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\\ Home Page : Scritto STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net - Angela Bonora: Cap. 9 - Appendice 7: Epidemie nel tempo, impatto socio economico

Cap. 9- I Romani nella Pianura Padana- Appendice: 7 - Epidemie nel tempo, impatto socio economico

Di Angela Bonora (del 15/12/2011 @ 17:36:57, in Cap. 9 - I Romani nella Pianura Padana, linkato 5081 volte)

La peste che si ebbe dal 1630 al 1657, con inizio nel 1624 a Palermo, colpì tutta l’Italia. Visto come si diffondeva il contagio, si ebbero fatti particolari specialmente nel Bolognese.
Si diceva che durante la peste del 1630, l’ultima grande peste in Europa, una zona che veniva considerata favorevole per non essere contagiati fosse la campagna attorno alle cittadine dove viveva una popolazione numerosa. Molti abitanti dei capoluoghi si erano trasferiti nel contado, in quelle zone si poteva evitare il contagio.
Ecco quindi la curiosità di spulciare il libro dei morti della Parrocchia di San Giorgio di Piano di quel periodo per vedere se era possibile rintracciare nomi chiaramente di persone provenienti da altre regioni.

Bologna, città capoluogo, era stata chiusa da una cintura sanitaria appena si era avuto sentore di una peste bubbonica. Una cintura sanitaria molto stretta.
Nella città capoluogo erano morti più di 2 mila individui tra uomini e donne dall’inizio del morbo e il lazzaretto era pieno.

L’Arciprete di San Giorgio aveva domandato aiuto ai preti di S. Pietro in Bologna perché i fratelli che facevano parte della Pieve del paese erano o morti o malati gravissimi. Le frazioni vicine erano rimaste o solo con il cappellano o sguarnite completamente, con nessuno che desse il Viatico ai moribondi.
Il Cardinal Legato …era stato il primo a lasciare la città, troppo popolosa ed infetta, per raggiungere i suoi possedimenti nella campagna …ma non gli era andata fatta bene…la peste e la morte l’avevano raggiunto.
Il suo sostituto pro-tempore aveva subito emanato un editto con il quale si vietava alle persone abitanti nella città di uscirne per trasferirsi altrove. Lo stesso veto era in essere per chi veniva a Bologna da città o campagne confinanti: entrati in Bologna non ne potevano più uscire.
Quindi solo dalle grosse città delle regioni limitrofe potevano essere arrivati nella campagna del Saltopiano degli stranieri.

La cittadina di San Giorgio era fornita di un Hospitale e comunque nelle grandi ville sparse nella campagna l’epidemia non si era ancora mostrata.

Nel Libro I dei Morti, dell’Archivio Parrocchiale di San Giorgio di Piano, che evidentemente rappresenta il primo registro che era stato tenuto in quella parrocchia, le prime rilevazioni datano 1628 e il registro è il primo in assoluto, come si può leggere sulla costola esterna.
Per gli anni 1628-29 i dati relativi ai morti sono succinti, spesso non veniva indicato il nome della persona, ma solo l’età e il sesso, a volte il nome del padre. E poi le persone rilevate sono veramente poche… e non per peste.

Proseguendo nella lettura appare il 1630 come un anno di grandi rilevazioni: la peste. Le rilevazioni dell’inizio dell’anno non si possono con sicurezza riferire all’epidemia.

L’Arciprete, perché la parrocchia è retta da sempre da un Arciprete, indicava in data agosto 1630 l’inizio delle rilevazioni di morti dovute ad epidemia con la frase:
notta de li morti di mal Contaggioso”.
Per sei mesi le rilevazioni sono frequentissime. Famiglie intere vengono falciate, ma non si riesce ad interpretare in modo certo se tali famiglie sono della cittadina o provengono da altre regioni.
Stranamente i primi morti per peste furono del mio stesso ceppo famigliare. Ma non c’è da stupirsene, da secoli i Bonora sono nati e vissuti nella pianura del Reno, nel tratto tra Bologna e Ferrara e non erano certamente famiglie ricche, si può dire senz’altro povere.

