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Cap. 1 - Geologia 1
Cap. 2 - Idrografia 1
Cap. 3 - Flora 4
Cap. 4 - Fauna4
Cap. 5 - Uomo 4
Cap. 6 - Cibo7
Cap. 7 - Attività agricole tipiche9
Cap. 8 - Dalle origini ai Romani10
Cap. 9 - I Romani nella Pianura Padana17
Cap.10 - I Barbari ... Alto Medioevo10
Cap.11- Vita medioevale 19
Cap.12 -Vita Medioevale: Istruzione9

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\\ Home Page : Scritto STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net - Angela Bonora: Capitolo terzo - La Vegetazione

Capitolo terzo - La Vegetazione

Di Angela Bonora (del 28/10/2006 @ 07:46:17, in Cap. 3 - Flora , linkato 4095 volte)


La vegetazione, la flora, di un luogo è strettamente legata al suolo e al clima. Abbiamo parlato di suolo e clima nei capitoli 1 e 2 quando abbiamo analizzato la trasformazione del nostro territorio nello scorrere del tempo.

L’attuale flora spontanea è infatti il risultato di un complesso di eventi dovuti a varie componenti, che hanno influito sullo strato più superficiale del fondo alluvionale della pianura.

L’aspetto odierno, che appare in superficie come un piatto e monotono fondovalle, ad una analisi più approfondita ci permette di vedere catene montuose, faglie ancora in attività[1]. Lo spaccato verticale ci mostra strati di varia composizione: limi, argille, sabbie, ghiaie, che non si presentano nella stessa sequenza in tutto il territorio[2]. Ciò, sia per la tormentata trasformazione dell’ambiente, sia per l’intervento dell’uomo, anche se negli ultimissimi tempi si tende ad agire con più accortezza cercando di salvaguardare il territorio.

Si deve risalire al Cenozoico per avere una storia completa dell’ambiente, risalire ai mutamenti climatici di quel periodo, caratterizzato da glaciazioni seguite a periodi secchi e a loro volta originanti periodi umidi, per ricostruire il quadro vegetale, che caratterizzò l’ambiente nel passato e che ancora, in parte, oggi persiste.

Le tracce della vegetazione antica si possono ritrovare soprattutto nella profondità del terreno, con numerosi fossili vegetali quali pollini[3], spore[4], e da essi i geobotanici hanno potuto ricostruire e collegare il quadro vegetale passato a quello presente.

I pollini sono costituiti da Sporopollenina, una sostanza quasi indistruttibile, inattaccabile persino dagli acidi più forti esistenti in natura. E’ comunque molto sensibile all’ossigeno, che la distrugge rapidamente, a meno che non cada brevemente, entro pochi giorni, entro un apparato femminile della stessa specie; in tal modo lo feconda e si origina un frutto.

Perché un polline fossile possa essere osservato e studiato deve rimanere in una zona ricca di acqua come un lago, un fiume, il mare, una palude, in tal caso ha infatti buone probabilità di conservarsi, sepolto sul fondo, per lungo tempo, anche per milioni di anni.

Le ricerche in tale campo partono prendendo come base il Golfo Padano, risultato, come abbiamo visto nella parte geologica, dalla saldatura del mare comunicante l’attuale Mare Adriatico col Mare Tirreno e la cerchia costituita dalle Alpi e dall’Appennino.
L’ampio golfo marino volto verso oriente, formatosi nell’Oligocene (Terziario) una trentina di milioni di anni fa, venne colmato, a causa dell’altenarsi di climi secchi e climi piovosi, da sedimenti sia marini, che fluviali.
Accumuli di detriti prodotti da erosioni, sprofondamenti, riemersioni hanno portato nelle ere successive forme lagunari e deltizie fino ad una conformazione simile a quella odierna.
Le successive regressioni e intrusioni marine del Miocene finale e del Pliocene hanno lasciato nel Golfo Padano evidenti tracce fossili nella zona montana e pedemontana, mentre l’attuale bacino padano per effetto di movimenti tettonici, involutivi ed evolutivi, si trasformava ora in laguna costiera, ora in mare aperto, attuando così la distruzione del substrato ecologico atto alla riproduzione delle specie vegetative.

La lunga e tormentata storia del bacino padano in quei tempi non permette ora uno studio facile, se non l’esposizione di sole ipotesi nell’arco di ere di milioni di anni.

