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\\ Home Page : Scritto STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net - Angela Bonora:: Capitolo undicesimo - Vita Medioevale: Appendice - I servi della gleba e la LIBERTA

Capitolo undicesimo - Vita Medioevale: Appendice 1 - I servi della gleba e la LIBERTAS

Di Angela Bonora (del 10/05/2011 @ 18:54:17, in Cap.11- Vita medioevale , linkato 3999 volte)


I servi della gleba, tali per nascita, venivano chiamati proprio così perché non potevano abbandonare le terre in cui lavoravano: gleba, in latino, è propriamente la "zolla " di terra. I servi della gleba medievali contrariamente agli schiavi romani erano considerati “persone” non “cose”, anche se le loro mansioni non differivano di molto da quelle degli schiavi di più antica tradizione: coltivazione dei fondi agricoli, pagamento dell’uso del terreno in raccolto, in più, nel medioevo, pagamento di decime al clero, di tributi ai signori, prestazioni di corvées, delle quali abbiamo già parlato precedentemente.

 I servi della gleba non potevano sottrarsi a tale condizione senza il consenso del padrone del terreno, ma avevano il diritto alla proprietà privata di beni mobili, potevano liberamente sposarsi, comunque con persone all’interno della proprietà alla quale erano legati, avere figli ai quali lasciare un'eredità.
Il proprietario dei fondi non aveva diritto di vita e di morte sul servo della gleba, che però poteva essere venduto insieme alla terra, su cui aveva il diritto-dovere di restare legato.

A giugno 2007 si sono compiuti 750 anni dalla liberazione dei servi della gleba da parte del Comune di Bologna e dalla redazione del Liber Paradisus, documento che attesta quella liberazione e viene conservato presso l’Archivio di Stato Bolognese.
Bologna fu il primo Comune in Italia ad attuare tale liberazione.

Il Liber è in pergamena, con una copertura antica in legno e pelle e reca sul frontespizio la scritta “Paradisus” e “1257”, è redatto in minuscolo, ornato da un grande capolettera “P” con disegni filigranati.
Il codice scritto in latino è a due colonne, riporta l’elenco dei 5.855 servi e serve che il Comune di Bologna liberò il 3 giugno 1257, al termine di un’operazione legislativa estremamente complessa e condotta a termine con grande sollecitudine e comprendente sia la città che il contado.

Diverse erano comunque le persone sottomesse ad un padrone e prese in considerazione nel Liber Paradisus, il cui nome significava che “ solo nella libertà dell’individuo stava il paradiso”.
Gli individui iscritti nel Liber erano:
- servi veri e propri, eredi degli antichi schiavi, servi della gleba in senso stretto;
- manenti, cioè coloni di condizione servile legati alle terre padronali; nel diritto medioevale il coltivatore che, legato da un contratto, doveva risiedere per sempre nella terra che coltivava mantenendo oneri di prestazioni verso il proprietario;
- servi di masnada, che costituivano piccoli eserciti signorili.

Liber Paradisus

 
Per tutti costoro il Comune acquistò la libertà, pagando ai rispettivi padroni 10 lire di bolognini per ognuno che avesse 14 o più anni, maschi e femmine, e 8 lire per ogni minore.
Tali rimborsi ai proprietari dei servi non erano di poco conto se si pensa che 10 lire di bolognini rappresentavano il valore di mercato di un bue o di una tornatura di buona terra arativa e che il Comune si indebitò notevolmente per portare a termine velocemente l’operazione di liberazione.
La fretta che stimolava le autorità comunali era data dai continui conflitti all’interno dell’area bolognese e con i confinanti, che potevano bloccare il risultato di tale importante nuovo ordinamento giuridico.

Della complessa indagine territoriale e della relativa redazione degli elenchi dei servi da acquistare e liberare, furono incaricati quattro notai, uno per quartiere, comprensivo anche dell’area della bassa bolognese, fuori dal circondario cittadino.
I notai bolognesi, coordinati da un giudice podestarile, ma totalmente autonomi nell’elaborazione letteraria dei testi, crearono prologhi esplicativi con giustificazioni ideologiche sulla operazione che aveva natura politica, economica e sociale più che umanitaria.

