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Cap. 1 - Geologia 1
Cap. 2 - Idrografia 1
Cap. 3 - Flora 4
Cap. 4 - Fauna4
Cap. 5 - Uomo 4
Cap. 6 - Cibo7
Cap. 7 - Attività agricole tipiche9
Cap. 8 - Dalle origini ai Romani10
Cap. 9 - I Romani nella Pianura Padana17
Cap.10 - I Barbari ... Alto Medioevo10
Cap.11- Vita medioevale 19
Cap.12 -Vita Medioevale: Istruzione9

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\\ Home Page : Scritto STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net - Angela Bonora: Cap. XI - Vita medioevale: 8- Innovazioni e invenzioni medioevali

Capitolo undicesimo - Vita Medioevale: 8 - Innovazioni e invenzioni medioevali

Di Angela Bonora (del 20/09/2010 @ 19:03:03, in Cap.11- Vita medioevale , linkato 14248 volte)


Volendo parlare delle innovazioni medievali ci si trova dinnanzi ad un rebus non facilmente risolvibile.
La storia medievale, la storia che si svolge in un lasso temporale di circa mille anni, è risultata nel passato scarna, fondata soprattutto sulle guerre e ostilità tra i vari paesi dell’area europea.
Per gli inizi del Medioevo e dell’Alto Medioevo, le notizie si limitavano per lo più a ciò che avveniva nelle corti, nell’Impero e nella Chiesa Romana, dai quali dipendeva lo svolgersi della vita in Europa ed in Italia.
In epoca romana le conoscenze sull’agricoltura, le bonifiche, furono raccolti in scritti e il proprietario del terreno coltivato spesso viveva in Villa e si interessava del lavoro dei villici a lui sottoposti.
Nel primo Medioevo tali comportamenti andarono disattesi.
L’economia agricola nelle Corti era limitata alla produzione di prodotti agricoli e a bestiame strettamente necessari al bisogno corrente.
Limitati erano i mercati, per lo più situati agli incroci delle strade e fiumi principali e l’uso della moneta era diminuito, era ritornato il baratto preromano.
Gli stessi prodotti agricoli erano usati anche per il pagamento delle imposte sempre più vessatorie.

Le invasioni barbariche nell’Impero d’occidente e la conseguente insicurezza in cui si trovavano i contadini aumentarono l’abbandono dei campi, e quindi il ritorno di zone paludose, di incolti e carestie che instaurarono epidemie e diminuzione della popolazione.
Solo nei territori mediterranei dove esistevano ancora alcune grandi aziende patrizie l’agricoltura era fiorente, ma per lo più sfruttata da popolazioni arabe e bizantine e spesso nei territori di loro pertinenza.

Anche nel centro e nord dell’Europa si ebbero cambiamenti, si ebbe una lenta trasformazione dei prodotti agricoli, nuovi vegetali, nuovi cereali, più consoni al clima rigido di quei territori.

Se nel primo Medioevo, più precisamente a partire dal VI secolo, si era ritornati ai terreni paludosi, improduttivi precedenti la colonizzazione romana,e con i problemi sopra riportati, verso l’anno Mille il fiorire delle comunità ecclesiastiche, come monaci benedettini e cistercensi, proprietarie di notevoli proprietà ai bordi delle città e nelle pianure e montagne circostanti, riportarono le bonifiche nelle pianure e innovazioni nei sistemi di coltivazione.
La tendenza era di costruire abbazie in luoghi disabitati e incolti per valorizzare l’ambiente: bonifica idraulica, irrigazione, concimazione, cura dei terreni e dei boschi erano gli scopi principali, specialmente nelle valli interne come la Val Padana.

Contemporaneamente si perfezionarono tecniche artigiane per la costruzione di arnesi per facilitare la lavorazione nei campi recuperati con la bonifica.
Queste nuove prospettive medioevali, associate agli studi romani ( vedi Columella, Plinio ed altri), vennero tramandate alle epoche successive. Alcuni storici parlano di prima rotazione triennale, che consentiva uno sfruttamento più intensivo della terra coltivata, proprio in quei tempi, relativamente ai diversi cereali, rotazione che venne via via perfezionata e poi scientificamente studiata al finire del 1700 nel nord Europa, in Inghilterra e Germania.