La vegetazione che esisteva nel periodo pliocenico subì,  probabilmente, impoverimenti successivi durante le onde glaciali[5] che si alternavano e la flora rigogliosa del bosco pliocenico diventò rada.

Nella pianura padana abbiamo testimonianze del primo Pliocene e poi del tardo Glaciale (Paleolitico) in depositi di 800 mila anni fa in cui si individuano tracce di tassi, olmi, castagni, abeti e pini di tipo antico.
I periodi glaciali successivi lasciano sopravvivere olmi e castagni.
Il postglaciale, iniziato da 10.000 anni, porta ad un progressivo innalzamento della temperatura, caldo asciutto alternato a caldo umido e piogge.
L’ultima parte di questo periodo coincide con la prima Età del Ferro, perciò la storia del clima, della vegetazione, da quel momento è strettamente legata alla storia dell’uomo.

In pianura il pino silvestre cede il passo all’espansione del querceto misto con carpini, aceri, olmi e frassini. Nelle zone più fresche betulle e faggi caratterizzano gli albori della storia dell’uomo, che da quel momento influisce via via sulla vegetazione.
Il pino silvestre si sposta verso zone più alte, collinari, e parte delle foreste spontanee danno spazio all’agricoltura.

Nella pianura, da lungo tempo caratterizzata da una grande disponibilità di acqua, la successione clima-vegetazione è meno sensibile che nelle zone più alte: sono i periodi caldo-freddo-caldo e l’uomo, con l’agricoltura, che operano mutazioni sensibili.
Flora e vegetazione della pianura attorno a noi sono ora per la maggior parte opera dell’uomo.

La nostra pianura, “la bassa”, da molti secoli (non parliamo più di milioni di anni, né di decine di migliaia di anni!) identifica la propria storia con l’evoluzione delle tecniche agricole.

Le colture agrarie, che caratterizzano la fisionomia del nostro territorio, sono generate dall’uomo, ma esistono ancora, e si trasformano, piante di antica data.
Nel nostro territorio, e negli altri territori, in cui l’influenza dell’uomo è stata determinante, due sono i tipi base di vegetazione:

* vegetazione originata da coltivazione

* vegetazione naturale o infestante.

La vegetazione originata dall’uomo è costituita:

* da colture cerealicole vernine-primaverili, come il frumento, l’orzo, l’avena, il riso 
* da colture estivo-autunnali come mais, barbabietole, sorgo
* da colture arboree: frutta e vigneti.

Ad esse si associano vegetazioni infestanti:

* da aprile a luglio, i papaveri, la camomilla, le anagallidi, della famiglia delle Primulacee, i fiordalisi e lo specchio di Venere. Le avene selvatiche, con folti cespugli color crema, ora predominano, dopo l’uso indiscriminato nel recente passato degli erbicidi selettivi, e si mantengono ai bordi dei campi con i papaveri e altre poche specie

* da luglio ad ottobre esiste il ciclo vitale di Digitarie (panico) e Setarie (miglio degli uccelli).

* ora, dopo i diserbanti, permangono nelle culture le graminacee nel mais e sotto agli alberi e nei vigneti specie bulbose come “latte di gallina”, agli selvatici e muscari (fam.Gigliacee).

Ai margini delle colture, ai bordi delle strade, nei fossi e vicino ai ruderi compaiono le stesse specie.

La pianura, specialmente nelle parti incolte, si colora nelle varie stagioni dell’anno delle inflorescenze delle piante infestanti: malve (rosa–violacee), cicorie (azzurre), verbene (di svariati colori), farfari (gialli) fioriscono in primavera; lungo le cavedagne abbiamo fusti di gramigne e centinodie e piantaggini striscianti sul terreno più asciutto .

Accanto ai muri delle case sparse e delle stalle vi sono le cosidette piante ruderali o parietarie, che si inseriscono negli interstizi dei muri, si allargano lungo essi e si riempono di tanti minuti fiori; queste si associano all’orzo selvatico, al bromo sterile (o forasacco, per le sue pannocchie aghiformi ), alle artemisie (dragoncello) e alle ortiche.

