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Cap. 1 - Geologia 1
Cap. 2 - Idrografia 1
Cap. 3 - Flora 4
Cap. 4 - Fauna4
Cap. 5 - Uomo 4
Cap. 6 - Cibo7
Cap. 7 - Attività agricole tipiche9
Cap. 8 - Dalle origini ai Romani10
Cap. 9 - I Romani nella Pianura Padana17
Cap.10 - I Barbari ... Alto Medioevo10
Cap.11- Vita medioevale 19
Cap.12 -Vita Medioevale: Istruzione9

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\\ Home Page : Scritto STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net - Angela Bonora, Mauro Franzoni: Capitolo 5 - L'uomo preistorico

Capitolo quinto. 2 - L'uomo preistorico

Di Angela Bonora, Mauro Franzoni (del 02/11/2006 @ 18:03:10, in Cap. 5 - Uomo , linkato 8037 volte)


 L’uomo che abita per primo la nostra pianura è già evoluto rispetto al primo Homo Sapiens Sapiens.
Vive di caccia e di pesca, raccoglie i frutti spontanei del terreno, ma lavora la pietra, per lo più selci, che arrivano alla pianura portate dalle acque dei fiumi, in lame sottili e strette, lavora anche l'osso e il corno e ovviamente il legno: l’uomo leviga i suoi lavori, li raffina.

Le età preistoriche che vedono l’uomo lavorare la pietra e dalla pietra ottenere i mezzi per ottenere il proprio sostentamento vengono normalmente denominate dagli studiosi in:

età paleolitica o della pietra antica,
età mesolitica o della pietra di mezzo,
età neolitica o della pietra nuova,


caratterizzate dai diversi e sempre più evoluti manufatti in pietra.

Ma l’abitante della Pianura non lavora solo per ottenere manufatti diversi, ma impara ad usarli al meglio. Non usa i manufatti di pietra solo per la caccia, come aveva fatto inizialmente

pietra lavorata e punte di freccia


Scopre che i semi che le piante lasciano cadere a terra forniscono dopo un certo tempo piante dello stesso tipo e ripete il gesto della natura e moltiplica i frutti da raccogliere. Nota che alcuni animali vivono volentieri accanto a lui e quindi li alleva, li cura e li ripara in zone accanto ai posti in cui vive. Lo aiuteranno nel lavoro, gli procureranno cibo, vesti.
Scopre l’agricoltura e l’allevamento e quindi costruisce nuovi attrezzi per aiutarsi con essi nel lavoro,
attrezzi a punta per ammorbidire il terreno affinché accolga i semi più facilmente,
attrezzi a spatola per pulire e levigare le pelli degli animali ed ammorbidirle per usarle per coprirsi.

Aspetta i raccolti, non emigra più, è un uomo prevalentemente stanziale, la pianura gli fornisce di che vivere.

Si costruisce un ambiente in cui soggiornare al riparo dalle intemperie, dal sole e dagli animali a lui nocivi.

Qui sotto a sinistra un utensile per sfarinare il grano e a destra un raschiatoio per pulire ed ammorbidire  le pelli

                              
Inizia a lavorare la pietra anche per ottenere forme simili a se stesso.

veenere di Savignano

Ritrovamenti si hanno nella Pianura Padana di piccole statuette litiche: vengono attribuite, secondo alcuni studiosi, proprio all'era Paleolitica.

Normalmente sono figure antropomorfe femminili, con gli attributi sessuali in evidenza. Vengono considerate raffigurazioni di divinità che contribuiscono alla crescita dei frutti, alla fertilità, come la donna, la Dea Madre della Terra.   


A sinistra la famosa Venere di Savignano trovata lungo il Panaro affluente del Po.

Gli uomini che vivono nelle zone più alte possono sfruttare la diversa conformazione del terreno per costruirsi ripari: i balzi, le cenge,  le caverne naturali e poi quelle ricavate scavando la roccia, sono ottime basi per un ricovero.

L’uomo della pianura può solo utilizzare quello che la pianura gli fornisce: costruisce ripari con canne palustri, ricopre questi ricoveri con tetti di paglia impastata nel fango.

Successivamente riveste il terreno su cui poggia il proprio ricovero con sassi e li mette in pendenza per far scorrere via l’acqua che entra dentro e anche per raccoglierla per uso futuro.

capanna di legni e pelli

Gli insediamenti umani nel nostro territorio sono stati strettamente condizionati dall’andamento dei corsi delle acque.

La pianura ha consentito ai fiumi, torrenti, rivi, di spostarsi in varie direzioni e, poiché l’uomo ha sempre avuto bisogno dell’acqua e il suo insediamento vicino ad essa era una condizione necessaria di vita, troviamo sin dall’antichità una proliferazione di insediamenti di vario tipo in dipendenza dell'approvvigionamento del bene principale.


La celerità e la frequenza con cui avvenivano mutamenti fluviali in pianura, o comunque nella fascia pedemontana, influì in modo significativo sulla celerità dell’evoluzione della natura e quindi della popolazione insediata.

Durante il periodo neolitico si creano continui siti abitativi anche se non stanziali, proprio per il muoversi continuo delle acque.
L’esigenza di forme più stabili di agricoltura e l’aver notato che zone più umide erano a questa favorevoli, hanno spinto i nostri progenitori a sistemarsi lungo il Reno arcaico.

