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- Indici -1
- Introduzione -2
- Prefazione -1
- Testi e Fonti -1
Cap. 1 - Geologia 1
Cap. 2 - Idrografia 1
Cap. 3 - Flora 4
Cap. 4 - Fauna4
Cap. 5 - Uomo 4
Cap. 6 - Cibo7
Cap. 7 - Attivitā agricole tipiche9
Cap. 8 - Dalle origini ai Romani10
Cap. 9 - I Romani nella Pianura Padana17
Cap.10 - I Barbari ... Alto Medioevo10
Cap.11- Vita medioevale 19
Cap.12 -Vita Medioevale: Istruzione9

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\\ Home Page : Scritto STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net - Angela Bonora - Edilizia rurale. Bassa bolognese

Capitolo Undicesimo- Vita Medioevale: 14 - Edilizia rurale. Cittadine della Bassa Bolognese: 14

Di Angela Bonora (del 09/03/2011 @ 08:59:35, in Cap.11- Vita medioevale , linkato 3516 volte)

Premessa Considerare il numero delle cittadine, borghi, frazioni della provincia di Bologna è un problema. Basta considerare una cittadina ed ecco un borgo, con il suo nome ben definito, magari di origine romana o medievale o magari precedente ai due momenti storici citati. Fai quattro passi in un prato ed ecco spuntano tra l'erba ciotoli, muretti che definiscono i residui di una casa ottenuti da uno scavo archeologico e non è detto che più avanti non ci sia altro da scoprire. I contadini ne sanno qualche cosa, se si spostano nell'arare da un riquadro anticamente definito da secoli di coltivazione ad un altro. Ecco spuntare un ciotolo che a prima vista sembra senza valore, ma che poi studiato da esperti indica un'area abitativa magari preistorica. Infatti i contadini della Bassa Bolognese sono soliti dire: "...qui basta grattare che qualche cosa di nuovo, magari di vecchio trovi sempre" Ne sono poi testimoni i nomi delle varie zone, nomi che ricalcano la storia bolognese nei vari tempi. Il nome che appare nella lunga lista per primo è strano, Affrico, è allo stesso tempo altamente motivato storicamente. Un interessante articolo pubblicato da TIMESONLINE ha chiarito con approfondite indagini e riscontri nelle fonti classiche, fra le prime Livio e Polibio, quale fu il percorso reale seguito da Annibale con il suo esercito attraverso le Alpi e gli Appennini per giungere a Roma e conquistarla. Un gruppo di ricercatori inglesi sulla base di documenti storici e rilevazioni fatte sul terreno e scavi mirati in loco, ha ripercorso l'ipotetico viaggio di Annibale da Cartagine allo Stretto di Gibilterra, poi Spagna, Francia, Alpi, Italia e Appennini. Il risultato più straordinario che essi hanno ottenuto è fornito dai dati di Livio e di Polibio: erano del tutto attentibili e corrispondenti alla realtà storica e alla natura fisica dei luoghi. La coincidenza diventa tanto più accettabile se si considera nella zona appenninica il rinvenimento di una strada ad alta quota nella valle del Reno e di un sito abbastanza ampio e nella stessa zona e che, dall'antichità remota, porta il nome di Affrjco. Annibale, nel 218 a.c., decise che era giunto il momento di arrestare il dominio di Roma che era determinata ad attaccare Cartagine, partendo dalla Sicilia. Egli pensò di mettere alle strette i Romani, ma sorprendendoli dal Nord, dopo un lungo viaggio compiuto con più di 30.000 fanti, 55.000 cavalieri e 37 elefanti da battaglia, provenienti dal Marocco, durante l'autunno. In poche parole, avvicinarsi a Roma per la strada più lunga e nel periodo più freddo dell'anno. Nel 1959 un'elefante chiamato Jumbo fu portato sul Col du Clapier dal British Alpine Annibal Expedition per dimostrare la fattibilità del percorso. L'avventura fu immortalata nel libro di John Hoyte, "Una strada maestra per Annibale". Nel 1988 il giocatore di cricket Ian Bothan fece la stessa cosa ma con tre elefanti, per aiutare un'associazione pro-leucemici. In uno studio più recente il Dr. William Mahaney, un geomorfologo, insieme ai suoi colleghi ha poi lavorato sulle prove desunte dalle fonti classiche: la zona, sul Col de la Traversette, corrisponde in pieno alle descrizione di frane e di strade sottostanti bloccate corrispondenti pienamente alle indicazioni fornite da Livio e da Polibio . ... a questo punto si inserisce la curiosità di una bimba che, a 10 anni e 64 anni fa, viaggiando sulla Porrettana, strada di collegamento tra Bologna e la Toscana, vedendo spesso il cartello che