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Cap. 1 - Geologia 1
Cap. 2 - Idrografia 1
Cap. 3 - Flora 4
Cap. 4 - Fauna4
Cap. 5 - Uomo 4
Cap. 6 - Cibo7
Cap. 7 - Attività agricole tipiche9
Cap. 8 - Dalle origini ai Romani10
Cap. 9 - I Romani nella Pianura Padana17
Cap.10 - I Barbari ... Alto Medioevo10
Cap.11- Vita medioevale 19
Cap.12 -Vita Medioevale: Istruzione9

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\\ Home Page : Scritto STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net - Angela Bonora: Capitolo sesto - Le coltivazioni primarie

Capitolo sesto. 2 - Le coltivazioni primarie

Di Angela Bonora (del 02/01/2007 @ 13:10:51, in Cap. 6 - Cibo, linkato 7278 volte)


 I cereali

Secondo gli archeobotanici l’uomo abbandonò la vita nomade circa 10.000 [6] anni fa quando iniziò a coltivare sistematicamente i cereali.

Principalmente nel nostro territorio sono da identificare nel periodo preistorico e protostorico tre cereali: il frumento, l’orzo e il riso, che venivano consumati verdi e crudi o ridotti in farina dopo un certo periodo di essicazione.

Già i nostri antenati primitivi avevano imparato ad impastare la polvere delle ghiande schiacciate con acqua e a cuocere l'impasto su lastre roventi, ottenendo così una specie di focaccia piuttosto dura, che possiamo considerare l’antenato del nostro pane; diversi millenni dopo si sostituì la farina di ghiande con la farina che si otteneva dai cereali macinati ottenendo un cibo migliore, ma ancora abbastanza duro.

Furono gli egizi che scoprirono il processo di lievitazione: il composto di farina ed acqua lasciato all'aria per un certo periodo, magari un giorno, permetteva di ottenere con la successiva cottura un prodotto più morbido: era stata scoperta la possibilità della fermentazione [7] degli impasti di farine di cereali.

Ma è dovuta agli antichi greci il vero concetto di panificazione e le sue diversificazionicon inserimento nel composto di prodotti più saporiti come latte e spezie e furono proprio i greci ad istituire i primi forni, prima nelle case delle città, poi nelle campagne, quindi per tutti i cittadini che non avevano la possibilità di un forno autonomo. 

Nell'antica Roma il pane  diventa il cibo di tutti, si attua un calmiere ai prezzi della farina per la panificazione, che deve essere venduta al popolo a un prezzo più basso di quello di mercato. Tutti dovevano potersi sfamare e non esisteva carestia od altro problema che potesse influire sul prezzo delle farine da pane.  

Le farine usate per il pane derivavano da piante nobili e per esse venne invocata una dea che presiedesse alla loro crescita: la dea Cerere e cereali vennero chiamate le piante.

Tutte le piante di cereali hanno particolarità simili: il frutto mangiabile e macinabile è secco, ricco di amido nutritivo, facilmente conservabile e trasportabile.

Il tipo di cereale utilizzato inizialmente dalle varie civiltà arcaiche differisce:

il grano è il cereale utilizzato da quella occidentale,
il riso da quella orientale,
il sorgo dalla civiltà africana e
in quella americana il mais,

ma la loro maturazione in momenti diversi dell’anno e l’esigenza di avere raccolti differenziati per combattere le carestie, fece unire le coltivazioni di cereali diversi sugli stessi terreni.

Normalmente si ritrovano ora nei nostri terreni associate al cereale primario, il frumento o grano, anche le altre qualità.

Infatti sono stati introdotti nel nostro territorio sia cerali vernini, seminati nel periodo invernale, come grano, orzo, avena e segale e cereali primaverili, seminati in primavera, come riso, mais, sorgo, miglio, panico.
Attualmente i cereali maggiormente coltivati nelle campagne sangiorgesi sono il grano, il mais, l’orzo, ma nel passato tutti quelli elencati hanno fatto parte delle colture in maggiore o minore quantità.

grano


E’ il grano che ha avuto importanza primaria sul territorio della pianura disboscata e bonificata, dove ha trovato acqua e sufficiente temperatura per la maturazione.