Nei testi di demografia storica si parla di una coincidenza che non deve essere considerata un puro caso. Le carestie, la mancanza di cibo, la denutrizione portano a diminuire la possibilità degli individui a reagire alle malattie.
Le grandi epidemie, che si sono verificate nel tempo, sono sempre state precedute da carestie dovute a fatti naturali che influivano negativamente sulla vegetazione e sugli allevamenti. Ovviamente gli individui meno abbienti erano i primi sacrificati dal morbo.
I Bonora in San Giorgio furono i primi, le loro famiglie vennero decimate e anche le famiglie ad esse legate li seguirono di lì a poco tempo.

Come si fa ad essere certi della relazione miseria-morte?
All’Archivio di Stato di Bologna sono conservati alcuni estimi di quei tempi: esistono quattro estimi dal 1577 al 1655 e un elenco delle persone o meglio dei capifamiglia che erano stati esentati dalla tassazione perché in condizioni disagiate. Nell’elenco i Bonora sono presenti e non solo una volta: tutte le famiglie Bonora di quegli anni comparivano solo nell’elenco degli esentati dal pagamento dei tributi, per povertà.
Nel periodo della peste, dall’agosto 1630 alla fine di dicembre 1630, morirono 278 individui: 139 di sesso femminile e 89 di sesso maschile, le morti infantili erano molto rare: forse, data l’epidemia, le donne in gravidanza abortivano spontaneamente e i feti non venivano registrati, come pure la gravidanza di una donna perita per l’epidemia.

Le notizie sono scarne: data del decesso, sesso, età, nome e cognome a volte. Le rilevazioni sono fatte in volgare.
Si nota una particolarità interessante: il nome del morto veniva indicato spesso con il solo nome, scritto senza la maiuscola iniziale, e con l’indicazione del lavoro svolto, mentre vi erano morti per i quali non era indicato il lavoro, (forse benestanti?), e per questi il nome era con la maiuscola e vi era scritto il nome della famiglia di provenienza.
Si trovano nelle rilevazioni come sola indicazione, senza nome, vignolo (lavoratore di vigna ), vilan (contadino), longarello (molto alto e magro,) sorda, garzon dell’ortolan dal tofanin (“tofanin o tofanini” è un possidente), una dona di Corgian (forse una serva a casa Corgian), Tomaso ortolan de la Jupina, togna natta da C.(Tonia nata da C. iniziale della madre), Fesilia cingara frabba e domenica frabba cingara, (le due donne sono zingare lavorano come fabbre o sono figlie di un fabbro). Comunque l’iniziale maiuscola dei nomi spesso sembra essere un fatto casuale.

Si vede poi rilevata Caterina Sezapina e subito dopo la “serva della Sezapina”, qui la differenza è evidente.

Alcuni cognomi sembrano dimostrare l‘ipotesi fatta prima:
dal Bon, di Bidin, Dulzan, Spisan, Morin, Tofanin sembrano provenire dal vicino Veneto, ma non vi sono rilevazioni in tal senso, solo il nome della famiglia che arieggia ai cognomi anche attualmente in essere nel Veneto.
E’ tutto da verificare con il libro dei battezzati: se risultano nati con tali nomi nel paese allora l’ipotesi può saltare.
Bisogna controllare il libro dei battezzati: inizia poco dopo la fine del Concilio di Trento, nel 1568, si dovrà comunque vedere i battezzati della fine del 1500 inizi 1600 dato che l’età media dei morti si aggira sui quaranta anni.

Abbiamo voluto dare qualche indicazione su quella che si può considerare in Europa e in Italia come l’ultima grande epidemia di peste che avesse causato molti morti in pochissimo tempo.

Ma da dove proveniva tale epidemia? nel periodo precedente la peste nera si parlava di una provenienza asiatica del morbo e in particolare dalla Cina, ma le conoscenze geografiche dell’epoca, malgrado i viaggi di Marco Polo, le cui memorie del viaggio nel Chatai fossero state raccolte in francese dallo scrittore pisano Rustichello e i viaggi documentati dei primi monaci cristiani in Cina, di cui abbiamo notizia già tra il VII e il IX secolo, erano minime.
Lo stesso Giustiniano, che cercava di liberare i mercanti bizantini dagli intermediari persiani ed arabi, che tra l’altro avevano il monopolio di merci come spezie, seta e pietre preziose, e inviava le sue truppe a contrastare i viaggi via terra di questi asiatici verso la Cina, disponeva di mappe dei tragitti verso l’estremo oriente, ma in Europa e in Italia non vi era la possibilità di conoscere veramente tali territori, anche per la differenza di linguaggio dei viaggiatori-cronisti dell’epoca.