indicava la frazione di Affrico, si domandava il perchè di tale nome strano e chiedeva curiosa agli abitanti del luogo spiegazioni: "...mi fanno studiare la storia con tante date, che noia, e nessuno sa il perchè di questo nome. L'Africa non è qui..." Ma spesso un vecchiio montanaro dava una spiegazione ed era sempre la stessa: "Di qui è passato Annibale, l'Africano, per andare a Roma. L'hai studiato in storia che i soldat viaggiavano dove potevano trovare acqua e cibo e il Reno era un buon sito. Ovvio che si mantenessero alti sulle montagne per potersi difendere dagli attacchi degli eserciti nemici. La strada lungo il fiume era più comoda, ma non era facile difendersi da abitanti dall'alto. Meglio viaggiare a mezza costa e andare a rifornirsi lungo il fiume quando era necessario. Quando sarai più grande e potrai andare a gironzolare per le strade e i sentieri alti troverai tante cose. Verso Monte Cavallo ci sono strade lastricate con il segno del passaggio di carri pesanti. Con ruote di ferro.. sono strade costruite dagli antichi Romani... dicono che sono fole le mie, ma le fole vengono normalmente da fatti storici spesso dimenticati..." E così fu, avevo 30 anni e andavo per quei sentieri, guardavo, vedevo parte della montagna rinforzata con legni e grandi massi, pezzi di strade che se seguite portavano a ruderi di castelli medievali, a case più antiche ma di questo ve ne ho già parlato, come ad esempio delle Grotte delle Fate oltre la cima di Monte Cavallo, tanto simili alle domus de Janas sarde e la similitudine con le tombe etrusche e le strade di raccordo con l'Alta Toscana... e perchè non sino a Roma? Le mie fantasie di bambina sorrette dai racconti degli abitanti che conoscevano il terreno hanno trovato conferma poi con gli studi approfonditi dei ricercatori... non male... Ma non dovevamo parlare della pianura e delle cittadine che ancora possiamo ammirare, nella Bassa Bolognese? I nomi che ritroviamo nella Bassa spesso sono più problematici del mio fantastico 'Affrico' di decenne. La Bassa. La Bassa Bolognese si conforma in modo totalmente diverso della zona appenninica, proprio per i terreni più recenti, non rocciosi e con trasformazioni continue che ancora oggi ci fanno riflettere di come si trasformeranno nel futuro, con assestamento di faglie, frane di terre appenniniche, polle acquitrinose a strati, che ancora ultimamente si sono fatti sentire con movimenti sismologici. Dal Medioevo ai giorni nostri, molti luoghi sono andati persi, sommersi dalle acque di palude oppure hanno cambiato nome e ne sono sorti dei nuovi. La pianura è stata per lungo tempo paludosa. Si alternavano periodi di bonifica e coltivazione molto intensa dovuta a chi viveva nella pianura o da padrone o da assegnatario, come i proprietari di ville romane o i soldati che occupavano la piana centuriata a loro concessa alla fine del loro servizio militare in una campagna vittoriosa. Più tardi furono i monaci dei monasteri situati subito fuori dalle mura bolognesi, che bonificarono la pianura nuovamente inondata, e i proprietari di castelli sparsi nella Bassa e svettanti nei vari borghi. Spesso le inondazioni non erano naturali, ma volute da proprietari confinanti per appropriarsi di nuovi terreni rimasti incolti. Il terreno coperto d'acqua era caratterizzato dallo sviluppo di una particolare vegetazione e fauna che si adattava all'elevata umidità ambientale. Insetti, come la zanzara anophele, diffondevano malattie spesso mortali, come la malaria. Si può dire che le inondazioni si siano frenate con la costruzione di canali, l'innalzamento delle sponde dei fiumi e la rinnovata immissione del Reno nel Po antico. Lo studio della medicina sulle febbri malariche, la completa bonifica del secolo passato e un tenore di vita migliore hanno poi permesso agli abitanti di combattere ed eliminare buona parte degli insetti portatori di malaria e tante altre malattie. Si può comunque notare che la struttura abitativa attuale ricalchi in qualche modo l'impianto basso medievale, archeologia permettendo, con porticati. Si sono comunque mantenuti in quelli di più antico insediamento, le strutture di centuriazione romana con evidenti Decumano Massimo, strada principale che scorre da est a ovest, e Cardo Massimo, che scorre da sud a nord, incrociandosi perpendicolarmente