Dei due tipi di grano coltivati in Italia, tenero, con farine atte alla panificazione, e duro, con farine adatte alla produzione di pasta, nelle nostre campagne, sia nel passato che attualmente il grano coltivato è sempre stato il primo, che veniva comunque utilizzato sia per la panificazione che per la produzione di pasta normalmente mangiata fresca, non fatta seccare. La caratteristica stessa della farina fornisce una pasta che seccata si sbriciola facilmente e quindi non adatta alla pasta da conservarsi a lungo.

Il ciclo colturale e le principali lavorazioni per la coltivazione del grano tenero consistono nella preparazione del terreno in settembre con aratura profonda 30-40 cm. ed estirpatura delle male piante.
A questa segue la concimazione e la disinfestazione del terreno.

roncole e falciNel passato la concimazione avveniva con letame animale, quindi coltivazione cerealicola e  allevamento andavano di pari passo, anche se non si può dire che la nostra pianura fosse dedicata ad allevamenti intensivi. 

Si passò all'inizio del XX secolo a concimi industriali ed ora si tende a ritornare a concimi di origine organica, data la continua e crescente richiesta di cibi organici, naturali.

A metà ottobre avviene la semina alla quale segue da metà dicembre a tutto febbraio la concimazione periodica.

In marzo, aprile, quando le piante cominciano a germinare vi è il diserbo.

Tutte queste operazioni attualmente eseguite con macchine apposite ed utilizzo di limitata mano d’opera, per il passato avvenivano manualmente.


I coloni erano impegnati sul terreno o per una coltivazione o per un’altra[8] tutto il giorno, dalla mattina presto, allo spuntar dell’alba, sino al calare del sole.

Alla lavorazione sul terreno seguivano poi le lavorazioni per la conservazione e l'utilizzo del raccolto.  

Tutto il lavoro manuale avveniva all’inizio delle prime coltivazioni arcaiche senz'altro sperimentalmente.
Riconosciute poi le vere piante infestanti, si costruirono anche strumenti semplici, che nel tempo si specializzarono in base all’esperienza e alle esigenze lavorative dei coltivatori.


A metà di giugno si ha la mietitura, raccolta delle pianticelle arrivate a maturazione, belle gialle oro, ”color del grano maturo”, e la trebbiatura per la separazione delle carossidi dal restante della pianta, la paglia.

trebbiatrice



Il raccolto impegnava, per il passato, tutta la famiglia del contadino e spesso i contadini vicini, che avevano il grano non ancora a piena maturazione, si prestavano ad aiutare. La trebbiatura doveva poi avvenire in tempi stretti per non lasciare il raccolto abbandonato alle possibili intemperie. covoni di granoD'altra parte le spighe raccolte dovevano essere raccolte in covoni, che dovevano  rimanere sui campi per arrivare alla completa essicazione

Questi due lavori,raccolto e trebbiatura, avevano inizialmente come utensili la falce,  il bastone animato e il vaglio.

Furono poi resi più semplici prima con le macchine trebbiatrici poste sulle aie delle case coloniche ed ora con le mietitrebbiatrici che contemporaneamente mietono, tagliano le piante, e trebbiano, preparando contemporaneamente i rotoli di paglia e separando la granella edule dalla pula, che avvolge i chicchi.

La paglia viene usata adesso, come nel passato, per la lettiera del bestiame domestico allevato in modo estensivo e libero oppure per la produzione di materiali che utilizzano la componente di cellulosa della paglia stessa.

Nel passato la paglia era un ottimo componente dei materiali atti alla costruzione di edifici, e veniva impastata con  mota, fango. 

La granella, che nel passato era sfarinata passandola tra due sassi piatti o dentro a macine movimentate dall'uomo e più avanti nel tempo dagli animali.

Ora viene invece  immagazzinata in sacchi ed inviata ai mulini per la macinatura al fine di ottenere la farina: farina integrale se non si separa la farina dalla crusca, oppure farina bianca.

La tendenza odierna è verso l'uso di farine integrali più adatte all'alimentazione bilanciata dell'uomo e anche del bestiame.

 

riso


Anche il riso è pianta annuale, originaria probabilmente dall’Asia orientale.