Tanto meno erano note le cause che procuravano l’epidemie.
Il focolaio di origine era molto probabilmente nei pressi del Lago Bajkal dove scavi archeologici nella zona hanno rilevato grandi quantità di tombe databili tutte negli anni trenta del 1300.
Una cronaca bolognese riporta fenomeni verificatisi nello stesso tempo della comparsa della nuova e terribile malattia:

 

Generalmente la peste aveva inizio quando una persona veniva avvicinata da un roditore portatore del batterio della peste, la malattia si diffondeva tramite le punture di pulci che vivevano in simbiosi con i roditori e per le scarse condizioni igieniche degli individui: all'epoca ogni abitazione aveva una famiglia di ratti e con almeno 3 pulci per ratto.
Quindi la diffusione dell’epidemia era assicurata.
I ratti arrivavano alle abitazioni dall’esterno, portati dalle navi, dalle carovane.

La peste si manifestava con gonfiori all'inguine e sotto l'ascella (bubbone); dai rigonfiamenti usciva sangue con pus dall’odore ripugnante, si formavano poi macchie sulla pelle. Dal malato emanava un odore nauseabondo.

La peste bubbonica dava i primi sintomi sotto forma di vomito misto a sangue, cefalea, nausea, dolore articolare e malessere. La temperatura corporea (accompagnata da brividi) saliva fino a 38,5°- 40,5° e il polso e la respirazione del soggetto colpito aumentavano. Nei casi fortunati la febbre scendeva in 5 giorni e si guariva nel giro di due settimane, mentre nei casi più sfortunati nel giro di 4 giorni si moriva.

Per la peste polmonare invece la morte avveniva 2-3 giorni dopo la prima comparsa dei sintomi e la peste setticemica provocava la morte nello stesso giorno in cui i sintomi si presentavano.

Quando si era malati si veniva ben presto rinchiusi in un lazzaretto e alla morte si veniva seppelliti in fosse comuni.
La gestione del lazzaretto era affidata ai frati cappuccini.
Il ricovero nel lazzaretto, che pure era una necessità, creò terrore nei malati che, quando erano abbastanza ricchi, tentavano di farsi curare a casa.

Le prime cure  furono erbe, tabacco, mazzi di fiori ecc., poi controlli sugli uomini e sulle merci, fumigazioni, quarantena delle merci, chiusura delle case infette, a volte incendio delle stesse; le cure mediche consistevano in salassi (!), incisione dei bubboni, fumigazioni e soprattutto isolamento dei colpiti dal morbo.

La Chiesa credeva che la peste fosse una punizione divina per i tanti peccati commessi in passato e apprestava riti collettivi come processioni, messe, culti di immagini, ex voto ai santi guaritori, aumentando così il contagio. Non ultimi erano spesso consigliati ai malati lasciti di terreni ed immobili alla Chiesa per accedere meglio alla grazia divina.

L’ignoranza grandissima della gente su come si formasse tale morbo portò alla ricerca di responsabili che vennero identificati in vagabondi che secondo le credenze popolari passavano di casa in casa segnando le porte esterne con “unti malefici” (untori) e in streghe, donne dalle proprietà diaboliche, che avevano la possibilità di evitare a se stesse e alla loro famiglia il morbo tramite contratti con il diavolo. Queste ultime non erano altro che donne intelligenti che conoscevano le proprietà dell’igiene, delle erbe medicinali e aromatiche e soprattutto avevano cercato di portare alle loro case vegetali atti a superare l’indigenza dovuta alla carestia.
Una delle pozioni magiche tanto temute era la “zuppa di semi di canapa” che esse raccoglievano, avendo capito le proprietà proteiche di essi.
La paura giustificò una vera e propria caccia all'untore, spesso individuato in comunità di origine ebraica, da parte delle autorità che si servirono di tutti gli strumenti allora previsti: denunce anonime, torture, brutali esecuzioni in pubblico, in ciò sostenute dalla Chiesa.

