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Cap. 1 - Geologia 1
Cap. 2 - Idrografia 1
Cap. 3 - Flora 4
Cap. 4 - Fauna4
Cap. 5 - Uomo 4
Cap. 6 - Cibo7
Cap. 7 - Attività agricole tipiche9
Cap. 8 - Dalle origini ai Romani10
Cap. 9 - I Romani nella Pianura Padana17
Cap.10 - I Barbari ... Alto Medioevo10
Cap.11- Vita medioevale 19
Cap.12 -Vita Medioevale: Istruzione9

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\\ Home Page : Scritto STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net - Angela Bonora: Capitolo sesto- Il Cibo, la Coltivazione e l’Allevamento

Capitolo sesto. 1 - Il Cibo, la Coltivazione e l’Allevamento

Di Angela Bonora (del 30/11/2006 @ 18:15:57, in Cap. 6 - Cibo, linkato 7220 volte)


Le piante stanno alla base della piramide alimentare degli esseri viventi e delle piante stesse, essere pure esseri viventi.
Non solo cibo, ma bevande e anche vestiti, armi, medicine, mezzi per il lavoro e per la vita nel suo più largo senso derivano dall’uso di diverse piante.

L’uomo sino al Neolitico si cibava ed usava ciò che la natura produceva spontaneamente. Osservava gli animali, che con l’istinto ed l’olfatto riuscivano a trovare cibo adatto a loro, e provava a cibarsi delle stesse cose.

Potremmo essere d’accordo con molti studiosi nel dire che l’uomo primitivo era fondamentalmente vegetariano, proprio per questo suo comportamento, nel raccogliere i frutti spontanei per cibarsene. Non  ultima la conformazione della dentatura del nostro primo avo, con canini poco accentuati,  ci fa accettare questa ipotesi. 

Successivamente si aggiunse a questa sua abitudine di raccolta la caccia: la curiosità di provare a cibarsi anche di carne e pesce come tanti degli animali osservati, che vedeva rincorrere altri animali e ucciderli per cibarsene.
Quindi l'uomo divenne onnivoro, spesso cannibale, secondo gli storici, ma spesso  più come atto rituale nei confronti del nemico del quale voleva acquisire la forza.

Il diffondersi spontaneo e veloce di piante commestibili attirò l’attenzione del nostro progenitore al punto da spingerlo a conservare i frutti di tali piante che crescevano solo in particolari momenti e in certe e ben definite aree.
Per millenni l’uomo raccolse i frutti prima di accorgersi del rapporto tra il seme caduto sul terreno e la pianta che nello stesso luogo si sviluppava in tempi successivi.

L'usanza di macinare i semi delle piante selvatiche risale addirittura al Paleolitico inferiore; dopo un lungo periodo in cui vi era stata solo raccolta, immagazzinamento e conservazione l'uomo giunse a concepire la "manipolazione" delle piante selvatiche.
Analogamente per la carne e i pesci, per i quali comunque l'uso subitaneo era una necessità dovuta alla facile deperibilità di tali cibi, sino al momento in cui l'uomo non scoprì il fuoco e la possibilità di cuocerli o affumicarli.

Il processo di trasformazione, dalla semplice raccolta ed uso subitaneo alla conservazione e poi alla coltivazione, è un processo lento e lungo, costellato da numerose trasformazioni dell’ambiente conseguenti a variazioni climatiche ed orogenetiche.

Il principale di questi mutamenti è quindi costituito dal passaggio da una economia basata soltanto sulla caccia e la raccolta a una di tipo produttivo, basata sulla domesticazione di piante e animali. 

Si arrivò solo intorno alla metà dell'VIII millennio a. C., alla coltivazione sistematica soprattutto di grano, orzo e leguminose, mentre quella del riso comparve nel IV millennio.

Per quanto riguarda i primi animali domestici, la pecora sembra sia comparsa già nel IX millennio a.C., mentre il maiale agli inizi del VII millennio. Resti di bue domestico si hanno alla metà del VII millennio a. C..

