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\\ Home Page : Scritto STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net - Angela Bonora, Anna Fini: Capitolo settimo - Allevamento del baco da seta

Capitolo settimo. 3 - Allevamento del baco da seta

Di Angela Bonora, Anna Fini (del 11/03/2007 @ 10:50:09, in Cap. 7 - Attività agricole tipiche, linkato 8316 volte)

 

Un importante allevamento veniva attuato nelle nostre campagne: il baco da seta e quindi spesso veniva prodotto sul posto anche il filato: la seta.

La produzione della seta va di pari passo con la coltivazione del gelso. Non abbiamo parlato prima della coltivazione dei gelsi, perché storicamente assai recente in San Giorgio[19] ed essendo l'importanza del gelso non fine a se stessa ma strettamente legata ad un bruco che vive su di esso, chiamato infatti bombice del gelso (bombyx mori), la cui larva si nutre delle foglie della pianta, ci saremmo inutilmente ripetuti.

filare di gelsi



Il bombyx mori deriva dalla domesticazione della Theophilia mandarina, lepidottero assai comune in Asia.
Si hanno notizie di allevamenti di bachi da seta a scopo economico in Cina presso il popolo dei Seri [20] a partire dal 27° secolo a.C..
La bachicoltura si estese in tutta l'Asia, ma solo nel VI sec. d.C. venne introdotta in Europa, prima in Grecia e poi in Sicilia, ma solo dopo si sviluppò in tutta l'Italia e in particolar modo nel Veneto e nella pianura padana, dove il gelso cresceva bene, portando l'Italia, con Bologna, al primo posto tra i paesi sericoli del mondo.

Poi si spostò dall'Italia all'Europa meridionale, in specie nella Francia dove Lione divenne uno dei mercati più importanti per i tessuti e in concorrenza con Bologna che produceva veli e organzini.
Per lungo tempo l'Italia importò tessuti di seta dall'Asia senza avere conoscenza di come effettivamente fosse prodotta.
Sembra che monaci missionari portassero nel 552 d.C. a Costantinopoli, nascosti dentro un bastone cavo, i primi bachi e le indicazioni per l’allevamento.

Nella campagna attorno al Castello di San Giorgio i contadini sin dal XIV secolo abbinavano l'allevamento del baco alla coltivazione agricola.
Erano soprattutto le donne che si interessavano di tale forma di attività, contrastate in ciò dai proprietari terrieri che temevano che i mezzadri trascurassero i lavori agricoli a favore della bachicoltura. D'altra parte l’attività era fatta nei periodi di minor intensità di lavorazione sui campi e comunque erano le donne che alla sera o alla mattina prestissimo si interessavano della tenuta dei bachi.

Nella nostra pianura la coltivazione era molto intensa in quanto da parte delle manifatture bolognesi c'era una grande richiesta di filato.
Nelle case del contado si arrivava per lo più solo alla produzione dei bozzoli, che venivano poi inviati alla città, fornita di mulini azionati ad acqua per le lavorazioni successive: essicazione e solforazione dei bozzoli, trattura della seta greggia, torcitura, stagionatura, aspatura in matasse e quindi lavorazione a telaio dei tessuti.
Anche nelle case degli abitanti nel Castello di San Giorgio oltre che nelle frazioni abitative limitrofe ci si interessava di bachicoltura; essa avveniva in posti ampi ben arieggiati e asciutti e puliti: i granai erano i locali preferiti.

Il baco è molto soggetto ad infezioni dovute alla mancanza di pulizia e quindi i locali e gli attrezzi che venivano usati erano normalmente disinfettati con suffumigi a base di acqua e zolfo prima dell'inizio dell'allevamento.
Si formavano poi lettiere per il seme di bachi, mediante cannicci, costruiti con canne palustri essiccate. Sulle lettiere o arelle venivano messe delle strisce di tela forata e su di esse venivano poste le foglie di gelso trinciate e i bachi nati dai semi.

semi e bachi


Si formavano castelli di queste lettiere e i bachi venivano spostati da una lettiera ad una lettiera superiore, pulita e con foglie di gelso fresche.

La quantità di foglia di gelso usata era notevole, si pensi che i bachi nati da un'oncia di seme hanno bisogno per la loro nutrizione, sino a maturazione, di una tonnellata di foglie di gelso.

Il processo di maturazione delle uova (semi) prodotte dalle farfalle dura circa un anno, deve passare l’estate, l’autunno poi l’inverno per arrivare alla primavera successiva quando si è sicuri di avere la foglia di gelso per sfamare le larve che sono sgusciate dalle uova.

Le nostre antenate bachicoltrici dovevano lavorare per tutto il periodo per mantenere le uova alla temperatura giusta e farle sopravvivere .
Le larve divenute bachi si imboscano in supporti aerei (fascine di erica, paglia) e iniziano a produrre il filamento che esce dalla bocca miscelato ad un liquido gommoso che permette al baco di arrotolare attorno a se stesso il filo formando il bozzolo.

I bozzoli migliori vengono fatti seccare per ottenere un filamento continuo per trattura[21] .bozzolo aperto

 Dagli altri sfarfalla in estate la crisalide, che si è formata dentro, e riprende il ciclo produttivo con l’accoppiamento e la successiva deposizione delle uova.

Nel nostro contado non sempre veniva seguito tutto il processo di maturazione del baco, dato il poco tempo disponibile, ma si acquistavano i semi già maturi e si seguiva la muta delle larve e l’imboscamento sino alla formazione del bozzolo.

La produzione dei bozzoli in campagna, anche se osteggiata da parte dei proprietari terrieri, era però molto conveniente perché essi potevano vendere i bozzoli pronti alla fiera di giugno-luglio della piazza del Pavaglione di Bologna ad un prezzo competitivo[22].

Solo a tale fiera era possibile commercializzare i bozzoli prodotti nella pianura bolognese e al Pavaglione si incontravano contadini , proprietari terrieri, sensali e compratori.

Ogni operazione successiva al bozzolo era obbligatoriamente fatta all’interno della città.

filatoio ad acqua bolognese

 

 

filatoio ad acqua bolognese


La coltivazione dei gelsi e la produzione dei bozzoli fu fiorente sino all’inizio del XIX secolo, decadendo progressivamente a partire dall’unità d’Italia.

Le bachicoltrici non utilizzavano il filato di seta proveniente dalla trattura, ma solo i cascami di seta dei bozzoli che si aprivano precocemente lasciando uscire la farfalla.
Le nostre ave, dopo aver ripulito con acqua calda i bozzoli perforati dalla parte gommosa, ricavavano il cascame di seta con cui imbottivano le coperte per le spose: la coperta di seta era molto leggera e calda [23].


________________
[19] Vedere l’Appendice 1 a questo paragrafo.
[20] Ecco perché i tessuti ottenuti dal filato di seta vennero detti sericei o serici.
[21] La trattura del filamento, che veniva fatta negli stabilimenti sericoli bolognesi, consiste nel dipanare le bave dei singoli bozzoli, lunghe sino a 1500 metri, formando una matassa di seta greggia e aveva bisogno di molta acqua per eliminare dal filamento la bava collosa che è rappresa attorno. Ecco perchè le fabbriche per la lavorazione dei bozzoli erano sistemate lungo i canali di cui Bologna era costellata
[22] Nelle mezzadrie ai proprietari, in quanto proprietari dei gelsi, andava parte dei bozzoli ottenuti.
[23] Toccando la coperta spesso si sentivano i bozzoli non ben mondati



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