La Chiesa infatti aveva istituito già dal 1184 la Santa Inquisizione, tribunale atto ad indagare e punire chi non avesse seguita l’ortodossia cristiana, reprimere e controllare i diversi movimenti spirituali e pauperistici avversi al potere temporale ecclesiastico. L’azione del tribunale inquisitorio si era poi esteso a controllare quelle donne, normalmente abitanti nel contado, che sapevano curare con erbe ferite e malattie che i “saggi” medici non sapevano curare o che non davano la loro opera nel contado.

Era stato poi istituito dal governo cittadino e nei borghi del contado un servizio particolare, i monatti, addetti al trasporto dei malati ai lazzaretti e al trasporto e sepoltura dei morti.
Dato il particolare lavoro, la particolare divisa rossa scura e il campanello legato al piede che li distingueva, rappresentavano per il popolo il simbolo dell’orrore della peste. Pochi erano quelli che si adattavano a tale lavoro, per lo più sbandati senza alcuna risorsa, ladri alla ricerca di ori sui corpi dei morti e nelle case vuote e quindi anche le autorità stesse non erano in grado di controllarli.

 In città gli opifici, le strutture governative, ecclesiastiche erano allo sbando, si ridusse la manodopera necessaria alle attività artigianali e industriali, con un corrispondente calo della produzione. Interi nuclei familiari furono colpiti e scomparvero, il numero degli orfani e delle famiglie senza un genitore era notevole, anche se la tendenza fra i superstiti era quella di riformare nuovi nuclei familiari e di usufruire delle case abbandonate delle quali erano diventati eredi, diventando più abbienti. La peste aveva ridistribuito il reddito pro-capite.

Nelle campagne la diminuzione del numero degli uomini determinò l'abbandono di molte terre e una regressione della coltivazione dei cereali, vegetali e frutti.
La ripresa del bosco e del pascolo brado, con la moltiplicazione di animali selvaggi quali cinghiali, cervi, caprioli, lepri, conigli e anche lupi fu il risultato ovvio.

Nella Bassa Bolognese la mancanza di arginatura dei canali, degli scoli, dei fiumi riportò l’esigenza di nuove bonifiche, ma vi era mancanza di mano d’opera, che portò ad un aumento dei salari e delle retribuzioni in generale perché la domanda di forza-lavoro era superiore all'offerta.
Le cronache sono piene di lamenti del cittadino medio per l'aumento del costo dei servizi, per esempio quelli dei commercianti e del personale domestico.

Non inferiori erano i problemi per il colono che, dovendo dividere il raccolto con i proprietari rimasti, non aveva sufficiente cibo per la famiglia, quindi cacciava di frodo nei boschi padronali.

Le successive ondate epidemiche dal XIV al XVII secolo non rallentarono comunque la mortalità endemica, tanto che spesso morti dovute a malattie già rilevate nel passato nella popolazione come normali furono rilevate come dovute alla peste, malattie polmonari considerate peste polmonare e setticemia come peste setticemica.

Le malattie mortali oltre alla peste, che vennero rilevate nel periodo di peste nera considerato, erano le più varie.
Le rilevazioni non erano di tipo anagrafico né governativo, né ecclesiastico del tutto, come avviene oggi.
I dati sono desunti da cronache, documenti storici per lo più non facilmente comparabili.
I dati qui riportati danno comunque un‘idea delle malattie mortali oltre la peste e sono desunti da una rilevazione in Firenze nel periodo 1424-1430.
Nella prima tabella elaborata sono riportate le malattie in ordine di importanza, dividendo tra individui maschi e femmine in modo da rilevare come le due differenti componenti fossero differentemente attaccate da malattie mortali: 

 dove si legge:
Bachi=vermi intestinali infettivi
Pondi, scesa = forme intestinali non infettive, croniche
Sconciatura = aborto
Ambascia = affanno

I valori indicati nella tabella successiva sono per le stesse malattie rilevati a Firenze nello stesso periodo,1424-1430, non rilevando i morti per peste.