Anche se inizialmente gli studiosi facevano partire questo nuovo modo di utilizzare le piante, il terreno, gli animali dall’Asia[1], ultimamente sono d’accordo tutti nell’ammettere che il fenomeno si presentò più o meno nello stesso momento in tutto il mondo, teoria questa ora incontestabile dati i vari insediamenti nelle varie zone e ben databili sia con metodologie più raffinate che con nuovi modelli di ricerca [2].

L’uomo preistorico, inizialmente raccoglitore, cacciatore e nomade, via via trasformò le sue abitudini. Dapprima la vita nomade non subì forse grandi cambiamenti, era il gruppo di individui che si spostava per raggiungere le aree dove aveva individuato piante commestibili: insediamenti risalenti al XV-XIII millennio rivelano l’uso sistematico di cereali e leguminose spontanee da parte di popolazioni nomadi.

Le rilevazioni archeologiche attuali sempre più sofisticate arrivano a definire un quadro d’insieme abbastanza attendibile e sempre più vengono meglio definiti i contorni delle origini dell’agricoltura, i luoghi di origine delle varie piante selvatiche, quando e da chi vennero  coltivate, selezionate e spostate in altre aree. 

Inizialmente l’uomo nomade, individuate le piante commestibili, le proteggeva dagli animali erbivori ed aveva imparato ad aspettare che arrivassero a completa maturazione per potersene cibare, successivamente aveva imparato a conservarle, a ritornare nelle aree dove spontaneamente sorgevano. Il primo passo verso l’agricoltura era stato fatto.
Il processo si completò quando il gruppo nomade decise di fermarsi nelle zone di maggiore possibilità di caccia e di raccolta e riproduzione di frutti spontanei e tentò di imitare la natura in questo avvicendamento di semina, crescita, raccolta.

Se sino allora aveva praticato una vita seminomade spostandosi per ritornare dove aveva già notato piante che si erano ricreate, ora l’uomo ampliò le aree di riproduzione spontanea con disboscamenti aspettando che la natura completasse il ciclo riproduttivo. Successivamente fece i primi tentativi di far riprodurre dai semi le piante e sistematicamente induceva tale ciclo.
Ciò lo portò a fermarsi vicino alle zone irrigue, aveva notato che la pioggia aiutava le piante a crescere, e in mancanza di pioggia l'acqua dei fiumi, dei rivi,  era una necessità.

Dove riproduceva le piante costruì i primi ripari per sé e per quegli animali che prima cacciava e che aveva notato erano facilmente domesticabili e vivevano in simbiosi con lui (ovini, caprini, suini, volatili), purché vi fosse sufficiente cibo.

Documentazioni di insediamenti stabili di gruppi non più nomadi, ma non ancora dediti all’agricoltura sistematica si hanno nel vicino Oriente nel periodo tra il XII e il IX millennio a.C. e si sono riscontrati poi uguali e nello stesso periodo anche in altre zone del mondo.

Si deve alla scoperta di resti di villaggi dell’VIII-VII millennio a.C. per potere validamente affermare che l’uomo di quel periodo sapeva già affrancarsi dalla natura, o meglio aiutare con concimazione, irrigazione, zappatura, sarchiatura il terreno affinché i semi immessi nel terreno stesso dessero un prodotto più abbondante.

E’ di quel periodo che nell’area mediterranea sorgono sempre più villaggi, che si inizia l’allevamento di grosso bestiame bovino.
E’ nel V-IV secolo a. C. che le pianure fluviali si popolano, le nuove civiltà agricole scoprono l’aratro a chiodo, di legno; all’agricoltura, alla caccia e all’allevamento si associano altre attività: la lavorazione dei metalli, la tessitura, la lavorazione del vetro, della ceramica e dei primi materiali edilizi, validi nel rendere più solide le abitazioni, i ripari e iniziare la fortificazioni dei villaggi.

