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- Indici -1
- Introduzione -2
- Prefazione -1
- Testi e Fonti -1
Cap. 1 - Geologia 1
Cap. 2 - Idrografia 1
Cap. 3 - Flora 4
Cap. 4 - Fauna4
Cap. 5 - Uomo 4
Cap. 6 - Cibo7
Cap. 7 - Attività agricole tipiche9
Cap. 8 - Dalle origini ai Romani10
Cap. 9 - I Romani nella Pianura Padana17
Cap.10 - I Barbari ... Alto Medioevo10
Cap.11- Vita medioevale 19
Cap.12 -Vita Medioevale: Istruzione9

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\\ Home Page : Scritto STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net - Angela Bonora, Mauro Franzoni: Capitolo secondo - Idrografia

Capitolo secondo - Idrografia

Di Angela Bonora, Mauro Franzoni (del 27/10/2006 @ 18:13:19, in Cap. 2 - Idrografia , linkato 13774 volte)

 
Parlare oggi di fiumi, torrenti, rivi naturali nel territorio sangiorgese sembra uno sproposito. Guardandoci attorno troviamo solo un canale, il Canale della Bonifica Renana, opera dell’uomo per far defluire le acque che rendevano palustri le terre circostanti e succesivamente, anche attualmente, tali acque utilizzate per irrigare le coltivazioni.

Ma i terreni sui quali è posizionato ora San Giorgio di Piano sono costituiti da sedimenti alluvionali, portati alla pianura da una valle in cui scorrevano acque fluviale a regime discontinuo. Quindi un fiume, un torrente, degli affluenti passavano in quei luoghi anticamente. D’altra parte ogni insediamento antico si localizzava nelle vicinanze di un corso d’acqua o di una sorgente.

Volendo ora fare una analisi della pianura e della sua trasformazione idrica diventeremo per forza noiosi, ma purtroppo noiosa ed accidentata è la storia delle acque di superficie che hanno attraversato il nostro territorio nel tempo.

Oltre alle problematiche dovute alla conformazione geologica iniziale si sono aggiunte le problematiche umane e il cercare di risolvere i problemi, spesso con ottiche diverse.
Gli abitanti della pianura negli ultimi secoli e soprattutto le autorità preposte a governarla sono stati fautori di programmi sempre diversi, contrastanti e mai arrivati a vere conclusioni operative ( i tempi non cambiano…).

Partiamo di nuovo dal substrato geologico, perché è da esso che possiamo vedere come erano effettivamente le problematiche che si erano instaurate dopo che la Pianura Padana aveva assunto una conformazione tale che l’uomo vi potesse vivere.

Ci limitiamo, per fortuna, solo a quella parte di cui San Giorgio è il nucleo e vediamo infatti che il tratto di pianura emiliana, delimitato dal Panaro e dall’Idice e che si estende da Bologna a Ferrara, è costituito essenzialmente da depositi alluvionali (conoidi di deiezione) trasportati dai torrenti appenninici del Quaternario[1], rilasciati nelle varie epoche.

formazione di conoide
Le conoidi subappenniniche, costituite prevalentemente da sedimenti sabbiosi-ghiaiosi e limo-argillosi (lezze), permettono il mantenimento di zone umide nella pianura stessa, favorendo il successivo sfruttamento agricolo del luogo [2].

I materiali alluvionali che via via si sono addensati lungo il viaggio delle acque dalla sorgente alla pianura hanno formato delle piattaforme ad altezza degradante verso il mare[3].

 
La differente pendenza fra la parte montana e la pianura provoca il rallentamento del corso fluviale con conseguente deposito di materiali detritici.
Tale deposito è praticamente immediato e quindi l'accumulo e il cambiamento del corso del fiume ne è il risultato. Il deposito assume una forma triangolare (foto sopra ) con il vertice verso la parte a monte. Il fenomeno è tanto più rilevante tanto più è a sistema torrentizio il regime del fiume.

Nella carta qui sotto sono ben evidenti le  conoidi che il fiume Reno ha formato nel tempo, la differenza di colorazione della carta , che indica con colore più chiaro le zone più elevate, permette di identificare le tre principali:



conoidi del fiume Reno
- una che va dall’Arcoveggio di Bologna a Marsiglia di Granarolo (26 m.s.l), Minerbio (16 m.s.l) e Baricella (11 m.s.l), cioè quella fra il corso abbandonato del Savena e il Canale Navile

- più ad occidente scende una seconda conoide che si espande lungo la direttrice Castelmaggiore (29 m.s.l), San Giorgio di Piano (21 m.s.l) e San Pietro in Casale (17 m.s.l)

- un’ultima, e più elevata, congiunge Trebbo (32 m.s.l), Castel d’Argile (23 m.s.l) e Cento (17 m.s.l).