Nel calcolo delle percentuali per il confronto si fa riferimento all'elenco delle malattie per i morti di sesso maschile, la penultima voce è da intendersi per Gotta maschile e l’ultima per Parto ovviamente Femminile, le uniche due componenti che differenziano le due successioni di dati.
Si nota che anche in quel periodo la mortalità femminile per vecchiaia indicava una vita estrema molto più elevata per la donna che per gli uomini avendo tale componente più del 30% di incidenza sulla mortalità femminile contro oltre il 12% per la mortalità maschile e anche volendo tener conto della mortalità per fatti violenti ed accidentali, che risulta più alta nei maschi, i livelli rimangono ben distanziati: circa il 31% femminile e 16% maschile. Insomma vita media femminile elevata, malgrado la morte per parto.

Se potessimo costruire un grafico di riferimento di speranza di vita alla nascita in Italia, al passare del tempo avremmo un grafico simile a quello sottostante dove sono ben evidenti le variazioni dovute: al miglioramento della vita, al calo della mortalità infantile, all’accrescersi della ricerca medica, al miglioramento del reddito e all’alimentazione più variata. Il grafico non ci dice niente delle differenziazioni tra contado e città, tra nord, centro e sud, tra popolazione maschile e femminile. E’ un grafico puramente indicativo dell’universo “popolazione italiana nel passare dei secoli”…..

 

Il XV secolo, con il passare della peste nera, portò una rinascita in tutti i campi: la popolazione riprese a crescere, le condizioni di vita migliorarono, vi furono miglioramenti nell'agricoltura e i terreni lasciati per secoli in abbandono furono nuovamente bonificati e coltivati, tutto ciò portò ad una decisa diminuzione della malaria , altra gravissima malattia epidemica (?) che comunque non scomparì mai sino ai giorni nostri.

 A proposito della malaria e della sua incidenza sulla mortalità in Italia e quindi l’incidenza sulla evoluzione demografica diversi documenti nei due ultimi millenni ne parlano, ma solo recentemente, inizio 1900, si sono individuati i fattori determinanti e i medicinali validi per la cura.

Da sempre la diffusione della malaria è stata influenzata da un intreccio di fattori: uomo, zanzara Anopheles e plasmodio - e la loro interazione nell'ambiente circostante.

La zanzara inietta nell’uomo il plasmodio. Plasmodio è il nome del protozoo, piccolo organismo monocellulare, parassita, come nel caso della malaria.
Il plasmodio entra nei globuli rossi umani e si nutre di emoglobina finchè non diventa abbastanza grande e fa esplodere il globulo stesso, provocando problemi di respirazione, anemia, febbri spesso molto alte, debilitando il corpo spesso sino alla morte.
Gli stadi giovanili delle zanzare Anopheles si sviluppano via via in presenza di acqua stagnante, pertanto la malaria ha seguito l'uomo nel suo percorso evolutivo, dalle origini sino ai giorni nostri.

L’evoluzione del plasmodio precede di milioni di anni la comparsa dell'uomo e discende probabilmente da parassiti delle cellule intestinali degli animali vertebrati, che si propagavano attraverso la produzione di cisti emesse con le feci e in grado di resistere nell'ambiente esterno. Adattatisi a vivere nelle cellule degli organi interni (quali il fegato) e poi nel sangue, i parassiti dovettero trovare un sistema per passare da un ospite all'altro. Adottarono come vettore un insetto succhiatore di sangue quale la zanzara.

Attualmente si conoscono quasi 200 specie di plasmodi che infettano, oltre all'uomo e agli altri primati, anche i roditori, gli uccelli e i rettili.

Si suppone che la malaria si stabilisse insieme all'uomo in Mesopotamia, poi in India, nel Sud della Cina, nella Valle del Nilo e da qui si irradiò sulle coste del Mediterraneo. Da questi luoghi nuove migrazioni portarono la malaria nella gran parte dell'Africa dell'Asia e dell'Europa.