Intuendo poi che la regimentazione anche minima delle acque avrebbe salvaguardato le capanne, l’uomo ha operato sul suolo per rendere più stabile il proprio sito abitativo.

Quello è il posto dove si ripara e si riposa, conosce il fuoco e sa utilizzarlo e davanti alla sua capanna scava una buca che riveste di sassi presi dal fiume e dentro tiene acceso il fuoco alimentandolo con i rami raccolti dalle piante attorno, sulle pietre arroventate cuoce il cibo, carne, pesce, vegetali: ha scoperto che il cibo cotto assume un sapore diverso ed è più facilmente conservabile.

Nel procedimento di cottura a volte utilizza come base un ripiano di argilla che facilmente ottiene dalle zone umide attorno, anzi con l’argilla essiccata ha già costruito recipienti, che risultano però molto fragili e porosi.

Utilizzando un recipiente d’argilla nella cottura di un cibo, si accorge che il contenitore cambia aspetto e si indurisce di più che a lasciarlo esposto al sole, diventa più forte.
Ed ecco che l’uomo prepara una buca più profonda per cuocere i propri manufatti di argilla, che pone sul fondo rivestito di sassi, ricopre pure di sassi e arroventa con il foco l’abitacolo: ha scoperto la ceramica.

Ora può più facilmente conservare l’acqua e i cibi vicino alla capanna e via via costruisce recipienti di forme diverse a seconda delle esigenze del vivere.

forno per ceramica

 

 

 forno per ceramica riprodotto durante un corso di scuola media superiore

 

 

 

 

 

La raccolta dei frutti coltivati e il risultato della caccia abbondante fa sì che l'uomo cerchi di scambiare prodotti con genti vicine, procurandosi cibo e oggetti per lui nuovi.
Non più solo pietra, argilla, ossa e legno, ma anche elementi particolari scavati dal suolo od ottenuti da particolari pietre poste sul fuoco.

Si entra per l’uomo della pietra nella
età dei metalli (rame, bronzo, ferro).

Età del Rame

Il Rame[3] appare come merce di scambio con genti, che abitano le terre che stanno al di là dell’Adriatico, circa nel 3.500 a.C. e per tutto il tempo che va al 2.300 a. C..

L’uomo della Pianura usa attrezzi di rame, si adorna con monili di rame,

monili di rame

la sua stessa ceramica cambia, assume colorazioni diverse nell’intento di imitare il metallo: ceramica monocroma rossa con aggiunta di terra colorata nell'impasto, con graffiti, puntini e scaglie impressi sopra.

ceramica restaurata


I villaggi sono posti anche in Pianura in posizioni prevalentemente elevate o volutamente create alte per affrontare meglio le esondazione del fiume Reno presso il quale il villaggio è stato costruito.
Villaggio, perché ora l’uomo vive in gruppi sociali normalmente autosufficienti e cerca comunque, con l’aggregazione con i suoi simili più vicini, di difendersi dalle altre genti. Costruisce asce, frecce, lame e grandi pugnali, fortifica con palizzate di legno l’area dove ha posto le sue capanne. 

Vicino al villaggio, in una zona appartata, pone i corpi di coloro che sono morti.
Non sono molti i corpi reperiti in questi villaggi, forse perché l’uso della caccia e il precedente nomadismo non ha permesso di inumare tutta la gente nella prossimità del villaggio o perché, passato un certo periodo, le fosse venivano forse svuotate ed utilizzati in vario modo i resti dei defunti.

L'Età del Bronzo

Il periodo successivo eneolitico o età del Bronzo [4] va, circa, dal 2.300 al 1.000 a. C..
Il nuovo metallo che viene utilizzato dall’uomo è dovuto ad una lega di metalli diversi, è più resistente del rame e lavorabile in forme più belle.

rasoio in bronzoL’uomo usa tale metallo per costruire armi, utensili e piccole sculture antropomorfe: sono molto simili a quelle ottenute in pietra, principalmente forme di donne con grandi seni e ventre prominente, forme che indicano ancora la ricerca di creare un simbolo che identifichi la fertilità in generale, della donna e della natura. Ma produce anche statuette maschili, di guerrieri. 

piccole ceramiche


 

La ceramica è più complessa, negli abitati sono rinvenuti scrematoi, fornelli per la bollitura del latte, bollitori, tutti in ceramica.

La ceramica si modifica, gli artigiani ora lavorano anche oggetti di colore nero a somiglianza del bronzo, decorata con incisioni a spirale, a cerchi, a rombi concentrici.

 


Le popolazioni vivono in villaggi in pianura sempre vicino al corso d’acqua, ma praticano anche la transumanza, con spostamenti stagionali degli ovini e bovini verso le zone più elevate per reperire foraggio fresco nei periodi di siccità.

 

Popolazioni particolari con strutture tribali nuove, con abitazioni che si distinguono dalle precedenti vengono rilevate dagli archeologi:

I terramaricoli

Il villaggio, che è diventato più ampio, ha attorno un fossato che viene riempito di acqua facendola scorre tramite canalizzazioni dal vicino fiume.

