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\\ Home Page : Scritto STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net - Angela Bonora: Capitolo sesto - L'allevamento in pianura (parte prima)

Capitolo sesto. 4 - L'allevamento in pianura (parte prima)

Di Angela Bonora (del 07/02/2007 @ 13:07:03, in Cap. 6 - Cibo, linkato 4160 volte)

 

 L’allevamento per animali da lavoro e per cibo dipende sia dalle condizioni ambientali, sia dalle modalità e dai tempi d'insediamento dell'uomo sul territorio e quindi principalmente dalle trasformazioni dell’ambiente naturale tramite l’inizio dell’agricoltura nel sito analizzato.

Nello stesso momento che parliamo di allevamento, inizio dell’allevamento, nel territorio sangiorgese l'area oggetto dello studio è all'interno del grande sistema ambientale della pianura del Po e più specificatamente nel territorio bolognese, dove si fondono caratteristiche diverse di tipo geografico , storico, sociale ed economico.

L’allevamento, come trasformazione del vivere brado degli animali, richiede acqua, lavoro umano, cibo particolare. Quindi prima abbiamo la trasformazione dell’ambiente determinato dalla coltivazione sistematica, poi l’insediamento di animali stallivi o bradi, ma associati al vivere dell’uomo stesso.

Se inizialmente l’uomo raccolse vicino alla propria abitazione gli animali più facilmente addomesticabili e forse furono pecore, bovini, poi suini, volatili, non a caso lo fece se aveva vicino alla propria abitazione acqua, un fiume, un rivo, un torrente. Ma si pose in posizione facilmente controllabile, acqua sì, ma non esondazione.

I primi allevamenti, i primi reperti di animali stallivi li ritroviamo nell’alta pianura, e tali allevamenti si trasferirono in buona parte nella parte bassa della pianura dopo che l’uomo ebbe la possibilità regimentare le acque, costruendo corsi d’acqua artificiali.
Con i primi canali si prosciugarono le zone più umide della pianura e l’acqua raccolta fu utilizzata per l’agricoltura, il bestiame e per ottenere tramite mulini l’energia per le altre attività che sorgevano via via con l’avvento delle prime forme di artigianato.

San Giorgio di Piano anticamente era in una zona favorevole, il fiume Reno arcaico passava dove ora si snoda la strada di Galliera. Ma, come abbiamo già visto, questo fiume, torrente meglio dire, aveva una portata non sempre prevedibile. Aveva la tragica tendenza ad uscire dal suo alveo e ad instradarsi verso altre zone, tra San Giorgio e Argelato, poi oltre Argelato.
Quindi se l’uomo prima aveva impiantato i propri allevamenti nei pressi del fiume, dopo si è scostato da esso, pur mantenendo per quanto possibile le stesse strutture produttive. Ma il Reno e i suoi affluenti erano fiumi secondari dipendenti dal fiume più vasto, il Po, in cui si versavano, che aveva esigenze di navigazione e queste andarono a scapito della pianura che si snodava attorno al Reno.
Per drenare il Po, il Reno venne tolto dal suo sbocco naturale e le acque si riversarono nella pianura, causando una situazione di "caos idraulico" che si protrarrà nei secoli e solo tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX si otterrà una conformazione in qualche modo "definitiva" inalveando il Reno in un ramo morto del Po, incanalandone le acque verso il mare e costruendo un complesso di argini, canali, collettori al fine di regimentare le acque sovrabbondanti. 

La coltivazione e l’allevamento si trasformarono, permanendo comunque cerali e allevamenti stallivi in una pianura dipendente sempre dai drenaggi delle acque e continue opere di bonifica.
Fortunatamente il tipo di terreno sangiorgese, come abbiamo già visto nel porzioni di carta geomorfologica riportate, è tale da assicurare un buon assorbimento e quindi l’utilizzo dell’umidità naturale o indotta dall’uomo stesso. 

A tutto questo vanno aggiunte considerazioni di archeologia del paesaggio e di antropologia.
Il paesaggio originario, costituito da boschi di querce, tigli, olmi nelle zone più asciutte e salici e pioppi nelle più umide, accoglie animali selvatici, liberi di pascolare, di prolificare, di aumentare di numero, di modificarsi nel tempo a questi fa riscontro la caccia libera per procurare il cibo.