Se ne inizia la coltivazione circa nel XV secolo, nel nostro territorio, umido e con la possibilità di avere irrigazione con l'acqua corrente proveniente dai rivi e dagli scoli e canali che attraversavano la pianura del Reno.

risaia


Partendo dalla primavera, dopo la preparazione del terreno, vengono messe a dimora piantine che sono state fatte sviluppare in semenzaio per i 40-50 giorni precedenti.

Il terreno viene poi allagato e le piante rimangono in circa 10 cm. di acqua per tutta l’estate.

Durante tale periodo la risaia viene mondata dalle piante infestanti.

monda


Nel territorio sangiorgese e nei dintorni la monda della risaia era normalmente fatta dalle donne e dai fanciulli, che in tali periodi risiedevano in casoni ai bordi della risaia stessa.

In autunno si prosciuga il terreno e si procede alla mietitura delle piante mature.


L'orzo  è uno dei cereli che da secoli è  coltivato nei campi di San Giorgio.
E'  uno dei cereali avente la maggiore diffusione nel mondo a causa dell'ampia adattabilità alle condizioni climatiche e la disponibilità di numerose varietà.
L'orzo veniva utilizzato nell'alimentazione umana come cereale da panificazione e nella preparazione di minestre, nella produzione della birra, tramite la fermentazione,  e nell'alimentazione del bestiame .
Attualmente a queste utilizzazioni si è aggiunto l'uso della polvere di orzo tostato per la preparazione di bevande simili al caffè e per la preparazione di bevande alcoliche ad alta gradazione.

orzo



Il ciclo colturale dell’orzo nella nostra pianura inizia a settembre/ottobre con la preparazione del terreno, che viene arato ad una profondità di 50 cm.
Ai primi di febbraio si preparano e si distribuiscono i concimi poi avviene l’erpicatura per l’interramento del concime.
A fine febbraio la semina. A fine giugno la raccolta e la trebbiatura.

La segale, per le sue ridottissime esigenze ambientali viene coltivata in ambienti umidi, su terreni poveri ed acidi, scarsamente lavorati e concimati. Resiste bene ai freddi invernali, alla siccità ed è poco esigente in fatto di sostanze nutritive, prediligendo tuttavia terreni ricchi di potassio.
Nei climi temperati la segale viene seminata in settembre-ottobre. Esistono varietà a semina primaverile adatte ai climi più rigidi.
La raccolta viene effettuata una decina di giorni prima della mietitrebbiatura del grano.
La farina di segale viene impiegata nella panificazione da sola o mescolata con quella di grano.
La granella viene utilizzata nell'alimentazione animale, mentre la paglia serve da lettiera al bestiame bovino. Molto interessante è la coltura del triticale, ottenuto dalla ibridazione tra il grano e la segale. Accanto ad una buona rusticità (tipica della segale) manifesta buone produzioni e discrete proprietà panificatorie.

In ordine temporale dobbiamo ora accennare al sorgo.
E' coltura a ciclo primaverile-estivo resistente all'aridità, praticabile sia in terreno asciutto che in irriguo è comunque piuttosto esigente in fatto di temperatura fin dalla germinazione, fase in cui possono arrecarle danno temperature inferiori a 10 °C. Le temperature ottimali per l'intero ciclo vegetativo si aggirano tra i 25°/30° C.. Estese sono le possibilità di destinazione produttiva di questa pianta, idonea sia per la produzione di granella, che per quelle di foraggio, fibra e zucchero.
Nel primo caso, la semina avviene nella nostra pianura generalmente in maggio quando più difficile è l'eventualità di temperature inferiori allo zero. Per quanto concerne le esigenze idriche, il sorgo si colloca tra le piante tesaurizzatrici delle disponibilità d'acqua, il che consente il migliore sfruttamento delle riserve idriche del terreno.

