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Cap. 4 - Fauna4
Cap. 5 - Uomo 4
Cap. 6 - Cibo7
Cap. 7 - Attività agricole tipiche9
Cap. 8 - Dalle origini ai Romani10
Cap. 9 - I Romani nella Pianura Padana17
Cap.10 - I Barbari ... Alto Medioevo10
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\\ Home Page : Scritto STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net - Angela Bonora; Capitolo undicesimo - Vita Medievale:11 - Comuni rurali, Borghesia e Signorie ruraliI

Capitolo undicesimo - Vita Medievale:11- : Comuni rurali, Borghesia e Signorie ruraIi

Di Angela Bonora (del 11/12/2010 @ 18:24:01, in Cap.11- Vita medioevale , linkato 3590 volte)

Comuni rurali

I comuni cittadini non di rado influirono poi sull’autonomia delle comunità rurali che si erano già, precedentemente, costituite in comuni rustici o borghi, anche se non con le stesse caratteristiche che abbiamo visto per le città.

Di fondamentale importanza è conoscere come si svilupparono effettivamente gli insediamenti nel contado.
Il X secolo, dopo i Longobardi e i Carolingi, fu tempo di trasformazioni e lotte politiche notevoli: l’Italia diventò feudo della Corona germanica (952) e poco dopo l’Imperatore Ottone I creò il Sacro Romano Impero della Corona Germanica (962), inglobando anche i territori della Chiesa, pur riconoscendone la potestà del Papa.
Gli imperatori si arrogarono la scelta diretta del papa ponendo sul trono pontificio loro familiari o vescovi-conti da loro scelti.

Fu Gregorio VII che nell’XI sec. riuscì a porre termine alla guerra per le Investiture e alla situazione formatasi.

Molti diritti feudali vennero eliminati e specialmente nel contado vi fu una notevole trasformazione, dovuta anche ad esigenze di vita minima, carestie. L’organizzazione dei villaggi e dei castelli della nostra pianura si era già gradualmente modificata a partire dal regno franco. Sul finire del secolo VIII gli uomini liberi, i piccoli proprietari terrieri, o usufruttuari di terre pubbliche, che erano tra l’altro obbligati al servizio militare e vincolati alla politica del feudo nei confronti dei territori di confine, si consorziarono nell’uso comune di boschi e i pascoli pubblici, inoltre i beni dei piccoli proprietari furono spesso messi in comune per avere una migliore salvaguardia rispetto ai confinanti. Si formarono così i territori del cosiddetto Comune rurale.

Nel contado e nei borghi troviamo numerose testimonianze su questo nuovo tipo di società che nacque nell’Alto Medioevo e si mantenne per molta parte fino al Tardo Medioevo ed oltre.  Sorgono in quel periodo assieme ai patrimoni delle signorie feudali, laiche ed ecclesiastiche molti Comunità rurali, specialmente nell’Italia settentrionale e centro-settentrionale.

Nel centro e sud Italia la nobiltà ingrandì i propri beni grazie alle donazioni regie e così pure le comunità ecclesiastiche tramite elargizioni di privati e qui fu impedita in parte lo sviluppo di numerosi di Comuni rurali ma si mantennero grandi proprietà feudali.

Abbiamo già parlato dell’importanza delle Pievi come elementi sì ecclesiastici, ma anche amministrativi sotto l’egida del vescovado cittadino nella Italia settentrionale e centrale.

Nella prima età cristiana e nel primo medioevo il Vescovo, massima autorità ecclesiastica del territorio, aveva distinto tra chiese “pubbliche”, poche in verità, denominate poi dal IX secolo plebes e altre chiese da lui dipendenti, che potevano godere di diritti di carattere sacramentale, come battesimo, sepoltura, presenza stabile di clero e diritti economici, come le decime.

Molte erano le chiese minori, normalmente di proprietà “privata”, soggette alle prime, come le basilicae, oratoria, tituli e, dal XII secolo, le capellae con attività ecclesiale simile alle plebis, ma prive di diritti economici.

Questo sistema legato ai signori feudali che avevano dotato i loro castelli di capellae durò a lungo nell’Italia centro-settentrionale, dove non era frequente che una chiesa rurale fosse soggetta a un’altra e dove quasi tutti gli edifici sacri erano dotati di pieni diritti sacramentali.

A partire dal XII secolo il termine parochia fu poi quello usato più frequentemente per indicarli. La crescita demografica, i nuovi assi viari, la costruzione di villenove del Duecento portarono ad un incremento della autorità ecclesiastica dovuta ad una aumentata richiesta di sacramenti, e quindi maggiore richiesta di edifici cristiani vicini alle abitazioni.
Si moltiplicarono le stazioni di cura d’anime e le cappelle fino ad allora dipendenti dalle pievi si trasformarono in parrocchie, con prete stabile e piena autonomia sacramentale.

Un ruolo decisivo in questa trasformazione, che implicò tutta l’Europa Cristiana, lo ebbero le comunità locali: si attivarono presso le autorità ecclesiastiche per ottenere l’innalzamento dello status delle loro chiese, si assunsero i costi di mantenimento del clero e le spese di costruzione o di ampliamento degli edifici.
Questo sforzo comunitario fu proprio ciò che favorì le comunità sociali e la tendenza all’emancipazione politica dei centri rurali in un periodo anteriore alla formazione delle libere associazioni comunali cittadine.

Ovvio che tale trasformazione non si risolse solo nel periodo medioevale, possiamo riconoscere un arco cronologico che arriva fino alla contemporaneità e ciò per la continua trasformazione economica del contado.