La Mesopotamia fu uno dei primi luoghi della terra a conoscere lo sviluppo di una fiorente civiltà agricola, e soprattutto l'uso della irrigazione per avere raccolti più abbondanti; grazie alla sua fertile posizione fra i fiumi Tigri ed Eufrate, in questa regione sorsero fin dalla preistoria popolose città.
Dati i ritrovamenti archeologici, tra i quali tavolette di argilla con caratteri cuneiformi databili 2.000 a.C., che recano notizie di febbri mortali intermittenti associate a milza ingrossata, ed altri oggetti votivi contro le zanzare, si ritiene che la Mesopotamia fosse una delle aree più malariche dell'antichità.
Da tali ritrovamenti si ipotizza pure che i medici babilonesi avessero intuito che la malattia fosse trasmessa non tanto dalla mala-aria quanto da insetti volanti.

La malattia viene descritta in diversi antichi testi asiatici, indiani, cinesi, ma attribuita all’ira divina, come per altro anche nelle nostre valli paludose, dove con la prima Chiesa Cristiana venivano fatti riti per chiedere l’intervento divino contro queste febbri e purificare i peccatori che instauravano queste febbri maligne.

Si pensa che la malaria fosse presente nella penisola italica già dall'VIII-VII secolo a.C., ma quasi sempre non in forma maligna con febbri terzane.
Quasi certamente fu importata dai Fenici e dai Lidi, infatti numerose città che sorsero nelle regioni del sud della Penisola, soprattutto sulle coste Lucano-Calabre, Campane, Pugliesi e della Sicilia sud-orientale sino dal III secolo a.C. sarebbero diventate inospitali a causa della malaria; analogamente la Campagna Romana, la Palude Pontina e la Maremma Toscana furono zone di diffusione ma di forme benigne di malaria.
L’urbanizzazione, la denatalità, le guerre e la trascuratezza delle terre furono i fattori, che caratterizzarono la storia di Roma durante il II secolo a.C..
Varrone riteneva che i terreni paludosi dovessero essere venduti o abbandonati, che le abitazioni dovessero essere costruite in collina, dove piccole bestiole malefiche faticassero ad arrivare o perivano rapidamente per la mancanza di umidità. L'idea davvero straordinaria, scaturita dall'associazione tra paludi, aria malsana e febbri, che le malattie fossero dovute a esseri animali invisibili era ribadita, nella prima metà del I secolo a.C., anche da Lucrezio nel De rerum natura.

Grazie comunque a misure di bonifica del suolo e sistemi di drenaggio ereditati dagli Etruschi e volti a contrastare gli impantanamenti la zona dove sorse Roma fu risanata e messa a coltura. Comunque sul colle Palatino venne eretto un tempio dedicato alla dea Febris Magna, la dea Febbre, e i principali edifici furono costruiti sui colli.
Quindi anche la medicina romana aveva compreso il nesso esistente tra la malaria e le paludi, tanto che l'aggettivo "palustre" associato alle febbri terzana, quartana e semiterzana sembra abbia fatto la sua prima comparsa già nell'opera di Galeno durante la seconda metà del II secolo. Galeno sosteneva che l'equilibrio tra gli umori di cui riteneva costituito il corpo, poteva essere ristabilito mediante salasso, altri mediante somministrazione di cibi liquidi o semiliquidi.

La pratica del salasso si protrasse sino all’inizio del 1900 quando già veniva somministrato il chinino. Nel nord della Penisola, a parte il litorale veneto, la malaria dipendeva invece da vettori meno adattati all'uomo, e da fattori il cui ruolo poteva sensibilmente attenuarsi con la riduzione delle zone acquitrinose, con il miglioramento delle condizioni abitative e con l'introduzione di nuove tecniche agricole e di allevamento.

I romani, arrivati in pianura padana. la bonificarono poi la colonizzarono, ma il nostro territorio ebbe successive casi endemici durante tutto il secondo millennio sin che non venne completamente bonificata la valle e si attuò la terapia con il chinino, un alcaloide naturale avente proprietà antipiretiche, antimalariche e analgesiche .


Studio della mortalità 

Lo studio della mortalità e di conseguenza della durata media di vita, abbiamo visto, è strettamente legata alla possibilità di avere informazioni quantitative.
Il mondo occidentale e l’Europa in particolare ebbe livelli di mortalità elevati e poco variabili, mortalità infantile, guerre erano le principali cause.
Alla fine del dell’Impero Romano d’occidente si valutava la durata media di vita compresa tra i trenta e i trentacinque anni sia per gli uomini che per le donne, sino nel Basso medioevo la tendenza della mortalità si mantenne generalmente elevata pur arrivando nel lungo periodo medievale a raggiungere una diminuzione che fu subito recuperata dal lungo periodo di epidemie di peste.

