STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net
Cerca nel sito  

Titolo
- Indici -1
- Introduzione -2
- Prefazione -1
- Testi e Fonti -1
Cap. 1 - Geologia 1
Cap. 2 - Idrografia 1
Cap. 3 - Flora 4
Cap. 4 - Fauna4
Cap. 5 - Uomo 4
Cap. 6 - Cibo7
Cap. 7 - Attività agricole tipiche9
Cap. 8 - Dalle origini ai Romani10
Cap. 9 - I Romani nella Pianura Padana17
Cap.10 - I Barbari ... Alto Medioevo10
Cap.11- Vita medioevale 19
Cap.12 -Vita Medioevale: Istruzione9

Titolo



Stemma del Comune 

 

 

Titolo
Autori
Copyright


\\ Home Page : Scritto STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net - Angela Bonora-Capitolo dodicesimo. Vita Medioevale : Istruzione: 8- Altre forme di Arti

Capitolo dodicesimo. Vita Medioevale : Istruzione: 8- Altre forme di Arti

Di Angela Bonora (del 17/09/2013 @ 16:50:27, in Cap.12 -Vita Medioevale: Istruzione, linkato 2999 volte)

Altre forme di arti

 Sinora abbiamo dato spazio all’arte visiva escludendo una parte dell’arte non meno importante: la letteratura, la poesia, la musica, la danza.
Queste arti come le precedenti si sono evolute nel tempo, ma hanno richiesto all’uomo un diverso approccio:

-la danza si ispirava alla natura, ma poi ha richiesto ripetizonii ed evoluzioni di suoni che la natura stessa non poteva fornire all’uomo a suo piacere,

 -la musica aveva ancora la natura come maestra, ma il ripetere ad esempio il trillo degli uccelli, il frusciare delle foglie al vento nel momento richiesto dall’uomo non era sempre possibile, quindi erano richiesti strumenti e studi e segni per indicare le ripetizioni volute.

Ma quali erano gli strumenti per ottenere suoni melodici? Come si comportò l’uomo, cosa costruì? Accostando l’orecchio ad una grossa conchiglia sentiva un rumore più o meno piacevole e il giorno che accostò le labbra ad una conchiglia rotta, mancante del fondo e soffiò si accorse che l’aria soffiata all’interno usciva dall’altra parte con modulazioni diverse a seconda di come impugnava la conchiglia.
Corna di animali uccisi e svuotate del materiale interno permettevano di avere altri suoni e questo anche con canne palustri seccate e cave, e allora perché non costruire con il legno, con altri materiali che la natura regalava altri strumenti, strumenti a fiato.
Nel ripulire la corda di un arco perché fosse più elastica nel lanciare una freccia, ecco un altro suono che si produceva al tendere più o meno la corda e se invece di una corda si mettevano più corde di varia misura di vario materiale, come i tendini degli animali cacciati, fili d’erba più o meno elastica ecco costruiti strumenti ottenuti fregando tali corde con un dito, con un archetto di legno o formato da altre corde, corda contro corda, ecco strumenti a corda.
Un utensile per contenere cibo, pieno aveva un suono se si picchiava con le nocche l’esterno e vuoto produceva un altro suono e se il contenuto cambiava di volume o era di materiale diverso ecco un altro strumento, a percussione. L’avvento dell’età del ferro e di altri metalli permise di costruire gli stessi strumenti in materiali diversi, la conchiglia fu costruita anche in metallo, fu variamente forgiata.
Questa evoluzione per ottenere suoni diversi da elementi naturali diversi si svolse in un lungo periodo di tempo, migliaia di anni ed ora se guardiamo con attenzione e spirito critico gli strumenti che l’orchestra usa possiamo distinguere i progenitori degli strumenti odierni.


La musica e la danza facevano sorgere nella mente di chi danzava e suonava la necessità di esprimere con suoni il proprio sentire e quindi frasi, in un linguaggio armonioso. L’esigenza di ricordare tali espressioni implicava la conoscenza di altri segni e quindi la composizione poetica legata alle precedenti arti.
Da ultimo, ma non meno importante la conoscenza di un linguaggio e di segni grafici per trascrivere i fatti che accompagnavano giornalmente l’uomo.