Molto più tardi, tra l’XI e il XII secolo, sorsero i primi Comuni nelle città dell'entroterra. La rivendicazione di autonomia delle città si fondò anch’essa sulla presa di coscienza della loro crescente forza economica, della loro capacità di creare ricchezza, di attrarre un numero crescente di persone e di moltiplicare le attività produttive. Ma ne abbiamo già parlato.

L’apparizione dei governi Comunali nel contado creò per i signori proprietari di terreni fuori dalle mura cittadine problemi nuovi. Prima di tutto si instaurava un problema di fedeltà da parte del villano nei riguardi di una autorità nuova, non più il feudatario, il vescovo-conte, il complesso plebano, ma il governo comunale.

I nobili dovevano ora scontrarsi con un pericolo nuovo per loro, dovuto dal desiderio dei governi comunali di estendere la loro dominazione territoriale sull’intero contado per garantirsi viveri, materie prime e quindi avere il potere di percorrere in piena libertà le strade principali, precedentemente sotto il dominio dei castellani e delle pievi.

Di fronte a tale pericolo, i nobili proprietari terrieri sentirono il bisogno di rinforzare i loro poteri sulle signorie cittadine che dipendevano da loro per i prodotti agricoli.

Non è facile, come hanno fatto in tanti storici, ridurre ad un’unica causa l’origine dei comuni rurali. Tanta lunga l’Italia, tanti gli insediamenti nel contado e sorti per diverse motivazioni, tante le signorie insediate con proprietà nel contado e fare un unicum rimane del tutto difficile anche se sarebbe auspicabile.

Gli storici fine 1800 inizi 1900 si sono battuti su varie ipotesi, abbiamo visto già le più datate, dobbiamo anche tener conto che all’inizio del 1900, nei primi anni della guerra mondiale si erano sviluppate correnti politiche sempre più ardite in parallelo con una vita e richiesta di vita totalmente diversa e le idee dei vari scrittori risentirono di questa nuova era. Essi cercavano una corrispondenza con le ere precedenti.

In definitiva l’orgoglio della gleba del contado russo di inizio 1900 e la successiva rivoluzione non poteva essere messa in confronto con la gleba del contado altomedievale, con i feudi ed una volontà di libertà? Libertas a Bologna sullo stemma ne è un emblema evidente e il comune ne aveva adornato il gonfalone. I servi della gleba che arrivavano alle città dal contado da cosa erano mossi se non da una voglia di una vita migliore, di un’autogestione, di libertà.

Quindi cooperativismo e corporativismo. Il cooperativismo nell’antichità ebbe la sua base sociale in quei settori che erano stati relegati ai margini dall’irruzione dei nuovi metodi di produzione e commercio sostenuti dal predominio della Chiesa, della Borghesia e della Signoria, i detentori della terra e dei capitali. Da queste associazioni, spesso tra lavoratori negli stessi ambienti e per gli stessi prodotti, volte a formulare regole, statuti, da seguire da tutti i partecipanti e poi allargati anche a tutti coloro che vivevano nello stesso insediamento, si formalizzarono poi i comuni rurali, il passo fu breve.

Di fronte poi alla riorganizzazione capitalistica dell’economia in periodi pre-industriali ed industriali che tendevano nuovamente ad emarginarli, subordinarli e a sottometterli per via della loro minore forza economica, molti lavoratori, artigiani, disoccupati, piccoli proprietari di terre e di negozi, piccole imprese familiari, ecc., cercarono ancora nell’associazione e nella corporazione tra loro un modo concreto di incrementare il proprio potere di contrattazione e di partecipazione all’economia. In poche parole si formò un ceto intermedio tra capitale e lavoro.

 Dopo la guerra, nel 1920, quanti storici ed economisti parlarono di collegamento tra associazionismo medievale e corporativismo! poi in tal senso quante azioni economiche associative nuove vennero fatte, vedi le cooperative di commercio, le cooperative nel contado per l’acquisto di sementi, ecc. e cooperazioni tra lavoratori, consumatori legati anche politicamente tra loro…

Il corporativismo che si formò tra le due guerre mondiali non si può dire derivi dalle corporazioni medievali. Queste associazioni corporative degli anni 1920-44, cioè di stampo direttamente politico, si ponevano tra il capitale e il lavoro e anche quelle che si formarono dopo la seconda guerra mondiale e tuttora esistenti sono divise in settori politici diversi e in associazioni di lavoratori dello stesso ramo all’interno del corporativismo politico.

Il bisogno di avere un nome più caratterizzato...potersi distinguere,,, Il formarsi di insediamenti comunali, di autogestione, di libertas, portò a nuovi problemi.

Uno di questi, importantissimo per i proprietari, fu la necessità di distinguere meglio gli individui.

Passato il periodo romano, per cui la linea famigliare era indicata da un secondo nome per i nobili o da un attributo per chi si dimostrava di chiara fama per ciò che era capace di fare, si era ritornati nel basso impero ad un solo nome.

Aveva dominato il sistema del nome semplice, che poteva ripetersi da una generazione all’altra. Già, durante l’XI secolo, erano apparsi comunque i doppi nomi. Venne l’uso d’un cognome, derivato dal ricordo della famiglia originaria o di una qualità fisica, morale o di una difformità. Non sempre il cognome, proprio per la sua caratteristica , era ben accetto. Nel nostro territorio se vi erano i Bentivoglio, vi erano pure i Mazzacurati e i Pelavicini. Questi ultimi cambiarono il cognome in Mazzacuratti e in Pallavicini al fine di evitare che il loro cognome portasse alla mente degli altri spiacevoli e false idee sul loro comportamento e su quello della loro famiglia nel passato.