Anche le capanne si ampliano, dai dieci metri quadri delle prime, ora variano da 40 agli 80 metri quadri e spesso sono costruite su piattaforme sostenute da pali, simili alle palafitte, ma collocate sulla terraferma, su un impianto di strade formanti un reticolo.

ricostruzione di capanne nel Museo di Montale

   capanna terramara


I ritrovamenti di questi ampi villaggi fu del tutto casuale.

I contadini vedevano nei campi montagnette di terra scura e maleodorante che aveva però la particolarità di essere più fertile di quella circostante.
Prima tale terra venne denominata “terra mala”, poi venne utilizzata dai coloni e i possibili reperti archeologici di molti villaggi della pianura spesso andarono distrutti perché sparpagliati come concime nelle terre adiacenti.

I residui di cibo e gli oggetti provenienti dai villaggi e raccolti fuori della parte recintata del villaggio in zone apposite, discariche diremmo ora, oppure i residui lasciati cadere dalla pavimentazione in legno delle capanne a finire sotto le stesse, avevano formato la terra mala e terramare [5] vennero denominati tali villaggi e Terramaricola la società che ne scaturì.

L’organizzazione dei villaggi doveva essere quella di uno stato autonomo sulla base di un’oligarchia che governava la popolazione.
Era caratterizzata da un deciso livello di cooperazione, ma non mancavano le differenziazioni sociali e un certo grado di specializzazione del lavoro con capi e guerrieri, artigiani, contadini e pastori.

     monili d'ambra

monili d'ambra

I notabili di questi villaggi si ornavano, per distinguersi dal resto della popolazione, di oggetti di valore, in oro, ambra[6], ceramica, pasta di vetro e le loro abitazioni dovevano distinguersi per gli arredi più lussuosi e così le loro tombe ad inumazione. E proprio dalle tombe e dai corredi in esse contenuti otteniamo queste informazioni.

Era già noto l'aratro trainato dai buoi, venivano coltivati frumento, farro, orzo, ma anche leguminose come piselli e fave.
Pecore e capre erano allevate in grande quantità, come pure maiali e bovini.
I cavalli venivano invece utilizzati principalmente per il trasporto o la guerra.

Gli abitanti delle terramare erano anche artigiani di altissimo livello: modellavano vasi in ceramica, lavoravano il corno di cervo e l'osso, tessevano stoffe di lana e di lino e soprattutto avevano raggiunto un alto grado di specializzazione nella realizzazione di armi, utensili ed ornamenti in bronzo.

All’interno del villaggio terramaricolo è stata individuata la tendenza a tenere separata la zona di lavoro artigianale dalle abitazioni. Quindi si rinvengono laboratori di bronzo, laboratori di ceramica.

villaggio terramaricolo

 

Alcune considerazioni su quello sin qui osservato.

I reperti archeologici provenienti da una sola zona ci forniscono una istantanea sul passato, che ci parla solo parzialmente sulle condizioni di vita di chi ha vissuto in quella terra e quanto più parziale è questa informazione, tanto più si è portati a scavare oltre ed ampliare le ipotesi.
Gli studi moderni sul passato sono interdisciplinari, Archeologia sì, ma anche Geologia, Botanica, Zoologia, Antropologia, Biometrica permettono fortunatamente di fare confronti, collegamenti, rapporti di evoluzione e di influenza.

I singoli reperti sono quindi i pezzi di quel puzzle da ricostruire per avere un disegno del passato con un discreto livello di approssimazione.
Studiare un solo popolo distaccandolo da quei popoli che hanno vissuto nei dintorni, con la scusa che i mezzi di comunicazione e di trasporto erano nella preistoria invalicabili è un falso ideologico.
Si mossero gli animali per le mutate condizioni climatiche, e si spostò al seguito l’uomo, da una zona all’altra, alla ricerca di condizioni migliori di vita, di sopravvivenza.

Infatti abbiamo parlato dei terramaricoli senza considerarne la provenienza, sono autoctoni? oppure sono popolazioni nomadi che si sono trasferite e poi sono diventate stanziali?
Nel nostro territorio si può parlare di questi villaggi?
Per poter arrivare a conclusioni credibili, bisogna che facciamo prima un’ipotesi sul nomadismo degli abitanti precedenti.

Da dove vengono i sangiorgesi e gli abitanti limitrofi? dall’Africa, dall’Asia, dall’Europa settentrionale? se si accetta l’ultima ipotesi e quindi di popolazioni nomadi del nord Europa, che pacificamente vennero nella nostra pianura alla ricerca di cibo, di terreni più fertili e di un clima più mite, si parla quindi di popolazioni protoceltiche[7] , allora possiamo ammettere che essi fossero i nostri veri progenitori.
Possiamo anche dire che gruppi di terramaricoli facessero parte di quelle popolazioni in movimento che si spostarono dal Centro Europa, avanzando verso il Mediterraneo o valicando la Manica verso le Isole Britanniche.

Al Nord si sono mantenuti molti aspetti derivanti dall’inserimento delle popolazioni celtiche. Ciò non è avvenuto in Italia, perché?
Forse la cultura latina-romana successiva doveva mantenere il predomino sulle varie zone invase e quindi eliminare parte della cultura preesistente? 
Degli stessi Etruschi per lungo tempo non si seppe molto, pur essendo un popolo colto, amante dell’arte, con un linguaggio proprio, esprimibile in una propria scrittura.

