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Cap. 1 - Geologia 1
Cap. 2 - Idrografia 1
Cap. 3 - Flora 4
Cap. 4 - Fauna4
Cap. 5 - Uomo 4
Cap. 6 - Cibo7
Cap. 7 - Attività agricole tipiche9
Cap. 8 - Dalle origini ai Romani10
Cap. 9 - I Romani nella Pianura Padana17
Cap.10 - I Barbari ... Alto Medioevo10
Cap.11- Vita medioevale 19
Cap.12 -Vita Medioevale: Istruzione9

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\\ Home Page : Scritto STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net - Angela Bonora: Capitolo sesto - L'allevamento in pianura (parte seconda)

Capitolo sesto. 5 - L'allevamento in pianura (parte seconda)

Di Angela Bonora (del 09/02/2007 @ 07:16:12, in Cap. 6 - Cibo, linkato 10529 volte)



In questa sezione riportiamo nozioni sull’allevamento fatto nel contado di animali per alimentazione e lavoro.

Non è che vogliamo escludere quegli animali domestici, come gatti, cani, uccelli, pesci, che ora sono nelle nostre case soprattutto come animali da compagnia, ma per parlare della vita successiva sul territorio pensiamo sia più utile parlare degli allevamenti bradi o stallivi, estensivi e intensivi che hanno seguito l’uomo nel suo vivere sulla pianura.


Ovini

Con il termine ovino si indicano pecore e capre selvatiche o domestiche allevate per la lana, il latte e la carne.

Le razze domestiche dei nostri territori provenivano secondo analisi e confronti tra razze tuttora allevate e reperti archeozoologici di varie epoche, da progenitori selvatici, un tempo diffusi dall'Europa sud-orientale all'Asia centrale.

Nel periodo preistorico l’allevamento e la pastorizia furono tra le principali risorse economiche della penisola italica.

Secondo Varrone gli uomini passarono attraverso tre stadi di civiltà: quello della vita primitiva, nutrendosi di ciò che raccoglievano dalla terra senza inserire lavoro alcuno; quello della vita pastorale, con l’inizio della cattura ed allevamento di particolari tipi di animali selvatici; quello dell’agricoltura, che l’autore latino identificava con il vivere civile, secondo gli schemi poi seguiti dai romani.

Lo schema ipotizzato dallo  Varrone non è completamente accettato dagli archeologi e dagli etnologi, per i quali l’allevamento dovrebbe seguire l’inizio dell’agricoltura, non precederlo.
Ma se consideriamo popolazioni nomadi e seminomadi ci accorgiamo anche che per loro era più facile allevare e trasportare animali medio-piccoli, che producessero tra l’altro cibo e permettessero di avere velli per ripararsi dalle intemperie.

pecore al pascolo
Gli ovini venivano allevati soprattutto allo stato brado e solo raramente allo stato semibrado (stabulato).


L'allevamento allo stato brado, che tuttora è praticato nelle zone di montagna, può essere stazionario.


Comunque in certe regioni si pratica ancora la transumanza stagionale delle greggi, alla ricerca di pascoli e condizioni climatiche migliori.

Quando si parla di allevamenti c’è la tendenza a citare gli ovini sempre dopo i bovini e gli equini, forse per la loro minore taglia.
Ma gli ovini, in particolare le pecore, rappresentarono l’elemento base dei primi allevamenti e in particolare degli allevamenti del mondo romano.

Più resistenti al caldo clima mediterraneo e alla mancanza d’acqua, le pecore necessitano di minori cure rispetto a quelle destinate agli altri animali domestici, inoltre erano considerati molto più forti di fronte a pestilenze.

Anche le capre storicamente precedono i bovini, ma presentavano difficoltà per allevamenti numerosi, data la loro vivacità che rappresentava un problema nel tenerle sotto controllo.

Sia capre che pecore fornivano poi una grande varietà di prodotti, lana per gli indumenti, latte, destinato soprattutto alla produzione di formaggio, e ancora concime per la coltivazione dei campi[13].

Secondo alcuni studiosi gli ovini italiani domestici derivano da alcune specie, ancora selvatiche attualmente, come il muflone europeo incrociato con le piccole pecore delle torbiere o con pecore asiatiche o con quelle delle Steppe.
Comunque i branchi di ovini facilmente spostabili da zona a zona davano luogo ad elementi meticci che erano quindi  accorpati nel branco che seguiva il popolo nomade.