Queste conoidi caratterizzavano la valle in cui si scaricava il Reno, il torrente più importante, che confluiva anticamente nel ramo più meridionale del Po.


L’attuale fiume Reno (lunghezza 211 Km., bacino 4626 Kmq) ebbe le sue origini nella falda nord ovest del monte che sovrasta Pruneta e sono costituite dalle sorgenti che, congiungendosi nella località Piastre (m. 1130), nell’Appennino Tosco Emiliano in provincia di Pistoia, costituiscono il primo bacino di raccolta del fiume.

Scorre verso est a segnare il confine tra Emilia e Toscana, entra in provincia di Bologna dove, a Sasso Marconi, riceve il Setta, suo maggiore affluente montano che drena un bacino di 316 kmq.

Nel suo corso appenninico il fiume raccoglie l’acqua di diversi torrenti: Limentra, Alimentra, Sela, Vergatello, Aneva, Venola e Setta. A circa 270 m, a monte dell’ampio ghiaieto di confluenza con il Setta, è l’imbocco dell’acquedotto costruito in età augustea che giunge a Bologna presso Porta S. Mamolo, acquedotto, riattivato nel 1881, tuttora funzionante.

Il fiume defluisce poi in pianura a Casalecchio di Reno. In tale zona è la cosidetta Chiusa del Reno, costruita nel XIV secolo, restaurata nel 1567 dal Papa Pio V e il relativo canale per convogliare a Bologna le acque necessarie a far funzionare mulini e filatoi per la lavorazione della seta .

Al Passo delle Pioppe, a 3 Km dalla località Trebbo, incontra il torrente Samoggia, dopo di che ha un corso rettilineo fino alla Panfilia. Si inalvea nel Cavo Benedettino, dopo aver raccolto le acque dell’Idice, Sillaro, Senio e Santerno e si inserise nell’alveo abbandonato del Po di Primaro, che gli è stato dato come fondale, per poi arrivare nell’Adriatico a sud - est delle valli di Comacchio.

Panfilia


Il nostro fiume dalla foresta della Panfilia[4] al mare scorre ora in un alveo in gran parte artificiale, dovuto alle sistemazioni attuate, dopo vari e discutibili progetti, fra il XV e il XVIII secolo dai Legati Pontifici che governavano Bologna, Ferrara e Ravenna.

La foresta della Panfilia[5] occupa una ottantina di ettari di un terrazzo fluviale nella golena del fiume Reno, a breve distanza dal paese di S. Agostino in provincia di Ferrara. La sua estensione limitata non deve trarre in inganno sul suo valore, si tratta infatti dell’ultima porzione di bosco naturale di tutta la Padania orientale (alcuni dicono valida a livello Europeo).                

bacino fiume Reno e affluenti


                        

Parliamo ora del nome.

Il nome Reno sembra derivi dal termine celtico réinos che significa corrente e che potrebbe essere a sua volta collegato al greco réo (scorrere) e forse, con un’ulteriore ipotesi, non sempre completamente accettabile, al latino rivus (ruscello).

Secondo noi è più plausibile la derivazione dal termine celtico, vista la frequenza di questo toponimo nel Nord dell’Europa[6], mentre in Italia è un unicum per quanto riguarda i fiumi. Non si può scartare infatti l’ipotesi che popolazioni del nord Europa arrivate nella pianura abbiano voluto ricordare il Reno germanico [7].

La terminologia latina di rivus = ruscello risulta meno attendibile, tenendo conto della portata che doveva avere il fiume Reno nel passato, al momento in cui il territorio passò in mano ai Romani. 