Il popolo celto nomade, volutamente nomade o costretto al nomadismo per la ricerca di mezzi di sostentamento per una popolazione in forte crescita, si sposta quindi dal centro dell’Europa sia verso Nord che verso Sud.
In tali luoghi arriva non come invasore, ma come immigrante.
Porta la propria cultura, i propri usi, la religione ed allora ritroviamo sia nelle Isole Britanniche, che in zone più a sud le stesse tracce.

La cultura dei primi Celti è strettamente legata alla natura, presente nella religione tradizionale celtica arcaica e in quella più recente prima che essa fosse assorbita dal culto cristiano.
Non rappresentavano le divinità con immagini: le divinità non si potevano rappresentare in alcun modo, essendo esse poliedriche, atte a trasformarsi, non esistevano divinità solari e lunari o legate ad un unico oggetto o fenomeno naturale.
La Terra era la fonte di sopravvivenza e prosperità e tutte le attività umane dovevano essere finalizzate allo sfruttamento delle sue risorse, quindi non potevano che venerare, prima tra tutte le divinità, la Grande Madre Terra[7] (assumeva i nomi di “Don”, “Dona”, “Danu” o “Anu” nei diversi linguaggi delle popolazioni celtiche).
Essa era considerata la progenitrice di tutte le tribù e rappresentava il legame tra il popolo e il suolo fertile.
I Celti osservano il sole, la luna, la periodicità dei fenomeni astrali ed associano questi alle variazioni climatiche, e con queste misurano il passare del tempo.
Genti primitive, questi popoli preistorici ma che avevano la capacità di ideare razionalmente enormi calendari naturali, allineando file di enormi pietre con punti particolari dell’orizzonte. Ed essi lo fecero con scrupolosa precisione[8] , osservando i movimenti del Sole e della Luna per formulare calendari sempre più precisi che potessero anche prevedere le eclissi di Luna, e questo memorizzando le posizioni delle stelle ed i moti dei pianeti.

Lo stesso Giulio Cesare mille anni dopo quando venne a contatto con i Galli, che erano discendenti di tali popolazioni preistoriche, osserva la particolare istruzione dei sacerdoti di allora, i druidi, sulle questioni relative al moto degli astri, e quindi valenti matematici, e allo stesso tempo annota nei “Commentari”: «...essi (i druidi) non ritengono lecito scrivere i loro sacri precetti; invece per gli affari, sia pubblici che privati usano l’alfabeto greco. Mi sembra che due siano le ragioni per cui essi evitano la scrittura: prima di tutto perché non vogliono che le norme che regolano la loro organizzazione siano risapute dal volgo, poi perché i loro discepoli non le studino con minore diligenza...».
Essi non tramandarono quindi le conclusioni delle loro osservazioni attraverso alcuna documentazione scritta, e questo impedisce di conoscere con esattezza i risultati delle loro osservazioni e le loro idee sulla struttura del cosmo.

Allo stato attuale se ne hanno soltanto poche e frammentarie testimonianze.

I primi abitanti della pianura, che scesero dalle alture circostanti durante l’età del bronzo, dalla fine del diciassettesimo al tredicesimo secolo a. C., e si sparsero nell’alta Valle Padana non erano quindi tribù rozze.

Non si parla più di tribù disunite e di piccoli nuclei abitativi, ma di comunità con sviluppo economico e civile notevole.
I terramaricoli avevano villaggi di forma quadrangolare, situati generalmente nelle vicinanze di un corso d’acqua, difesi da un terrapieno e da un fossato di imponenti dimensioni[9] .
Le case, silos, pozzi e altre infrastrutture erano disposti all’interno del fossato secondo un criterio preordinato e razionale. Strade formate da argini di terra battuta, misti a pali e fascine dividevano l’abitato in rettangoli; con due vie principali che correvano da Sud a Nord e da Est a Ovest[10] . Le abitazioni, capanne in legno e paglia, erano costruite su impalcature. A est, all’incrocio delle strade principali, si trovava un’area libera, a pianta rettangolare, circondata da una fossa.
Era il punto di incontro della gente del villaggio per amministrare la cosa comune?
Lungo l’asse mediano minore un fosso in fondo al quale vi erano pozzetti in cui sono stati ritrovati oggetti e utensili di vario tipo e genere che ci hanno parlato di queste comunità. All’esterno doveva essere collocata la necropoli o la zona di cremazione.

Sono più di duecento i villaggi terramaricoli conosciuti finora nell’intera pianura padana, compresa tra l’Adda e l’Adige a Nord e delimitata dal Reno e dall’Arda nella zona meridionale. La forma delle collinette terramaricole che si presentano nella campagna permette di ricostruire la toponomastica dei villaggi di quell’epoca.

L’archeologia moderna, che utilizza fotografie aeree, identifica chiaramente la presenza di villaggi, terrapieni e fossati, dalla diversa colorazione del terreno, malgrado la deposizione di sedimenti alluvionali e le trasformazioni idrografiche naturali o procurate dall’uomo, che in parte hanno cancellato il paesaggio dell’età del bronzo.
Dalle rilevazioni si nota che la densità di tali abitati è notevole e viene ripresa solo un millennio più tardi in epoca romana.

