con i propri attrezzi.


I prodotti finali della pettinatura e di tutti i lavori preparatori che precedevano la filatura erano di due tipi: le sottili fibre pronte per il fuso o il filarino e la stoppa che rimaneva tra i denti dei diversi pettini usati [5].

Successivamente la coltivazione del lino è stata abbandonata e si può dire che l’Emilia , specialmente nei dintorni del ferrarese e quindi nel nostro territorio, sia stata sino alla fine della seconda guerra mondiale la maggiore zona canapicola italiana. pettine a denti larghi

L'Italia padana inoltre era la maggiore esportatrice di canapa fine, per tessuti morbidi, in tutta l'Europa, e anche di canapa grezza dagli Stati Uniti, per tessuti per abiti da lavoro. 

La tecnica di coltivazione nel territorio sangiorgese  e dintorni permetteva di ottenere un prodotto migliore: i campi erano arati e sistemati a schiena d'asino, così da fare scolare l'acqua in caso di abbondanti piogge durante la maturazione.
Inoltre lungo i bordi dei campi i filari di alberi avevano piante ben distanziate, per evitare che le loro radici più lunghe impoverissero i campi, lo spazio tra un albero ed un altro era utilizzato per le piante di vite, con radici più limitate, ed essendo la vigna  più bassa i campi fruivono meglio  del sole durante la maturazione delle piante di canapa.

L’avvento di tessuti industriali, con filati di origine chimica o di origine naturale ma tratttati chimicamente e meno costosi rispetto a quelli di canapa e di lino, hanno fatto regredire tali coltivazioni in quasi tutta l’Italia già nel periodo tra le due guerre mondiali.


cardo fittoIn quel periodo anche i contadini stessi avevano cominciato a rifiutare di vestirsi con il tessuto di lino, di lana od usare in casa tela di canapa che loro stessi producevano, come invece avveniva un secolo prima.


Qui è il caso di fare un  cenno essenziale, per comprendere i motivi che fecero regredire la coltivazione della canapa in tutto il mondo, sulle critiche ed indicazioni della droga (marijuana) contenuta nei semi di canapa e nella resina,che era considerata nell’antichità un potente analgesico e medicinale in tanti stati morbosi.

Dalla canapa si possono ottenere vari prodotti biodegradabili come carta non trattata con acidi, materiale da costruzione non inquinante. 

Fu proibita, prima durante l’Inquisizione, considerando l'assunzione anche di zuppe di semi di canapa come atto impuro, attuato dalle streghe, poi successivamente nel XX secolo da leggi statali che favorivano  altri tipi di fibre chimiche.

I semi che si ottengono, oltre  ad essere la base in primavera per le future piantagioni, forniscono olio ricco di grassi insaturi, ideale per prevenire le malattie del sistema cardiocircolatorio, ed oli utili nel campo industriale, come lubrificanti nella costruzione di oggetti di precisione, per la fabbricazione di:  vernici  non  inquinanti,  saponi,  cere, cosmetici,  detersivi   biodegradabili.

I semi non trattati sono utili anche come cibo, in quanto permettono di rimediare a  carenze di proteine: oggi proposti come cibo per i paesi in via di sviluppo, nel passato 
erano utilizzati nei tempi di carestia dagli abitanti del contado che preparavano zuppe 
di semi di canapa e queste molte volte erano l’unico cibo.

La canapa non ebbe vita facile nei secoli successivi all'Inquisizione e nel XX secolo vennero poi varate leggi tendenti ad eliminarne completamente l’uso,
sino alla legislazione attuata dopo la seconda guerra mondiale dagli Stati Uniti contro chi la coltivava, utilizzava o la commercializzava. Tale legge, che in effetti favoriva l'avvento di tessuti chimici come il nylon e carte rigenerate chimicamente, venne poi seguita da tutti gli Stati del mondo occidentale.

Nella nostra pianura negli anni 1929- 1930, alla coltivazione della canapa, andò via via sostituendosi la coltivazione della barbabietola da zucchero e la coltivazione di cereali.

Ciò era dovuto in parte al fatto che l’Italia, come tutto il mondo europeo, era appena uscita dalla più grave crisi economica che i paesi industrializzati avessero sopportato e contemporaneamente sottostava alla politica dittatoriale del tempo che tendeva a far regredire il deficit granario.

Le bonifiche integrali che tendevano a prosciugare terreni per la cerealicultura portarono ad un risanamento accelerato delle aree umide e incolte.