Sono i Greci che formalizzano il concetto di queste espressioni artistiche affidando alla figlie di Zeus e di Mnemosyne ( la Memoria), le Muse , sotto la guida del dio Apollo il gestirle . Il poeta, il musico, chi danza si affida alle Muse per dare maggiore efficacia alla propria arte, parlando del vero che lo circonda e avvolto e sorretto dalle mani delle Muse stesse. La loro evocazione serve all'autore per invocare eventi del passato e ricordarli per il futuro.

Molti autori celebri le citano all’inizio delle loro opere:

Omero quando invoca la musa:
Dimmi o Diva del Pelide Achille l’ira funesta…
all’inizio dell’Iliade o come

Dante: "O muse, o alto ingegno, or m’aiutate
nell’Inferno, Canto II, verso 7. o

Shakespeare:
"Oh, aver qui una Musa di fuoco ..."
nell’Atto I del Prologo dell’Enrico V .

I loro nomi e gli elementi che le distinguevano nella loro opera erano:

Clio, colei che rende celebri, la Storia, seduta e con una pergamena in mano;

Euterpe,
colei che rallegra, la Poesia lirica, con un flauto;

Talia, colei che è festiva, la Commedia, con una maschera, una ghirlanda d'edera e un bastone;

Melpomene, colei che canta, la Tragedia, con una maschera, una spada ed il bastone di Ercole;

Tersicore, colei che si diletta nella danza, la Danza, con plettro e lira;

Erato, colei che provoca desiderio, la Poesia amorosa, con la lira;

Polimnia, colei che ha molti inni, il Mimo, senza alcun oggetto;

Urania, colei che è celeste, l'Astronomia, con un bastone puntato al cielo;

Calliope, colei che ha una bella voce, la Poesia epica, con una tavoletta ricoperta di cera e uno stilo;

 

Danza, Musica e Mimo sono arti strettamente legate al corpo, al suo muoversi, al sentire, all’udire: non abbiamo bisogno di spiegazioni al riguardo se non parlarne per vedere nel periodo romano quali fossero le varie forme...e magari di  strumenti che potessero riprodurre visivamente e in movimento e con suoni le trasformazioni di tali arti, ma diversi secoli ci dividono da quelle espressioni di arti nell’antichità.

Gli antichi non conoscevano una notazione musicale propriamente detta, limitandosi a indicare i differenti suoni della scala dei suoni musicali con le prime lettere dell'alfabeto>

Le note erano denominate soltanto con una lettera dell'alfabeto latino, uso tuttora in vigore nei paesi anglosassoni: partendo dal nostro do la successione delle note era C D E F G A B. Abbiamo parlato di Guido d’Arezzo che utilizzò, come abbiamo già visto, le sillabe dell'Inno a S. Giovanni per indicare la serie di sei suoni (esacordo) congiunti tra loro che contenevano sempre un semitono tra il terzo e il quarto tono.

Il nuovo metodo, utilizzato per il canto liturgico, creò con la notazione quadrata delle note e la loro posizione sul tetragramma, rigo musicale formato da quatto righe parallele orizzontali, un metodo per poter leggere la musica e poter sapere in quale momento far variare il tono nel canto e nella musica e che aiutasse i cantori e i musici a ricordare la direzione, ascendente o discendente della melodia.


Nel Madioevo, a causa della crescente difficoltà nel memorizzare melodie sempre più lunghe ed articolate, nacque l'esigenza di "notare" sopra il testo da cantare la scrittura della durata di una nota in proporzione alle altre dello stesso brano.

Inventata da Francone da Colonia, teorico musicale e compositore tedesco del XIII secolo la moderna notazione fu quindi ottenuta principalmente dalle note inserite nel tetragramma e l’introduzione della durata di ogni nota rappresentata graficamente da una corrispettiva figura, ligatura. Tale codificazione rimase ufficialmente accettata dai teorici e dai compositori dal Rinascimento fino al secolo XVII.

Oggi le note hanno l'aspetto di un cerchietto vuoto o pieno, su cui si innesta un gambo (piccola asticella segnata sotto o sopra la nota) e le eventuali code, utilizzate per segnare i valori più piccoli (cioè le durate più brevi).

L'invenzione successiva del pentagramma è attribuita a Ugolino da Orvieto.