L’allevamento in stalla degli ovini si ha verso il Medioevo e soprattutto durante i periodi invernali.



Bovini.

I bovini erano anticamente gli animali da allevamento più pregiati, anch’essi fonte inesauribile di prodotti, alimentari e non: latte, burro, formaggio, carne, concime, corna e ossa per la fabbricazione di strumenti e oggetti, pelli.
Ogni parte di questi animali veniva utilizzata dall’uomo. L’uomo che aveva iniziato con la caccia a catturare ed utilizzare ogni parte dei cervidi, nell’allevamento dei bovini ritrovava gli stessi elementi, ma in misura maggiore . bovini

L'origine dei Bovini domestici non è ancora ben definita: vi sono reperti di Bos che risalgono al Miocene e al Pliocene sia in Asia sia in Europa e durante il Pleistocene dal Bos primigenio si svilupparono l'uro afro-asiatico e l'uro europeo.
Si può ipotizzare che sia quest’ultimo che formò la prima popolazione di bovini che vennero poi allevati sistematicamente in Europa, cambiando tra l’altro conformazione ossea.


Bisogna risalire ad almeno 5000 avanti Cristo per ritrovare sulle rocce poi sui monumenti e sulle ceramiche raffigurazioni di bovini al lavoro e in particolar modo in Mesopotamia.

Dai reperti in zone vicine al territorio Sangiorgese si evidenziano sia gli uro che i bovini domestici vissuti contemporaneamente fino ai sec. XV-XVI.
Il bovino domestico è un animale di grossa taglia che presenta testa breve e larga con grande sviluppo delle ossa frontali fornite, per lo più, di corna; il collo, robusto, presenta una ben sviluppata giogaia; la coda è sottile e lunga.

Se nella preistoria l’allevamento silvo-pastorale portava allo sfruttamento in maniera primitiva degli animali in abbinamento con l’agricoltura e in età pre-romana si era soliti intendere l’addomesticamento e l’allevamento del bestiame come un “male necessario”[14] , gli scrittori latini ci hanno comunque lasciato trattati interessanti su come allevare, curare gli animali.
I trattati antici sugli allevamenti dei bovini li consigliavano principalmente per la loro forza e per la capacità di traino, indispensabile per il lavoro agricolo.
In particolar modo consigliavano la castrazione di quelli più robusti, ottenendo un animale detto bue, con  aumentata potenza lavorativa.

Una proprietà, una villa del contado, era valutata in base alla numerosità dei bovini e alla numerosità delle filiazioni.
Un allevamento di bovini necessitava di continue cure e i contadini durante l’inverno risparmiavano parte dei cereali e del foraggio per garantire ai buoi una buona alimentazione, in grado da renderli robusti per la stagione dell’aratura dei campi.

Le vacche, destinate alla filiazione e alla produzione di latte e carne non erano spesso usate nei lavori agricoli.

Dopo la flessione dell’agricoltura e dell’allevamento successiva alla caduta dell’Impero Romano, si ha un risveglio durante l’alto Medioevo ad opera degli ordini religiosi che, proprietari di vaste zone, stimolarono un certo progresso, per poi iniziare un allevamento sistematico nel contado durante i Comuni e le Signorie.


Equini

Gli equini appartengono alla famiglia degli Equidi, con diverse specie e caratteristiche, qui noi parleremo solo del cavallo (equus caballus) dell’asino e del mulo, cioè delle specie che si sono sviluppate nel nostro territorio e che ancora esistono in esso anche se numericamente scarse.

cavallo avelignese
Si pensa che il cavallo primigenio provenga dal Nord America e che inizialmente fosse di taglia piccola e prediligesse le boscaglie.

Dall’America, dove sparì completamente la specie, il cavallo preistorico si trasferì in Asia, attraversando il ponte che congiungeva i due continenti all’altezza dell’attuale Stretto di Bering.

In Asia  si trasformò in base alle caratteristiche del nuovo territorio.

Il cavallo che attualmente vive nella nostra pianura proviene molto probabilmente dal Cavallo Przewalski, cavallo selvatico ancora vivente allo stato selvatico nelle steppe tra la Cina e la Siberia.