nel centro delle cittadine, inizialmente costruite e inserite in un impianto centuriato e con strade ulteriori che suddividono ancora l'abitato in zone quadrangolari. Nel punto d'incrocio delle due vie principali era ed è situata la piazza principale, il foro romano e jl, il tempio romano, che si trasformò poi in chiesa cristiana. I nomi dei borghi che troviamo in pianura, nella Bassa, sono più problematici. La conformazione stessa della pianura ha costretto chi l'abitava a trasferirsi e spesso cambiando il nome del luogo d'abitazione, vedi Buonconvento in Malconvento, e viceversa dopo poco tempo, Buonalbergo in Malalbergo. Di residui, in varie parti, di vita preistorica, la pianura è piena anche in siti lontani dall'attuale abitato. Le opere di colonizzazioe Etrusche e poi Romane e Benedettine trasformarono sino al Medioevo le valli. Sorgono borghi, ville, castelli, monasteri e per un certo tempo la pianura, il contado è ricco, mantiene una sua conformazione al di là delle varie carestie ed epidemie. La pianura è ricca, i contadini, gli artigiani si sono liberati in buona parte del dovere di rimanere legati alla terra coltivata. Il documento Liber et Liber fu un segno di democrazia e dignità verso di essi, da parte del Comune di Bologna e accettato dai proprietari delle terre che circondavano la stessa Bologna. Può sembrare errato parlare anche di artigiani in questo contesto, essendo il dovere di residenza coatta applicata ai contadini, ma se i contadini non potevano lasciare la terra che coltivavano per il signore, anche gli artigiani che fornivano loro gli arnesi, aratri, zappe, badili, poi carri e carriole e opera di mantenimento degli stessi, erano costretti ad entrare nell'abitato ed operare vicino ai contadini, quindi un problema di sussistenza indotta. Per un certo periodo la pianura vive autonomamente con propri Comuni, con proprie leggi e confini. Ma il solito problema dell'egoismo, del denaro, della proprietà da parte di diverse fazioni politiche successive riportavano la palude nella Bassa. Solo dopo la 1° Guerra Mondiale e con l'Italia unita sotto governi sensibili ai vari problemi, si hanno opere di vera e duratura bonifica... ma i governi cambiano, il denaro scorre, l'egoismo incalza... ora forse la Bassa, terremoto permettendo, vivrà? Il XII secolo e la zona rurale. Nel XII secolo si verificò la trasformazione della zona rurale, montana e di pianura in attuazione giuridica jn varie parti. Se prima esisteva una feudalità contadina e una autorità vescovile, successivamente si costituì l'unificazione del distretto rurale sotto la giurisdizione del Comune principale. quello della città di Bologna. Una commissione di uomini. eletti nel 1223 dal Podestà di Bologna, stilarono un atto scritto con il quale si divideva la città in Quattro Quartieri. L'atto fu compilato tenendo conto di diversi elementi, come sicurezza con le città vicine, utilizzo delle strade principali, un'equa distribuzione dei terreni sia di montagna che di pianura, e l'equo utilizzo, quando era possibile, delle acque di sorgente. La divisione di Bologna in quattro quartieri e di conseguenza della zona rurale ad essi attinente era dovuta all'esigenza che ogni comunità rurale di un certo Quartiere fosse legata a quel quartiere a fini di sicurezza per la costituzione di fazioni militari ben collegate. Il documento fu inserito nel Lobro dei Diritti Fondamentali del Comunw. I Quartieri, quattro grandi zone, erano probabilmente la disposizione delle circoscrizioni delle parrocchie ecclesisstiche cittadine: 1 - Porta Nova e Porta Stiera. ad occidente, verso Modena. Ad esse furono assegnate le comunità poste a sinistra del Reno, nella parte inferiore della via Claudia a partire da Casalecchio e parte di quelle poste al di sopra della stessa strada alla sinistra del Reno. 2 - Porta San Procolo. Ad essa vennero assegnate le parrocchie a mezzogiorno verso la montagna e in corrispondelza al Lavino a settentrione verso Ferrara. Vennnero poi aggiunte parte delle comunità al di sotto e al di sopra della via Emilia fra i fiumi Reno e Savena. 3 - Porta Ravennate. Questa situata ad oriente verso Imola e a Mezzogiorno verso la montagna tra l'Idice e il Savena. 