Nella prima età del bronzo la pianura era ricca di boschi e foreste, ma dai primordi dell’età del medio bronzo, avviene una ampia deforestazione dovuta alla colonizzazione via via crescente dovuta all’esigenza di ampliare le colture per poter alimentare le popolazioni e allo sviluppo piuttosto rapido dei terramaricoli, che richiede sempre più legname per la costruzione dei villaggi e gli strumenti di lavoro.

Il paesaggio cambia proprio in virtù del disboscamento e ciò è facilmente rilevabile dalla presenza di pollini nelle sequenze stratigrafiche della pianura fluviale.
Le vie di collegamento fra i vari villaggi sono principalmente i fiumi e i fossati.
Le popolazioni, dedite all’allevamento, all’agricoltura ma anche alla metallurgia, alla ceramica e alla tessitura, dovevano avere un elevato tenore di vita e commercializzare i propri prodotti con popoli confinanti e anche lontani.

Dai rinvenimenti archeologici si possono individuare rapporti con i popoli del Mediterraneo e con quelli del nord d’Europa e quindi rapporti di mediazione tra queste due differenti aree. Infatti tra i vari manufatti rinvenuti negli scavi degli ultimi venti anni, oltre a ceramiche di diversa provenienza, armi in bronzo e gioielli, si nota l’ambra, la resina fossile proveniente da foreste del terziario, soprattutto dell’area baltica.

Tali rinvenimenti fanno quindi datare l’uso dell’ambra in Italia e nella Pianura Padana probabilmente a cominciare dall’età del bronzo. Gioielli in ambra, perle in pasta vitrea, fibule metalliche a forma di arco di violino sono gli ornamenti che si ritrovano nelle necropoli ad inumazione, vicine ai villaggi terramaricoli del periodo medio del bronzo. Lo scambio di prodotti di pregio o nello stesso tempo la produzione locale, a volte ad imitazione di oggetti provenienti da altri luoghi, porta all’ipotesi dell’esistenza di traffici a lunga distanza, con popoli micenei, fenici, egizi nel sud e sino agli scandinavi nel nord.

La scoperta di pesi in pietra con tanto di valori ponderali e quindi l’uso di bilance da parte dei terramaricoli della pianura padana sta anche a confermare l’importanza assunta dai traffici e dagli scambi: è una popolazione ricca e per niente primitiva. Vari tipi di pietre venivano usati per i pesi delle bilance, pietre di provenienza appenninica, che servivano anche per costruire oggetti di uso comune, conchiglie provenienti dai due litorali erano ornamenti o rappresentavano monete per lo scambio di oggetti tra i villaggi.

Circa un secolo di ricerche archeologiche hanno fatto ricredere gli studiosi delle ipotesi ottocentesche che pensavano a villaggi arcaici di poco valore, comunque sempre su palafitte immerse nell’acqua.
Anche questa ultima ipotesi viene limitata: la vicinanza di corsi fluviali era essenziale per i terramaricoli, ma i loro villaggi non necessariamente erano costruiti sull’acqua, ne fanno fede i ritrovamenti di coni di cenere e rifiuti alimentari sottostanti abitazioni e in prossimità del focolare, centrale all’abitazione, con foro di scarico sulla piattaforma di appoggio, infissa sulla terraferma.

Nel periodo più tardo, tra la fine del bronzo recente e l’inizio dell’ultimo bronzo, nel periodo in cui le terremare come civiltà stavano volgendo al termine, le abitazioni sono impostate direttamente sul terreno con un pavimento di terra battuta parzialmente cotta. In certi villaggi tali costruzioni coesistevano con quelle su palafitte e spesso assumevano forma circolare.
Solo negli ultimi vent’anni del XX secolo, tuttavia, grazie al progresso degli studi e degli scavi si è giunti alla scoperta che le Terremare erano veri centri abitati e ciò fa sorgere l’ipotesi della loro esistenza in tutta Europa e la loro origine strettamente connessa ai celti del Nord Europa.

Abbiamo già parlato delle poche tracce rimaste a testimoniare i protocelti nella nostra zona. Qui la cultura celtica si è inserita nelle nostre tradizioni popolari tanto da non essere più distinta e se qualche traccia esiste tuttora essa viene considerata folclore regionale. Ma se andiamo ad analizzare toponimi, usi e manufatti odierni ecco che quello nascosto dimenticato riemerge, bisogna saperlo vedere.

I celti, o meglio i protocelti, sono nella pianura prima degli etruschi con (o sono?) i terramaricoli, i Villanoviani, però gli storici latini ci parlano di Celti solo quando parlano di Galli Boi-Celti. Allargando l’ipotesi nulla ci vieta di vedere lungo il Reno, in prossimità di quello che è l’insediamento attuale di San Giorgio di Piano, o delle sue frazioni, diversi tipi di insediamenti: villaggi terramaricoli, villaggi celti, villaggi villanoviani ?….oppure uno stesso ceppo di popolazione che si evolve e si muove a seconda delle proprie esigenze di vita sul territorio…

Ora un’ipotesi non del tutto fantastica ci viene da formulare nel momento stesso che studiamo il nome della zona di Santa Maria in Duno adiacente a San Giorgio e per il passato sistemata lungo le rive del Reno antico.
Questo toponimo risulta molto interessante se si fa una ricerca verso i tempi più remoti. Nel 1600, come risulta da libro dei matrimoni, conservato nell’archivio della Parrocchia di San Giorgio, si parlava di Santa Maria in Dono.