Anche dopo l'introduzione del pentagramma, tra i musicisti non fu scelto subito il cinque come numero perfetto per i righi musicali. Per lunghi periodi regnò l'arbitrio poiché ogni autore decideva di suo gusto o in modo che la propria musica non fosse plagiabile.

Fuori dalla Chiesa, nel Medioevo, esistevano due tipi di produzione  musicale: sacra e profana.
La Chiesa, nel momento in cui impose il proprio potere culturale, vietò o mise al bando tutte le forme di produzione artistica che prescindevano dalla Chiesa  stessa e, di conseguenza, tutta una vasta produzione poetica latina tradotta in volgare ed accompagnata dalla musica, come le opere di Ovidio, Orazio e Virgilio, furono vietate.Sin dalle sue origini, la Danza era strettamente legata alla musica: fu un vero e proprio linguaggio, un modo per manifestare emozioni collettive, per comunicare con le forze naturali e soprannaturali, per celebrare i momenti memorabili e solenni dell'esistenza.
Ogni gesto, ogni passo, ogni movimento, ogni ritmo, tramandati di generazione in generazione, mantennero nel tempo dei significati precisi, destinati a evocare determinate immagini, situazioni o allegorie.
Presso i popoli preistorici, che prevalentemente si dedicavano alla caccia e alla raccolta, le danze erano per lo più movimenti di imitazione animale, che venivano eseguite in cerchio.
Il cerchio è comune a un'infinità di danze di tutto il mondo, è presente anche in quelle moderne.
Per gli antichi cacciatori era il modo simbolico con cui la tribù imprigionava gli spiriti del male e allo stesso tempo catturava la preda assicurandosi il cibo.
In tempi successivi la danza non ebbe più funzione imitativa e scaramantica: i movimenti, i passi, cambiarono, dal primitivo cerchio si passò alla fila, alla serpentina, alla spirale, ai gruppi di tre, alla coppia e alla esibizione di un unico danzatore, mantenendo comunque una funzione religiosa e sociale.
Era una manifestazione di festoso omaggio alla divinità e nelle varie religioni nei libri sacri si ricordano danze propiziatrici e di ringraziamento.
Nella Bibbia  sono  descritte le danze degli Ebrei intorno al vitello d'oro e la danza dello stesso re Davide intorno all'Arca santa.
L'antica Grecia aveva la Musa Tersicore come divinità fautrice delle varie forme di Danza associate alla Musica. Anche i Romani avevano le loro danze. Una delle più antiche era il tripudium dei sacerdoti di Marte, i Salii. Altre danze propiziatorie erano quelle che i giovani iniziavano all’alba delle .
Il Cristianesimo ereditò inizialmente le sue danze  dalla tradizione ebraica, ma la Chiesa romana, preoccupata di un ritorno al paganesimo, ben presto proibì l'uso di danze in luoghi pubblici e ciò sino al XIX sec..


 L’Astronomia invece entrò, con l’aiuto di studiosi greci, arabi ed altri, come materia di base nell’istruzione scientifica, nel quadrivio,…anche se dovette lottare a lungo con l’Astrologia per avere un sito di sviluppo a se stante...


Considerando ora le arti che fanno capo alla letteratura, alla conoscenza di un linguaggio, come storia, poesia, commedia, tragedia e anche le altre arti sopra accennate nel momento stesso che iniziarono ad usare uno scritto proprio, dobbiamo fare riferimento alla lingua usata per parlare e scrivere in epoca romana: il latino

Originata da modi di espressione risalenti alla preistoria, 4000-3000 a.C., il latino secondo gli studiosi, è una lingua indoeuropea parlata in una zona centro-settentrionale del continente eurasiatico.

Le prime documentazioni sul latino sono dovute ad ipotesi, dovute ai ricercatori, che si limitano a riconoscere a tale linguaggio una posizione marginale nell’area occidentale indoeuropea, vicino ai territori germanici e celti, a ricostruire una lunga serie di migrazioni di popolazioni, parlanti quella lingua indoeuropea e che sarebbero giunte dal centro Europa in Italia verso la fine del 2° millennio a.C., passando attraverso i valichi alpini o lungo il litorale della Venezia Giulia, o anche attraversando l’Adriatico.