Si potrebbe avere una prova consultando i dati  riportati nel diagramma climatico[8] del testo di estimo sul territorio di S. Agostino elaborato da Donato Toselli, S. Augustino de Paludibus, 1995 (pag. 242):

Periodo Clima
1400 a.C./1300 a.C. Particolare piovosità
1300 a.C./800 a.C. Clima variabile
800 a.C./ 300 a.C. Piovosità con dissesti idrologici
300 a.C./400 d.C. Intensa piovosità con dissesti idrologici
400 d.C./750 d.C. Caldo secco
750 d.C./1100 d.C. Fase piovosa con avvanzamento dei ghiacciai
1100 d.C./1350 d.C. Clima migliore
1350 d.C./1600 d.C. Ultimo impulso freddo
1600 d.C./1850 d.C. Ulteriore ritiro dei ghiacciai
1850 d.C./2000 d.C. Periodo attuale



Dalla tabella si dovrebbe desumere una grande portata del Reno in epoca romana, poiché si nota che nel periodo di colonizzazione romana il territorio di S. Agostino era interessato da intensa piovosità e quindi apparerebbe illogica la terminologia riduttiva di "ruscello".

Ma bisogna tenere conto anche di altre considerazioni:
il Reno ha cambiato corso ben due volte prima di quello attuale,
una abbondante portata di un fiume può essere dovuta a piovosità accentuata nell’Alta Valle,
inoltre le indicazioni climatiche degli antichi estimi di S. Agostino non sono probanti per il territorio di S. Giorgio, abbastanza defilato rispetto al primo.

Tra l’altro gli estimi venivano spesso fatti da agrimensori provenienti da altre località, anche lontane, e le indicazioni sul clima erano desunte dalla storia orale dei coloni residenti, per i quali abbondanti temporali che rovinavano il raccolto erano meglio ricordati di periodi di secco precedenti e seguenti.

Non ultima e non trascurabile è la bonfica fatta in epoca romana dopo la cacciata dei Galli Boii, bonifica che doveva interessare zone già dotate di strade importanti come la via Galeria o Galliera.
La bonifica non sarebbe stata attuata in periodi di particolare piovosità: gli autori latini ci parlano di campagna ben coltivata già quando venne costruita la via Aemilia e di Selva Litana lungo quel tracciato, come vedremo più avanti.
Quindi, sì alternanze di clima, ma non come viene riportato sopra per il periodo precedente la Regione Aemilia , forse più esatte sono le rilevazioni medioevali che sono confortate da altri scritti contemporanei


Inizialmente il Reno, affluente del ramo principale del Po, detto Po di Ferrara, aveva frequenti fuoriuscite dal suo alveo naturale a scapito, o a anche a favore, dell’uomo che vicino abitava e delle coltivazioni.

L’andamento discontinuo del fiume ha prodotto un sottosuolo, in pianura, composto vario. L’apporto di materiali diversi verso la pianura ne ha caratterizzato il suo ritmo di evoluzione.
Al contrario della montagna, luogo di origine dei fiumi, la pianura si evolve più facilmente. Gli insediamenti umani si formano dapprima con caratteristiche non totalmente stanziali per poi trasformarsi, agli albori delle primitive forme agricole, in assetti ambientali più stabili, che si intensificano verso le zone più umide della pianura.

Tralasciando i movimenti del Reno nel punto di origine nell’Appennino, prendiamo in considerazione il suo tracciato nella sola zona che ci riguarda.

In epoca preromana, si può supporre un percorso del fiume nel territorio di Santa Maria in Duno, fra Bentivoglio e San Giorgio di Piano[9]. Poiché allo stato attuale degli scavi archeologici non risultano ritrovamenti specifici, nulla vieta di ampliare l’ipotesi di un andamento verso destra in direzione della prima conoide.

Il corso attivo in età romana e sino almeno a tutto il X secolo, partendo dal ponte della via Emilia raggiungeva Corticella, Castelmaggiore, Stiatico, San Giorgio di Piano per continuare verso San Pietro in Casale, Maccaretolo[10], San Vincenzo, Poggio Renatico[11], Coronella e confluire in Po, presumibilmente tra Cassana e l’attuale Ferrara[12]. L’esistenza di toponimi quali Campo di Reno, Renacolo, Renale, Braina di Reno, Renello, che si ritrovano nei luoghi suddetti, conferma l’andamento del fiume lungo la seconda conoide.

L’immissione diretta dell’allora Reno nel Po come affluente è testimoniata dalla Tabula Peutingeriana[13] .

La preoccupazione di mantenere le aree coltivate ad una debita distanza di sicurezza dai corsi d’acqua pare sia stata una prerogativa dei soli agrimensori romani, perché in seguito l’uomo, pur di sfruttare il più intensamente possibile il suolo, ha ristretto sempre più le aree di possibile allagamento degli alvei fluviali fino ad annullarle completamente.

Dal V al IX sec., cioè dal tramonto dell’Impero Romano (476) e in seguito alle invasioni delle popolazioni barbariche non più contenute dall’esercito imperiale, si verifica rapidamente un processo di degrado ambientale, politico ed economico.