4 - Porta S. Cassiano ( poi San Pietro) a settentrione-oriente, e Mezzogiorno verso la montagna, con le comunità poste tra l'Idice e il Savena, al di sotto della via Emilia. Questa ripartizione del Comune di Bologna del tutto nuova, che comprendeva la parte rurale e soprattutto le ripartizioni delle terre feudali e vescovili agricole, attribuiva alla zona attorno a Bologna gli oneri che prima erano solo della città. Per quanto riguarda il nostro scritto ci riferiremo principalmente a Porta San Procolo: infatti uscendo da Bologna per questa Porta, seguendo la Strada Galliera / o Galaria) ci troviamo in una zona che scende verso il Po, coltivata uniformemente e dotata di fiumi (principalmente le varie derivazioni del Reno), canali, scoli che raggiungevano il fiume Po, i suoi affluenti, poi le lagune e il Mare Adriatico. Se l'idea di costruire mura che riparassero la parte più antica della città aveva spinto i bolognesi ad inserire dapprima le comunità e le parricchie di Riolo e del Naviglio nella pianura, successivamente il complesso di San Procolo si estese sino a dopo Cortesella o Corticella sino a Castelmaggiore e l'unico fumante rurale che si incontrava poi era quello di Funo che fu inserito in Argelato. Castelmaggioree si sviluppava verso il Naviglio, dove era il porto di carico e scarico per la navigazione fluviale e prima, lungo il Naviglio, scorreva una strada di origine etrusca. Questi rivenimenti sono di origine recente, ma ben utilizzati nel passato. La strada lo dimostra: venne allargata e dotata di ponti più larghi per permettere il passaggio sul Maviglio a partrire da Corticella. Per attenerci ora all'argomento in titolo dovremmo parlare solo del Comune di San Giorgio di Piano e di tutte le sue frazioni, seguendo le disposizioni della Città di Bologna per le assegnazioni delle zone rurali esterne stabilite nell'atto del 1223. Ma, considerando l'importanza di varie località che contornavano il suddetto comune , senza farne parte, inseriremo note su borghi, che circondavano S. Giorgio di Piano e le sue frazioni. Iniziamo con Stiliatico o Stiatico, lungo la strada di Galliera parrocchia e frazione del Comune di San Giorgio di Piano, era tra lo Scolo Riolo e la strada di Ferrara, nella pianura settentrionale. Allora luogo di scarsa importanza e memoria storica, aveva quattro fumanti soltanto e poche terre coltivabili. Ma le ricerche archeologiche successive permisero di capire che nel passato romano a Stiatico passava il Reno e che pure quella zona era dotata di un ponte che collegava le due rive antiche del fiume. Nel tempo la zona si ampliò, acquisendo valore e importanza, oggi anche di tipo industriale. Cinquanta, la seconda frazione per importanza dello stesso Comune. Cinquanta era la frazione che attualmente è situata nella pianura settentrionale, situata a nord-ovest di San Giorgio e che ebbe il nome a seguito della ripartizione dell'agro romano. Di essa si hanno memorie dal secolo IX al secolo XI e nella circoscrizione del 1223 si identifica una circoscrizione più ristretta che identificavano tre comunità: Cinquanta, Felegarolo e Villa de Ulmo. La prima e la terza tuttora sussistono, Villa de Ulmo aveva una estensione e un estimo abbastanza grande dovuto molto probabilmente alla Podesteria di Galliera che arrivava sino a Ferrara. La prima comunità formalmente costituita in precedenza risale al 1185, anche se molti scritti parlano in precedenza di San Giorgio come Pieve e di Podestà e Massari negli estimi del 1245. Inizialmente, al posto di San Giorgio come comunità principale sulla Galliera, venne fatto il nome di Sancti Maria in Duni, ma poiché il Comune di San Giorgi era su una strada romana importante si cambiò idea e Sancta Maria venne scartata e divenne una comunità particolare senza per altro perdere la particolarità di Duna, tuttora esistente. Altra frazione del Comune e Parrocchia di San Giorgio fu inserito Gherghenzano, anche se in parte sotto Galliera. Sotto San Pietro in Casale, per la parte sulla Galliera, furono inserite le frazioni di S. Benedictus e Gavaseto, dove furono successivamente rinvenute notevoli opere di origine romana. La zona di Galeria anch'essa ampia e importante e di origine romana imperiale aveva numerosi abitanti ed era denominata Galeria romana e fu indicata con il nome "Vicus Serminus" e si associò con la comunità di Poggio Regnatico rimanendo comunque legata con Bologna e Cento, causa