Non ci sono, almeno sembra, scritti che spieghino il perché di tale denominazione, ma se andiamo a scomodare l’italiano antico vediamo scritto “damnum” e qualche volta il toponimo viene riportato appunto in questo modo: Santa Maria in Dumnum o in Damnum[11] .
Poi se ci addentriamo nel latino vediamo che damnum indica danno, e non ci stupiamo essendo la località sulla riva di un fiume che esce facilmente dagli argini.
Ma la nostra ricerca non si ferma, andiamo a consultare elenchi di termini faticosamente raccolti dagli studiosi del linguaggio e ritroviamo il termine duno riportato nella lingua celtica.
Il significato in questo caso è strabiliante duno=collina, fortificazione[12].
Ma allora dei terramaricoli, vivevano proprio lungo quel tratto tra Santa Maria in Duno e San Giorgio di Piano!…ma spostiamoci ancora in dietro ricordiamo la Grande Madre Terra celta dell’Europa centrale: “Don”, “Dona”, “Danu”…e allora?

La ricerca si fa più interessante quando vengono fatti degli scavi in loco per la costruzione di una vasca da parte dell’Ente Bonifica e si rintracciano diversi reperti, come potete vedere dall’Appendice a questo capitolo.

Questi reperti vengono classificati, dagli esperti della Sopraintendenza Archeologica di Bologna, di epoca villanoviana, ma purtroppo una campagna di scavi da parte della stessa Sopraintendenza non è mai stata fatta in loco o meglio si iniziò per il passato, venne scoperta una villa romana[13] e poi fu coperta.
Nelle casseforti della Sopraintendenza Archeologica dell’Emilia e Romagna sono conservati reperti di grande valore[14] .


I Villanoviani

Ed eccoci a parlare della civiltà Villanoviana, che si presenta nel nostro territorio nella fase finale dell'età del Bronzo (1150 - 900 a.C.) e che si sviluppa poi in tutta Italia. La scoperta della cultura Villanoviana avvenne il 1853 quando Giovanni Gozzadini, durante degli scavi che stava effettuando nella sua tenuta agricola[15] portò alla luce alcuni reperti, appartenenti ad una civiltà allora sconosciuta.

Nella zona d Bologna sono stati trovati diversi nuclei abitativi formati da capanne a pianta quadrata o circolare fatte con dei pali in legno infissi nel terreno.
E' presente a volte una sorta di fondazione realizzata con ciottoli di fiume, le capanne sono coperte da un tetto in paglia rivestito di argilla.
La decomposizione di queste sostanze organiche ha permesso di individuare, sul terreno diventato nero, il fondo della capanna (vedi Appendice 2 a questo capitolo).

Le capanne sono raggruppate in villaggi.
Dalla forma e corredo della capanna, e successivamente dal corredo delle tombe, emerge una classe gentilizia proprietaria di mandrie e greggi, mentre la maggior parte della popolazione è dedita all'agricoltura, alcuni all’artigianato : fabbri e vasai sono le figure prevalenti alle quali si associano le filatrici e le tessitrici di lana e di fibre vegetali.

Le decorazioni dei vasi sono prevalentemente geometriche e a volte composito con figure antropomorfe. La lavorazione dei metalli ci forniscono secchie, fibbie, gambali, elmi.

 


Si rinvengono necropoli , situate esternamente agli agglomerati urbani. Le tombe, scavate nel terreno, talvolta erano indicate con una "lapide" in ciottoli e argilla con corredi più o meno ricchi, che difficilmente contemplavano armi, il che fa supporre che fossero un popolo pacifico. urna biconica

Nella prima fase della civiltà villanoviana il rito prevalente era la cremazione: le ceneri del defunto venivano poi raccolte entro a un'urna di forma biconica.

Nella seconda fase di questa civiltà compare anche il rito dell' inumazione, che consisteva nel disporre il morto in posizione supina, con accanto il suo corredo.
All'esterno della tomba compare una vera lapide, spesso di forma antropomorfa e con rilievi per decorazione.


stele di saletto

Nel territorio vicino a San Giorgio, a Saletto di Bentivoglio, è  stata rinvenuta una lapide  che può risalire a quel periodo.  

La forma ricorda il defunto, le figure: la sfinge i contatti con mondi orientali, l'albero e i due animali rappresentano l'albero della vita                          

Scavi nella zona di Casalecchio riportano manufatti che vanno dal villanoviano arcaico al tardo villanoviano, VII sec. a.C.. In Bologna stessa gli insediamenti di tipo villanoviano sono numerosi.

 

 

Comunque più ci addentriamo ad analizzare i ritrovamenti villanoviani più ci sembra di vedere una storia già precedentemente scritta o almeno il suo continuo. Ciò, se si può parlare di storia per popolazioni preistoriche.