La scoperta dell’aratro, prima di solo legno e poi con punta lavorante in bronzo, associata all’allevamento di bestiame di grande taglia, permette all’uomo di farsi aiutare nel lavoro sul terreno dagli animali, conseguendo uno sfruttamento migliore del suolo ed una maggiore produzione agricola.

 aratro manuale
                                                    aratro
aratro in bronzoaratro in bronzo a traino animale

A partire dal III millennio, appaiono quindi consolidate, in quasi tutte le civiltà agricole, nuove strutture socio-economiche.

Il mistero della crescita delle piante, del loro riprodursi in certi tempi fissi e dopo un certo lasso di tempo, fece avvicinare la terra e i suoi frutti alla donna e per l’uomo preistorico la donna idealizzata venne venerata come Dea primigenia (Dea Madre).

Le connessioni della coltivazione con le fasi lunari, il sorgere e il calore del sole che permetteva questo rito della natura instaurò inizialmente gruppi, tribù guidate da sagge donne, costituendo le basi di Società Matriarcali.

Il comprendere l’importanza del terreno e dei suoi prodotti, portò alla progressiva affermazione della proprietà privata e di conseguenza alla suddivisione in classi.

E non più la donna come elemento di governo, poiché anch’essa, come la Madre Terra, aveva periodi di inizio della fertilità che non le permettevano di partecipare completamente alla vita del gruppo.
Non ultimo l'individuare che dal rapporto tra uomo e donna avveniva la creazione di un nuovo individuo a somiglianza sia della donna che dell'uomo, incitò l'uomo a battersi per  aumentare il proprio territorio e a pretendere che solo gli individui da lui nati diventassero padroni di tale territorio, perciò la donna venne appartata, modificandone così radicalmente il ruolo: si ebbe quindi l'avvento del Patriarcato.  

Il passaggio dal matriarcato e  da regine-dee,  al patriarcato, la comparsa di re-sacerdoti,  capi militari, la costituzione di eserciti per la difesa e la conquista dei territori, sono fasi che tutte le parti del mondo, tutte le società preistoriche hanno passato.

Il rapido aumento della popolazione, la differenziazione delle attività produttive, contemporaneamente la possibilità di disporre, in certi periodi dell'anno, di grandi masse d'uomini favorì l'edificazione di opere civili di fondamentale importanza per l'agricoltura (canali, dighe, acquedotti) e di grandi edifici di rappresentanza (templi, regge, tombe monumentali).

L'intensificarsi degli scambi commerciali portò anche all'uso di nuovi mezzi di comunicazione, quale la scrittura.

Al sorgere delle grandi civiltà storiche, si può dire che l'agricoltura non avesse ancora raggiunto un elevato livello, limitandosi queste popolazioni a perfezionare le conoscenze ottenute dall’osservazione della natura. Fin dall'inizio le colture vennero adattate alle periodiche piene dei fiumi e tutto lo sforzo fu teso al miglior sfruttamento delle inondazioni.

Con l'attività agricola si sviluppò anche la tendenza alla concentrazione della popolazione.
Il clima favorevole e le tecniche adottate successivamente consentirono, tuttavia, di migliorare il rendimento dei campi e di ottenere più raccolti annuali e di differenziare anche le tipologie degli stessi prodotti agricoli.

La millenaria esperienza agricola dell’Oriente incentivò le popolazioni mediterranee a tentare la coltivazione di altre piante come olivo e vite che ben adattate al clima portarono a coltivazioni intensive di queste piante e alla commercializzazione dei prodotti con i paesi vicini.

I Romani, emergenti dopo i Greci nel Mediterraneo, introdussero nuove tecniche oltre all’aratro: macine per cereali a trazione animale, mulini ad acqua, nuove attrezzature manuali per la coltivazione. 
     

macina per cerali   mulino ad acqua




La possibilità inoltre di avere numerosi schiavi permise loro di attuare coltivazioni ampie nei territori conquistati e di sperimentare la coltivazione di piante esotiche.