 Solo alla metà del XVII secolo la durata media della vita raggiunse i quarantacinque anni.
Le valutazioni qui riportate sono comunque relative a situazioni differenziate geograficamente, e ad informazioni che solo alla metà del Seicento acquistano maggiore affidabilità e in ciò dobbiamo ringraziare le norme di rilevazione sui vivi e i morti imposte dal Concilio di Trento alle parrocchie cristiane.

La scomparsa delle grandi carestie e delle epidemie di peste, assai diffuse nel corso dei tre secoli precedenti e che avevano anzi aumentato il tasso di mortalità, fecero diminuire i tassi di mortalità che però furono caratterizzati da periodici rialzi provocati dal diffondersi di malattie infettive come vaiolo, tifo, febbri malariche e a situazioni di sottoalimentazione, miseria, e a emigrazione di emarginati da altre zone geografiche.

I governi intervennero con leggi sulle norme igieniche maggiori, che interessavano sia le città che il contado: soprattutto costruzione di fognature coperte, acqua in abbondanza lungo le vie cittadine con nuove fonti di acqua sorgiva, leggi sulla raccolta dei rifiuti e nel contado canalizzazioni e copertura di acque luride, canalizzazioni di acque pure derivanti da sorgenti, solleciti allo scavo vicino alle case di possibili pozzi artesiani.

I pozzi artesiani il cui nome proviene dalla regione francese dell’Artois datano dall’8100 a. C., quindi già nel Neolitico erano utilizzati. Sono pozzi scavati per mezzo di trivelle e rivestiti di mattoni ora di tubi, in essi l’acqua della falda acquifera fuoriesce spontaneamente al di sopra della superficie del piano di campagna, a causa della diversa pressione, superiore a quella che avrebbe se scorresse libera sul suolo.

Durante il XVIII secolo l'incidenza della mortalità diminuì drasticamente in gran parte dell'Europa e in Italia.
Si giunse ad una stabilizzazione della mortalità, con riduzione delle epidemie.
Nell'ultima parte del XIX secolo la mortalità riprese a diminuire fortemente. Agli inizi del XX secolo i valori della speranza di vita alla nascita erano quasi dovunque assestati vicino ai cinquanta anni.
Da allora il declino della mortalità nei paesi sviluppati non subì interruzioni, salvo qualche occasionale punta epidemica nei primi venti anni del secolo con la febbre spagnola.
Dopo la seconda guerra mondiale la sopravvivenza italiana conobbe progressi notevoli.
Alle soglie del Duemila, nel mondo occidentale, la speranza di vita alla nascita è assai vicina agli ottant'anni, ciò dovuto principalmente alla diminuzione della mortalità infantile e grazie all'accresciuta igiene negli ambienti domestici ed esterni alla scoperta e diffusione di vaccini, sulfamidici e antibiotici.
Sulle cause del declino della mortalità nel mondo occidentale il dibattito tra gli studiosi è ancora aperto. Sono state accertate componenti generali come il miglioramento negli standard di vita, delle condizioni sanitarie e dell'igiene, componenti specifiche come il progresso nella ricerca medica, nello sviluppo delle strutture sanitarie e nella prevenzione.

Th. McKewn ritiene causa principale della variazione del fattore mortalità l'innalzamento nelle condizioni di vita e il conseguente miglioramento nella nutrizione, e quindi maggiore resistenza agli agenti infettivi: comunque interrelazione tra i fattori socioeconomici e quelli biologici.
Altri hanno data maggior importanza all'influenza di una serie di variabili socioculturali, economiche e biologiche e alla complessità delle relazioni tra esse esistenti.

A mio avviso vengono comunque presi in considerazione gli stessi fattori, e questi ultimi studiosi, partendo da punti diversi con maggiori variabili degi stessi fattori considerati, raggiungono lo stesso risultato.
Infatti se si fa riferimento alla mortalità o alla speranza di vita alla nascita in continenti come l’Africa ripiombiamo ai valori pre-romani e ad un tenore di vita non molto differente dei secoli prima dell’era cristiana.

 



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