Infine il mais o granturco [9] coltivato ampiamente nel territorio sangiorgese, sin dalla sua scoperta sia per produzione di farine, alimentazione animale e produzione di cellulosa. La pianta richiede clima caldo e temperato.
Originaria dell’America Centrale e del Sud dove era già coltivata 9.000 anni prima di Cristo, era uno degli elementi principali dell’economia e dell’alimentazione dei popoli Maya, Aztechi e Incas, che ne consumavano le farine e la birra ottenuta dalla fermentazione. Portata da Cristoforo Colombo in Europa nella sua prima spedizione[10] , fu dapprima, come anche altre piante della stessa provenienza, utilizzata come pianta ornamentale.
La produzione poi si estese principalmente in Italia e nel Sud della Francia e la farina che si otteneva, benché respinta dalla tavole dei ricchi, divenne tra il XVII e il XVIII secolo un alimento fondamentale nelle campagne in seguito alle carestie provocate dal clima eccessivamente umido, che danneggiava gli altri cereali.mais

L'economia contadina utilizzava ogni parte della pianta a usi ben definiti: il tutolo (o rachide) come combustibile per il camino, le brattee che avvolgono la spiga per riempire il saccone dei materassi, gli steli per formare recinzioni e sostegni.

Tra i contadini delle zone più povere si affermò il costume di coltivare il frumentone (così viene denominato nella nostra pianura) per il consumo familiare e di destinare alla vendita tutto il raccolto di frumento e dei cereali più pregiati.

Ma l’uso esclusivo o quasi di mais portò verso la fine del XVIII secolo una grave malattia dovuta a carenza della vitamina PP, di cui il mais è poverissimo.
La pellagra, malattia che si manifestava con alterazioni della cute e delle mucose, disturbi digestivi e neurologici che potevano diventare molto gravi con il passare degli anni, raggiunse la massima diffusione nel corso del XIX secolo e provocò una riduzione della produzione e del consumo del cereale.
Scoperta la causa della malattia, che si poteva evitare con opportuna integrazione alimentare, la produzione e il consumo anzi si accentuarono verso la fine del Novecento nelle nostre campagne.

La barbabietola da zucchero

Altre coltivazioni di piante eduli si sono avute nei secoli più recenti.
Una nuova coltivazione, la barbabietola da zucchero, si sostituì sul territorio sangiorgese alla coltivazione del riso, del lino e della canapa.
La barbabietola da zucchero fa parte di una famiglia di piante dal nome Beta che si ritrovano già a partire dal 400 a.C. come piante da giardino a foglia chiara o scura. Successivamente venne coltivata nelle campagne, ma come vegetale commestibile, sia come foglia che come radice o come cibo per gli allevamenti di equini.

barbabietole

Nella figura tra i vari tipi di radici solo quella situata nell'angolo a sinistra in basso è la barbabietola da zucchero.

La sua coltivazione per la produzione dello zucchero è abbastanza recente.
Nel 1600, si legge negli appunti dell’agronomo francese Olivier de Sererres che "la radice cotta dà luogo ad un succo zuccherino", ma solo nel 1747 lo scienziato tedesco Andreas Margraf mise a punto il procedimento per ottenere dalla polpa della radice della barbabietola uno zucchero simile a quello ricavato dalla canna da zucchero.
La produzione dello zucchero non si ebbe che ai primi anni del 1800: è infatti del 1801, nella Bassa Slesia, la prima fabbrica di zucchero.
Prima per dolcificare si usava lo zucchero di cann,a importato da lontani paesi, o il miele prodotto dalle api.  Solo il blocco commerciale nei confronti dei paesi sotto la dominazione napoleonica diede la spinta necessaria alla nuova coltivazione.

Quindi nel nostro contado non più bietole da usare come verdura, ma radici da lavorare per ottenere lo zucchero.
Fu una delle lavorazioni, quella della barbabietola, che sfruttò subito opifici di tipo industriale costruiti appositamente; la politica napoleonica spronò la coltivazione e la costruzione delle fabbriche.
La coltivazione, specialmente nel nostro territorio, fu  intensiva e, anche dopo la caduta di Napoleone e la riapertura dei porti di traffico della canna verso i paesi europei, molti paesi sostennero la coltivazione della barbabietola.
La pianura bolognese contava e conta diversi zuccherifici, in particolare nei dintorni di San Giorgio di Piano abbiamo grossi impianti di lavorazione della barbabietola: sulla strada verso Argelato, e a San Pietro in Casale.

barbabietola da zuccheroPer la coltivazione della barbabietola da zucchero sono necessari terreni permeabili che restino freschi in estate e quindi i nostri terreni friabili, che usufruiscono di caldo umido durante l’estate, sono adattissimi a tale coltivazione.

