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Cap. 9 - I Romani nella Pianura Padana17
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\\ Home Page : Scritto STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net - Angela Bonora:Cap. 12 - Vita Medioevale: Istruzione- 2 -Dal Latino al Volgare

Capitolo dodicesimo - Vita Medioevale: Istruzione: 2 - Dal Latino al Volgare

Di Angela Bonora (del 02/02/2013 @ 12:55:15, in Cap.12 -Vita Medioevale: Istruzione, linkato 5638 volte)

studenti bolognesi

 

Fra le varie innovazioni medioevali deve essere posta grande attenzione al linguaggio e alla scrittura. 

Già all’approssimarsi della decadenza dell’Impero romano d’Occidente il latino, lingua base del territorio, aveva ormai subito profondi cambiamenti.
Nel 300 d. C. si avvertiva una trasformazione nello scrivere, nel parlare  latino.

Si conviene tra gli studiosi il 240 a.C. come data d’inizio della letteratura latina per poi svilupparsi sino al I sec.. d.C.
Con il declino dell’Impero Romano si avvertono le trasformazioni successive che culminano con il basso medioevo

Fu ritrovato un rotolo finale di una grammatica latina del IV secolo d. C,, alla quale era stato aggiunto un elenco di parole che non erano contemplate nel latino colto, classico, e si avvertivano gli studenti sull’uso corretto dei vocaboli.
A ben vedere questo elenco, che riportiamo solo in parte ci fa intravedere già il nuovo linguaggio che stava prendendo forma…e già parole che avrebbero fatto parte dell’italiano, come calda, lancia, acqua.
Queste parole sarebbero transitate attraverso il volgare all’italiano e alle lingue neolatine: francese, spagnolo, portoghese e rumeno, oltre a lingue a diffusione locale, come il ladino, parlato in alcune zone delle Alpi Orientali, e il sardo, parlato in Sardegna


L’etimologia, che ci aiuta poi ad indagare la storia della lingua che noi ora parliamo, ci permette  di capire anche  perché non abbiamo mantenuto le lingue originarie, capire  il significato di parole  poco conosciute,  confrontare  tra loro lingue diverse, e riconoscere gli apporti di una lingua alle altre per un arricchimento reciproco.

Il latino è lingua di origine indoeuropea, infatti se ricordiamo da dove vennero i primi abitanti della Val Padana e dell’Europa, i Celti, che in varie tribù si sparsero per l’intera Europa, ce ne rendiamo subito conto[1] .

Era ovvio che i continui inserimenti di popolazioni provenienti da varie parti avessero snaturato il latino classico, già il latino stesso era di origine indoeuropea ed era stato trasformato dalle parlate delle nazioni barbare che avevano occupato varie parti dell’impero o erano ai confini con esso.

Il mondo della cultura ed amministrativo usava nella scrittura il latino classico, o meglio, in campo letterario si cercava di imitare i massimi esponenti della scuola latina classica e, in campo amministrativo, il latino usato aveva assunto uno stile ridotto all’essenziale e spesso era infarcito di nuovi vocaboli mutuati da altre lingue.

Il popolo, il volgo, era costituito da analfabeti che conoscevano solo la lingua con cui si esprimevano, il volgare, che proveniva dal latino, ma con tante trasformazioni dovute al bisogno di esprimersi al meglio e velocemente. 

I pochi che sapevano scrivere e che venivano dai rari centri culturali ancora in funzione, in cui si continuava la tradizione classica, sapevano scrivere in un latino abbastanza corretto, ma parlavano in volgare: erano i “chierici” laici ed ecclesiastici.
Il volgare, trasformazione del latino parlato, evoluto fino a distinguersi in parlate diverse, aveva anche zone di influenza diverse, dovute principalmente ai luoghi dove si erano verificate le prime trasformazioni del latino classico.

Diverso già era il latino parlato in città da quello parlato in campagna; i contadini abitanti in zone isolate senza la possibilità di confrontarsi con cittadini difficilmente ne riuscivano a capire la parlata.
Se ci si avvicinava alle frontiere dell’Impero tale diversità aumentava per la fusione con i diversi linguaggi barbari.

Si formano così lingue diverse, denominate lingue romanze, e le più importanti, le abbiamo già indicate, sono: l’italiano, il francese, lo spagnolo, il romeno, il sardo e il ladino.