Il nome di tale cavallo selvatico proviene dal cognome dell'ufficiale russo che a metà del 1800 lo scoprì nel suo habitat naturale e con caratteristiche che non potevano sussistere con quelle dei cavalli di allevamento.
Altri studiosi fanno invece derivare il nostro cavallo dal Tarpan che vive in branco nella Russia meridionale.  

Ovviamente dal cavallo selvatico si ebbero trasformazioni ulteriori in allevamento, per avere le caratteristiche del cavallo da tiro pesante,  utile per il lavoro in pianura.

Gli equini ebbero, quindi, nel tempo progressivi mutamenti sino ad arrivare alla struttura che noi ora conosciamo. E’ comunque ben nota e scientificamente studiata questa trasformazione per i rinvenimenti fossili trovati in varie parti del mondo.

Con le esplorazioni geografiche il cavallo fece poi ritorno, come animale domestico, nel suo luogo d’origine, dove per altro riprese una vita più consona al suo carattere e alla sua conformazione, avendo a disposizione vaste praterie dove vivere liberamente.

I cavalli inizialmente allevati per la carne, il latte e la pelle, furono poi utilizzati come mezzi di trasporto, ma più specificatamente per la corsa, dando luogo a parecchie diverse razze, e per i reparti di cavalleria degli eserciti.

Il loro allevamento richiedeva cure specifiche e un capitale di base non indifferente, asino emiliano-romagnolocosicché i contadini preferivano per il lavoro  utilizzare asini , di origine africana e con poche razze, e muli , ottenuti dall’accoppiamento tra un asino e una cavalla, per il trasporto.

Se presso le fattorie vi erano cavalli, spesso erano del proprietario del podere che li affidava al colono per custodirli durante l’inverno oppure per la riproduzione assistita.

Gli asini e i muli, strutturalmente meno aggraziati dei cavalli, sono comunque più forti e meno esigenti come alimentazione e meno soggetti a malattie. Il mulo, ibrido del cavallo, è sterile.

La selezione e l’incrocio delle razze ebbe molta importanza sia per i bovini, che per gli equini e successivamente anche per gli altri tipi di animali.
Già i popoli antichi avevano intuito che l’accoppiamento tra individui con particolari fisiologici interessanti avrebbe portato ad animali meglio dotati, sia che si parlasse di animali da carne, da latte o da lavoro.
Lo stesso avvenne per gli equini destinati alla corsa.



La zootecnia moderna, che si sviluppò nel 1800, applica metodi fondati su precise conoscenze scientifiche all’allevamento degli animali domestici con la finalità di ricavarne un utile. Anche se per lungo periodo, dal 1100 al periodo napoleonico, si era data importanza solo alle razze equine utilizzate principalmente a fini bellici, vari uomini di cultura scrissero sull’allevamento razionale e sulla possibilità di razze diverse.

Si fornivano consigli di come comportarsi per costituire allevamenti sani e redditizi di qualunque tipo di animale domestico.
Per prima cosa bisognava acquistare capi di bestiame sani e di buona razza, in tenera età, non oltre però l'inizio della capacità di procreare, e di conseguenza saliva il prezzo, e mai oltre l'età in cui iniziava il declino fisico.
Bisognava provvedere alla zona di pascolo: le capre e gli ovini in genere preferivano le macchie montane, mentre per i bovini e i cavalli erano necessarie ampie pianure erbose. La migliore pastura per ogni tipo di animale: fieno per le vacche, ghiande per i maiali, orzo e altri cereali per il pollame; era utile inoltre tenere presente che in certi particolari periodi gli animali avevano bisogno di incremento di cibo, come i riproduttori nel periodo della monta.

Un altro problema da non trascurare era quello delle malattie. Le più comuni erano causate dall’eccessivo caldo o freddo. Un buon colono-allevatore doveva saper riconoscere i sintomi di ogni male, e provvedere alla giusta cura, in genere con "impacchi di olio ed erbe; se questi non bastavano si poteva sempre ricorrere ai salassi”.

Comunque ai primordi della zootecnia avevano iniziato a funzionare le prime Scuole di Veterinaria e di Agraria (1700), in esse si formalizzarono razze diverse, come Bovine da latte, Bovine da carne, Bovine da latte e da carne, Bovine da carne e da lavoro e Bovine da latte, carne e lavoro.
Allo stesso modo si specializzarono gli allevamenti degli altri animali, in particolar modo nella nostra regione per gli allevamenti intensivi di maiali e polli.