varie controversie. Nel XII secolo quando si compose la pace tra le varie parti controverse si sero era già nel 1203. Galiera fu iscritta poi come comunità della pianura, con estimo tuttora conservato all'Archivio di Stato di Bologna Ai confini con Galiera erano due comunità vicine Cento e Pieve di Cento in guerra tra loro sino a quando si costituì tra esse la partecipanza agraria.Premessa Considerare il numero delle cittadine, borghi, frazioni della provincia di Bologna è un problema. Basta considerare una cittadina ed ecco un borgo, con il suo nome ben definito, magari di origine romana o medievale o magari precedente ai due momenti storici citati. Fai quattro passi in un prato ed ecco spuntano tra l'erba ciotoli, muretti che definiscono i residui di una casa ottenuti da uno scavo archeologico e non è detto che più avanti non ci sia altro da scoprire. I contadini ne sanno qualche cosa, se si spostano nell'arare da un riquadro anticamente definito da secoli di coltivazione ad un altro. Ecco spuntare un ciotolo che a prima vista sembra senza valore, ma che poi studiato da esperti indica un'area abitativa magari preistorica. Infatti i contadini della Bassa Bolognese sono soliti dire: "...qui basta grattare che qualche cosa di nuovo, magari di vecchio trovi sempre" Ne sono poi testimoni i nomi delle varie zone, nomi che ricalcano la storia bolognese nei vari tempi. Il nome che appare nella lunga lista per primo è strano, Affrico, è allo stesso tempo altamente motivato storicamente. Un interessante articolo pubblicato da TIMESONLINE ha chiarito con approfondite indagini e riscontri nelle fonti classiche, fra le prime Livio e Polibio, quale fu il percorso reale seguito da Annibale con il suo esercito attraverso le Alpi e gli Appennini per giungere a Roma e conquistarla. Un gruppo di ricercatori inglesi sulla base di documenti storici e rilevazioni fatte sul terreno e scavi mirati in loco, ha ripercorso l'ipotetico viaggio di Annibale da Cartagine allo Stretto di Gibilterra, poi Spagna, Francia, Alpi, Italia e Appennini. Il risultato più straordinario che essi hanno ottenuto è fornito dai dati di Livio e di Polibio: erano del tutto attentibili e corrispondenti alla realtà storica e alla natura fisica dei luoghi. La coincidenza diventa tanto più accettabile se si considera nella zona appenninica il rinvenimento di una strada ad alta quota nella valle del Reno e di un sito abbastanza ampio e nella stessa zona e che, dall'antichità remota, porta il nome di Affrjco. Annibale, nel 218 a.c., decise che era giunto il momento di arrestare il dominio di Roma che era determinata ad attaccare Cartagine, partendo dalla Sicilia. Egli pensò di mettere alle strette i Romani, ma sorprendendoli dal Nord, dopo un lungo viaggio compiuto con più di 30.000 fanti, 55.000 cavalieri e 37 elefanti da battaglia, provenienti dal Marocco, durante l'autunno. In poche parole, avvicinarsi a Roma per la strada più lunga e nel periodo più freddo dell'anno. Nel 1959 un'elefante chiamato Jumbo fu portato sul Col du Clapier dal British Alpine Annibal Expedition per dimostrare la fattibilità del percorso. L'avventura fu immortalata nel libro di John Hoyte, "Una strada maestra per Annibale". Nel 1988 il giocatore di cricket Ian Bothan fece la stessa cosa ma con tre elefanti, per aiutare un'associazione pro-leucemici. In uno studio più recente il Dr. William Mahaney, un geomorfologo, insieme ai suoi colleghi ha poi lavorato sulle prove desunte dalle fonti classiche: la zona, sul Col de la Traversette, corrisponde in pieno alle descrizione di frane e di strade sottostanti bloccate corrispondenti pienamente alle indicazioni fornite da Livio e da Polibio . ... a questo punto si inserisce la curiosità di una bimba che, a 10 anni e 64 anni fa, viaggiando sulla Porrettana, strada di collegamento tra Bologna e la Toscana, vedendo spesso il cartello che indicava la frazione di Affrico, si domandava il perchè di tale nome strano e chiedeva curiosa agli abitanti del luogo spiegazioni: "...mi fanno studiare la storia con tante date, che noia, e nessuno sa il perchè di questo nome. L'Africa non è qui..." Ma spesso un vecchiio montanaro dava una spiegazione ed era sempre la stessa: "Di qui è passato Annibale, l'Africano, per andare a Roma. L'hai studiato in storia che i soldat viaggiavano