In Italia entrarono in contatto con le popolazioni preesistenti, che parlavano lingue di tipo ‘mediterraneo’, e da esse assimilarono molti elementi della lingua e cultura preesistente.
I gruppi nomadi più identificabili sono i Siculi, gli Enotri, gli Opici e gli Ausoni, mentre nel Lazio antico si riconosce dagli archeologi il gruppo più settentrionale. 
La composizione che il nuovo linguaggio presentava si accentuò poi tra il 1000 e il 500 a.C.,  fautori i continui contatti politico-economici e culturali, e quindi linguistici, che i Latini avevano con i popoli continentali europei e mediterranei.
 Tra i primi gli Etruschi, i quali durante la monarchia iniziale a Roma dominarono nella ultima età prerepubblicana. Seguirono poi gli Osco-Umbri,convivendo coi Latini sui colli di Roma, e inoltre i Greci delle colonie della Sicilia e della Magna Grecia.
Tra il VI e il IV sec. a.C. appaiono le prime documentazioni epigrafiche, dirette e indirette, e  nel III sec. ha inizio la tradizione letteraria e la lingua latina, uscita ormai dalla preistoria,  presenta un lessico composito in cui alle voci ereditarie si affiancano numerose parole di origine mediterranea ed etrusca, osco-umbra e greca.

Il latino usava una grafia derivata da un alfabeto greco occidentale (quello di  Cuma), che a sua volta derivava da quello fenicio. Dato il lessico  di derivazione del linguaggio è logico supporre da alcune caratteristiche  dell'alfabeto latino provengano direttamente dai linguaggi di origine e in particolare dall'alfabeto etrusco
 
Originariamente le lettere avevano un'unica forma, corrispondente alla nostra maiuscola, con forma spesso simile ad elementi visibili nella natura, ad esempio A si fa risalire al muso rovesciato di un bovino; le minuscole furono introdotte invece in tempi successivi e non facilmente databili, molto probabilmente per snellire la scrittura.

Questo alfabeto è stato adottato ed utilizz.ato nel corso dei secoli, con varie modificazioni, dalle lingue romanze e dal celtico, germanico, baltico, finnico, e molte lingue slave, così come altre lingue non europee delle regioni asiatiche ed africane soggette a colonizzazione europea. Ora nel mondo che si muove in continuazione anche aree come  Cina, Giappone tendono ad adottare doppio alfabeto, quello d’origine e quello latino.
L’alfabeto latino originario, a base greco-occidentale, subì trasformazioni in età repubblicana. Notevoli furono quelle ortografiche  dovute ad Appio Claudio Cieco (IV - III sec. a.C.):
--da  r compresa tra due vocali  passò ad s, 
--soppresse la z superflua perché sostituita da ti e vocale o da g,
--introdusse la g come modificazione di c, per la consonante velare sonora,
--le consonanti sorde, C Q K, la k si usò solo davanti ad  a e come iniziale di alcuni nomi propri, la Q si impiegò solo davanti a u seguito da vocale.

Cicerone (106  a.C. – 43 a. C.)  l’alfabeto si presentava formato di 21 lettere:
 
A B C D E F G H I K L M N O P Q R S T V (= u) X.

In età augustea fu di nuovo adottata la Z e in più la Y, per trascrivere la v delle parole greche, ormai numerose nella lingua latina, specialmente nell’onomastica e terminologia scientifica.

L’alfabeto, così trasfornato, non è usato soltanto dalle nazioni neolatine, ma anche dalle germaniche, la cui scrittura ‘gotica’ è una sua varietà calligrafica, da una parte di quelle slave, e dai popoli in genere conquistati e colonizzati dai.
romani.

Abbiamo già parlato della trasformazione della lingua latina originale nel momento che abbiamo inserito il volgare (v. cap. XII - 2 ).
Impossibile risalire alla lingua indoeuropea originale, 3000 anni di oscurità dovuta principalmente  all’analfabetismo o meglio la possibilità di interpretare i segni che indicavano allora i suoni.
Tante possono essere le ipotesi, ma tutte difficilmente verificabili.

La parte più notevole sono le voci ereditate dal fondo indoeuropeo: voci  famigliari con  suono simile in varie parti dell’Europa.
Prendendo come base la lingua latina vediamo le assonanze con le lingue europee a noi vicine e dovute alla stessa origine indoeuropea per alcune parole.