Il Maiale

La convivenza tra uomini e maiali ha presumibilmente inizio in epoca neolitica, nella fase cioè della progressiva domesticazione di specie vegetali e animali non umane a scopo di allevamento.  Si hanno infatti numerosi rilevamenti di resti di suini domestici databili sin dalla fine del Periodo Neolitico.
Notizie di allevamenti ci provengono dagli archezoologi cinesi che hanno rinvenuto reperti databili da 4000 anni prima di Cristo.

L’origine dei i suini domestici è molto incerta. Molto probabilmente i suini che vivevano inizialmente nella nostra pianura derivavano da specie selvatiche provenienti in branchi numerosi al seguito delle popolazioni nomadi dell’Asia e del Nord Europa .
La derivazione della specie si può senz’altro ipotizzare dai cinghiali.

Il fatto che il cinghiale, suinide tuttora selvatico, abbia il corpo ricoperto da fitte setole e lunghi canini è da rapportarsi alla sua vita all’aperto che richiede un manto che lo ripari dalle differenze climatiche e lunghi canini per ricercare il cibo, radici, castagne, ghiande, nel sottobosco.
Queste caratteristiche sono andate perdute nel suino domestico essendo diverse le condizioni di vita.
I primi allevamenti erano bradi e gli animali erano tenuti in condizioni semi-selvatiche nella foresta, solo verso il terzo millennio a.C. furono chiusi in recinti.
La razza dominante sino al Medioevo, durante il quale l'allevamento subì un forte sviluppo, era ancora molto simile al cinghiale con colore tendente al nero. maiale selvatico
Questa somiglianza deriva dal fatto che i maiali domestici, allevati con il metodo semibrado, vagando liberi per i boschi, si incrociavano spesso coi cinghiali, riassumendo spesso i tratti originari.

Il bosco è sempre stato il posto ideale per tale tipo di allevamento[15].

Nel bosco il maiale poteva cibarsi di ghiande, bacche a volontà e nel territorio sangiorgese l'allevamento di quel tipo era favorito anticamente dai fitti boschi di querce. 
Ora in San Giorgio ne rimangono forse due soltanto nella frazione "Le due querce" ai margini del Castello.

Il maiale domestico era considerato inoltre il miglior trasformatore di derrate alimentari. Veniva allevato coi rifiuti di cibo della mensa anche nelle città.  Nel tempo l'allevamento si trasformò in stallino e si selezionarono  diverse razze.

L’allevamento del maiale che era nell’antichità largamente praticato, poiché richiedeva poche cure, una riproduzione rapida, fornendo numerosi lattonzoli, si è mantenuto come il più diffuso nel mondo, anche se parte della popolazione mondiale rifiuta per usanza religiosa di cibarsi di carne di maiale considerandola immonda[16] e portatrice di gravi malattie (Maomettani e Israeliti). Ogni animale se non ben allevato può portare a chi se ne ciba malattie, all’uomo o ad altri animali [17].

Altra credenza da sfatare è che la carne di suino sia la più grassa e la meno adatta per la nutrizione dell’uomo. Nel passato, nei primi allevamenti della storia, si tendeva ad allevare un maiale di grossa pezzatura, ora le razze allevate derivano da selezioni successive e sono più magre e comunque la carne suina è molto più magra[18] di quella bovina essendo il grasso separato e utilizzabile anche in altro modo diverso dall’alimentazione umana.

Per i romani di ogni classe sociale la carne suina costituiva una delle basi dell’alimentazione ed era così diffusa e apprezzata che Plinio il Vecchio ricordava oltre cinquanta ricette realizzate con queste saporite carni.

La zona Sangiorgese e comunque tutta la Pianura Padana ha sempre avuto grandi allevamenti di suini. In particolare l’incrocio della razza Romagnola con l’inglese Large White, buonissima produttrice di carne da bacon, ha notevolmente migliorata la razza locale.
San Giorgio di Piano si fregia dell'emblema del suino: nel cortile interno al Palazzo Comunale esiste una scoltura che raffigura il suino giovane selvatico.
 