Gli zuccherifici installati nella pianura lavorano in simbiosi con i coltivatori, nel senso che i coltivatori seminano in modo da ottenere i quantitativi di prodotti che la fabbrica è in grado di lavorare, cioè seminano solo il vendibile e sono affiancati da periti agronomi che stabiliscono le rotazioni, generalmente triennali, per ottenere barbabietole con un tasso zuccherino valido.

La barbabietola è una tipica coltura da rinnovo, ottima miglioratrice della fertilità del terreno, e necessita di lavorazioni profonde; si intercala fra due colture di grano o cereale affino e non si ripete la coltivazione nello stesso luogo non prima di quattro anni, al fine da liberare il suolo da parassiti.

La semina avviene in superficie, in autunno subito dopo le prime piogge, su di un terreno lavorato ad una profondità di 40-50 cm.
La raccolta avviene alla fine dell’estate successiva, in settembre, quando le foglie ingialliscono.

Le radici raccolte vengono inviate subito ale fabbriche dove si ottengono zuccheri raffinati e i residui della lavorazione, fettuccia, che nel passato veniva usata come cibo del bestiame.

Dato il tempo relativamente breve di inizio della coltivazione della barbabietola a fini industriali, sono state create macchine atte alla particolare lavorazione del terreno, della semina e dell’estrazione delle radici, per cui il lavoro del coltivatore è stato notevolmente alleggerito e quindi nella nostra campagna ha facilmente sostituito la coltivazione della canapa.
Anche se adesso si tende a riportare sul suolo questa ultima coltivazione, ma con piante di più facile lavorazione e senza l’uso di maceri.


La Vite

Altra coltivazione importante per il nostro territorio è la vite.
L'area di origine non è ben definita, compare in Europa verso la fine del Terziario, ma la sua utilizzazione risale al Neolitico; sin dall'inizio la vite veniva coltivata sia per uve da vino che per uve da tavola.

Scritture sumeriche del III millennio a.C. testimoniano infatti che la vite veniva già allora coltivata per produrre vino.
Le prime testimonianze nell'Italia del Nord risalgono al X secolo a.C. e proprio in Emilia.

Secondo alcuni storici furono invece i Greci che portarono la coltivazione della vite nella nostra penisola verso il 700 a.C. nelle colonie della Magna Grecia e dal Sud poi la coltivazione si estese verso il Nord della penisola, ma esistono anche teorie diverse che ci fanno pensare che proprio il nostro territorio fosse il primo coltivatore della vite.

I nomadi, celti, che scendevano dal Nord dell’Europa, raggiungevano la valle padana alla ricerca di cibo, di piante commestibili e tra queste la vite per il succo che si otteneva.

Più tardi i Galli Boi “giunsero alla convinzione che il dolce sapore della frutta di questa Regione, gli attraeva alla pari del vino”[11]

I Greci comunque ci hanno insegnato a gustare il vino: bevevano vino, simbolo di indiscusso prestigio sociale, a colazione, a pranzo e a cena.
Le loro viti non si coltivavano a pergola, ma erano lasciate scorrere sul suolo evitando, con rami e stuoie, il contatto diretto con il terreno, la vendemmia avveniva all'inizio di ottobre e l'uva, prima di essere pigiata, veniva esposta al sole per aumentarne la componente zuccherina e diminuirne l'umidità.

Qui sta appunto una sostanziale differenza di coltivazione che porta alle due teorie differenti: nell'Italia settentrionale i tralci delle viti, a differenza della tradizione greca, erano sorretti da alberi e non da "sostegni morti" o lasciati sul terreno.
I frutti rimanevano sulla pianta sino a completa maturazione.

In tutto il Mediterraneo, il vino, nell’antichità, era usato nei giuramenti, in occasione di banchetti, riti funebri e naturalmente durante le cerimonie religiose: esempi nella letteratura, pittura e scultura greca, latina ed araba ricordano l’uso della vite e dei suoi frutti.