Fu inizialmente l'esperienza, l’osservazione sui campi, che insegnò ad alternare il tipo di coltivazioni: alcune piante trasformavano la redditività dei terreni, dopo una coltivazione a fave e legumi era evidente un raccolto di cereali più abbondante , solo in tempi e con studi successivi si seppe che queste piante vivono in simbiosi con altre piante e forniscono ad esse sali azotati validi a ripristinare il terreno.
Ciò ci fa pensare ad un agricoltore che teneva accurate misure del lavoro e dei risultati del lavoro.

Vediamo ora come si trasformarono nel Medioevo gli strumenti agricoli che avevano avuto origine sui primi terreni coltivati addirittura nell’età del Bronzo.


Gli strumenti arcaici, come l’aratro permettevano di lavorare terreni leggeri e meno fertili e richiedevano una doppia aratura e un dispendio enorme di forze a chi conduceva l’attrezzo ancora manualmente.

Già durante la dominazione romana i germani usavano un

aratro a ruote

aratro dotato di ruote per controllare la profondità del solco e rivoltare il terreno, così da non dover eseguire una seconda aratura. Ciò permise di sfruttare meglio il terreno ed iniziare la coltivazione a rotazione triplice già nel 765 d.C., come da documenti dell’epoca.
Altra innovazione fu la pratica di aggiungere marne al terreno allo scopo di diminuirne l'acidità e aumentarne il tenore di calcio e renderlo fertile, rimuovendo la terra per una profondità di circa 10 m ogni 15-17 anni.

L’aratro così trasformato per tali lavori era senz’altro più pesante, inoltre il lavoro si svolgeva su aree più ampie: la trazione dell’aratro venne eseguita quindi da due coppie di buoi e da due uomini, uno alla guida degli animali ed uno a dirigere l’aratro.

 
giogo
Utilizzo di animali da soma e traino in agricoltura fu un’altra rivoluzione tecnica che influì anche nell’artigianato:
la bardatura degli animali si trasformò, il giogo era formato da un collare rigido, ma imbottito e posizionato sulle spalle dell’animale, invece che come soggolo, per permetterne la migliore respirazione e quindi la migliore trazione .
Tale bardatura permise di utilizzare nell’aratura i cavalli.
Nelle pitture e nelle sculture ed altorilievi dell’epoca, XII sec., si notano questi nuovi sistemi, non riportati dalla letteratura, i contadini che l’avevano ideata non avevano intuizione della sua importanza.

cavalli bardatiGli animali vennero poi dotati di ferri agli zoccoli per permettere loro di aggrapparsi meglio al terreno e sfruttarne con miglior risultato la energia.
Vennero eliminati gli iposandali ideati dai romani per proteggere le unghie dei cavalli.
Si adottarono inoltre le staffe, importate dall’Asia, per aiutare il cavaliere nella guida del cavallo 

 Una importante trasformazione fu porre quattro ruote ai carri: i romani erano dotati di carri a due ruote sia per l'uso agricolo che militare, quattro ruote resero i carri più agevoli e la possibilità di costruirli più ampi e solidi. 

carro a 4 ruote


Attrezzi, erpici, per estirpare le malerbe, per coprire di terriccio le sementi, per livellare il terreno e rompere le zolle, falci con supporto a metà del manico per facilitare la falciatura del fieno, falcetti per raccogliere erbe minori.

Molti degli attrezzi agricoli romani rimasero nell’ambiente contadino, ma con variazioni utili ad un migliore uso e presero importanza via via i fabbri ferrai, già abili in epoca romana, per la trasformazione degli attrezzi, e i maniscalchi per la ferratura degli zoccoli dei cavalli sia usati nel lavoro agricolo che nelle operazioni militari.
Talune delle innovazioni in questione permisero un più efficiente sfruttamento energetico del cavallo, tanto da incrementare l’allevamento degli equini e migliorarne le razze, incrociando quelle europee con quelle arabe e il cavallo sostituì sempre più il bue.