dove potevano trovare acqua e cibo e il Reno era un buon sito. Ovvio che si mantenessero alti sulle montagne per potersi difendere dagli attacchi degli eserciti nemici. La strada lungo il fiume era più comoda, ma non era facile difendersi da abitanti dall'alto. Meglio viaggiare a mezza costa e andare a rifornirsi lungo il fiume quando era necessario. Quando sarai più grande e potrai andare a gironzolare per le strade e i sentieri alti troverai tante cose. Verso Monte Cavallo ci sono strade lastricate con il segno del passaggio di carri pesanti. Con ruote di ferro.. sono strade costruite dagli antichi Romani... dicono che sono fole le mie, ma le fole vengono normalmente da fatti storici spesso dimenticati..." E così fu, avevo 30 anni e andavo per quei sentieri, guardavo, vedevo parte della montagna rinforzata con legni e grandi massi, pezzi di strade che se seguite portavano a ruderi di castelli medievali, a case più antiche ma di questo ve ne ho già parlato, come ad esempio delle Grotte delle Fate oltre la cima di Monte Cavallo, tanto simili alle domus de Janas sarde e la similitudine con le tombe etrusche e le strade di raccordo con l'Alta Toscana... e perchè non sino a Roma? Le mie fantasie di bambina sorrette dai racconti degli abitanti che conoscevano il terreno hanno trovato conferma poi con gli studi approfonditi dei ricercatori... non male... Ma non dovevamo parlare della pianura e delle cittadine che ancora possiamo ammirare, nella Bassa Bolognese? I nomi che ritroviamo nella Bassa spesso sono più problematici del mio fantastico 'Affrico' di decenne. La Bassa. La Bassa Bolognese si conforma in modo totalmente diverso della zona appenninica, proprio per i terreni più recenti, non rocciosi e con trasformazioni continue che ancora oggi ci fanno riflettere di come si trasformeranno nel futuro, con assestamento di faglie, frane di terre appenniniche, polle acquitrinose a strati, che ancora ultimamente si sono fatti sentire con movimenti sismologici. Dal Medioevo ai giorni nostri, molti luoghi sono andati persi, sommersi dalle acque di palude oppure hanno cambiato nome e ne sono sorti dei nuovi. La pianura è stata per lungo tempo paludosa. Si alternavano periodi di bonifica e coltivazione molto intensa dovuta a chi viveva nella pianura o da padrone o da assegnatario, come i proprietari di ville romane o i soldati che occupavano la piana centuriata a loro concessa alla fine del loro servizio militare in una campagna vittoriosa. Più tardi furono i monaci dei monasteri situati subito fuori dalle mura bolognesi, che bonificarono la pianura nuovamente inondata, e i proprietari di castelli sparsi nella Bassa e svettanti nei vari borghi. Spesso le inondazioni non erano naturali, ma volute da proprietari confinanti per appropriarsi di nuovi terreni rimasti incolti. Il terreno coperto d'acqua era caratterizzato dallo sviluppo di una particolare vegetazione e fauna che si adattava all'elevata umidità ambientale. Insetti, come la zanzara anophele, diffondevano malattie spesso mortali, come la malaria. Si può dire che le inondazioni si siano frenate con la costruzione di canali, l'innalzamento delle sponde dei fiumi e la rinnovata immissione del Reno nel Po antico. Lo studio della medicina sulle febbri malariche, la completa bonifica del secolo passato e un tenore di vita migliore hanno poi permesso agli abitanti di combattere ed eliminare buona parte degli insetti portatori di malaria e tante altre malattie. Si può comunque notare che la struttura abitativa attuale ricalchi in qualche modo l'impianto basso medievale, archeologia permettendo, con porticati. Si sono comunque mantenuti in quelli di più antico insediamento, le strutture di centuriazione romana con evidenti Decumano Massimo, strada principale che scorre da est a ovest, e Cardo Massimo, che scorre da sud a nord, incrociandosi perpendicolarmente nel centro delle cittadine, inizialmente costruite e inserite in un impianto centuriato e con strade ulteriori che suddividono ancora l'abitato in zone quadrangolari. Nel punto d'incrocio delle due vie principali era ed è situata la piazza principale, il foro romano e jl, il tempio romano, che si trasformò poi in chiesa cristiana. I nomi dei borghi che troviamo in pianura, nella Bassa, sono più problematici. La conformazione stessa