Abbiamo ancora in Italia alcuni suini di origine antica celtica nelle Marche, con carni però poco saporite e grasse. suini d'allevamento

L’allevamento del maiale comportava anche un’intensa attività trasformatrice della carne, che non veniva consumata tutta fresca, ma conservata per i lunghi periodi di impossibilità di caccia e di carestia.

E' da ricordare inoltre che i grassi comunemente più usati per tutto il Medioevo nel nostro territorio erano quelli animali, in particolare quello derivato dalla lavorazione del suino, il lardo: usanza questa che derivava dalle abitudini delle popolazioni barbariche.


L'olio, grasso vegetale, era tipico dei romani e difficilmente raggiungeva le nostre terre e non era usato nel contado. Solo i ricchi cittadini usavano alla mensa l’olio d’oliva del Sud Italia.

Si evidenzia qui nel consumo di determinati cibi una contrapposizione tra ceti diversi: come nel periodo tardo romano l'uso di uno o dell'altro tipo di cibo denotava l'appartenenza ad un tipo di cultura, così anche nel Medioevo la scelta del condimento indicava l'appartenenza ad un ceto sociale anzichè ad un altro.

Le coltivazioni delle zone vicine ad una città servivano, di fatto, al sostentamento della città stessa e pertanto la produzione doveva riguardare prevalentemente gli alimenti che caratterizzavano l'alimentazione cittadina e nobile. E comunque se si importavano dal Sud dell’Italia oli d’oliva, certamente non erano per i villici, che utilizzavano per condimento gli scarti della lavorazione suinicola.

Pur essendosi differenziati i tipi di alimenti disponibili nel tempo, la situazione alimentare doveva essere veramente critica  se, a partire dalla metà del XIV secolo, venne diffuso artificialmente in pianura il castagno.
La città non ne utilizzava i frutti, che invece rappresentava un sistema di sopravvivenza per gli abitanti delle campagne  per i quali la castagna o meglio la sua farina insieme a quella di cereali meno nobili del frumento poteva essere fonte di sostentamento. 


Animali da cortile

L’allevamento di animali da cortile presuppone, proprio nella sua dizione, l’esistenza di una corte o aia, cioè di un’area accanto alla casa del colono, dedicata ad animali di piccola pezzatura come polli, galline, tacchini, colombi, palmipedi, conigli. coniglio

Durante la dominazione romana del territorio della pianura del Reno assai diffusi erano tali animali, assai apprezzati dai contadini per il loro sterco, ottimo correttore del terreno dei vigneti e dei campi più magri, e per la loro carne, che arricchiva notevolmente la dieta quotidiana.

Gli antichi agronomi dispensavano al proposito numerosi consigli e indicazioni per chi avesse voluto dedicarsi o migliorare tale attività.

La quantità di galline e polli consigliata per una fattoria di medie dimensioni era di circa 200 capi, quanti, cioè, potevano essere custoditi da una sola persona nell'arco della giornata.

Nella tarda età repubblicana, nel periodo di maggiore crisi per la piccola proprietà contadina, quella dell’allevamento era diventata una vera e propria arte, che richiedeva non solo una grande esperienza, ma anche la disponibilità di mezzi economici.

Insieme ai piccoli animali richiesti per la qualità della carne e per le uova, vi era l’allevamento degli uccelli per diletto e ornamento: quali canarini, passeracei asiatici ed altri galliformi come fagiani e pavoni.
Quasi tutti gli uccelli, se presi in giovane età dal nido, possono vivere in cattività se l'ambiente in cui vivono è il più possibile simile a quello naturale.

colombi



Il volatile più importante tra gli animali da cortile è sempre stato il pollo, sia maschio che femmina, la cui origine risale a circa 5000 anni fa e pare discenda dai galli della giungla, i galli Bankiva, del Sud-Est asiatico dove vive ancora allo stato selvatico nelle Isole della Sonda.

Al seguito delle popolazioni nomadi si è poi diffuso in Cina, Asia Minore, Grecia, Egitto, Roma e poi in tutta Europa.

polli livornesi
In quasi tutte le civiltà antiche, i polli sono stati usati anche come animali da combattimento, ma ad iniziare dagli antichi Romani, che lo consideravano un piatto prelibato.

Il pollo era il protagonista delle cucine patrizie, mentre per i ceti più bassi era un semplice miraggio.

I Romani curavano molto l'allevamento e la scelta del mangime. Si consigliava di sfamare il pollame con pastoni di  farina d'orzo o pane di grano bagnato con vino buono annacquato erano indicati per un buon prodotto.