Quindi lingue, come l’inglese e il tedesco attuali, che non sono considerate lingue romanze, mantengono nel loro interno le basi indoeuropee.

Numerosi poi sono gli elementi assimilati dall’ambiente mediterraneo, soprattutto nomi di piante e di animali, oltre a nomi di luogo e geografici.
Ricordiamo che sia in Botanica, Medicina, Chimica e Matematica molti elementi sono  denominati in lingua latina o con terminologie derivanti dal greco e dall’arabo.

Meno numerosi sono gli elementi lessicali che si possono sicuramente attribuire a contatti con l’ambiente etrusco, elementi costituiti quasi esclusivamente da nomi propri di città, località e persone.
Più numerosi, invece, i prestiti dai vari dialetti osco-umbri, e soprattutto dal sabino, strettamente confinante, caratterizzati dalla presenza di suffissi o infissi come  -ena, -enna, -rna (per es. catena, taverna).

Notevole il numero delle voci greche penetrate nel latino già anticamente e appartenenti soprattutto alla terminologia marinara (gubernare, prora, scopulus).

Le più antiche testimonianze dirette del latino. sono costituite da iscrizioni. La più antica, del VII sec. a.C., era ritenuta la Fibula praenestina, una spilla d’oro di Preneste (oggi Palestrina), con il breve testo “Manios med fhefhaked Numasioi” «Manio mi fece per Numerio».
Le iscrizioni latine più antiche risalgono al VI sec. a.C., tra esse diversi frammenti nell’area del Foro a Roma.

Abbiamo parlato già di iscrizioni difficilmente decifrabili nel presentare i manufatti dell’arte rupestre,…sono composte nel primo latino?
Assai rare sono ancora le iscrizioni per tutto il V e IV secolo.

Più frequenti sono le testimonianze indirette, cioè gli scritti antichi che nel tempo hanno subito modificazionj proprio per la loro funzione, come le raccolte di leggi via via trsformate, le descrizioni di momenti particolari della vita dei romani, come di cerimonie religiose, di elaborazioni scientifiche che nel tempo si evolvevano.
Abbiamo quindi scritti di Varrone Teatino, di Festo, di Cicerone, di Plinio.

Nel tempo i vari scritti hanno una differenza lessicale grandissima, tanto che molti scritti sono frammentari  proprio perché raccolti da iscrizioni in vari tempi con un uso della lingua molto differenziato, e infatti i primi testi sono spesso incomprensibili. 
 

La vera letteratura in latino si posiziona nel 240 a.C., l’anno in cui Livio Andronico, uno schiavo liberato, proveniente dalla città greca di Taranto, fece rappresentare per la prima volta un testo scenico in lingua latina, presumibilmente una tragedia.

Una simile concezione della data di origine del latino può sembrare semplicistica, ma se si ammette che la letteratura è una produzione artistica fissata in una scrittura: vale a dire che una letteratura nasce come tale quando è capace di padroneggiare un proprio linguaggio legato alla cultura, al gusto, allora il fissare tale data particolare come data di inizio del linguaggio latino è accettabile, e senz’altro la tragedia di Livio Andronico è la prima opera in latino che somma in sè tali caratteristiche.
Se anche il folklore popolare forniva i romani opere valide dal punto di vista spettacolare e piacevoli, ma non scritte, ciò non era  quello che i dotti cercavano: un loro Omero , ma latino e maestro di tutti i poeti, tragici, scrittori latini.

La presenza di iscrizioni di tipo strumentale sembra provare che nella Roma arcaica c’era già una certa capacità di scrivere anche tra persone di media condizione, gli scavi archeologici ci portano alla luce opere scultoriche e ceramiche con inciso il nome dell’artista. Abbiamo già parlato  dell’ampia alfabetizzazione nella Roma medio-repubblicana nella quale la scrittura diventa indispensabile per una serie di funzioni pubbliche come leggi, statuti, cronache del passato e anche memorie famigliari, contratti privati, sino allora trasmessi solo oralmente.

I documenti epigrafici ottenuti dalle iscrizioni nei monumenti delle necropoli sono invece di poco aiuto anche se di secoli precedenti per l’interpretazione del linguagio: spesso nel voler esprimere il cordolio, l’affetto si componevano frasi non interpretabili e nel voler  ricordare la famiglia di origine del defunto e i suoi parenti più noti le iscrizioni erano erano piene di forme abbreviate (vedere le epigrafi latine ritrovate nella bassa bolognese). Inoltre molte iscrizioni sepolcrali di personaggi influenti e le iscrizioni storiche spesso sono state riscritte nei secoli successivi per renderle leggibili a tutti.