della pianura ha costretto chi l'abitava a trasferirsi e spesso cambiando il nome del luogo d'abitazione, vedi Buonconvento in Malconvento, e viceversa dopo poco tempo, Buonalbergo in Malalbergo. Di residui, in varie parti, di vita preistorica, la pianura è piena anche in siti lontani dall'attuale abitato. Le opere di colonizzazioe Etrusche e poi Romane e Benedettine trasformarono sino al Medioevo le valli. Sorgono borghi, ville, castelli, monasteri e per un certo tempo la pianura, il contado è ricco, mantiene una sua conformazione al di là delle varie carestie ed epidemie. La pianura è ricca, i contadini, gli artigiani si sono liberati in buona parte del dovere di rimanere legati alla terra coltivata. Il documento Liber et Liber fu un segno di democrazia e dignità verso di essi, da parte del Comune di Bologna e accettato dai proprietari delle terre che circondavano la stessa Bologna. Può sembrare errato parlare anche di artigiani in questo contesto, essendo il dovere di residenza coatta applicata ai contadini, ma se i contadini non potevano lasciare la terra che coltivavano per il signore, anche gli artigiani che fornivano loro gli arnesi, aratri, zappe, badili, poi carri e carriole e opera di mantenimento degli stessi, erano costretti ad entrare nell'abitato ed operare vicino ai contadini, quindi un problema di sussistenza indotta. Per un certo periodo la pianura vive autonomamente con propri Comuni, con proprie leggi e confini. Ma il solito problema dell'egoismo, del denaro, della proprietà da parte di diverse fazioni politiche successive riportavano la palude nella Bassa. Solo dopo la 1° Guerra Mondiale e con l'Italia unita sotto governi sensibili ai vari problemi, si hanno opere di vera e duratura bonifica... ma i governi cambiano, il denaro scorre, l'egoismo incalza... ora forse la Bassa, terremoto permettendo, vivrà? Il XII secolo e la zona rurale. Nel XII secolo si verificò la trasformazione della zona rurale, montana e di pianura in attuazione giuridica jn varie parti. Se prima esisteva una feudalità contadina e una autorità vescovile, successivamente si costituì l'unificazione del distretto rurale sotto la giurisdizione del Comune principale. quello della città di Bologna. Una commissione di uomini. eletti nel 1223 dal Podestà di Bologna, stilarono un atto scritto con il quale si divideva la città in Quattro Quartieri. L'atto fu compilato tenendo conto di diversi elementi, come sicurezza con le città vicine, utilizzo delle strade principali, un'equa distribuzione dei terreni sia di montagna che di pianura, e l'equo utilizzo, quando era possibile, delle acque di sorgente. La divisione di Bologna in quattro quartieri e di conseguenza della zona rurale ad essi attinente era dovuta all'esigenza che ogni comunità rurale di un certo Quartiere fosse legata a quel quartiere a fini di sicurezza per la costituzione di fazioni militari ben collegate. Il documento fu inserito nel Lobro dei Diritti Fondamentali del Comunw. I Quartieri, quattro grandi zone, erano probabilmente la disposizione delle circoscrizioni delle parrocchie ecclesisstiche cittadine: 1 - Porta Nova e Porta Stiera. ad occidente, verso Modena. Ad esse furono assegnate le comunità poste a sinistra del Reno, nella parte inferiore della via Claudia a partire da Casalecchio e parte di quelle poste al di sopra della stessa strada alla sinistra del Reno. 2 - Porta San Procolo. Ad essa vennero assegnate le parrocchie a mezzogiorno verso la montagna e in corrispondelza al Lavino a settentrione verso Ferrara. Vennnero poi aggiunte parte delle comunità al di sotto e al di sopra della via Emilia fra i fiumi Reno e Savena. 3 - Porta Ravennate. Questa situata ad oriente verso Imola e a Mezzogiorno verso la montagna tra l'Idice e il Savena. 