L’iniziativa della liberazione era stata presa per risolvere alla radice il problema della servitù coatta, per cancellare la macchia che deturpava il prestigio di una città libera, per dare compimento, infine, al progetto di Dio, che con il Cristo pose le basi della redenzione dell’uomo, liberandolo dalla schiavitù diabolica.

Il Liber Paradisus tramanda infatti non solo i nomi dei servi e dei padroni, ma anche le ragioni ufficiali del provvedimento, esposte nei tre ampi prologhi, che rappresentano uno dei migliori scritti della cultura retorica bolognese del Duecento, e testimoniano l’impegno appassionato del ceto notarile a sostegno dell’ideologia comunale.

Alcune frasi del Liber che rendono chiare le intenzioni del Comune di Bologna:

LIBER PARADISUS

Questo è il memoriale dei servi e delle serve che sono stati liberati dal comune di Bologna; questo memoriale è a buon diritto intitolato Paradiso …. ……. perché la libertà è un tesoro inestimabile e vale più di ogni metallo prezioso poiché il suo valore è incomparabile a qualunque somma di denaro, dalla sua giurisdizione e distretto estirpò alla radice la macchia della schiavitù, e coloro che erano avvinti nei ceppi servili li chiamò alla antica libertà, riscattando al prezzo di dieci lire di bolognini chiunque, di entrambi i sessi, avessero quattordici anni o più, e al prezzo otto lire tutti i minori, affinché d’ora in poi non ci siano più servi e, poiché questa è una città nobile e franca, in essa possono vivere solo uomini liberi …..”

Con queste parole il Governo di Bologna il 3 giugno 1257 decreta la liberazione di tutti gli schiavi residenti in città e nei dintorni, decide che da quel giorno in poi nel suo contado non esisterà più la schiavitù.
In verità non fu il primo caso di tentativo di affrancamento degli schiavi, ma fu sicuramente il primo definito per legge (statuto) e preso con decisione assoluta da un’entità di governo Statale di cui, allora, era e potevano fregiarsi i liberi comuni di quella Italia lontano da venire.

Gli uomini incaricati dal governo cittadino dovettero affrontare enormi difficoltà dovute all’assenza di moderni strumenti anagrafici, alla complessità degli interessi della antica nobiltà non ancora decaduta e ovviamente contraria a tale operazione, che interessava il 10% della popolazione e soprattutto la popolazione lavoratrice.

L’operazione fu facilitata dall’apporto fattivo di Bonaccorso da Soresina, nobile Cremonese, Capitano del Popolo Bolognese e che in un solo anno dal 1256 al 1257 fece in modo che si portasse a termine il tutto.

A Bologna oggi ci si dimentica che furono le Autorità comunali bolognesi che per prime nel mondo debellarono nel loro territorio la schiavitù facendone legge e ponendola a fondamento dei suoi statuti:
nei suoi gonfaloni apparve la parola LIBERTAS come un fatto compiuto e a favore di qualunque individuo al di là della differenza di sesso, religione, razza e con il contemporaneo riconoscimento del pieno diritto di cittadinanza.

L’operazione costò alle casse comunali la cifra complessiva di 53.014 lire bolognini che furono versate a rate ai 379 proprietari. L’operazione portata a termine per volontà del governo Cittadino nel lontano 1257… oggi … di tale storia tanti Bolognesi che si dicono “Bolognesi di nascita e tradizione” non ne sanno niente.

Io stessa, mio malgrado, se non mi fossi messa a fare ricerca sulla pianura e la bassa bolognese in particolare sarei rimasta in parte ignorante del fatto per non aver saputo valutare pienamente quel termine LIBERTAS che campeggia ben due volte sul nostro stemma cittadino.

Stemma di Bologna


Ora non si potrà più dimenticare tale data e tale atto di civiltà e democrazia bolognese, lo stesso nuovo fabbricato degli Uffici Comunali hanno ora sede nella Piazza Liber Paradisus e i bolognesi, volenti o nolenti dovranno ricordare la data del 1257…

 



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