Vi sono forti dubbi anche sull'autenticità della breve scritta sulla Fibula Praenestina, primo documento pervenutoci in lingua latina, datata al 600 a.C. è con inciso il nome dell'orafo o del donatore e quello del destinatario.  La scritta è in caratteri greci, da destra a sinistra senza intervallo tra le parole.
 
Un altro antichissimo uso della scrittura riguardava i calendari. I giorni dell’anno erano divisi in fasti e nefasti a seconda che vi fosse permesso o vietato il disbrigo degli affari pubblici. 
Vi erano inoltre annotati le cerimonie, i mercati, le calamità naturali, gli spettacoli, gli avvenimenti astronomici, i prodigi. In seguito la parola fasti (fasti consulares; fasti pontificales; fasti triumphales) indicò anche gli elenchi dei magistrati in carica annuale, gli atti ufficiali, le vittorie militari: rappresentavano le cromache anno per anno dei fatti verificatisi nel popolo romano.

Altre registrazioni ufficiali furono gli Annales che cominciarono a formare una vera e propria memoria collettiva dello stato romano.

Alla tradizione ufficiale degli annales possiamo affiancare l’uso dei Commentari: Giulio Cesare usò tale terminologia per indicare le sue narrazioni della guerra gallica e della guerra contro Pompeo.
Le guerre tra i romani e i vari popoli circostanti portarono a vari trattati di coesistenza e di leggi, ma gli storici romani di quei tempi ci riportano solo un arido elenco di documenti senza riferire nulla sulla sostanza dei patti conclusi, che in effetti non erano altro che le basi del primitivo diritto internazionale.
Anche delle leggi regie, risalenti a Romolo e ai suoi successori, non sono rimasti che pochi frammenti riportati da giuristi posteriori, tramandate oralmente all'interno della classe dominante.

Le prime leggi scritte del diritto romano furono riportate nelle XII Tavole, che Tito Livio, (59 a. C. – 17 d. C.) definì "la fonte di ogni diritto pubblico e privato" e che all'epoca di Cicerone costituivano ancora un importante testo scolastico.

In Roma furono l’oratoria e l’eloquenza ad avere il primo posto come attività intellettuale: già nel IV sec. a. C. Appio Claudio Cieco svolgeva in pubblico orazioni e commentava i fatti storici caratterizzanti la vita e carriera politica romana, purtroppo nulla di scritto ci è pervenuto di ciò. ma è probabile che l'oratore si attennesse solo ai fatti senza per altro commentarli

Di Appio Claudio Cieco si hanno notizie storiche sicure, molto aperto ai problemi sociali della sua epoca, nel 312, da censore, introdusse uomini nuovi in Senato, persino figli di liberti. Fece costruire il primo acquedotto (Aqua Appia) e dette inizio ai lavori della via Appia (regina viarum), la prima grande strada militare che conduceva a Capua. Fu console nel 307 e nel 296; partecipò alle guerre sannitiche e, ormai vecchio e cieco, persuase il Senato a respingere la pace offerta da Pirro, re dell'Epiro, pronunciando (280) un famoso discorso cui Cicerone alludeva come al primo discorso ufficiale mai pubblicato a Roma.
Scrisse una raccolta di massime moraleggianti in versi fra cui, delle tre rimaste, la celebre:

 "Ognuno è artefice del proprio destino"

è la più famosa e  ancora attuale.
Si interessò anche di  diritto compilando Ius, la prima opera latina di procedura giudiziaria.


Solo verso la fine del II sec. a. C. essendo l’oratoria  dedicata nella discussione di più vasti problemi come le frequenti campagne militari, l'accesa lotta politica, la questione agraria e i frequenti processi, costrinsero gli oratori a curare e diffondere le loro idee in forma scritta per ottenere più ampio consenso.
Ma certamente non furono i censori, i consoli a far ciò, ne è testimonie Cicerone che con qualche sintetico giudizio sostiene che l'eloquenza e l’oratoria avevano raggiunto la maturità con Marco Antonio (143-87 a.C.) e L. Licinio Crasso (115 ca-53 a.C.).