Nel nostro territorio in particolare, ciò avrà come conseguenza principale la rimarcabile modificazione del corso del Reno e dei suoi affluenti: interramento degli alvei ed allagamento di vaste aree, abbandono delle campagne, sviluppo di zone acquitrinose e paludose e boschive. Si ritorna così alla situazione eco-ambientale antecedente alla colonizzazione romana[14]

Per effetto di colmate naturali, nel VI sec. escono di scena molti centri urbani e, con l’innalzamento del piano di campagna, scompaiono le importanti arterie stradali romane e soprattutto le tracce della centuriazione.

Ci sono notizie relative ad un’elevata piovosità nel periodo VI-VIII sec.: ciò dà luogo ad alluvioni tali da modificare la configurazione idrografica e territoriale. Intorno a questa epoca si origina il secondo grande dosso fluviale, probabilmente a causa di una diversione dell’alveo avvenuta alle porte di Bologna, presso l’odierna località detta Bertalia.
Cessa così l’attività del Reno antico ed inizia il nuovo corso in direzione Trebbo-Casadio-Malacappa-Castel d’Argile-Poggetto, immediatamente ad est di Pieve di Cento. Questo corso resterà funzionante fino alla fine del X sec..

Nel X sec. la presenza dei monaci Benedettini, ordine nato nel VI sec., con lo scopo di superamento morale e materiale del degrado, regola soprattutto la bonifica della cosiddetta Isola Pomposiana, area compresa tra il Goro, il Volano e l’Adriatico.
I principali rami del delta del Po, Po di Primaro-Gaibana e il Po di Volano, rivelatisi insufficienti allo smaltimento delle acque, iniziano una fase di interramento con dissesti territoriali notevoli.

Verso la metà del secolo XI, rispetto al corso altomediovale, inizia un flusso verso sinistra in direzione del territorio centese. I toponimi, Volta Reno, Reno Centese, Corporeno, Renazzo e Reno Finalese ci segnalano i mutamenti del Reno in tale periodo e sono inseriti nella terza conoide di deiezione.

In particolare la rotta del Po, a Ficarolo nel 1152, che portò ad una ulteriore suddivisione dei rami del Po, una perdita di acque del Po di Volano e del Po di Primaro, e la prevalenza dell’uso del Po di Venezia, favorirono l’interramento completo del Reno.

Nei secoli XIII e XIV abbiamo diverse rotte nel territorio dovute alle piovosità autunnali, allo scioglimento delle nevi dell’Appennino e ai temporali estivi. Oltre a questi eventi naturali sono da ricordare le rotte intenzionali fatte dai Bolognesi per contrastare Ferrara. Si aspettava una piena per rompere gli argini per innondare i terreni nemici.
Inoltre è da considerare che l’inondazione era anche un fattore benefico per il terreno, in quanto vi era apporto di limo fertile; quindi altre rotte intenzionali erano praticate dai proprietari dei fondi adiacenti per attuare la colmata dei loro terreni.

Le frequenti rotte e inondazioni portano a successive deviazioni del corso del fiume. Si ricorda in particolare che con la rotta della Bisana d’Argile del 1451, a 3 km a sud di Cento, il Reno si inalvea tra Pieve e Cento. Dopo un’ennesima rotta nel 1457 si cercò una soluzione per la definitiva inalveazione del Reno: il duca Borso d’Este, i Bentivoglio di Bologna e il Vescovo con giurisdizione sul territorio di Bologna e Cento si accordarono per inalveare il Reno lungo il canale di rotta fra Cento e Pieve, in direzione S.Agostino-Mirabello-Vigarano Mainarda, attraverso le valli di Galliera con immissione nel Po di Ferrara, a Porotto.
Durante i lavori di costruzione del nuovo alveo, una disastrosa alluvione nel 1497 convogliò tutte le acque del Reno fino alla Valle della Sanmartina e il Reno spostò ulteriormente il suo alveo occidentale, separando così definitivamente Cento da Pieve.