La colonizzazione romana, che realizza una organizzazione del territorio, degli insediamenti, consente il primo intervento di bonifica del territorio anche se in forma ridotta, vicino all’abitato, mantenendo comunque il bosco, il pascolo.
Ciò è il primo impulso per aumentare il numero di capi da allevare in prossimità degli insediamenti, nelle zone raggiunte dalla centuriazione; il resto è ancora in massima parte riconducibile alla grande foresta originaria.

aratura con buoi


Il deterioramento dell'impero romano e la mancanza di amministrazione avrà effetti devastanti: la campagna verrà abbandonata, la popolazione si restringe attorno ai centri più importanti, le zone bonificate tornano ad impaludarsi, il bosco torna a comparire su terreni precedentemente coltivati.
L'allevamento e la caccia prevalgono sull'agricoltura. 

Sino all’istituzione dei Comuni, alla fine del XII secolo, il contado rimane abbandonato a se stesso, anche se non si può dire che i coloni tendessero ad inurbarsi.

L’allevamento ovino e suino ha in questo periodo il suo momento migliore, ma non sufficiente a considerare il contado ricco ed autosufficiente. La pianura rimane sempre preda di degradi ambientali e di alluvioni.

Nel Paleolitico l'uomo ancora nomade proprio per esigenze alimentari seguiva i branchi di animali che potevano procurargli cibo e in ciò forse era aiutato da animali che avevano le stesse esigenze, come il cane.

Solo successivamente e a partire dall'VIII millennio a. C. compaiono resti di ovini, caprini, suini, pollame che non hanno più le caratteristiche proprie degli animali selvatici.
E nello stesso periodo, reperti archezoologici lo confermano, venne effettuato anche l'allevamento di altri animali non facilmente addomesticabili quali il gatto, il falco e il cormorano e per funzioni non strettamente legate all’alimentazione, ma a caratteristiche stesse di questi animali.  L’uomo aveva scoperto, ad esempio, nel gatto un amico per conservare i cereali dai mustelidi e negli altri due la particolarità di essere notevoli cacciatori di volatili e pesci.

L’agricoltura comunque richiedeva grossi sforzi per la lavorazione del terreno e seguì quindi l'addomesticamento di grossi animali come i bovidi.

Accanto alle due forme più diffuse d'allevamento, nomade e razionale, esistevano, e in parte sussistono ancora, forme particolari basate sulla soggezione o lo sfruttamento di animali semidomestici (renna) o semplicemente addomesticati (elefante, orsi, alcuni uccelli).

I risultati di ricerche archeozoologiche, riportate nel capitolo dedicato alla Fauna in generale, non sono sempre attendibili anche se le ricerche sono accurate ed accurate le osservazioni sui reperti: ricostruire lo scheletro di un animale qualunque esso sia non è certamente facile e poi l’attribuzione della caratteristica di selvaticità o domesticità ancor più difficile.
Non ultimo lo scavo in un certo sito può andare a scapito di un altro con una numerosità più ampia di reperti, così da ingannare nel considerare l’importanza di un certo animale nel territorio.

Se si può considerare il periodo tra il XIII e il IX millennio a.C. come l’epoca di inizio di allevamento di piccoli animali utili all’uomo, e questo perché sono rilevabili modifiche genetiche e morfologiche nelle specie in cattività, rispetto a quelle selvatiche, stabilire quale siano stati i siti dove ebbe inizio la cattività, l’addomesticamento e la domesticazione di essi risulta estremamente problematico.

Si pensa, e con buona ipotesi, che il cane sia stato il primo animale addomesticato ed allevato e ciò anche perché scheletri di canidi sono stati ritrovati accanto a scheletri di uomo, nello stesso tipo di inumazione: ciò fa pensare ad uno stretto rapporto, anche affettivo, tra l’uomo e il cane. cane lupo tedesco

Resti di ovini, caprini, suini, pollame, “diversi” da quelli selvatici compaiono dall'VIII millennio a. C. in Asia e in Africa.

Successivamente la possibilità di allevare in cattività grosso bestiame mobile favorì la costituzione di comunità pastorali nomadi alle quali si deve, con molta probabilità, l'addomesticamento di altre specie di animali di grossa taglia appartenenti agli equidi e ai camelidi; contemporaneamente lo sviluppo dell’agricoltura, incitò le comunità pastorali a diventare seminomadi e ad associarsi con le comunità agricole, sviluppando l’allevamento secondo le esigenze di queste ultime e quindi a un perfezionamento delle tecniche di allevamento con selezione delle razze, incroci, selezione dell'alimentazione anche a fini alimentari e riproduttivi, inoltre si sviluppò anche l’allevamento di specie selvatiche per i loro prodotti, come il miele dalle api e la seta dal baco.



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