I Villanoviani non erano altro che la continuazione dei terramaricoli, che stanziati sulla pianura si erano poi evoluti o spostati? Questa ipotesi non è da scartare del tutto perché tante sono le coincidenze. Si potrebbe dire che l’incinerazione dei corpi non era solita per i terramaricoli, ma poi i Villanoviani ad un certo momento usano l’inumazione e questo nell’arco di circa 300 anni. Nell’attuale Lombardia abbiamo la cultura di Golasecca [17] che si affianca a quella dell’Emilia, Villanoviana, ed utilizza l’incinerazione e ci lascia necropoli di urne.

Nello stesso periodo l'uomo inizia ad usare un altro metallo, che gli permetterà di ottenere armi più solide ed attrezzi più a lungo conservabili:

L'Età del Ferro

In Italia, intorno al 1000 a.C., durante l'età del Ferro [18], e nei periodi strettamente contigui, si possono  identificare diversi popoli stabilizzati nelle loro sedi definitive: di essi cominciamo ad avere notizia dalle fonti classiche. Celti, Illiri, Iberi, Liguri, Reti, Veneti, ogni popolo con una propria caratteristica culturale, che vengono identificati con il nome del luogo dove sono state fatte le prime e significative scoperte.

Le origini della popolazione del nostro territorio sono quindi da ricercarsi in tante etnie le più difformi possibili.
Si potrà dire che sono considerazioni dietrologiche e che solo nei tempi moderni, con la possibilità di viaggiare agevolmente e il fatto migratorio da paesi diversi, e tante altre belle cose, si è avuto una mescolanza di etnie, ma sta di fatto che sin dai tempi più remoti nella pianura del Reno e quindi anche nel territorio sangiorgese si sono avvicendate diverse etnie. Con esse sono arrivati usi e costumi che si sono fusi con quelli già esistenti e hanno costituito poi da substrato per accogliere quelli delle nuove popolazioni immigrate o transitate per la pianura.

L’evoluzione della popolazione di un sito dipende, oltre che dalle condizioni geografiche , dal grado di sviluppo dell’economia del territorio.
Popolazioni, che traggono il loro sostentamento solo dalla caccia e dall’allevamento magari nomade in una data regione, si evolvono con una densità minore delle popolazioni agricole e queste ultime si evolveranno in modo minore delle popolazioni ad economia prevalentemente industriale.

Il passare del tempo con il trasformarsi delle attività lavorative e la loro integrazione reciproca renderà le popolazioni sempre più simili tra loro, a scapito delle storie precedenti caratterizzanti i vari gruppi etnici diversi:
...si va lentamente verso una sola etnia[19]. 