Tutti i più importanti magistrati:  consoli,  questori, censori, redigevano diari, i commentarii, in cui riportavano i fatti della loro magistratura e i provvedimenti presi nei vari anni e in ordine cronologico. Tali commentarii venivano depositati presso il collegio dei pontefici, dove erano anche depositati i Libri compilati dai collegi sacerdotali.

I primi annalisti romani scrissero in greco.  >

Gli Annali furono una fonte di notizie per gli storici successivi, scritti poi in latino riportavano le notizie che sino a poco tempo prima erano riportate verbalmente, anche se rimangono pochi frammenti degli scritti compilati dai successori di Catone o, per altro verso, spesso gli scritti erano superficiali ed esagerati dal punto di vista storico.
Cicerone e Sallustio ricordano l’Opera  Historiae compilata in 23 libri da  Cornelio Sisenna nel I secolo a. C..

La storiografia è storicamente seguita dalla Poesia.

La poesia latina inizialmente costituita da Carmina Sacrali come preghiere, formule rituali, giuramenti, profezie, proverbi e scongiuri, ci lascia due importanti carmina: il Saliare e l’ Arvale. 
Il primo era il canto del collegio sacerdotale dei Salii, sacerdoti del Dio Marte, protettore di Roma e venerato nel mese di Marzo. Rimangono di questo pochi frammenti.
Il carmen Arvale, dei Fratres Arvales, un collegio di dodici sacerdoti che la leggenda voleva promosso nientemeno che da Romolo, e si rivolgevano a Marte in Maggio  chiedendogli la purificazione dei campi. Gli Arvales erano compilati annualmente e quindi sono ben conservati cronologicamente.

Altra poesia sacrale fu quella  funeraria, costituita da Epitaffi che elogiavano le virtù dello scomparso. noti sono gli Elogia degli Scipioni. Gli epitaffi erano normalmente incisi sulle pietre tombali o sulle steli che indicavano il luogo di sepoltura.

La poesia popolare era invece composta da proverbi, maledizioni, scongiuri, precetti su come svolgere il lavoro agricold e altri lavori e ninne-nanne, in poche parole, seguiva passo passo la vita del lavoratore.

Carmina triumphalia erano gl’inni  che i soldati improvvisavano in occasione del trionfo, canti in cui alle lodi al vincitore si mescolavano liberamente scherni e pasquinate.

Altri carmina furono i convivalia che venivano intonati dai convitati dopo un banchetto per ringraziare la famiglia che ospitava.

I versi delle poesie sia del latino arcaico che del successivo latino letterario seguivano un andamento che potremmo dire musicale : nello scrivere  carmina il poeta doveva comporre un insieme di parole tra loro bene intonate, senza per altro perdere il senso, i concetti che egli voleva esprimere, aiutato in ciò dalla  metrica la disciplina che si occupa della struttura ritmica dei versi e della loro tecnica compositiva.

.Ricordo alcuni versi latini studiati  a scuola dove oltre ai concetti che venivano espressi, la lettura  di questi era impostata sulle sillabe lunghe e brevi delle parole avvicinando lo scritto ad un complesso armonico,
Ad esempio, un verso di Tibullo molto efficace  nel comprendere questa forma di espressione era:

>     
Et teneat culti
iugera multa soli
( tradotto in volgare:
 E tiene coltivati molti iugeri di terreno),
 

che letto normalmente come qualunque testo letterario  aveva una diversa intonazione dallo stesso verso arricchito dalle regole metriche che inserivano accentuazioni su appropriate sillabe e definivano la lunghezza dei versi e la rima,
Ciò portava un avvicinamento della poesia alla musica  o della musica nella ricerca di versi espressioni più efficaci.