Altre lingue, secondo noi, anche se non derivate direttamente dal latino riportano molti vocaboli strettamente attinenti al latino (…me ne accorgo quando cerco di parlare in inglese e … baro prendendo dal latino un vocabolo di cui non so la traduzione italo-inglese…e la farfuglio, ma mi faccio intendere), proprio per le lunghe permanenze dei romani in quei posti o per vocaboli di prima origine celtica.

Tenete conto che i celti, di origine indoeuropea, si diffusero in tutta Europa nel periodo IV-III sec a. C., prima che i romani si espandessero negli stessi territori e quindi lasciarono diversi vocaboli, che vennero assimilati dagli abitanti di quei tempi e quindi poi associati alla lingua latina.
Non bisogna inoltre tralasciare l'apporto etrusco.

  

1.  Vaso di Dueno (VI sec. a.C.)
2.   nascita della letteratura latina
3.   iscrizioni pompeiane (< 79 d.C.)
4.   Tertulliano, Apologeticum
5.   Appendix Probi (III sec. d.C.)
6.   Peregrinatio Egeriae (V sec.)
7.   Serments de Strasbourg (842 d.C.)
8.   Placito di Capua (960 d.C.)
9.   caduta dell’Impero Romano d’Occidente


Ritornando al passaggio dal latino al volgare vediamo le trasformazioni del latino che si erano evidenziate poi nella parlata volgare e che si trasferirono poi nel volgare scritto, che alla fine prevalse sul latino scritto.

Le più importanti modifiche:
- i dittonghi ae, oe si trasformano in e,
- scompare il genere neutro che si fonde con il maschile.

La forma latina di ogni nome o aggettivo, era scomponibile in due parti, radice e desinenza, ad esempio il termine ros-a, ha radice ros che non si trasformava e la desinenza –a che subiva variazioni a seconda del complemento (in latino “caso”), del genere (maschile, neutro e femminile) e del numero (singolare e plurale) a cui si faceva riferimento.

Nel passaggio al volgare scompare il sistema delle desinenze, dovuto ai diversi casi (nominativo, genitivo, dativo, accusativo, vocativo, ablativo) e vengono introdotti gli articoli ad indicare il genere e il numero e il nome semplice  era il soggetto (nominativo) mentre le preposizioni semplici ed articolate venivano usate ad indicare i complementi, gli altri casi, ai quali si faceva riferimento.

Per i verbi scompare la forma passiva come autonoma da quella attiva e si afferma la forma passiva composta dal participio passato posposto al verbo essere.
Si afferma la forma composta dal verbo essere o dal verbo avere associati al participio passato per ottenere verbi riferiti a tempi più o meno remoti o futuri. Si trasformano le coniugaziooni dei verbi. 

Anche nell’uso dei termini prevale sempre la forma volgare su quella dotta.
Ad esempio, caballus al posto di equus, casa al posto di domus, bellus invece di pulcher e così via.
Si riducono gli aggettivi e i pronomi dimostrativi.

La piena coscienza dell’affermazione del volgare si ha in campo ecclesiastico quando viene stabilito che “ogni vescovo tenga omelie, contenenti le ammonizioni necessarie a istruire i sottoposti circa la fede cattolica, secondo le loro capacità di comprensione...E che si studi di tradurre comprensibilmente le medesime omelie nella lingua romana rustica affinché più facilmente tutti possano intendere quel che viene detto”. (Concilio di Tours, 813). Si trovano comunque iscrizioni in volgare datate già dal 350 d. C..

Dall’ VIII sec. d.C. diversi documenti furono scritti in volgare e si iniziò a dare sempre più importanza alla scrittura e alla lettura.

Famoso a tale riguardo è l’indovinello veronese in volgare:

Se pareba boves
alba pratalia araba
et albo versorio teneba
et negro semen seminaba.

In italiano attuale:
Spingeva avanti i buoi,
arava un campo bianco,
teneva un bianco aratro,
e seminava nero seme.

La soluzione dell’indovinello è la scrittura:
poichè i buoi rappresentano le dita, il campo bianco il foglio di carta, il bianco aratro la penna d’oca e il nero seme l’inchiostro.

Il testo in primo volgare rivela ancora la presenza di parole latine quali, ad esempio, semen o la congiunzione et, ma anche la parola volgare, versorio, è un vocabolo del dialetto veneto parlato nel contado.

Nel periodo che va dall’VIII secolo al IX ci si rende conto che la lingua che si parla non è più latino, questa nuova lingua potrebbe essere inoltre utilizzata anche nella scrittura. I primi testi in lingua volgare, cioè la lingua del popolo, vulgus, sono scritti della vita dei santi, agiografie e documenti giuridici.