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[3]  Il rame è un metallo di color rosso caratteristico, di media durezza, molto malleabile e duttile. Per martellatura è possibile ridurlo in sottilissimi fogli di trasparenza verde. Relativamente diffuso in natura anche allo stato elementare, si ottiene principalmente dalla calcopirite che anticamente proveniva dai giacimenti degli Urali e della Toscana e dalla bornite proveniente dalle isole britanniche. Risultano dal consolidamento di materiali eruttivi magmatici.
[4] Il bronzo è una lega del rame e si presenta nell’antichità in due differenti forme. Rame legato allo zinco, allo stagno e al piombo oppure legato solo al piombo (bronzo cinese). Il piombo è abbondantemente diffuso in tutto il mondo sotto forma di solfuro, nel minerale chiamato galena, lo zinco invece si ottiene dalla blenda. Sembra che in Cina lo zinco fosse già noto dai tempi più antichi. In Europa leghe di zinco col rame (ottone, oricalco) furono usate antecedentemente al I millennio a.C.. Lo stagno risulta dalla cassiterite, in uso già nel terzo millennio a.C. (età del bronzo), sembra fosse ottenuto dai Fenici.
[5] Terramara , voce di origine emiliana probabilmente derivata dal termine latino "terra mala" o terra cattiva, maleodorante, sta a indicare depositi a cumulo di terra grassa e nerastra, costituiti dai resti delle abitazioni protostoriche. Nell’Ottocento il termine terremare venne dato a quelle collinette piene di residui organici da cui i contadini estraevano il concime. Si scoprì poi che quelle collinette in realtà non erano altro che i resti degli antichi villaggi dell’età del bronzo.
[6] L’ambra, è per il ricercatore un piccolo laboratorio in miniatura, trattiene all’interno della resina, che la costituisce, organismi viventi milioni di anni fa e ce ne riporta le caratteristiche. Sino a poco tempo fa si parlava di ambra proveniente dal Baltico di  circa 50 milioni di anni fa e di ambra del Libano di 130 milioni di anni fa. Ma ora si sono trovati numerosi piccoli frammenti di 220 milioni di anni  nelle nostre Dolomiti, vicino a Cortina d’Ampezzo. Quindi Triassico, Oceano della Tetide, le attuali Alpi al livello del mare, sono i punti di riferimento di questa scoperta fatta dai ricercatori della Università di Padova e rappresenta un evento eccezionale che permette di studiare i mcrorganismi ai vari livelli della catena di sviluppo organico ed alimentare: batteri, alghe, protozoi, funghi, e così via verso gli esseri viventi attuali. Microrganismi che spesso non differiscono di molto da quelli esistenti attualmente.
[7] Inizialmente concentrate in zone pedemontane e poi dilagati in tutta la pianura sottostante, dove si svilupparono numerosi agglomerati abitativi. I reperti più antichi oggi disponibili sono databili a partire dall’ultimo bronzo.
[8] La Grande Madre Terra risiedeva secondo alcune genti celtiche nel suo trono collocato nella costellazione di Cassiopea.
[9] Questa precisione ci fa pensare di nuovo alla precisione delle mappe antiche che tanto hanno dato da pensare a scienziati come Einstein e sulla possibilità di genti precedenti con culture estremamente più avanzate e forse provenienti da altri mondi a noi non ancora noti.
[10] Ritroviamo la stessa struttura ancora in molte farms inglesi, le moted houses. La stessa struttura viene poi riproposta in età medioevale nei castelli fortificati.
[11] Si può supporre che, dopo circa mille anni, i romani prendessero da tale impostazione l’idea per la disposizione del decumano e del cardo massimo, le due vie perpendicolari che dividevano le loro città .
[12] E' probabile che fosse la stessa dizione Damnum, che data la grafia diversa degli estensori ha portato ad una lettura diversa.
[13] Toponimi derivati sempre da duno o da dunum = collina, fortezza, li abbiamo d’altra parte in tutta la zona lungo l’attuale pianura padana, nel novarese ( Duno, sopra Cuvio, Linduno) e nel Canton Ticino (Duno di Claro, Duno di Lavertezzo e Duno nel Malcantone) nella Francia del sud- est (Lugduunum = Lione).
[14] Ve ne potrebbe parlare a lungo  Anna Musile Tanzi nel ricordare i reperti che ha gelosamente restaurato nel suo laboratorio alla Soprintendenza Archeologica a Bologna Vedere la relazione di Anna Musile Tanzi
[15] La tenuta si trovava a Villanova, e così questa nuova popolazione vecchia di 3.000 anni venne chiamata "Villanoviana".
[16] Diversi studiosi di civiltà terramaricole arrivano a supporre che tale civiltà andasse dispersa dopo un periodo di prosperità e che per almeno 500 anni posti che avevano ospitato villaggi terramaricoli siano poi stati abbandonati e poi dispersi, ma forse questa ipotesi non è dovuta alla impossibilità di poter scavare appena cento metri più in là? E’ di poco tempo fa il ritrovamento di altri reperti in una zona di terramare nel reggiano (8/9/2004, La Repubblica) a Santa Rosa a Poviglio. Sembra che il villaggio dal 1200 a. C. sia sparito nel nulla, al momento dei primi scavi si pensò che ciò fosse dovuto ad un evento catastrofico, perché sul posto erano rimaste masserizie e beni che difficilmente gli abitanti avrebbero lasciato spostandosi. Si pensò ad un popolo invasore, a sfruttamento agricolo al limite del possibile, ad una esondazione del Po. Ora allargando la sede degli scavi sono stati ritrovati una serie di pozzi con pescaggio molto più profondo di quelli antichi, all’interno del villaggio, e quindi ad un fatto naturale dovuto alla siccità. Rimane da capire perché gli abitanti abbandonassero poi il villaggio se con i nuovi pozzi ottennero di nuovo acqua. Forse si spostarono verso est dove l’ambiente prometteva zone più umide?
[17] Sono datati nel periodo 1000-800 a.C. i primi insediamenti protoceltici di Golasecca (Como). Genti provenienti dal Nord dell’Europa che praticavano l‘incinerazione dei morti, civiltà delle urne Contemporaneamente si sviluppa in Austria la Cultura di Hallstatt. L’attuale Lombardia diventerà il punto di transito e di contatto con la cultura celtica di Hallstatt a Ovest, con quella dei Campi d'Urne nel Nord continentale e con gli Etruschi al Sud. Strano è il toponimo Golasecca che non viene riportato in nessuna mappa. Questa cultura  è databile nello stesso periodo di quella di La Tène, gli studiosi non trovarono interruzioni fra le due presenze celtiche a Sud delle Alpi. Si può facilmente ipotizzare che la cultura golasecchiana abbia avuto in comune le stesse radici delle culture dei Campi dell'Urne. Tale rapporto di questi primi abitatori della pianura padana risalirebbero secondo alcuni studiosi aldilà della Alpi nella zona del basso Reno. Ciò spiegherebbe le origini non latine di certi termini linguistici. Vedremo appunto in Appendice del capitolo dedicato ai Celti successivi sulla Pianura padana, i Galli Boi, le corrispondenze dei vocaboli usati nel nostro territorio con quelli celto-gallici.
[18] I minerali dai quali si ricava il ferro sono l'ematite e la marcassite, rintracciabili nel I millennio a.C. nel centro Europa, Germania. Per la sua duttilità era utilizzato sia a scopo decorativo, sia nella produzione di armi e utensili già in età preistorica; il più antico reperto rinvenuto, un gruppo di grani di ferro ossidato trovati in Egitto, risale infatti al 4000 a.C. Nella preistoria il ferro veniva ricavato direttamente dal minerale per riduzione in bassi fuochi utilizzando il solo carbone di legna. Durante l'età del Ferro, le tecniche di lavorazione divennero sempre più raffinate e questo metallo sostituì quasi completamente il bronzo, segnando l'inizio della moderna metallurgia.
[19] O sono nostre pie illusioni?



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