Attraverso le proprietà terriere ed il godimento delle decime delle pievi ottenute per i propri discendenti da parte dei vescovi, i nobili avevano innescato nel secolo X e nella prima metà del secolo successivo un rapporto tra città e contado ed un meccanismo di rafforzamento delle loro posizioni urbane. Comunque molti atti di donazione, fra l’XI e la prima metà del secolo XII, li vedono agire in favore dei monasteri, ma si suppone, guardando i documenti dell'epoca, che più che donazioni spontanee, fossero, a quei tempi, forzosi atti di restituzione, imposti dal vescovo, di beni usurpati.
Dal XIII secolo, in poi, gli esponenti delle famiglie signorili ricoprendo spesso la carica di podestà dei comuni rurali nelle aree di loro competenza precedente, formulavano progetti di una nuova espansione a danno dei precedenti detentori del potere. Ciò consentiva, secondo la normativa urbana, l’esercizio di prerogative giurisdizionali, come

-la facoltà di convocare l’assemblea dei capifamiglia,

-rappresentare gli abitanti del comune fuori dal territorio comunale, soprattutto in città, davanti alle magistrature laiche ed ecclesiastiche,

- mediare le dispute tra gli uomini e così via.

Le funzioni di podestà rurale era diventata il nuovo modo di esercitare l’autorità in un quadro politico nuovo, anche se negli statuti urbani del Duecento non si menzionano mai prerogative giurisdizionali signorili, rimettondo la giurisdizione sulle questioni che i signori regolano ai soli consoli del comune.

"Nelle principali terre del contado risiedeva, quale rappresentante dell'autorità cittadina, un capitano o vicario. Restava in carica sei mesi. Aveva la competenza di giudicare nelle cause il valore del cui oggetto fosse inferiore a cento soldi e, circa i danni recati nell'ambito della sua giurisdizione, in quelle di valore non superiore ai venti soldi. Aveva altresì competenza amministrativa in determinati affari, quali provvedere ad opere di pubblica utilità, sovrintendere direttamente alla sicurezza dei castelli e dei fortilizi e a quella dei cittadini, perseguendo i malfattori ed arrestando coloro che portassero armi abusivamente. Per l'esercizio dei compiti affidatigli il vicario era coadiuvato da un notaio e poteva giovarsi delle milizie locali" (da Guida generale degli Archivi di Stato italiani, vol. I, Roma 1981, p. 584).

Che indicazioni fornivano ancora gli statuti urbani del contado? Imponevano ai comuni rurali di tenere,

 - le misure per valutare e pesare i quantitativi di grano, vino e altri prodotti, conformi ai valori fissati dalla città,

- l’obbligo di manutenzione delle strade,

- doveva assegnare tali incombenze solo a soggetti del comune interessato

La Signoria si configurava come una dominazione locale che interessava un territorio di norma circoscritto. Le campagne erano punteggiate dalle signorie con poteri dalle caratteristiche differenziate: "signoria domestica", "signoria fondiaria", "signoria territoriale" e/o "di banno", con differenze di attributi. Giocavano un ruolo importante le consuetudini successorie e la pratica corrente di alienare singoli diritti o loro quote indipendentemente dai beni o dagli uomini cui si riferivano. Tuttavia il signore riusciva a volgere a proprio vantaggio l'instabilità politica, i vuoti del quadro normativo e la fluidità di quello giuridico, facendo leva sul bisogno di sicurezza e sull'opacità concernente gli status personali e la titolarità di beni e di diritti. Era così in grado di rafforzare e articolare il nesso tra ricchezza delle dotazioni e attributi politici; e poteva valorizzare la "dote" di uomini che riusciva, a vario titolo, a controllare e a cui garantiva protezione in cambio di obbedienza e di servizio.

Quimdi una notevole differenza strutturale tra città e campagna anche se non così appariscente da farne un modo diverso di vivere. Non solo le signorie ebbero campo nei comuni rurali e poterono continuare le loro dinastie per il futuro, ma anche la grande proprietà ecclesiastica, spesso protetta dall'immunità, fece leva sulla quotidianità come modello, strumentario pratico e simbolico da imitare.

Per questo la signoria non rappresentava l'unica forma di supremazia sociale ed inoltre altri protagonisti dell'affermazione signorile furono clientele armate di vario livello, famiglie viscontili e di custodes castri, collettori di decime, dipendenze locali di chiese e di monasteri, élites di villaggi.

Il popolo del contado sino al XII sec. era stato sottomesso a signori che risiedevano in ville e castelli da tempo sorti sul territorio, sin dalla dominazione etrusca e romana. Legato alla terra di nascita e al lavoro su quella terra il contadino solo nel XI – XII sec. conosce una realtà diversa quando si sposta nella città principale vicina, lascia la terra di nascita ed è asservito dalla gleba, assumendo un’identità propria.
Ovviamente questo processo non è tanto rapido come scriverne, infatti sino alla fine della seconda guerra mondiale esistevano ancora contratti a mezzadria, terra di un signore, un borghese, una comunità ecclesiastica, e lavoro da parte di contadini, che contemplava la divisione in parti uguali del prodotto ottenuto, ma che manteneva all’interno del contratto regolamentazioni di derivazione medievale, come le regalie e onoranze da parte del contadino al proprietario.