Ma forse il documento più importante è il Giuramento di Strasburgo dell’842 d.C. fatto tra i nipoti di Carlo Magno, Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico, alla morte del padre Ludovico il Pio unico figlio sopravissuto a Carlo. Alla morte di Ludovico  è inevitabile la spartizione dell'impero tra i suoi 3 figli, secondo la tradizione germanica di spartire il territorio tra i figli maschi: a Ludovico il Germanico la Germania, a Lotario l'Italia e la Provenza, a Carlo il Calvo la Francia.
Con il giuramento, fatto nelle rispettive lingue volgari, essi si promettono reciproca solidarietà contro il fratello Lotario.
I condottieri giurano ognuno nella propria lingua volgare poi ripetono il giuramento nel volgare dell’altro per impegnarsi solennemente davanti a tutti ed essere ben compresi.

Le due lingue usate furono il volgare francese e il volgare tedesco. Sembra non venisse  fatta copia dell’atto in latino.

Si evidenzia in ciò come il volgare si identificasse ormai come lingua nazionale, tale da diventare lingua ufficiale del potere politico e militare.

Il giuramento venne pronunciato, poi trascritto in “francese” e in “tedesco” . Non si tratta più di latino, d’altra parte le due lingue usate sono lontane dal francese e dal tedesco odierno.

 

Ma questo atto si può dire sia la conclusione di una lunga vicenda culturale che è sempre stata discussa dagli storici: l’importanza di Carlomagno nella trasformazione dell’apprendimento, dell’istruzione.
Quasi tutti i libri di storia ci parlano di questo Imperatore, capo del Sacro Romano Impero a partire dal Natale dell’800, come di un personaggio analfabeta: non sapeva , né leggere, né scrivere. Aveva fatto costruire un sigillo apposito, riportante il suo nome in latino Karolus

che apponeva come firma in calce ai documenti compilati da scrivani.

(personalmente trovo strano che un sigillo simile fosse poi fatto costruire anche da Matilde di Canossa in tempi successivi e Matilde era colta, sapeva, leggere, scrivere e aveva precettori che la iniziarono in varie materie, trovo inoltre strano che si riporti in vari documenti che Carlomagno conoscesse e parlasse Latino, volgare Tedesco e capisse il Greco ….forse era dislessico? forse sapeva leggere, ma trovava difficoltà nello scrivere?)

Per quanto riguarda l'istruzione, Carlo Magno amava circondarsi di filosofi e letterati, dando impulso ad una sorta di rinascita culturale; rinascita che si riflettè anche nei traffici e nei mercati, dettata dalla maggior sicurezza fornita dal territorio controllato e unito sotto un unico imperatore mitteleuropeo con corte ad Aquisgrana.
Appassionato di astronomia.
Ospitale con i pellegrini e generoso.
Gli piace ascoltare musica. Passano alla sua corte menestrelli e giullari.
Il cappellano nelle lunghe sere, legge brani della "Città di Dio" di S.Agostino.

Accanto ai marchesi e ai conti, figure rappresentative delle varie parti in cui era diviso l’Impero e dipendenti dal suo potere egli pone i vescovi come figure altrettanto rappresentative degli interessi ecclesiastici, essendo lui di religione cristiana.

Di  Eginardo, Einhard, cronista franco, accolto alla corte di Carlo Magno, succedendo poco dopo ad Alcuino nella direzione della Scuola Palatina, massimo centro di rinnovamento culturale dell'alto Medioevo, narra nella sua Vita Karoli , e riportiamo alcuni frammenti, che :