All’inizio del XVI secolo troviamo il Reno senza una sede fissa anche nelle valli attorno a Poggio Lambertini, l’attuale Poggio Renatico, e a San Prospero, pur confluendo ancora in Po.
Nel 1604, sotto il Pontificato di Clemente VIII, fu fatto defluire nelle Valli della Sanmartina ricolmandole, ma già nel 1605 si ruppe il nuovo argine che conduceva il Reno nella valle.
Il progetto, che fu alla base di questa operazione, mirava a migliorare il corso del Po di Ferrara o di Primaro, con scavi e allargamenti del letto del fiume e con l’intenzione poi di riportare il fiume Reno di nuovo in confluenza con il Po.
L’opera di deviazione nella Valle della Sanmartina, per poter liberare il Po di Primaro ostruito, non ebbe il risultato sperato: il Po in quel tratto era in posizione più elevata rispetto alla valle del Reno, che quindi si allargò sempre di più nella Valle della Sanmartina costituendo un’ampia palude che mise a repentaglio il territorio sia dal punto di vista geografico che umano.

Fra il 1575 e il 1620 si segnala un sensibile calo demografico nella nostra area dovuta alle continue carestie e alle malattie che la zona paludosa instaurava tra la popolazione.
Tale calo demografico fu poi reso più evidente dalla epidemia di peste del 1630, l’ultima grande epidemia in Italia.

Alterne vicende vedono in conflitto gli interessi sia economici che politici dei bolognesi, ferraresi e veneziani[15] . Fra il 1625 e il 1740 si intensificano gli studi di numerosi idraulici per la definitiva sistemazione del Reno e la bonifica del suolo circostante: Paolo V, Innocenzo XII, Benedetto XIV appoggiarono le ricerche degli ingegneri dei loro tempi e dettarono leggi per attuare una regolamentazione delle acque[16].

In particolare il Cardinale bolognese Prospero Lambertini, diventato Papa con il nome di Benedetto XIV nel 1740, conoscendo la difficoltà della situazione idrografica del territorio e avendo possedimenti al Poggio, fa costruire il cosiddetto Cavo Benedettino (1745-49), un canale lungo 30 km che da S. Agostino  arrivava sino al Po di Primaro in Argenta. Lo scopo era scolare le acque chiarificate del Reno dalle valli del Poggio e di Malalbergo nel ramo morto del Po di Primaro. Il Cavo rimase purroppo interrato nel 1750 in seguito ad una rotta, la rotta Panfilia.
Delle opere eseguite per il Cavo Benedettino non rimangono purtroppo ora tracce se non nelle mappe dell'epoca e nei toponimi. Esiste infatti nella zona una strada che riporta il nome "via Cavo Benedettino" e una frazione omonima. La strada molto probabilmente costeggiava il Cavo, come attualmente esiste una strada che costeggia il Cavo Napoleonico.

Cavo Benedittino 1750


Continuano opere di bonifica nel triangolo Bologna, Ferrara, Ravenna e interessano anche tutti i corsi d’acqua compresi tra il Savena e il Senio. Malgrado lavori di arginatura continui le torbide del fiume innalzano nuovamente il fondo dell’alveo.

I bolognesi premono per rimettere il Reno nel Po di Ferrara, ma solo con il nuovo ordinamento politico, con Napoleone I, si arriva nel 1808 alla costruzione del Cavo Napoleonico che finalmente scola le acque in sovrabbondanza in Po, pur rimanendo turbolento il corso complessivo del fiume, dando luogo ad aree umide estese.

Il Cavo Napoleonico o Scolmatore del Reno, canale artificiale lungo soltanto 18 Km fu costruito a partire dal 1807 sotto il dominio napoleonico per sistemare definitivamente l’andamento del corso del fiume Reno. Il progetto collegava il fiume Reno al Po, partendo dal Reno a valle della zona di Cento ed arrivando al Po presso la confluenza del Panaro.

Cavo Napoleonico


Nel 1814 le opere furono fermate e solo nel decennio 1954-1963 l'opera fu ripresa, per frenare le esondazioni del Reno che a Gallo di Poggio Renatico aveva innondato il territorio nel 1949 e nel 1951.

Si tratta ora di un'opera assai più vasta di quanto inizialmente progettata in epoca napoleonica.
L’ampio alveo praticamente orizzontale è ora in grado di far defluire acqua anche per 1.000 mc/sec. con deflusso idrico bidirezionale fra i due fiumi della pianura emiliana ed ha doppia funzione: scolmare il Reno o il Po in caso di piena e alimentare nei periodi secchi i corsi d’acqua ad esso legati e insufficienti i bisogni irrigui, funzione che viene ben attuata tramite il collegamento con il Canale Emiliano Romagnolo, costruito a partire dal 1956.