Eh, sì!…quando vennero a contare i conigli, ché i R. volevano le onoranze.
Ci davi…, pensate un po’ come eravamo messi, era tutto scritto nel contratto… …, quando veniva il prete a benedire dovevi dare un quintale di grano, metà nostro e metà del padrone. La mezzadria non comportava l’affitto. I
l padrone metteva il podere e parte delle sementi, il contadino, mezzadro, il lavoro della famiglia e l’altra parte delle sementi e gli animali da lavoro e gli attrezzi. Quando c’era il raccolto, veniva diviso a metà. Poi il contadino era tenuto alle onoranze. I
l prete veniva a benedire ed era uso dargli qualche cosa. Ma non solo quello lì, veniva alla trebbiatura e ci davi un quintale di grano. Quando si facevano le fascine, veniva a raccogliere le fascine e bisognava dargli dieci fascine che lui ne aveva diritto. In campagna il prete aveva il somaro e quindi veniva e raccoglieva. Quando veniva a benedire le mucche gli si dava tre gavette di canapa filata. Quando veniva per Pasqua a benedire ci si davano le uova.
Allora dovevi dare quel tot al prete e poi dovevi dare 200 uova al padrone per Pasqua, poi le galline a Ferragosto, poi i capponi a Natale,.. E bisognava darli…
Ricordo che quando venne il maresciallo dei carabinieri con il perito a contare i conigli, Io avevo in mano il sacchetto della foglia, raccolta lungo i fossi comunali, lo sbattei per terra e corsi là e dissi: “Che cosa fa lei?” “Ognuno fa il suo dovere. E lei vada a parlare con il padrone” Lui lo aveva mandato. Non venne però il padrone da solo a contarli…

Dopo si fece la lotta per il 53% e fu una cosa brutta. Sembrava di avere tanto con quel 3% in più. Ma il 50% che avevamo per contratto non era proprio un 50% e non era solo il fatto delle onoranze. Quando veniva il fattore bisognava tenerlo buono e gli dovevi dare qualche cosa. C’era il prete che gli dovevi dare un tanto, secondo contratto, e questo anche se non avevi voglia. E poi c’erano le 200 uova che dovevi dare a Pasqua, sia che le galline le avessero fatte oppure no.

Se ti passa la guerra e perdi tutto, ti manca questo, ti portano via quello e dopo devi lo stesso dare, anche se non hai niente da mangiare. Allora sei in debito, vai in debito verso il padrone e quindi a quel punto il mezzadro viene buttato via. Sì c’era la Cassa Rurale, ma non faceva credito ai contadini, ma ai padroni per migliorare il podere. Non era il 50%, ma il 40% e anche meno…

Perché quando si ammazzava il maiale,che era stato allevato con gli scarti della nostra tavola, il padrone voleva il prosciutto già custodito, così se andava male un prosciutto, andava male quello del contadino non il suo. E sì, e dovevi andare a comprarlo.
Una notte, i ladri passarono dietro a casa e ci entrarono e portarono via tutti i prosciutti e la carne del maiale che avevamo ammazzato. Poi rubarono tutte le galline. Il marchese volle i prosciutti e voleva i polli e poi c’era il fatto dei piccioni. Quando facevano le festicciole arrivavano le amanti dei figli del marchese e mandava il cameriere a prendere due piccioni. Se li avevi glieli davi, se no dovevi andarli a comprare da un altro contadino. Ordine! Bisognava darli.

I
l contratto di mezzadria andava dai Santi ai Santi, dopo che era stata fatta la vendemmia e messo a posto il podere arato. Quando non c’era più niente da fare sulla terra, se non ti rinnovavano il contratto di mezzadria, tu ti trovavi con un carro con sopra le tue poche cose e andavi in giro a cercare un altro posto a mezzadria e non è detto che tu lo trovassi. A quel punto tu andavi in un posto dove non c’era niente e tu non avevi niente. Vi ricordate i film “Novecento”, “L’albero degli zoccoli”,…. . “La neve nel bicchiere” ad esempio è la storia di una famiglia contadina che non avevano da mangiare e la madre era andata fuori con i bicchieri, dove aveva messo un po’ di saba, che la facevano con l’uva, e aveva messo insieme della neve e gliela dava da mangiare, come dolce.
Non si buttava via niente: le ricette dei contadini erano spesso con degli avanzi, tutto veniva utilizzato. La lotta per il 53 non l’abbiamo vinta. Ora non c’è più nessun contadino a mezzadria. Solo fittavoli. Ma abbiamo fatto ... delle lotte…
Poi successe la lotta perché noi compravamo 10 quintali di concime in cooperativa. Erano nate le cooperative di contadini, perché costava un po’ meno. Invece il padrone lo prendeva tutto lui e poi lo lavorava nella sua casa e poi te lo faceva andare a prendere nella sua villa e poi ti diceva che costava 10, mentre noi lo avremmo pagato 8. Allora i contadini, finita la guerra, avevano ragione, avevano le loro cooperative e volevano comprare in queste.
Ci volevano 10 quintali di concime? I contadini volevano comprare i loro 5 in cooperativa e il padrone comprasse i suoi 5 quintali dove voleva, era la stessa marca, lo stesso tipo, lo stesso timbro. Hanno fatto delle liti, delle lotte, delle manifestazioni.”

Se si confrontano questi sfoghi con i contratti “mezzadrili” medioevali non risultano grandi discrepanze.

Nel medioevo l’avvento dei governi comunali rurali creò comunque per i proprietari terrieri problemi nuovi. Esisteva un tipo di fedeltà nuova verso un signore nuovo: il governo comunale.