Gli invitati ai banchetti, almeno fino al IV secolo, dovevano essere rigorosamente tra tre e nove, che era poi il numero delle Grazie e delle Muse: assente la donna, che se consumava vino veniva assimilata ad una adultera.
Erano formalmente invitati in questi riti il dio Bacco e Giove.
Come Cerere era la dea che proteggeva i raccolti dei cereali, il dio Bacco proteggeva le viti.

Il vino degli antichi era simile ad uno sciroppo di uva e veniva sempre servito con acqua, magari al vino talvolta si aggiungevano miele e resine, che lo rendevano più stabile e più adatto alla conservazione e al trasporto.

Nei primi anni dell'impero romano la vite era diffusa e coltivata in tutta Italia, tanto che la produzione intensiva fece imporre, nel 90 d.C., da Domiziano lo sradicamento di metà delle vigne e vietare nuovi impianti.

I Romani, al contrario dei Greci prediligevano vini molto alcolici e lungamente invecchiati, anche sino a 25/30 anni. Andavano infatti matti per il vino lungamente invecchiato, come in genere in tutta l'antichità.
La bevanda comunque preferita rimaneva il mulsum, una miscela di miele e vino con cui si aprivano i sontuosi banchetti delle grandi famiglie patrizie.

uva biancasangiovese

La vite presenta una vasta adattabilità al clima.
Nel nostro territorio esiste una correlazione diretta tra la radiazione solare, il grado zuccherino e l'epoca di maturazione dell'uva.

La temperatura ne influenza tutte le fasi di crescita: si manifestano danni quando si raggiungono circa 15° sotto zero in inverno e -5° in caso di brinate tardive e le piante possono anche morire.

Anche venti caldi come lo scirocco possono danneggiare le piante, è quindi necessaria una regolamentazione idrica opportuna a seconda della fase vegetativa e della temperatura, mediante fossi di irrigazione e attualmente con irroratrici meccaniche ed inoltre una legatura opportuna dei tralci affinchè le piante siano arieggiate.
 
Il terreno e il territorio sono quindi in grado di determinare la qualità e la quantità della produzione viticola sia direttamente come la composizione chimica e fisica, colore, sia indirettamente come l'esposizione.

Nel territorio di San Giorgio e in tutta la pianura del Reno la vite coltivata è quella denominata  Reno. La denominazione Reno DOC è riservata ai vini della pianura bolognese, area interessata quasi interamente.

Si tratta di Reno Montuni, Pignoletto e Bianco, prodotti nelle tipologie tranquillo, vivace e frizzante e nelle versioni secco, abboccato, amabile e dolce.
Il Reno Montuni Doc e il Reno Bianco Doc sono ottimi per accompagnare l’intero pasto a base di piatti tradizionali bolognesi. Il Reno Pignoletto Doc è adatto per antipasti, primi pasti leggeri e carni bianche



Non ultime sono da considerare le malattie prodotte da afidi, che possono danneggiare le piante, come la filossera, che alla fine del 1800 distrusse quasi tutti gli impianti europei. Vennero attuate opportune operazioni di difesa con selezione e innesto di piante sane europee su vitigni americani  meno pregiati.


irroratriceAltri parassiti di origine fungina sono dannosi e possono distruggere i vitigni: la peronospera e l'oidio.

Oggi si combatte la prima con ripetuti trattamenti a base di solfato di rame e calce (un miscuglio comunemente definito poltiglia bordolese) e l'oidio con irrorazione a base di zolfo.

L’impianto di una vigna è quindi un’operazione complessa.

I nostri progenitori si accontentavano di raccoglierne i frutti e magari spremerli, ora invece oltre al livellamento del terreno ed aratura e concimazione bisogna costruire fossi per la regolamentazione delle acque, affinare il terreno che deve accogliere le piante, e soprattutto seguire le varie fasi di crescita.

La vite dura diversi anni sul terreno, quando viene espiantata perché non fornisce più un buon raccolto, il terreno impoverito deve essere azotato con colture idonee come leguminose poi cereali per alcuni anni.

La raccolta dell'uva è una delle operazioni maggiormente onerose nel bilancio viticolo, nel nostro territorio avviene da settembre ad ottobre: le uve da pasto vanno verso i mercati, le uve da vino normalmente vengono lavorate sul posto, poste in tini a fermentare.