I Romani furono anzitutto agricoltori. Campo, terreni fertili, associati ad un ottimo clima furono le basi della civiltà romana. Poi poderi, ville nelle campagne, latifondi, cambiarono l’aspetto del territorio.
Attorno alle grandi città crescevano ampie ville di tipo padronale, situate al centro di ampie proprietà terriere. I patrizi univano il piacere di vivere in campagna con il vantaggio economico di essere presenti a controllare la proprietà [3].
Attività nobile l’agricoltura: “buon agricoltore e buon coltivatore” così venivano indicate pubblicamente le qualità di “un uomo perbene”[4].

La caratteristica agricola del popolo romano si conservò e si consolidò quando Roma divenne una potenza con ampie terre di conquista e schiavi.
I territori conquistati venivano divisi in:

ager publicus, che normalmente veniva lasciato agli originari proprietari contro il versamento di un quinto o un decimo del raccolto a secondo della differenziazione e di tasse sul bestiame,

ager adsignatus
, un terzo delle terre conquistate che veniva assegnato a privati cittadini romani,

ager colonicus
, destinato ad una colonia di cittadini romani o indigeni.

Le leggi stesse erano improntate a salvaguardare il patrimonio agrario e il suo sfruttamento.

Il momento iniziale della colonizzazione consisteva nella misurazione e suddivisione dei terreni occupati, alle quali seguiva la distribuzione e l'accatastamento.
Centuriazione era la denominazione di questa operazione attuata da agrimensori.
Veniva così pianificato e razionalizzato il territorio, che diviso in particelle dette centurie (=100 heredia = 50,466 mq) e riunite poi in lotti, veniva assegnato secondo la legge che regolamentava la costituzione della nuova colonia.

individuazione di centuriazione


Nel nostro territorio, anche se non sono più nettamente visibili le tracce della centuriazione, permangono toponimi la cui evidenza è indiscutibile: le frazioni di Cinquanta, Cinquantuno, la vicina cittadina di Cento.

Il Medioevo non apportò nulla di veramente nuovo nell’agricoltura.
Fino all'epoca carolingia (sec. VIII) nel contado predominava il baratto dei prodotti dell'allevamento e di quelli agricoli, e spesso tale metodo era utilizzato in sostituzione della moneta anche per il pagamento delle imposte e nelle transazioni di mercato.

I Romani battevano moneta, avevano mercati fiorenti e scambiavano merci con tutte le colonie e i paesi limitrofi. La cura della campagna, l'agricoltura era la base del vivere della popolazione sia del contado che dell'urbe.carro agricolo
Durante il medioevo molte tecniche praticate dai Romani vennero dimenticate. Le invasioni barbariche portarono l'insicurezza alle genti che vivevano all'esterno delle cinte della città: i contadini in parte abbandonarono i campi per entrare a lavorare nelle città.

Fortunatamente le conoscenze sino allora raccolte e le tecniche di coltivazione sino allora sperimentate si andarono a sommarsi a quelle già in essere nella cultura Araba e, in parte, furono recepite dall'Impero bizantino, doveerano ancora in essere alcune grandi aziende.

A partire dal sec. IX, l'agricoltura ritornò perciò fiorente e favorì un'economia monetaria e mercantile che determinò lo sviluppo delle città e la prosperità nelle campagne.

Se con la caduta dell'impero romano la cultura del pane era andata dispersa e nel periodo feudale il pane di farina di frumento era riservato ai signori, la popolazione del contado riscoprì altri cereali come l'orzo, il farro, la segale e nei  periodi di grande carestia anche una zuppa di semi di canapa era la risorsa proteica maggiore, anche se tale pratica era già allora avversata dalla Chiesa, che considerava la canapa prodotto del diavolo.

E' durante il Rinascimento, con l'introduzione del lievito di birra e delle farine bianche, la divisione cioè della farina dalla crusca, che il pane inizia di nuovo a vivere un periodo di crescita. Inoltre gli agronomi si ingegnavano a selezionare via via sementi atte a coltivare grano per la panificazione , diversificandole da quelle per la fabbricazione di pasta.

Aumentavano  così le tipologie fino ad arrivare ad oggi con il ritorno a farine di cereali integrali, considerati da sempre poveri, che oggi diventano prodotti di alta qualità.