L'acqua, derivata dal Po e pompata nel Cavo, passa ora nel Canale Emiliano Romagnolo, lungo 133 km a partire da Cento e sino a Rimini. Mediante l'impianto idrovoro di Sant'Agostino l'acqua raggiunge i territori emiliano-romagnoli per impieghi irrigui e civili ed ha sbocco  100 metri sotto il fiume Uso presso Rimini.

Canale Emiliano Romagnolo

 

Portare l'acqua del Po sui campi della Romagna e della Bassa Bolognese non è stata un'idea recente: attualmente le opere in essere si sono svolte in circa 150 anni per la costruzione del Canale Emiliano Romagnolo, di cui più di 60 anni sotto il Consorzio del Canale Eminiano Romagnolo, CER, ma l'idea principale proviene dal 1620.

La prima intuizione dell'utilità di una tale opera risale all'abate Raffaello Tirelli (forse un gesuita), che propose al duca Cesare d'Este nel 1620 un progetto che consisteva nell'estrarre a Piacenza l'acqua sovrabbondante del Po e spargela tramite canali sulla pianura antistante per irrigare le coltivazioni anche di Parma, Reggio, Modena e Bologna.

Il suo progetto non attuatò, dormì per ben 250 anni nella Biblioteca Estense dove fu reperita dall'editore Valdrighi nel 1872, quando stavano già preparandosi nell'Italia Unitaria i progetti per una bonofica nella Pianura Padana.

L'abate, che individuava  nel suo scritto le varie difficoltà tecniche di realizzazione, poneva come problema principale  la possibiltà che i Principi e i popoli della Pianura arrivassero ad accordarsi per una tale impresa, e non si sbaglò.

Infatti solo l'avvento dell'Unità d'Italia portò in primo piano il problema di bonifica, tenendo conto, come aveva suggerito l'abate,

- smaltimento delle acque torbide e il contenimento delle piene del Po senza pericolo per la popolazione ed i terreni;

-valutare la pendenza  della pianura ed approntare vasche tali da superare tali pendenze nella navigazione anche sui canali (sembra che il Tirelli conoscesse bene l'opera di Leonardo da Vinci);

-fare opere  durevoli senza pericolo per l'ambiente e l'uomo e che tenessero conto del territorio tutto.

Già prima dei progetti unitari, nel 1750, sotto gli auspici di Papa Benedetto XIV, proprietario di fondi nella pianura, era stato costruito il Cavo Benedettino da Segni al Traghetto di Argenta  per 11 km, al fine di bonificare il Bosco della Panfilia e inalveare poi con un tratto lungo 20 km  (1766) il Reno in Po di Primaro e mandarne le acque in Adriatico.

Il Reno non desistè dalla sua opera devastatrice  e nel 1807 Eugenio Napoleone, vicerè della zona Cispadana e Cisalpina, dette inizio alla costruzione del Cavo Napoleonico ideato allo scopo di inalveare di nuovo il Reno in Po  e contemporaneamente bonificare  la pianura e nel contempo utilizzare le acque del Po.

La fine del Regno Napoleonico fermò i lavori chee vennero ripresi dopo vari progetti.

- Gli architetti Certani e Perdisa, entrambi bolognesi, nel 1863 prevedevano di teressare la zona da Alessandria (Piemonte) a Forlì (Romagna),  progetto bocciato per questioni politiche essendo già iniziato il Canale Cavour in Piemonte.

- L'Ingegnere Italo Maganzini  nel 1892 prevedeva una Bocca a Pavia ed un percorso sino al Marecchio per un tratto di 300 km. Il progetto fu bocciato dati i precedenti fallimenti del Canale Cavour.

Solo nel 1939 sotto il Ministro dell'Agricultura, G. Tassinari, viene istituito il Consorzio unico di Bonifica che prevede il Canale Emiliano Romagnolo. Il progetto viene approvato  nel 1941, in tempo bellico.

Già nel 1920 si era però staccato dal progetto del Consorzio Parma, quindi si staccarono Reggio e Modena e rimase solo l'area Est dell'Emilia Romagna.

Ora il CER utilizza il Cavo Napoleonico come scolmatore e, con il progetto Guidotti del 1955, arriva sino a Rimini  dove termina senza portare acque dolci in mare.
Il CER opera infatti in tal senso:
le acque raccolte dal Po arrivano sino a 100 metri sotto il fiume Uso in territorio riminese e poi ritornano verso il Po, rimanendo  all'interno della Pianura, costituendo un ampio bacino di acqua dolce valida per l'irrigazione delle colture.