Soprattutto nel Quattrocento, definito da alcuni "Il Secolo dei Banchetti", la tavola abbonda di polli e pollastri, in brodo o ripieni, conditi con salse piccanti , molti autori si dilettavano ad inventare e scrivere sempre nuove ricette.

Il pollo e il fagiano dominavano le tavole e si presentavano cotti, ma vestiti dei loro piumaggi colorati. Il pollo aveva superato la cacciagione.

Tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, il pollame diventa, da cibo riservato ai ricchi, un alimento abituale e frequente per molti.
La borghesia si associa alla nobiltà e al clero nel cibarsi di diverse qualità di pollame, tra le quali sin dall’epoca romana erano ricercati i volatili castrati, privati della cresta e degli speroni, i capponi, più morbidi, più saporiti.

Sembra  che già nel VII secolo a. C. gli abitanti dell'isola di Delo praticassero la trasformazione del gallo in cappone: deliacus gallinario era il nomeinfatti  attribuito a chi praticava la castrazione del gallo.

Grazie alle migliorate tecniche di allevamento e alla riduzione dei prezzi conseguente all'aumento dei consumi qualche volatile rimaneva anche sulla mensa del contadino, ma nei giorni di festa. Chi poteva avere una gallina alla domenica era un contadino “signore”.

Oggi, ben difficilmente si vedono animali scorrazzare nei cortili, l’allevamento avviene in modo intensivo, in batteria, in modo spesso incivile, la numerosità dei capi allevati è più grande della possibilità delle fattorie avicole industriali, ciò anche a scapito della qualità della carne e delle uova prodotte.

Alcuni allevamenti lasciano per alcuni periodi i polli, inizialmente cresciuti in batteria, all’aperto per migliorarne la qualità e parlano di “pollo ruspante” che dovrebbe assomigliare ai polli allevati nel passato.



Piscicultura

Tra le risorse alimentari dell’uomo il pesce ha grande importanza, specialmente per i territori rivieraschi.

Nella nostra pianura ci si alimentava di pesci di fiume, d’acqua dolce. Il pesce marino non arrivava sulle mense per la difficoltà di mantenere fresco il prodotto durante il trasporto.

Presso i romani e gli etruschi la necessità di pesce fresco portò alla creazione di stagni e pescine ovunque fosse possibile ed a leggi aventi la funzione di regolamentarne lo sfruttamento.
La conservazione era praticamente attuata con l’affumicatura, la pressatura, la salatura o la marinatura con vino e spezie, come per altro si usava per le carni.

Nel periodo medievale il consumo di pesce aumentò notevolmente.
Ciò era dovuto al fatto che tutti i ceti consumavano pesce , sia per motivi religiosi dovuti al cristianesimo, per cui era il sostituto naturale della carne nei periodi di vigilia, e tali periodi nel Medioevo totalizzavano quasi un terzo dell'anno, sia perchè era indicato come il cibo monastico per eccellenza.

Inoltre la consapevolezza di carestie sempre imminenti, soprattutto nel basso Medioevo e le guerre continue  portavano i contadini a rifugiarsi all'interno delle città per salvarsi dalle razzie. Ciò portava ad una  bassa produttività agricola, aggravata dallo scarso livello tecnologico e dall'alto costo dei trasporti.

L'approvvigionamento ittico, che avveniva dai fiumi, dagli stagni e dalle gore adiacenti ai mulini ad acqua, suppliva in parte a tali deficenze. 
Un ruolo molto importante ebbero sin dal periodo romano gli stagni comunicanti con il mare e pertanto formati da acqua salata e non malarica.

L'aumento in pianura di terre impaludatesi iniziò probabilmente dalla seconda metà del XIII secolo fino a diventare zona malsana e disabitata in età moderna. 
Lo stagno ebbe un ruolo economico notevole, si associavano ad esso i canali, i rivi e le risaie che costellavano i campi sangiorgesi ed erano zone di ampia pescicoltura.
Vi si allevavano trote, carpe, cavedoni, pesci gatto.

La carpa è senz’altro il pesce più facilmente allevabile, sin dal 500 in Europa era praticata, mentre l’allevamento delle trote è assai recente, tra l’altro va detto che l’allevamento in comune dei due pesci più importanti non è mai stata realizzata, ciò per le diverse proprietà biologiche e alle differenti esigenze fisiologiche delle due specie.