 I nobili, il clero e la borghesia di città e di campagna dovevano combatttere il pericolo derivante dal desiderio dei governi comunali di estendere il loro dominio territoriale su tutto il contado per garantirsi il rifornimento di viveri e materie prime e dominare le strade principali che lo attraversavano e quindi il bisogno di rinforzare i loro poteri sulle signorie.
I contadini dipendevano direttamente da loro o per successione ereditaria o per acquisto diretto.

A questo punto sorse imperiosa la necessità di distinguere meglio gli individui nelle varie famiglie di origine: fino all’Alto Medioevo ed oltre aveva dominato il sistema di apporre un nome semplice, che poteva ripetersi da una generazione all’altra, essando andata persa l’usanza del patronimico romano. Durante l’XI secolo, nelle famiglie dei nobili erano apparsi di nuovo i doppi nomi, il primo imposto alla nascita, magari con il battesimo nella Pieve, il secondo che indicava la linea famigliare di appartenenza. Abbiamo già dati esempi parlando dei lavoratori erranti, che si spostavano verso la pianura, in luoghi dove era possibile lavorare, dell’uso del doppio nome.
Per distinguere due individui portanti lo stesso nome, ad esempio Rico, si indicava la provenienza geografica di ognuno ed avevamo Rico dal monte (che si trasformava poi in Rico monte, poi la sua famiglia diventava la famiglia monti, Monti e Monti era il cognome che prendeva la linea famigliare d’origine), mentre l’altro Rico, che veniva da Brescia, era Rico bresciano, poi bresciani e Bresciani la linea famigliare.

Nel guardare i doppi nomi, o meglio i nomi della linea famigliare o cognomi, si scoprono vari pezzi di storia di una città, piccola o grande che fosse, ovviamente avendo l’accortezza di esaminare i cognomi più usati e datati del luogo
Ad esempio in San Giorgio di Piano i cognomi:
- Tacconi e Taccoli (già nel medioevo nobiliare) facilente rinvenibili nella bassa bolognese dovrebbero derivare dal nome medievale italogermanico Tacco o Taccone del 1100 proveniente dal termine germanico tahha (prato) (1100).
- Fini e Finelli derivano in alcuni casi da toponimi con Fino, o dal nome medioevale Finus o Fina, o Adolfino
- Diversa spesso era la derivazione del cognome per i nobili. Ad esempio i Pallavicino, i Malaspina, i primi trasformarono, abbiamo visto, il nome della famiglia originariamente Pelavicinus
Alla fine dell’XI secolo viene l’uso d’un cognome, derivato di una qualità fisica, morale o di una difformità: Gobbi, Neri, Grassi (vedere in Appendice 3 alcuni cognomi formatisi nel medioevo ed ancora esistenti nel nostro territorio della Bassa Bolognese)

I nobili avevano i loro centri di potere nel territorio rurale, come gli Orsi, gli Argelli, i Bentivoglio nel nostro territorio che pur non sottovalutandone il patrimonio e le clientele in città e si basavano soprattutto sull’appoggio delle famiglie signorili del contado, dove era possibile ritirarsi nei momenti di pericolo nella sede cittadina.

Le lotte di fazione, la necessità di disporre di solide basi nel contado per ospitare i fuorusciti e preparare la riscossa potrebbe avere favorito un radicamento di rami nobiliari nel contado anche per contrastare le lotte tra parte nobiliare e parte popolare, Non va dimenticato inoltre il peso e l’autorità non solo morale esercitata dal vescovo sulle comunità rurali in conseguenza degli stretti rapporti tra l’episcopato e i cittadini. Attraverso le proprietà terriere ed il godimento delle decime nella prima metà del secolo XII si formò un vivace rapporto tra città e contado e contemporaneamente il rafforzamento delle loro posizioni urbane.

Le grandi città comunali riuscirono a conquistare e organizzare un proprio territorio extra-urbano, utile ciò allo sviluppo politico e sociale della città stessa.

 

Ancora sulle Signorie

Quando si parla di signoria viene spontaneo immaginarsi un castello o una villa fortificata, se la signoria è stanziale al di fuori della Città. Ci si mmagina invece un palazzo con corte e giardini se il signore ha la sua residenza all’interno delle mura cittadine. Ma molto più spesso è il castello e le sue fortificazioni che indicano il distretto signorile o coincidono. La comparsa poi di villaggi fortificati nelle campagne dei secoli X e XI ha ridefinito in profondità, ampliandolo, il patrimonio di conoscenze sul castello medievale.

L'incastellamento e l'opposto fenomeno di decastellamento hanno visualizzato nel territorio una politica, un’economia e un modo di vivere particolare. Le indagini sull'area padana hanno evidenziato come in molti casi la comparsa dei castelli nei secoli X e XI non abbia determinato comunque modifiche sostanziali alla configurazione dell'habitat e si è inoltre rilevato nei tempi successivi la perdurante vitalità di un modello di signoria in cui il polo di attrazione non era costituito da un castello ma da un centro fondiario, una chiesa o un villaggio aperto costituendo un approccio più equilibrato al rapporto tra insediamenti e potere.