Il primo prodotto della fermentazione, il mosto, una volta veniva venduto sul mercato di Bologna. Era facile incontrare sulle strade carri trainati da buoi o da cavalli con sopra all’assale la botte contenente il mosto. La botte grande era detta castellata, misura bolognese per i mosti, e conteneva da 800 a 900 litri [12].

carro con due mezze castellate

 
Sin dopo la fine della seconda guerra mondiale, in autunno si vedevano lungo le strade della pianura transitare tali carri, poi furono sostituiti da autocarri.

Nel Museo della Civiltà Contadina di San Marino di Bentivoglio si possono ammirare carri, fabbricati da mastri carrai che si dilettavano ad adornarli di sculture, che ricordavano le varie coltivazioni o i Santi protettori dei campi.


Coltivazioni di piante da olio

Fra le coltivazioni che via via  sono arrivate nella nostra pianura negli ultimi tempi ci sono la colza, la soia, il girasole. Piante che permettono di avere dai loro semi oli, utilizzati nel ramo alimentare  che vengono coltivate con metodo intensivo, come monoculture.

I consumi di olii vegetali utilizzati maggiormente nell’Unione Europea sono, in ordine decrescente, quelli di: colza, palma, soia, girasole, oliva, mais ed arachide.

Nel loro uso alimentare, essi sono consumati direttamente (condimento di piatti a crudo o per cottura), ma sono soprattutto incorporati in prodotti dell’industria alimentare.

 Il girasole

Pianta originaria dell'America Nord Occidentale, coltivato dagli indiani d'America a scopo alimentare, fu introdotta in Europa nel XVI secolo come pianta ornamentale; dalla prima metà dell'800, quando in Russia fu messo a punto un metodo per l'estrazione alimentare dell'olio, è utilizzata come pianta oleifera.

Il girasole, Heliantus annuus, appartiene alla famiglia delle Compositae, ed è la più importante tra le 100 specie del genere Helianthus, tipica dell'est europeo, ma negli ultimi anni si è estesa anche in Europa e in Italia.  
Il nome "girasole" deriva dal caratteristico movimento eliotropico che le piante di questa specie presentano durante la fase giovanile: esse possono ruotare, mediante torsione del peduncolo,  in modo da mantenere l'apice sempre rivolto verso il sole. 
Questa particolare caratteristica cessa prima che l'inflorescenze giungano a maturazione, dopo di che rimangono costantemente rivolte verso Nord - Nord Est.
L'olio di semi di girasole contiene una percentuale molto elevata di grassi polinsaturi, in particolare l'acido linoleico (fino al 75%), e una notevole quantità di vitamina E (68 mg / 100 gr). Va facilmente incontro a irrancidimento a causa dell'elevato grado di insaturazione, quindi non è indicato per cucinare e friggere, e andrebbe conservato in frigorifero in bottiglie opache.

Mais e olio di semi di mais
Del mais abbiamo già parlato come cereale proveniente dal Nord America. L'olio  estratto dai germi dei semi di Zea mais, coltivata  nella nostra pianura, ha una composizione simile a quello di girasole, molto ricco di acido linoleico e vitamina E.

Soia e olio di semi di soia
Solo alcuni decenni fa, la soia era considerata non commestibile  persino in Asia.
Durante la dinastia Chou (dal 1134 al 246 AC) la soia non era considerata  come alimento, perchè mentre i pittogrammi per i cereali mostrano la struttura del seme e dello stelo della pianta, il pittogramma per la soia mostra la struttura della radice non mangereccia.
La letteratura agricola del periodo parla frequentemente della soia e il suo uso nella rotazione dei raccolti come  metodo per fissare l'azoto nel terreno.
L'olio che si ricava dai semi delle numerose varietà di soia è un olio  completo poiché contiene entrambi gli acidi essenziali, linoleico (50% circa) e linolenico (8% circa).
20 grammi di olio di soia non raffinato soddisfano il fabbisogno giornaliero di entrambi i grassi essenziali.
Se l'olio di soia e la soia siano benefici o no è comunque un problema che sinora non ha avuto una risposta chiara ed univoca.