4 - Porta S. Cassiano ( poi San Pietro) a settentrione-oriente, e Mezzogiorno verso la montagna, con le comunità poste tra l'Idice e il Savena, al di sotto della via Emilia. Questa ripartizione del Comune di Bologna del tutto nuova, che comprendeva la parte rurale e soprattutto le ripartizioni delle terre feudali e vescovili agricole, attribuiva alla zona attorno a Bologna gli oneri che prima erano solo della città. Per quanto riguarda il nostro scritto ci riferiremo principalmente a Porta San Procolo: infatti uscendo da Bologna per questa Porta, seguendo la Strada Galliera / o Galaria) ci troviamo in una zona che scende verso il Po, coltivata uniformemente e dotata di fiumi (principalmente le varie derivazioni del Reno), canali, scoli che raggiungevano il fiume Po, i suoi affluenti, poi le lagune e il Mare Adriatico. Se l'idea di costruire mura che riparassero la parte più antica della città aveva spinto i bolognesi ad inserire dapprima le comunità e le parricchie di Riolo e del Naviglio nella pianura, successivamente il complesso di San Procolo si estese sino a dopo Cortesella o Corticella sino a Castelmaggiore e l'unico fumante rurale che si incontrava poi era quello di Funo che fu inserito in Argelato. Castelmaggioree si sviluppava verso il Naviglio, dove era il porto di carico e scarico per la navigazione fluviale e prima, lungo il Naviglio, scorreva una strada di origine etrusca. Questi rivenimenti sono di origine recente, ma ben utilizzati nel passato. La strada lo dimostra: venne allargata e dotata di ponti più larghi per permettere il passaggio sul Maviglio a partrire da Corticella. Per attenerci ora all'argomento in titolo dovremmo parlare solo del Comune di San Giorgio di Piano e di tutte le sue frazioni, seguendo le disposizioni della Città di Bologna per le assegnazioni delle zone rurali esterne stabilite nell'atto del 1223. Ma, considerando l'importanza di varie località che contornavano il suddetto comune , senza farne parte, inseriremo note su borghi, che circondavano S. Giorgio di Piano e le sue frazioni. Iniziamo con Stiliatico o Stiatico, lungo la strada di Galliera parrocchia e frazione del Comune di San Giorgio di Piano, era tra lo Scolo Riolo e la strada di Ferrara, nella pianura settentrionale. Allora luogo di scarsa importanza e memoria storica, aveva quattro fumanti soltanto e poche terre coltivabili. Ma le ricerche archeologiche successive permisero di capire che nel passato romano a Stiatico passava il Reno e che pure quella zona era dotata di un ponte che collegava le due rive antiche del fiume. Nel tempo la zona si ampliò, acquisendo valore e importanza, oggi anche di tipo industriale. Cinquanta, la seconda frazione per importanza dello stesso Comune. Cinquanta era la frazione che attualmente è situata nella pianura settentrionale, situata a nord-ovest di San Giorgio e che ebbe il nome a seguito della ripartizione dell'agro romano. Di essa si hanno memorie dal secolo IX al secolo XI e nella circoscrizione del 1223 si identifica una circoscrizione più ristretta che identificavano tre comunità: Cinquanta, Felegarolo e Villa de Ulmo. La prima e la terza tuttora sussistono, Villa de Ulmo aveva una estensione e un estimo abbastanza grande dovuto molto probabilmente alla Podesteria di Galliera che arrivava sino a Ferrara. La prima comunità formalmente costituita in precedenza risale al 1185, anche se molti scritti parlano in precedenza di San Giorgio come Pieve e di Podestà e Massari negli estimi del 1245. Inizialmente, al posto di San Giorgio come comunità principale sulla Galliera, venne fatto il nome di Sancti Maria in Duni, ma poiché il Comune di San Giorgi era su una strada romana importante si cambiò idea e Sancta Maria venne scartata e divenne una comunità particolare senza per altro perdere la particolarità di Duna, tuttora esistente. Altra frazione del Comune e Parrocchia di San Giorgio fu inserito Gherghenzano, anche se in parte sotto Galliera. Sotto San Pietro in Casale, per la parte sulla Galliera, furono inserite le frazioni di S. Benedictus e Gavaseto, dove furono successivamente rinvenute notevoli opere di origine romana. La zona di Galeria anch'essa ampia e importante e di origine romana imperiale aveva numerosi abitanti ed era denominata Galeria romana e fu indicata con il nome "Vicus Serminus" e si associò con la comunità di Poggio Regnatico rimanendo comunque legata con Bologna e Cento, causa varie controversie. Nel XII secolo quando si compose la pace tra le varie parti controverse si sero era già nel 1203. Galiera fu iscritta poi come comunità della pianura, con estimo tuttora conservato all'Archivio di Stato di Bologna Ai confini con Galiera erano due comunità vicine Cento e Pieve di Cento in guerra tra loro sino a quando si costituì tra esse la partecipanza agraria.

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