Esistevano in epoca signorile una pluralità di beni e diritti che portavano a svariate transazioni, che avevano la loro origine nei periodi arcaici o che si erano trasformate in periodi successivi anche alle signorie stesse.
Non esistono negli archivi documenti specifici del potere signorile, la stessa varietà di poteri, ecclesiastici, borghesi, comunali, nobiliari tra loro intersecati nel tempo e specialmente nel nostro territorio e le più svariate transazioni, informazioni fondamentali sulla signoria si possono ricavare solo da semplici carte di compravendita, permuta, locazione, ecc., atti particolarmente preziosi, conservati, al contrario di altri, come gli elenchi di censi e di prestazioni o inventari di beni e di redditi di natura transitoria.
Vi erano poi atti di natura contenziosa,come placiti, dalla seconda metà del secolo XII alla prima metà del secolo XIII, carte di querela, verbali di testimonianze, carte di franchigia o di concordia, statuti, scritti sulle consuetudini, che riportavano le controversie che interessavano le campagne e i rapporti tra i signori tra loro o tra i signori e le comunità. Questi ultimi e diversi documenti sono importanti dal punto di vista cronologico. Infatti essi si concentrano in un periodo che costituisce in molti casi l'epoca delle signorie ma anche quella del tramonto di tante di esse, per tanto di tutta la parabola signorile ci rimane spesso documentato solo una parte e quella di tipo economico e giurisdizionale.

Questi documenti costituivano la "normativa" soggetta a continue riformulazioni.
Quali erano le rendite e i prelievi di cui la signoria viveva?
La composizione e l'articolazione dei proventi di cui la signoria aveva la disponibilità testimoniavano la sua forza sul territorio d’incidenza. Esisteva una serie di esazioni alle quali la signoria poteva accedere e andavano dal reddito delle terre di proprietà, al frodo, alle multe, alla confisca di beni, in caso di reati.
Tali esazioni erano fondate sulla disuguaglianza di stato tra gli uomini, che mirava ad assicurare ai molti un minimo di sussistenza e di sicurezza e ai pochi il mantenimento di una situazione di privilegio. Le articolazioni del prelievo sono l'espressione più visibile, anche se tra i secoli X e XII, una parte non marginale dei proventi signorili era costituita da rendite e prelievi di poco valore economico ma dal grande valore simbolico, perché sancivano ritualmente, ribadendole ogni volta, le gerarchie sociali.

Nella fase di accrescimento delle signorie va sottolineata la grande importanza delle donazioni, almeno per le signorie degli enti ecclesiastici. Le varie invasioni che portarono saraceni, normanni e tanti altri popoli a muoversi sul territorio europeo e in particolar modo sul suolo dell’Italia settentrionale e centrale trasformarono la terra, la proprietà. I contadini e l’aristocrazia fondiaria ne uscirono alterati e la grande proprietà vide rafforzate certe tendenze che le erano già connaturate da secoli. Il regime «curtense» si trasformò per far posto alla «signoria rurale». Quale fosse la proporzione dei liberi piccoli proprietari sfuggiti alla forza attrattiva della grande proprietà è praticamente impossibile dire. In Italia, dove la curtis, la grande proprietà, pare essere stata un fenomeno meno invadente che nel resto d’Europa, si suppone che essi fossero in numero più alto, ma ovunque la loro progressiva diminuzione appare nei secoli IX e X marcata, i piccoli allodi contadini si trasformarono in terre tributarie. Il grande proprietario che fortifica il villaggio finisce per occupare il posto lasciato vacante dalle autorità centrali e dalle loro articolazioni regionali. Anche sui liberi si impone così la protezione del potente del luogo; la signoria assume per questo aspetto una chiara base territoriale e politico-amministrativa. La signoria presenta aspetti svariati, non tutti sempre concentrati nelle mani di un medesimo signore laico o di un medesimo istituto ecclesiastico, con diversità notevoli da regione a regione e da signoria a signoria. Il signore sfrutta in primo luogo i sottoposti sul piano giudiziario, essendo a lui passati de facto e poi de iure più o meno larghi diritti giurisdizionali, come per esempio il diritto sulle acque, che si trasforma per il signore, in primo luogo, nel monopolio del mulino, al quale si associa spesso il monopolio del frantoio e quello del forno.

Sono questi i ricavati economici del diritto di «banno», che consisteva nel diritto d'imporre lavori ai sudditi, di riscuotere da essi le tasse, di intraprendere azioni di guerra e, più in generale, di potersi far riconoscere come signore legittimo di un territorio. Al banno si aggiunse un contributo in denaro collegato alla protezione accordata dal signore rurale ai suoi uomini : la «taglia». Tale tributo era fissato arbitrariamente dal signore e commisurato normalmente al terreno lavorato dai contadini.
Dai pochi documenti disponibili pare che tali contributi, detti in val padana superimpositiones, finissero per superare largamente i redditi che il signore traeva dalle terre.

È impossibile stabilire quale ruolo abbia avuto nella vita economica delle aziende rurali questo più o meno regolare prelievo di ricchezza da parte della signoria. Non è escluso che esso abbia, da un lato, funzionato come «stimolante» della produzione contadina, ma il periodico salasso di riserve che esso determinava rallentava senza dubbio la possibilità di ascesa economica dei contadini più attivi o più fortunati. Le prime menzioni di monopoli signorili — forno, frantoio, mulino — appaiono nei documenti tra il 984 e il 1069 nella Lorena. Per quanto riguarda il nostro territorio l’ampio studio di Angela Abati fa testo.