Colza e olio di semi di colza
La Colza o   Brassica campestris appartiene alla famiglia delle crucifere. Il colza è una pianta originaria del bacino del mediterraneo; il nome deriva dall'olandese "Koolzad", che significa seme di cavolo.
Diffusa fin dal medioevo nell'Europa centro-settentrionale, dai suoi semi veniva estratto l'olio da impiegare nell'illuminazione pubblica e privata. (!!!)
Attualmente i maggiori coltivatori di colza risultano essere India, Cina, Pakistan e Canada; per quanto riguarda l'Europa, i paesi più interessati sono quelli nord-orientali come Germania, Francia, Polonia, Gran Bretagna, Danimarca e Svezia.
L'olio che si ottiene contiene una notevole quantità di acido erucico, una sostanza che viene metabolizzata con difficoltà dal nostro organismo umano e che si accumula nei grassi del muscolo cardiaco, causando alterazioni.
La legge impone che nell'olio di semi vari e nelle margarine non sia presente una quantità maggiore al 5% di acido erucico. Dato che l'acido erucico è di fatto un veleno per il nostro organismo, perché consentirne l'uso anche solo di una piccola percentuale? La risposta è di carattere economico: l'olio di colza costa poco e il suo uso è molto diffuso negli oli e grassi utilizzati dalle industrie alimentari. Ottimo sarebbe invece se venisse utilizzato per i motori a diesel [13].

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[6] Ritrovamenti di semi conservati sono nelle regioni del Medio Oriente e databili in quell’epoca.
[7] La fermentazione non è una invenzione nel senso stretto della parola, ma una scoperta di un fatto naturale. Si ha la fermentazione naturale con un insieme di processi chimici che portano alla demolizione degli zuccheri insiti in materiale organico ad opera di enzimi contenuti in alcuni organismi, o in presenza di ossigeno o al chiuso. La lievitazione va di pari passo con la fermentazione, in quanto l'azione dei gas,  che si formano durante la fermentazione, aumentano il volume, cioè lievitano il composto che è fermentato. 
[8] Infatti non esistevano poderi monocoltura, in ogni appezzamento di terreno venivano praticate più colture tra di loro interagenti per la ricostituzione del terreno stesso. Oggigiorno si è arrivati allo sfruttamento intensivo del terreno supportandolo con concimazioni e diserbanti chimici.
[9] Impropriamente denominato granturco. Potrebbe far pensare la sua origine nella Turchia, ma molto probabilmente tale altro nome deriva dalla diffusione della pianta ad opera dei popoli Arabi nei territori turchi del Mediterraneo.
[10] Alcuni botanici ritengono che il mais possa essere stato introdotto in Europa da navigatori scandinavi al di là dell'oceano nel primo millennio dell'era cristiana, altri ipotizzano mais di provenienza orientale e già conosciuto in Europa prima dell'XI secolo.
[11] " Essi dopo essersi consultati, giunsero alla convinzione che il dolce sapore della frutta di questa Regione, gli attraeva alla pari del vino. Il quale era un inebriante piacere, apriva la mente alla spiritualità. Dalle Alpi giunsero e di ogni acro ne presero possesso… “ Titus Livius Historia Romana V 33
[12] Più anticamente la castellata era una misura di peso e non per liquidi e corrispondeva a 8,5-9 q.li di mosto. Esisteva anche la mezza castellata e il quarto di castellata, poco usato. Le botti per il trasporto, i tini per la fermentazione, i bigonci o brenti per il trasporto di piccole quantità di uva, erano fatti a mano da falegnami esperti, i bottai . Altro lavoro che si associava alla vinificazione era la produzione di fiaschi e damigiane di vetro per la conservazione del vino finale; normalmente il fiasco e la damigiana erano ricoperti di paglia di palude o rafia e quindi periodicamente nelle case del contado passavano gli impagliatori che oltre a rivestire fiaschi e damigiane, riparavano seggiole e costruivano cesti per conservare e trasportare i prodotti dei campi.
[13] Poichè l'Italia, in effetti, ha eliminata questa coltivazione dalle nostre campagne, sarebbe stato logico non parlarne. Ma data la dannosità degli oli ottenuti ne abbiamo parlato affinchè non si consideri l'olio di colza come sostitutivo di un olio alimentare, dato il basso costo.
 



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