L’affermarsi di un latino letterario e di forme particolari poetiche è caratterizzato da  fatti importanti: la diffusione del latino al di là delle  Alpi in Europa e al di là del Mediterraneo, il distacco sempre più ampio tra lingua parlata, latino volgare, e la lingua letteraria.
Conquista politica, penetrazione militare, commerciale e culturale, e centralizzazione amministrativa, portano all’uso della lingua di Roma, che comunque si differenziò nelle varie parti conquistate in Europa, poiché al latino, per lo più volgare, si associò il lessico di ciascuna terra conquistata.
Nelle varie regioni in cui era divisa la stessa Italia si formarono linguaggi che avevano il latino come lingua di base associata agli apporti dei popoli che avevano valicate le Alpi per raggiungere Roma o navigato nel Mediterraneo

La Bassa Bolognese è un esempio notevole, la lingua parlata dal volgo, fermo restando il latino letterario, vede inserita nella lingua parlata parole etrusche, galliche, germaniche, greche, fenicie, arabe ed altre di più lontana provenienza. Ne abbiamo già dato esempi nel riportare i cognomi venuti in uso nell’Alto Medioevo (vedi cap.         ) e nel cercare il significato di parole particolari, in uso in tutta l’Europa anche da popoli che attualmente non usano lingue romanze (vedi cap.      ), come inglesi e germanici.
   
Con il latino letterario si era cercato un linguaggio che soddisfacesse le esigenze culturali e spirituali non più di una città o di una regione, ma di tutto un mondo, cioè di una lingua fondata sulla tradizione latina, basata sull’uso delle classi più elevate dell’Impero Romano. Si venne così fissando una lingua d’arte ben regolata e strutturata, simmetrica e coerente, che Cicerone e Cesare da un lato, e Virgilio e Orazio dall’altro, imposero come modello della loro età e delle successive.

Mentre è facile tracciare una storia del latino letterario, non è altrettanto facile cogliere le linee di sviluppo e di differenziazione della lingua parlata, del cosiddetto latino volgare, che pure è d’importanza fondamentale, costituendo la base delle lingue e dei dialetti romanzi.

La storia del latino volgare prese l’avvio nel momento in cui, stabilitasi una tradizione, unico fattore unificante rimase il latino cristiano , che dalla metà del II sec. d. C. in poi esercitò un influsso considerevole sulla lingua sia scritta sia parlata, spingendole però entrambe verso forme di espressione più popolari e assecondando in tal modo le tendenze volgari.
Le invasioni barbariche provocarono lo sfaldamento dell’insegnamento tradizionale e la rottura definitiva dell’unità linguistica dell’Impero Romano: dal VI sec. in poi la storia del latino volgare si lega, senza soluzione di continuità, alla storia delle singole parlate romanze. 
 

Tanti sono i documenti in latino volgare tra i quali in primo luogo sono gli scritti dei grammatici, dei retori che cercavano con un lessico diverso di avvicinare il popolo.
Si adeguarono alla lingua del volgo scritti letterari come romanzi, commedie, tragedie, satire e scritti di politici  avvicinarono il popolo con trattati più semplici e più facili di agricoltura, architettura, medicina, veterinaria, culinaria, religione.…e ciò nei vari dialetti romanzi.

Le iscrizioni, specialmente quelle non ufficiali, quelle rinvenute a Pompei, divennero di più facile lettura.
Il latino volgare, come poi successivamente il volgare precursore del Dolce Stil Nuovo, presenta una variazione nelle vocali da 10 a 7,  riunendo le lunghe alle brevi, eliminando vari dittonghi, l’introduzione  dell’accento normalmente sulla penultima sillaba, una metrica più semplice e a mio avviso una poesia più musicale.

Vi furono poi tante altre trasformazioni grammaticali e sintattiche e soprattutto la sostituzione di vocaboli con altri più espressivi per lo stesso oggetto o soggetto.

Queste variazioni furono recepite poi  dal latino medievale.
Il latino volgare si trasformò rapidamente e si identificò nei vari dialetti romanzi, mentre il latino classico degli scritti dei letterati romani continuò anche oltre l’Impero Romano.


Si può ipotizzare che il latino sia rimasto lingua viva almeno fin verso la fine del VII sec..
Ricordiamo che la lingua latina  era anche la lingua della religione cristiana e che il concilio di Tours dispose che le prediche venissero fatte in lingua accessibile a tutti e quindi in un latino rustico, e che nel IX secolo molti documenti pubblici merovingi e longobardi, le cronache, le vite di santi, i testi liturgici, erano redatti in Europa in lingue romanze.



Articolo Scritto  Storico Indice Stampa Stampa
© Copyright 2006-2014 DEPOSITATO SIAE - Tutti i diritti riservati.                                                          Io uso dBlog 1.4
® Open Source