La lenta maturazione della signoria porta anche a variazioni nelle misure agrarie e nel loro frazionamento, vedi il manso e la sua scomparsa (eccezione nelle montagne tirolesi ancora vigente oggi in alcuni rari casi per eredità di primogenitura) e l’applicazioni di misure diverse nei vari territori europei e ad esse si faceva riferimento per la determinazione dei cespiti pagati dai contadini al signore. Le principali signorie nella zona padana, che interessavano come confinanti la bassa bolognese e in qualche modo ne influenzavano il coordinamento economico e giudiziario, sono cronologicamente da individuarsi inizialmente nella spartizione del territorio in epoca longobarda (568), in seguito alla quale la parte orientale emiliana, compresa Bologna, rimase sotto il potere dell’Esarcato, mentre la parte occidentale venne occupata dai Longobardi, che vi costruirono i ducati di Piacenza, di Parma, di Reggio. Il territorio di Modena che si trovava tra le due parti in cui era divisa la val padana aveva a quel tempo perso di potere. Se guardiamo la data riportata, 568, ci rendiamo conto che le spartizioni e i relativi incastellamenti precedettero l’effettiva epoca delle signorie.

Abbiamo già accennato all’opera dei Franchi e della Santa Sede in tale contesto, dell’importanza dei Canossa, del potere dei vescovi conti. A tutto ciò subentrò il potere ecclesiastico e poi quello comunale, infine le signorie:

- Bologna libero comune nel 1116, con beneplacito imperiale e accorpando poi il comune minore di Faenza, divenne signoria dei Pepoli dal 1337 al 1349 poi dei Bentivoglio dal 1401 al 1506; il card. Albornoz incaricato nel 1353 dal Papa Clemente VI di riorganizzare lo Stato Pontificio, in particolare la Romagna e le Marche, fu avversato in ciò da Venezia e da Firenze, eguale sorte ebbe Cesare Borgia e solo nel 1526 si stabilì nei nostri territori il potere papale sino al Risorgimento e ciò coincise in pratica con il decastellamento della zona. Taddeo Pepoli, date le continue lotte con le signorie vicine, per avere supporto fu obbligato a firmare una pace di 8 anni coi Visconti, i quali ebbero poi la signoria di Bologna acquistandola nel 1350 dall'arcivescovo Giovanni. La pace stipulata con Milano e il deteriorarsi dei rapporti con Firenze aveva avvicinato sempre più i Visconti al loro desiderio di possesso di Bologna e tramarono al fine di indebitare gli eredi di Taddeo Pepoli sino al punto che si formasse l’idea di vendere la città ai Visconti. Firenze cercò di evitare la caduta di Bologna in mano dei Visconti, cercando di mediare tra il rettore posto dal Papa, Astorgio, ed i Pepoli. Ma fu proprio la chiesa a respingere la proposta. Così, 23 ottobre 1350 Galeazzo II Visconti entrava a Bologna con un forte esercito tra l'incredulità della popolazione. I Bentivoglio, che avevano ottenuta la signoria di Bologna, contemporaneamente cercarono di impossessarsi di tutti i territori del Salto Piano. Furono poi coinvolti negli scontri tra le potenti casate che si contendevano lo stesso predominio, verso la metà del Quattrocento, nelle vicinanze di Gherghenzano, Annibale I Bentivoglio inflisse una dura sconfitta alle truppe dei Visconti, guidate dal capitano Dal Verme. Volendo ampliare le conoscenze sulle Signorie della Bassa Bolognese, i vari insediamenti anche nella città e le parentele tgra vari signori al fine di aumentare la loro potenza( rinviamo sempre all'ampia trfattazione del Cap. XI - 6 "Il Mulino della Cà Gioiosa" di Angela Abbati.)

 - Piacenza libero comune nel 1127 e Parma nel 1149, divennero due ducati viscontei che si contesero a lungo Fidenza, formarono un unico ducato dal 1545 sotto i Farnese sino al 1731 e poi sotto i Borbone sino al 1860;

- Modena e Reggio, e con esse Massa e Carrara, formarono ducato dal 1452 al 1859, sotto gli Estensi, che avevano dominato Ferrara dal 1242, poi dal 1471 al 1598, dopo un periodo comunale dal 1115 al 1208, seguito da un periodo sotto lo Stato Pontificio. Si erano poi formate altre piccole signorie, più piccole ma non meno importanti:

- la contea di Guastalla nel 1406 con la dinastia dei Torelli, che poi nel 1539 passò ai Gonzaga diventando Ducato e la dinastia rimase la stessa sino al 1678;

- la signoria dei Pico a Mirandola e a Concordia;

- la signoria dei Da Polenta a Ravenna;

- a Imola e a Castel del Rio la signoria degli Alidosi;

- a Faenza i Manfredi;

- gli Ordelaffi a Cesena e a Forlì;

- i Malatesta a Rimini.

Anche nel Piacentino si formarono piccole signorie: lo Stato Landi e lo Stato Pallavicino.

L’Emilia Romania che era divisa in due parti sotto i longobardi si frammentò nel Basso Medioevo in tanti piccoli stati di diversa connotazione, guelfa e ghibellina, e se vi era la possibilità di formare un Regno unico nel territorio, questa frantumazione e diversità di intenti fece cadere ogni speranza.

I termini guelfi e ghibellini indicano le due fazioni che dal XII sec. si inserirono nel contesto del conflitto tra Chiesa e Impero e Comuni. I Guelfi sostennero il Papa, , ed erano legati al casato di Baviera e Sassonia dei Welfen, da cui la parola guelfo, contrapposto a quello di Svevia degli Hohenstaufen, signori del castello di Wibeling, da cui la parola ghibellino, questi ultimi in lotta per la corona imperiale dopo la morte di Enrico V nel 1125, senza eredi diretti.