Mentre la carpa si integra bene nelle acque delle risaie, acque basse, stagnanti, la trota esige acque fresche, limpide e profonde.

trota


La carpicoltura ebbe comunque il suo inizio circa 2000 anni a.C. in Cina nelle già ampie risaie e si spostò in tutto il mondo, mentre il recente allevamento della trota e dei salmonidi avviene inizialmente in vasche profonde e solo individui adulti vengono immessi poi nei fiumi.

Non in San Giorgio ma nella vicinissima Bentivoglio vi sono piscine per l’allevamento di prodotti ittici.


L’allevamento delle api

Il miele era un prodotto ampiamente usato nell’antichità come dolcificante e l’allevamento delle api veniva considerato un ottimo investimento.

L’uomo preistorico, non senza pericolo, staccava dai crepacci delle rocce e dagli alberi le arnie e ne traeva la parte mangereccia, molto probabilmente aveva visto far ciò dagli orsi e dagli altri animali che prediligevano cibi dolci.

Ritrovamenti di dipinti rupestri in Spagna ci parlano di allevamenti di api, del loro sciamare in cerca di fiori e tali dipinti risalgono al 7000 a.C., quindi le api erano già note nella preistoria.

Gli egizi , già nel 2600 a.C. , allevavano api nei giardini vicino alle ville.interno di alveare

Quando l’uomo ebbe una dimora stabile ed iniziò ad allevare animali facilmente addomesticabili, che gli potevano fornire cibo e tante altre materie, cercò di addomesticare anche le api e di iniziarne l’allevamento.

Da esse poteva ottenere miele per dolcificare, cera per preparare tavolette utili per la scrittura, propoli , sostanza resinosa che le api prelevavano da diverse piante e che utilizzavano per rivestire l’interno dell’arnia.

Non era però facile raccogliere e addomesticare insetti.


L’uomo poteva sì costruire arnie, per le quali si utilizzava di preferenza cortecce di sughero o vimini di salice intrecciati. Una particolare attenzione nella costruzione era rivolta ai fori che consentivano il passaggio delle api: dovevano essere piccolissimi, così da non far passare il freddo e ospiti indesiderati, che succhiavano i favi.

La difficoltà maggiore era convogliare gli insetti all’interno delle arnie e quindi l’osservazione del loro comportamento fece accorgere l’uomo primitivo dell’organizzazione dello sciame, dell’importanza di un’ape guida, l’ape regina, che convogliava le api operaie nel loro riparo e difendeva il loro operato, che doveva svolgersi sempre nelle vicinanze di fiori.
Le arnie vennero disposte su rialzi di pietre lisce ed intonacate, al riparo da lucertole e bisce, collocate in luoghi soleggiati, lontani dai pascoli dell’altro bestiame, in prossimità dell’abitazione dell’uomo.
Spesso gli alveari erano riparati da un muro circolare forato atto al passaggio delle api. Vicino a tali strutture vi dovevano essere prati ricchi di piante odorose e di alberi da frutto. L’uomo impiantava volutamente piante odorose, che avevano solo funzione per le api.

Comunque senza saperlo l’uomo primitivo con l’allevamento delle api aveva trasformato e mantenuto in buona vita notevolmente il territorio circostante; l’impollinazione delle piante, per cui granuli di polline venivano portate dalle api nei loro viaggi da un fiore all’atro, dalle piante maschili alle piante femminili, realizzavano la fecondazione di quest’ultime e quindi l’accrescimento della vegetazione in un certo posto invece che in un altro.
Quindi il posizionamento delle arnie era essenziale, già Aristotele aveva studiato dal punto di vita scientifico la vita delle api e successivi studi permisero di selezionare e approfondire le tecniche dell’apicoltura.

Nel territorio Sangiorgese quasi tutti i giardini hanno tuttora alveari che si distinguono tra i fiori per il loro legno dipinto normalmente di verde.
Per chi non conosce le api e le vede svolazzare sopra ai fiori sembrano tutte uguali, esistono invece molte specie e razze diverse che abitano specifici territori e che raccolgono nettare solo di certi fiori. L’ape allevata nel nostro territorio, ape italiana o ape mellifera ligustica ha come caratteristiche salienti il corpo dal colore chiaro, con i primi tre segmenti dell’addome fasciati di giallo. 