Esistevano nel passato “boschi in miniatura” che delimitavano i campi, le siepi, ora in parte sacrificate all’agricoltura meccanizzata. Sono formate da arbusti per lo più spinosi, piccoli alberi.
Di queste specie, le più antiche che ancora rimangono sul territorio sono l’azzeruolo e il nespolo.
Si tratta del nespolo germanico (Mespilus germanica) da non confondersi con il nespolo del Giappone. Quello del nostro territorio è un arbusto contorto che produce in maggio fiori grandi e bianchi e frutti pelosi e bruni della misura di una noce.
L’azzeruolo o lazzeruolo appartiene al genere Crataegus di cui il biancospino è una specie: ha corteccia nerastra e fiori radi e bianchi o rosati e produce frutti zuccherini. Attualmente abbiamo rovi di more e lamponi selvatici.

Le siepi non vivono sole, avvinghiate ad esse vediamo la vitalba con frutti a ciuffo bianco spumoso, il convolvolo con fiori bianchi e rosati, il tamaro a bacche rosse. Alla loro base nascono margherite di varia specie, ranuncoli e viole. Gli arbusti delle siepi li ritroviamo ancora ai bordi dei pochi boschi rimasti nella pianura e lungo i fossi.

La sabbia e le ghiaie alluvionali delle tre conoidi del Reno hanno  permesso la sopravvivenza di rare associazioni forestali dove ritroviamo ontani neri, salici, pioppi.

Nelle zone umide della valle del Reno hanno trovato rifugio molte specie spontanee.
I pollini depositati dalla flora delle foreste antiche originarie padane hanno qui potuto riprodursi.

Non abbiamo però molte zone che riproducano la vecchia foresta[6] costituita da querceti misti a farnie, olmi e carpini. Il Bosco della Panfilia, ai bordi del nostro territorio in provincia di Ferrara, in Sant’Agostino rimane uno dei pochi esempi.

Non ci debbono confondere i parchi che contornano le ville sparse nel contado: essi sono opera di provetti giardinieri che nel XVIII e XIX secolo creavano boschi in miniatura per “ Casini dei vari possidenti, fabbricati apposta per villeggiare e …Palazzi tra i quali più a famiglie regie che di privati Cavalieri si converrebbero”[7].

La nostra strada principale, la Galliera, è sempre stata caratterizzata da alti pioppi naturali alti circa 10 metri che costeggiavano vari tratti specialmente nel sangiorgese, da San Giorgio di Piano e San Pietro in Casale[8].

I boschi originari sono ora sostituiti da colture di pioppi a fini industriali, e quindi artificiali. Non vi sono più solo pioppi bianchi e neri italici, ma sono stati inseriti ibridi tra pioppi neri e pioppi derivanti da vegetazioni naturali nord-americane. Questi ultimi crescono a dimensioni utili assai più rapidamente, vengono impiegati per la fabbricazione della carta, di mobili rustici, attrezzi, lavori di tornio, ceste e fiammiferi.

Abbiamo poi altri alberi, specialmente quelli da frutta che non sono tutti italici d’origine, ma provengono da altri paesi, come:

- il pesco, introdotto in epoca romana, proveniente dalla Persia,

- l’albicocco originario della Cina o dell’India

- il pero, originario probabilmente dell’Asia occidentale, ha ampia diffusione nel territorio 
   sangiorgese

- il melo proveniente dal Caucaso, come pure il melo cotogno dall’Asia

- il ciliegio, e il susino ancora originari dell’oriente

- la robinia o pseudoacacia, che, introdotta dall’America Nord-Orientale nel 1601 da Jean Robin, sostituì in poco tempo le querce che erano state sfruttate in modo intensivo  nel  1700 e nel 1800 come legname da costruzione per le navi e per le strutture delle  case,

- l’ailanto, proveniente originariamente dalla Cina e introdotto nel 1700 nel tentativo di
  allevare un lepidottero simile al baco da seta

- il gelso o moro coltivato sino alla metà del XX secolo per l’allevamento del baco da seta
  [9] e che produce un frutto mangereccio: mora bianca o mora nera.

Altre specie vegetali introdotte da altri paesi sono diventate la base del cibo del nostro territorio:

- il mais proveniente dal Centro America,

- la patata dal Perù, e considerata per lungo tempo velenosa

- il pomodoro pure proveniente dal Perù, anch’esso non considerato edule per lungo 
  tempo, ma utilizzato come pianta ornamentale dai bei frutti rossi[10].