Continuando nel ciclo storico vediamo comunque nei sec. XIV e XV in tutta Europa e in particolar modo nel territorio Sangiorgese, peggiorato da problemi idrici, una depressione che provocò di nuovo l'abbandono delle coltivazioni cerealicole.
allevamento ovini
Si ritornò in parte alla pastorizia, quindi anche in pianura un diffuso allevamento di pecore indotto soprattutto all'alto prezzo della lana.

Una serie di epidemie ( la Peste Nera del 1347-50), durante le quali morì un terzo della popolazione europea, con diminuzione di manodopera, resero incolte le grandi estensioni guadagnate alla coltivazione nei due secoli precedenti.

Tale situazione negativa perdurò per tutto il sec. XV anche nella nostra pianura, ma la diminuita popolazione consumava meno cibo complessivamente, ma di più pro-capite potendo così combattere le malattie: si ebbe quindi una inversione nel numero degli individui, più nascite, meno morti.

Nel quadro dei grandi mutamenti dell’agricoltura molta importanza ebbe la scoperta dell'America e l'introduzione e la diffusione di nuove specie vegetali: come la patata, il pomodoro, il mais che ebbero notevole peso nell'economia anche del nostro contado. Piante considerate inizialmente come solo da giardino, per i fiori e la loro struttura, arrivaro sulla tavola dei ricchi delle città, poi nel contado, aumentando le possibilità di cibo dei coloni. 

Soprattutto si trovarono nuove basi alimentari alternative, che si associarono ai cereali, sino ad allora la base alimentare più importante, che però potevano dare raccolti non sempre sufficienti ad alimentare la crescente popolazione.
Fattori meteorologici o incidenti potevano distruggere i raccolti e privare la popolazione del necessario sostentamento.
Le carestie periodiche instauravano denutrizione nel popolo che più facilmente era soggetto a malattie e successivamente ad epidemie. Passata l'epidemia la popolazione rimasta aveva la possibilità di maggiore cibo, ma  aumentava numericamente, abbiamo visto, e quindi aumentava la domanda di cibo e si riformava un ciclo perverso per la povera gente.

leguminoseSi arrivò poi alla sistematica alternanza sui terreni di culture diverse.

Si ricordarono gli insegnamenti degli antichi romani.
Si associarono ai cereali, nelle stesse aree, o in momenti successivi, piantagioni  fornitrici di azoto come legumi e foraggio.

Prima si iniziò con la rotazione biennale: un anno a grano, uno a maggese, cioè a riposo perché il suolo ricuperasse la normale fertilità.
Il maggese è un antichissimo sistema di preparazione del terreno per accogliere i seminativi praticato per secoli soprattutto nelle regioni semiaride del Mediterraneo, ma anche nelle pianure europee, fino all'affermazione dell'agricoltura intensiva ad avvicendamento continuo.
Più avanzato del riposo naturale periodico dei terreni, consisteva in un riposo lavorato: i campi non destinati a coltivazione erano arati da tre a otto volte tra fine inverno e novembre per consentire ai suoli di rigenerarsi all'azione dell'aria, delle piogge, dei batteri.

Con il passaggio dalla rotazione biennale a quella triennale a partire dall'XI secolo, il maggese si ridusse e fu sostituito dall'introduzione delle foraggiere in rotazione a partire dal XVII-XVIII secolo.  Nella nostra pianura la conversione completa avvenne nel XIX secolo.

Tale tecnica permetteva di rigenerare il terreno dal depauperamento dovuto alla sola coltivazione cerealicola, inoltre la coltivazione di legumi e piante foraggere, destinate all’alimentazione anche del bestiame d'allevamento, permetteva di aumentare il numero di capi, aumentando contemporaneamente il quantitativo di concime naturale utile sempre per rinnovare il terreno. 

Il sistema venne perfezionato in Inghilterra nel sec. XVIII, dando luogo alla cosidetta "rotazione quadriennale del Norfolk", dove fu applicata intensivamente già nei primi anni del 1700.  La temperatura e il suolo del Norfolk così simile a quello della pianura Padana, incentivò i proprietari della nostra pianura a adottare il metodo tanto decantato dai viaggiatori inglesi, che venivano nelle nostre città soprattutto attratti dalla cultura etrusca e dai ritrovamenti degli archeologi.  