L’aumento demografico, stimolato anche con premi alla fertilità alle madri prolifiche, richiedeva maggiori culture granarie a svantaggio delle culture foraggere, comportando uno svantaggio all’allevamento che si andava via via trasformando da transumante e brado a stanziale e stallivo.

La politica autarchica, che imponeva l’utilizzo di prodotti nazionali, favorì il decremento dell’importazione di zuccheri dai paesi esteri produttori a favore della coltivazione bieticola, che, per altro, risultava meno onerosa come mano d’opera e fatica umana rispetto alla coltivazione della canapa.

Dagli scritti di Scheuermeier, che viaggiò a partire dal 1919 per tutta l’Italia agricola, interrogando, fotografando e rilevando anche nei minimi particolari la realtà rurarle, riflette comunque ancora una massiccia persistenza di una tradizione agricola tradizionale  strettamente connessa con l’artigianato rurale: produzione e consumo viaggiavano ancora di pari passo.
Ma le macchine agricole entrarono nel gioco e l’avvento sempre più massiccio dell’era industriale nella nostra regione cominciò a portar via dalle campagne le forze di lavoro che si avvicinavano sempre più alla città.

Era normale per quei tempi che dalle famiglie mezzadrili i giovani, anzi le coppie giovani, intraprendesero ogni giorno tragitti a piedi per raggiungere le fabbriche che sorgevano alla periferia della città per poi ritornare alla casa pariarcale alla sera dopo 12-14 ore di lavoro.
Ciò portò ad un inurbamento che si accentuò molto dopo il secondo conflitto mondale. 

A nostro avviso la mancanza della canapa ha veramente trasformato la pianura.
Ci sono ancora alcuni maceri che brillano al sole, ma mancano i gamelli di canapa  messi in piedi a sgocciolare dall’acqua di macerazione, mancano le donne a filare davanti alle porte di casa, manca il rumore ritmico dei telai…

E pensare che la migliore canapa usata da secoli come fibra, olio, carta e come medicinale proveniva dalla pianura del Po e del Reno e di questo ne erano consci i proprietari terrieri che la producevano,  infatti il Mandamento di San Giorgio di Piano partecipò alla Esposizione Generale Italiana che si tenne a Torino nel 1884.
 
La giunta del Mandamento, riunito presso il municipio di San Giorgio di Piano, Mandamento che comprendeva oltre a San Giorgio di Piano stesso, i comuni di Argelato, di Castel d’Argile, di Galliera e di San Pietro in Casale, decise di inviare al Comitato Esecutivo dell’esposizione il prodotto della pianura.

Era una cassa contenente 3 fasci di canapa verde ed altrettanto di canapa lavorata, riuniti in apposito involto. “…la canapa che è il principale prodotto, le raccomandiamo vivamente che venga collocata in modo da essere apprezzata come si conviene. Converrà quindi svolgere bene i campioni della canapa lavorata e situarla in condizioni buone di luci e di spazio per metterne in evidenza la finezza e la lucidezza…” era la raccomandazione che l’ accompagnava.
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[1] Da un’intervista fatta a Lidia Cavani Nanni, che ha passato metà della sua vita lavorativa in poderi a mezzadria del circondario della pianura bolognese: l’ultimo figlio l’ha “scodellato” a lato del macero, sull’erba. Tanto era il lavoro che neppure la nascita di un bambino poteva fermare quelle povere madri. 
[2] Le pezze non erano altro che le assorbenti igieniche attuali. Per i neonati, le donne fertili e gli ammalati venivano usati riquadri tessuti a mano. Dovevano essere manufatti morbiti, non irritanti.
[3] Il legno che veniva ottenuto dalla stigliatura, gramolatura degli steli (stecchi) veniva raccolto e serviva per far fuoco d’inverno. Era un fuoco poco consistente, ma vivace ed allegro con un odore particolare. Da bambina durante la II guerra mondiale sono stata in campagna, a Casadio, al riparo dai bombardamenti ed ho potuto seguire la lavorazione della canapa completamente, ma il ricordo migliore rimane per me il profumo acre e particolarissimo del fuoco degli stecchi: voleva dire “caldo”, riunione attorno al camino e “favole” e “racconti” degli adulti e noi bambini che ci assopivamo ammucchiati sullo scalino a lato del focolare.
[4] E’spesso riscontrabile dalle nostre parti il patronimico Mazzuoli, Mazzoli, Mazzucchi, Magli.
[5] Sono degni di nota i vari nomi con i quali vengono identificati gli attrezzi a seconda del territorio in cui venivano lavorate le fibre della canapa e del lino. Rimandiamo al manuale dello Scheuermeier “Il lavoro dei contadini” per le varie terminologie

 



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