Considerata l’ape a valore maggiore, l’Italian bee è stata esportata in tutti i continenti per le sue pregevoli caratteristiche. Si è ormai insediata in vasti territori di tutti continenti anche per la sua particolarità di adattamento al clima e l’attitudine alla trasformazione del nettare, della melata e del polline di tanti e diversi fiori.

Rimane da dire che la produzione di zucchero dalla barbabietola dal 1700 in poi non ha per niente intaccato gli allevamenti e la commercializzazione dei prodottidelle api, che tra l’altro ultimamente sono utilizzati nella industria farmaceutica (veleni, propoli), erboristeria (pappa reale e propoli) e industria dolciaria (varie qualità di miele) e chimica (le cere).




Allevamenti a scopi religiosi

Gli animali allevati durante la civiltà romana ed etrusca ebbero importanza anche rituale, religiosa.
Per ingraziarsi gli Dei normalmente si offrivano loro i prodotti della natura: offerte di frutta, cereali, prodotti vari dell’agricoltura a seconda del Dio a cui si faceva l’offerta, oppure sacrifici di animali allevati.
Solitamente venivano sacrificati buoi, pecore, maiali, capre, ma anche altri animali, che non dovevano avere difetti fisici, essere ben puliti, adorni di fiori e “immolati” [19], poi avveniva l’uccisione delle vittime sacrificali.
Il rito proseguiva poi con l’esame delle viscere in particolare del fegato dell’animale sacrificato, da parte degli aruspici, a scopo divinatorio.
Il fegato in bronzo di fabbricazione etrusca indicava quali parti del fegato andavano esplorate e le possibili risposte.

fegato in bronzo


L’animale era il mezzo con il quale il Dio comunicava con i fedeli che facevano l’offerta.

Questa pratica di sacrificio non era solamente della romanità e degli etruschi, altri popoli nel mondo anticamente e in certi luoghi tuttora lo attuano.

Con l’avvento del Cristianesimo il sacrificio venne eliminato…ma cosa dobbiamo dire dell’uso, come abbiamo già visto, di cibarsi di pesce in certi periodi prescritti e dell’usanza di sacrificare l’agnello a Pasqua per santificarne la ricorrenza?

 

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[13] Il latte, la lana e il cuoio delle capre è stato sempre considerato di qualità più pregiata rispetto a quello delle pecore.
[14] Massima poi riportata anche dal francese Dombasle nel 1800, in quanto si considerava ancora il bestiame di grossa pezzatura necessario per il lavoro e per il concime, ma non atto a fornire un reddito apprezzabile, contrariamente alle considerazioni espresse in tempi precedenti dai romani.
[15] Una legge dei Visigoti aveva instaurata una tassa, il "ghiandatico", che stabiliva una decima sui maiali a favore del proprietario del bosco, normalmente il feudatario, che andavano là a pascolare.
[16] Il maiale non ben custodito, non produce un buon odore, ma non è un‘animale sporco che tutti credono, istintivamente è un animale pulito. La sua pelle, cotenna, è delicata e, come altri animali, elefanti, ippopotami ad esempio, ha bisogno di umidità. Si rotola nel fango per raccogliere umidità, ma se trova acqua vi si immerge più contento. E’ uno dei pochi animali che, se allevato in stalla, defeca in zone in cui non soggiorna o dorme abitualmente.
[17] Si è visto, anche ultimamente, che animali considerati non nocivi, come i bovini, portano malattie a se stessi o all’uomo se alimentati con farine animali, vedi la malattia passata alla storia come “mucca pazza” e comunque in tutti i tempi e per tutti gli animali si sono rilevate malattie specifiche combattute poi con vaccini al progredire della Zootecnia e delle Scienze Veterinarie.
[18] Ne è esempio la razza large white selezionata nello Yorkshire in Inghilterra verso la fine del XVIII secolo. 
[19] Immolare, nel parlare normale, viene inteso come “togliere la vita” ad un essere vivente, nel sacrificio romano l’immolazione consisteva nel cospargere l’animale da sacrificare con la mola, una salsa, preparata dalle sacerdotesse che vivevano nel tempio del Dio e composta da sale e da farro, frumento del tipo vestito coltivato anticamente nel Centro Italia.



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