“… quando egli incominciò a regnare, unico sovrano, sull’Occidente, gli studi letterari erano quasi ovunque in completa dimenticanza e per questo motivo languiva il culto del vero Dio. Due irlandesi, colti nelle lettere sacre e profane, giunsero ad Aquisgrana con mercanti britannici, con l’intento di insegnare al popolo… Re Carlo, sempre animato da amore e da desiderio di sapienza, li fece venire alla sua presenza e domandò loro se veramente, come si diceva, avessero con sé la sapienza. Essi risposero: «L’abbiamo, e siamo disposti a darla, in nome di Dio, a chi la chiede e la merita. Chiediamo in cambio soltanto luoghi idonei e animi ben disposti, e per il resto quanto è indispensabile per vivere in un paese straniero: vitto e qualche cosa da coprirci». Era ciò che Carlomagno voleva per il suo popolo: ad uno, che fece istruire i fanciulli in Gallia, affidò un notevole numero di fanciulli di origine nobile, mediocre e infima, fornendoli, secondo la necessità, di vitto e di alloggio; l’altro lo mandò in Italia, assegnandogli la cura del monastero di Sant’Agostino presso Pavia…” “Un dotto inglese Albino, poi nominato Alcuino, discepolo di Beda, il maggior espositore della Scrittura dopo san Gregorio, venuto a saper quanto Carlo avesse gradito la visita di quegli uomini sapienti, si imbarcò e si presentò a lui. A lui Carlo diede l’abbazia di San Martino presso Tours, con l’impegno di insegnare a chiunque si presentasse per imparare. Carlo, di ritorno in Gallia dopo varie battaglie, radunò i giovani che aveva affidato al dotto Clemente e si fece mostrare le epistole e i poemi che avevano composto. Quelli dei giovani di mediocre e di infima origine erano, oltre ogni speranza, ornati di tutte le dolcezze della sapienza; ma gli altri, i giovani di origine nobile, presentarono dei lavori insipidi, senza fuoco. Allora il saggissimo Carlo, imitando la giustizia del giudice eterno, posti alla sua destra coloro che avevano bene operato, così si rivolse loro: «Siate ringraziati, o figli, perché vi siete adoperati, secondo le vostre possibilità, per ottemperare al mio comando e perseguire il vostro bene. Cercate ora di raggiungere la perfezione, ed io vi darò splendidi vescovadi e monasteri, e sarete sempre in onore al mio cospetto». Quindi, volgendosi in atto di infinito biasimo verso coloro che stavano alla sua sinistra, e scuotendo la loro coscienza con uno sguardo fiammeggiante, con terribile ironia, tuonando, piuttosto che parlando, buttò loro in viso queste parole: «Voi, nobili, voi, figli dei primi del regno, voi raffinati e graziosetti, voi avete fidato sulle vostre origini e le vostre ricchezze, non vi siete dati pensiero del mio comando e della vostra gloria, avete trascurato lo studio delle lettere, avete indulto alle mollezze, ai divertimenti e all’inerzia o avete perso tempo in esercizi inutili». « Per il re dei cieli! Non m’importa nulla della vostra nobiltà e della vostra bellezza, che tanti vi ammirano. E tenete bene a mente questo: se non rimedierete al più presto con uno studio assiduo alla vostra passata negligenza, non avrete mai niente di buono da Carlo ». Scelse dunque fra i ragazzi poveri uno che si distingueva per la sua eccellenza nel parlare e nello scrivere e lo assunse nella sua cappella…”

La veridicità delle notizie è stata più volte messa in dubbio, soprattutto per quanto riguarda le circostanze della venuta dei due maestri dalla Scozia e la pretesa attività del compagno di Clemente in Pavia. Queste pagine restano tuttavia un documento molto significativo.

Comunque non si può mettere senz’altro in dubbio la fondazione ad Aquisgrana della Schola Palatina, o Accademia Palatina facendo riferimento alla scuola greca e platonica.
Fondata da Alcuino da York, Eginardo e Paolo Diacono, era il punto in cui convergevano gli intellettuali dell’impero carolingio, tra i quali si ricordano il friulano Paolino di Aquileia, il franco Angilberto, l’ispano-visigota Teodulfo d’Orleans, il franco Adelardo di Corbie e l’irlandese Dungal.
Questo ambiente internazionale, nel corso dell'IX secolo, fonda una cultura che, nonostante riprenda canoni di matrice classica, mostra caratteri di originalità: il rapporto con l'antico risulta innovativo in quanto fusione della reinterpretazione della cultura classica da parte di ogni rappresentante, influenzato, nell'approccio con l'ellenismo, da canoni etnico-culturali differenti.

Comunque nulla tolse a Carlomagno della sua importanza come Imperatore: legato alla cultura , ma pur sempre un Imperatore con mire espansionistiche in Europa, lotte continue con i confinanti della terra di cui era diventato erede alla morte di Pipino il Breve, legato al Papa, modificò completamente la struttura dell’Europa.
(v. carta in cap.X n.7)

___________
[1]Altre lingue indoeuropee che ebbero  influenza sul nostro territorio sono sanscrito, iranico, slavo, greco, lingue italiche, lingue germaniche. Specialmente gli ultimi tre gruppi ebbero un influenza notevole nella trasformazione del latino in italiano e le lingue italiche, strettamente riferite a piccoli territori, costituiscono la base dei dialetti attuali in Italia.

 

 



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