 

L'Opera Pia Poveri Vergognosi

ll sistema economico e politico medievale, che portava a dure lotte per acquisire il potere all’interno delle città fra diverse famiglie della signoria, lotte che terminavano spesso con la distruzione o l’esproprio dei beni della parte soccombente, aveva già nel XIII secolo istituito Opere Caritative a favore degli indigenti provenienti dalla Nobiltà Bolognese.

Queste famiglie indigenti formavano un particolare tipo di personaggi, abituati ad una vita di lusso, proprietari di terreni, case, palazzi, castelli, si ritrovavano agli angoli delle strade ad allungare la mano per ottenere da mangiare o alla mercè di chi era subentrato nei loro beni, vergognandosi della loro nuova situazione. Le opere caritative create nel bolognese e nell’Emilia in generale si chiamarono appunto Opere Pie Poveri Vergognosi. La prima che si creò in Bologna data dal 25 marzo 1495. Venne fondata, presso la chiesetta di San Nicolò delle Vigne, del convento di San Domenico, dalla Compagnia de’ Poveri Vergognosi, retta da 10 notabili bolognesi.

Lo statuto costitutivo stabiliva che le attività atte a far vivere l’Istituzione provenissero da lasciti di membri di famiglie nobili o della borghesie che non avessero eredi alla looro morte e quindi fossero disposti a lasciare tali beni alla Compagnia per aiutare a sopravvivere quelli che iscritto all’Istituzione non fossero in grado di avere mezzi di sussistenza.

Nell’ambito della stessa istituzione era sorto anche il Conservatorio di Santa Marta per giovani fanciulle orfane o reputate tali, per il loro sostentamento e la loro educazione al fine di farne buone madri di famiglia.

Dal periodo napoleonico all’Unità d’Italia l’Opera subì varie traversie anche se la laicità dell’istituzione contribuì a preservarla da quei devastanti espropri che dovettero subire gli ordini religiosi.

L’Opera tuttora esiste se con finalità diverse o almeno diverse sono le persone che si possono rivolgere per aiuto. E’ ora un Ente di assistenza rivolto ai problemi attuali.
L’Azienda focalizza il suo impegno e le sue azioni innovative per prevenire l’insorgere dei fenomeni di emergenza sociale e per favorire l’inclusione sociale di tre particolari gruppi

 - servizio immigrati

- servizio disagio adulto

- servizio nuove povertà

I beni dai quali l’Opera trae vantaggio per agire sono di tre tipi

- grazie ai lasciti di cui ha beneficiato nei secoli, può vantare una vera e propria collezione di opere d’arte che la pone come punto di riferimento dell’antico collezionismo cittadino, con mostre d’arte. La collezione, nota come Quadreria dei Poveri Vergognosi, è oggi aperta ai visitatori

-L’Archivio Storico, antico circa 500 anni, costituito da trentaquattro fondi principalil di cui ventinove sono costituiti da documenti relativi ad altrettante eredità, mentre i cinque rimanenti sono: l’archivio del Conservatorio di Santa Marta, l’archivio della Compagnia dei Poveri Ciechi, una miscellanea di eredità. Un Archivio molto utile per i ricercatori sulla storia di diverse attività bolognesi negli ultimi 5 secoli

-L’ASP (Azienda Pubblica di Servizio alla Persona) Poveri Vergognosi, così ora si chiama l’istituzione gestita dalla amministrazione pubblica, ha “ereditato” l’importante e cospicuo patrimonio immobiliare che era dell’Opera Pia dei Poveri Vergognosi, impegnata anche alla conservazione del patrimonio e dell’identità dei casati dei testatari..

L'Ente ha sempre garantito la tutela della volontà testamentaria e, nei secoli, si è sempre adoperata affinché essa non venisse mai violata in oltre cinque secoli di attività, così il patrimonio immobiliare è divenuto sempre più consistente ed è oggi ancora costituito prevalentemente da fabbricati urbani e da fondi agricoli. I fabbricati urbani, fra cui figurano alcuni edifici storici come il Palazzo Rossi Poggi Marsili (Via Marsala 7, già sede dell’Opera Pia ed oggi dell’ASP Poveri Vergognosi), l’ex Conservatorio di Santa Marta (Strada Maggiore 74) ed il Palazzo Salaroli (Strada Maggiore 80) sono costituiti in prevalenza da appartamenti destinati a civile abitazione, da uffici e da locali ad uso commerciale, per una superficie di circa 55.000 mq.

I fondi agricoli si distribuiscono nella Regione Emilia Romagna, nei Comuni di Anzola dell’Emilia, Baricella, Bologna, Budrio, Castelfranco Emilia, Castel Guelfo, Castel S. Pietro Terme, Castenaso, Crevalcore, Granarolo dell’Emilia, Malalbergo, Medicina, Minerbio, Ozzano dell’Emilia, S. Giorgio di Piano, S. Giovanni in Persicelo, S. Pietro in Casale e S. Agata Bolognese.

Il patrimonio agrario è suddiviso in tenute che raggruppano fondi i cui confini insistono a volte su territori appartenenti a diversi Comuni, per una superficie di circa 2.000 ettari. I fondi rustici sono in parte destinati all’affitto a coltivatori diretti e ad aziende agricole, nel rispetto di regole che ne garantiscono trasparente ed adeguata partecipazione, anche con l’introduzione di sistemi innovativi e sperimentali di coltivazione, con espresso divieto nei contratti di introdurre coltivazioni OGM o altre forme sperimentali non rispettose dell’ambiente.



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