Le piante che entravano nella rotazione si modificarono nel tempo, anche in funzione delle nuove piante americane: alle sole leguminose e foraggi si associò il mais.

Principalmente si sono avute nell'ordine  tre tipi diversi di rotazione quadriennale:
- mais, frumento, trifoglio, riso
- frumento, mais, pisello, mais
- mais, barbabietola, frumento, soia.

L'utilizzo di una rotazione in alternativa ad un'altra dipendeva dal tipo di terreno, dalla possibilità di irrigazione, dall'habitat delle piante usate.
   
Alla fine del XVIII secolo il territorio sangiorgese era coltivato prevalentemente a cereali e foraggio e venne inserita nella rotazione prima  la barbabietola e ultimamente la soia.

Alla casa del colono erano sempre associati un orto e  la stalla per ricoverare il bestiame, normalmente bovini ed equini, per cui una rotazione che comprendesse anche il trifoglio e il mais era molto importante. La barbabietola, che sostituì la canapa sulla pianura, aveva qualità atte come cibo del bestiame.

Nei cortili che circondavano le  due strutture principali erano allevati volatili domestici, che si cibavano di cereali.
In altri ripari più piccoli, come gabbie, casotti di legno, recinti, erano allevati  conigli e pecore che sfruttavano per il loro allevamento le piante ottenute dalla cura delle cavedagne e delle scoline e in certi periodi dell'anno pascolavano liberamente.

I suini entrarono in primo piano e da secoli in modo attivo in tale struttura produttiva,  inizialmente sfruttando come cibo le ghiande, i frutti delle querce di cui il territorio era ricoperto ed erano allevati in modo brado.
Quando avvenne un forte disboscamento, al fine di ottenere terreni per colture intensive di cereali, l'allevamento suinicolo si trasformò in stanziale, presso le case coloniche, e per lo più sfruttava, e sfrutta, per l'alimentazione i residui della mensa del contadino, residui di farine cerealicole e frutti [5].

L'allevamento del suino, tipico del nostro territorio,  non ha più  la particolarità del pascolo libero: il suino è stato messo come gli altri animali negli allevamenti intensivi e...solo uno in San Giorgio liberamente guarda il cielo...quello che sta nel cortile della casa Comunale, ma poverello deve stare immobile come... una statua!

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[1] La teoria si basava sul fatto che in Asia erano stati rinvenuti i primi insediamenti che utilizzavano piante ed animali domestici per cibarsene.
[2] Vale la pena di ricordare che uno studio teorico sull'espansione dell'agricoltura in Europa è stato condotto, nel xx sec., da Albert Ammerman e Luigi Luca Cavalli Sforza utilizzando il modello matematico di reazione-diffusione e in particolare l'equazione di Fisher.
[3] Le enormi ricchezze accumulate con le guerre e la visione di nuovi territori con nuove culture permisero ai patrizi romani di dedicarsi ai più diversi esperimenti agricoli: acclimatazione di specie esotiche, studi su produttività e rendimento dei terreni ovviamente insieme alle numerose pratiche periodiche che l’agricoltura esigeva, come la potatura, la concimazione, l'innesto. Per secoli queste attività specialistiche furono praticate dal patrizio romano direttamente.
[4] Così ci riporta Catone nei suoi scritti. Vedere inoltre le fonti dovute agli scritti di Orazio, Varrone, Columella e Plinio il Vecchio. Columella, in particolare, trattò della lavorazione del terreno, dei sovesci di materia organica verde per aumentarne la fertilità, di rotazioni di colture e concimazioni, tutte problematiche che vennero affrontate nei vari secoli successivi e che ebbero risoluzioni effettive solo verso il XVIII secolo.  
[5] Per approfondimenti sulla coltivazione di altri vegetali e l’allevamento rimandiamo ai precedenti capitoli sulla Vegetazione e la Fauna.



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