San Giorgio di Piano  ed altri paesi della Bassa Bolognese  usufruiscono, lungo il percorso del Canale, di diverse ed ampie vasche scolmatrici.
I lavori che via via continuano hanno anche la possibilità , durante gli scavi, di porre in luce la civiltà passata, perchè lavorando il Consorzio deel CER  rinviene reperti archeologici notevoli e lavora quindi in accordo con la Sovraintendenza delle Antichità dell'Emilia Romagna.  

 
Volendo completare la storia passata della pianura del Reno ricordiamo che nel 1865 si valutava l’estensione delle paludi nella valle intorno a 250 mila ettari, obbligando la popolazione ad attuare culture come lino, riso, canapa, che richiedono abbondanti acque. Il 1° ottobre del 1885, infatti si costituì il Comprensorio di Bonifica della Bassa Bolognese e Ravennate tra il Reno e il Sillaro per un’estensione di oltre 235 mila ettari di terreno.

Attraverso tutte le opere di ristrutturazione, il Reno acquisì argini sempre più evoluti, spesso fortificati da golene. Nel 1892 la cartografia ufficiale rileva finalmente una foce del Reno direttamente in mare.

Comunque il fiume mantiene un andamento discontinuo e ciò obbliga a lavori continui di arginatura: nel 1897 gli argini raggiungevano un’altezza massima di tredici metri, in contrapposto il fiume, che non veniva più utilizzato per la navigazione interna, diventava sempre più pensile[17].
Il Comprensorio, nel 1909, che prese poi il nome di Consorzio della Bonifica Renana con compiti di esclusiva giurisdizione sulla pianura bagnata dal fiume Reno,  continuò opere di bonifica del territorio e di adattamento agricolo dei terreni prosciugati.

Si ebbe una completa trasformazione dell’agricoltura e dell’economia che comportò anche la creazione di zuccherifici, essicatoi per il tabacco, caseifici e frigoriferi per la frutta.

In una valle, nella quale confluirono già nel passato popolazioni nomadi con intenzioni stanziali e propensione alla coltivazione, il fiume Reno è stato l’elemento più nomade, bizzarro e turbolento, però tutti i paesi della bassa valle del Reno si fregiano a torto o a ragione di essere figli di tale snaturato Padre!

Per concludere inseriamo alcune foto che indicano il funzionamento del  complesso delle opere eseguite e in funzione in momento di piena del Reno a Valle

apertura diga

il cavo si riempe

 

canale d'imbocco nel Po

 

  

Foto gentilmente concesse dal Dott. Ing. G. Proni. La raccolta completa su

http://www.regione.emilia-romagna.it/bacinoreno/sito_STB/Cavo/il_sistema_cavo_napoleonico.htm