Queste due ultime specie vennero considerate mangerecce dopo alcuni secoli dalla loro introduzione in Italia, al momento della scoperta dell’America.

Il territorio presenta varie zone coltivate

ad orto:
indivia (insalate di vario tipo), carciofi, finocchi, cardi, liliacee (cipolle e agli), cucurbitacee (zucche, zucchine, meloni, angurie), rape, leguminose, e

nei giardini:
frutti come le fragole, ribes.

Sono vegetali che troviamo ogni giorno sulle nostre tavole e che vengono commercializzati nei mercati delle cittadine della provincia.

Canapa, lino, riso e coltivazioni foraggere hanno caratterizzato per vari secoli il nostro territorio, ambiente palustre, umido, in conseguenza della immissione del fiume Reno nella Valle della Sammartina. Ultimamente queste colture sono in parte disuse, ma rimangono alcuni

- maceri[11] , impiantati nel medioevo ed utilizzati sino alla II guerra mondiale,

- alcune pesciere nelle risaie per l’allevamento intensivo di pesci d’acqua dolce, come
   trote, pesci gatti, e da ornamento come i pesci rossi,

- appezzamenti coltivati a foraggio, che per altro non viene ora utilizzato in loco,
  essendo l’allevamento bovino e ovino attuato in forma sporadica.

Una coltivazione industriale importante è quella della barbabietola usata per ottenere lo zucchero commestibile e come foraggio per il bestiame. Tale coltivazione è, per altro, abbastanza recente sul territorio.
Sotto Napoleone I il blocco continentale, operato dalle potenze europee nei confronti dell’impero francese, impedì l’importazione della canna da zucchero e favorì la coltivazione del tubero di origine Mediterranea, nota sin dal VII secolo a.C. e utilizzata sino allora soprattutto come come cibo.

Già dal 1747  il chimico tedesco Andreas Marggraf aveva scoperto che dalla radice della beta vulgaris era possibile estrarre una sostanza zuccherina, il saccarosio, e quindi si iniziò l’industria saccarifera, che caratterizza insieme alla coltivazione della barbabietola
la nostra pianura.

______________
[1] Vedere capitolo 2 sull’Idrografia e in particolare la trasformazione della bassa valle del Reno.
[2] Vedere il capitolo 1 sulla Geologia.
[3] I pollini sono gli elementi maschili della riproduzione sessuale della pianta, si trovano in una parte
del fiore e hanno l’aspetto di granuli di polvere di varie dimensioni e vari colori a seconda della pianta.
Gli elementi femminili sono contenuti nell’ovario, apparato di riproduzione femminile, che accoglie il polline trasportato dal vento e dagli insetti che si occupano principalmente dell’ impollinazione, cioè del trasferimento da un fiore (maschile) ad un altro (femminile), o da una pianta ad un’altra, dei granuli pollinici.
[4] Cellula di riproduzione assessuata, che si sviluppa e dà origine ad un nuovo individuo autonomamente.
[5] Per “onde glaciali” si intendono anche variazionii di alcuni gradi della temperatura media, tali da fare emigrare gli animali in zone altimetriche più basse per ritrovare il manto vegetale andato distrutto nelle zone più alte per mancanza del calore necessario alla riproduzione.
[6] Ciò per la trasformazione del territorio dovuta all’azione umana.
[7] Calindri 1785
[8] Purtroppo mentre avviene la stesura di queste righe un certo numero di quegli alberi maestosi è stato abbattuto perché malati. Il pioppo cipressino, questo è il nome della varietà originatasi probabilmente da una mutazione del pioppo nero, è usato ai lati delle strade di campagna, lungo i canali, davanti alle fabbriche come ornamento e ombreggiatura, ma ha legno fragile, poroso e di scarsa qualità e tende a svotarsi all’interno diventando pericoloso, data la tendenza a sradicarsi e a precipitare all’improvviso.
[9] Vedi la coltivazione del gelso al capitolo 5
[10] L’indicazione di velenosità sia della patata che del pomodoro non è del tutto da scartarsi.
La solanina importante componente dei due frutti è velenosa e i frutti acerbi, pomodori verdi, o divenuti verdi per l’esposizione ai raggi solari, vedi le patate, ne contengono una alta quantità.
[11] Il macero per la macerazione della canapa ha una profondità di circa 2 metri e un’inclinazione delle sponde del 25%.


 

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