e seguenti.
_______________________
[1] Quaternario o Neozoico o Antropozoico abbiamo già visto che rappresenta l’era che si aggira intorno ai 3 milioni di anni fa e comprende l’era attuale. Indicata come Neozoico dal greco néos=nuovo è anche più specificatamente detta Antropozoico dal greco ánthropos = uomo, in quanto la flora e la fauna allora esistente era formata da gruppi tuttora esistenti o dai loro immediati predecessori.
[2] Materie argillose e cretose, che negli anni si sono spostate e agglomerate a seconda del maggiore o minore affluire delle acque, a questa azione si associavano le oscillazioni del piano marino che determinavano una mutevole posizione della linea di costa. Tali spostamenti, verificatisi anche in età moderna, hanno in parte costruito la storia della pianura e dei suoi abitanti.
[3] Bologna si trova attualmente ad un’altezza di m.54 sul Mare Adriatico.
[4] La foresta della Panfilia, sulla riva sinistra del Reno, si delineò nel Settecento dopo una ennesima rotta del fiume in comune di S. Agostino di Ferrara. E’ un raro caso di conservazione nel tempo della flora antica. Il salice, l’olmo, il pioppo bianco, il carpine, il tasso, il frassino e l’ontano nero caratterizzano le specie arboree della zona.
Rappresenta un modello di quello che era la macchia mediterranea precedente, poi divelta dalle varie inondazioni. E’ il risorgere dai pollini inclusi nel terreno, in tempi successivi e più sicuri, degli elementi danneggiati nei millenni dal movimento del fiume.
[5] Il nome deriva probabilmente dal gentilizio Panphilii, famiglia romana proprietaria di una vasta tenuta nella zona. Il membro più illustre di tale famiglia fu Giovanni Battista, papa nel 1644 con il nome di Innocenzo X. I Panphili si estinsero nel 1760, essendo Girolamo Pamphilj, morto nel 1760, senza eredi maschi. Esiste tuttora la linea femminile Doria Panphili.
[6] Abbiamo Rhein, che è il nome tedesco del grande Reno, il fiume Rhin nel Brandeburgo, le località Rheinsberg e di Rhinow presso tale fiume. Inoltre in Francia esiste il Rhin o Rhins che sfocia nella Loira.
[7] Vedi il verso carducciano: “…le fredde acque rupestri ch’ei [i Celti] salutavan Reno…”
[8] Le fasi di erosione, trasporto e successiva sedimentazione dei depositi alluvionali dei corsi d’acqua, abbiamo già visto nel capitolo I, sono principalmente condizionate dal clima.
[9] Infatti ritrovamenti di rustici di età repubblicana e toponimi relativi alla centuriazione, Cinquanta e Cinquantuno, in zone strettamente limitrofe fanno pensare ad un corso fluviale atto all’insediamento umano.
[10] A Maccaretolo è stata individuata un’area sacra dedicata a divinità idriche di cui ci rimane testimonianza nel puteale conservato al Museo Civico di Bologna, con iscrizione dedicatoria ad Apollo e al Genio dell’Imperatore Augusto, fatta dal magister L. Apusulenus Eros (fine I a. C.) (CIL XI, 804 )
[11] Il toponimo Poggio, nelle aree pianeggianti, corrisponde generalmente ad una zona in cui si è verificata un’intensa attività di depositi alluvionali.
[12] La zona in cui sfociava si chiamava Padusa , toponimo già ricordato da Plinio il Vecchio (Nat. Hist., III, 119-123), per la precisione Stagnus Padusae, cioè la zona del delta del Po sviluppatesi dall’apporto dei detriti alluvionali e dagli inalveamenti che diedero luogo, secondo Polibio (Historiae, II, 16), alla formazione di almeno tre rami deltizi (Po di Olana, cioè Po di Volano, il ramo detto Padoa o Po Antico o Spinetico e un terzo, di cui Polibio non cita con esattezza il nome, ma forse è da identificare con quello che passa da Copparo).
[13] Importante documento cartografico risalente al IV sec. in dotazione al personale del servizio postale imperiale romano (vedi foto in LEON 1994, p. 19) conservato alla Biblioteca Nazionale di Vienna.
[14] Tale situazione ambientale rimane talmente radicata nel vivere quotidiano che già nel lessico medievale-emiliano il termine lamma, derivato dal latino classico lama (acquitrino, pantano) viene usato per denominare alcuni luoghi bassi della pianura, spesso soggetti ad essere invasi dalle acque del Reno. La denominazione è tanto naturale per gli abitanti della pianura, che la strada che esce a nord di Bologna, verso la pianura e precisamente verso Ferrara, assume poi il nome di via delle Lame.
[15] I veneziani erano infatti preoccupati che la portata dei fiumi Reno e Panaro innalzassero il Po Grande con gravi rischi per i loro territori; d’altra parte erano fortemente interessati alla navigazione fluviale deltizia.
[16] In quel tempo le piene erano molto frequenti: da un documento del 1716 si ricava la testimonianza di un abitante della terra di Cento ”…alle volte vengono quattro, a lle volte sei piene all’anno; il tempo delle piene è sulla fine dell’autunno o nel corpo d’inverno; di solito durano dalle sei alle otto ore. Ricordo che nel 1696 venne una piena del Reno che durò due giorni continui a causa della quale si aprì una rotta nell’argine destro del Reno e l’acqua inondava tutta la campagna. Le piene solite arrivano e durano una notte intera, altre una mezza notte”. Tale testimonianza fu poi confermata da un passatore del Reno che precisò che “…dopo le rotte Panfilia e Cremona del 1714, il fondo dell’alveo si è abbassato di sei piedi cosicchè la corrente del Reno ha aumentato di molto la velocità e il pericolo per le popolazioni è sempre maggiore.”
[17] Oggi viaggiando nella pianura, in giornate prive di nebbia, si vede in lontananza un lungo serpente verde, che spesso si avvicina e ti rincorre. Sono gli argini, spesso costellati di fiori e cespugli tipici della vallata. Per quanto riguarda la parte tecnica invece delle chiuse rimandiamo al sito www.bonificarenana.it/storia.html  

 



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