Nel 1300 iniziò comunque in tutta Europa una depressione generale che provocò di nuovo l'abbandono delle coltivazioni cerealicole, le più importanti nell’alimentazione del contadino e del povero. Tale situazione stimolò il contadino, come abbiamo già visto, a lasciare i campi, a raggiungere la città ed intraprendere altri lavori più remunerativi.
La causa di tale rivoluzione agraria può essere ricercata nella diffusione dell'allevamento delle pecore.

Si suppone, e a buona ragione, che la richiesta di lana da parte dei mercanti fosse dovuta ad esigenze di cambiamento climatico. Si era passati progressivamente da un periodo caldo durato circa 500 anni, dall’800 d.C. al 1300, ad un clima molto più freddo e quindi ad esigenze diverse da parte dell’uomo.
Al cosiddetto “periodo caldo medievale”, che aveva permesso lo scioglimento dei ghiacci e la navigazione verso il Sud di popoli nordici, la coltivazione della vite e della canapa nel Norfolk, era subentrata un clima freddo, una “piccola glaciazione“, fautrice di un cambiamento agricolo, dovuto alla fine degli abbondanti raccolti facilitati da piogge scarse e regolari e tiepide primavere.
Al cambiamento climatico si associò l’aumentata richiesta da parte dei mercati di vesti più pesanti e quindi lane e allevamento di pecore anche nella pianura.
La mancanza di cibo indebolì la popolazione quindi più soggetta a malattie, aumentò la mortalità infantile, di conseguenza diminuzione di popolazione e di manodopera , instaurando un circolo vizioso che fece aumentare la morbilità sino al culmine con la peste del 1347-50, durante la quale morì un terzo della popolazione europea.
Le grandi estensioni guadagnate alla coltivazione nei due secoli precedenti si trasformarono in terre incolte o adibite al pascolo; la situazione negativa dell'agricoltura perdurò per tutto il sec. XV, cioè sino a quando la popolazione rimasta non si rinforzò, avendo maggiori risorse, e quindi si ebbero nuove nascite.

Il ciclo vizioso: carestia, malattia, epidemia, moria, diminuzione del tasso di natalità e il successivo: minore popolazione, maggiore possibilità di nutrizione, minori malattie, aumento del tasso di natalità e quindi maggiore manodopera e ricrescita, sono ora accettati dagli storici nello studio delle epoche associando questi cicli alle variazioni climatiche.
Per lungo tempo gli storici, e sino al 1900, hanno considerato le vicende dell’Italia comunale e post-comunale come a una storia di sole città, negando alle campagne il ruolo di primo piano che hanno rivestito con continuità millenaria, negando una civiltà urbana legata a doppio filo con l’intero complesso territoriale circostante.

Va comunque sottolineato come il Medioevo centrale e tardo abbia rappresentato per il mondo rurale italiano un’epoca caratterizzata, sotto tutti gli aspetti, da processi di trasformazione che rendono improponibile l’immobilità, per un millennio, riportata da molti storici.

Vediamo nei documenti del tempo contratti che parlano di riorganizzazione delle proprietà e delle colture, diversificate nelle varie zone rurali italiane.
Le varie interpretazioni della storia rurale italiana trecentesca basata su concetti di abbandono e di recessione non sono accettabili in quanto si manifestarono presto e diffusamente i segni del recupero e di una nuova valorizzazione, tali da autorizzare più il riferimento a una fase di profonda trasformazione del mondo rurale che non di crisi passiva.
Si concentrarono certamente patrimoni fondiari nelle mani di un minor numero di possidenti, data la forte mortalità trecentesca dovuta alla Peste Nera, ma a ciò si abbinò una maggiore razionalizzazione della produzione, se i cereali erano diminuiti vennero sostituiti da alberi da frutta, vegetali in orti, coltivazione di piante tessili, vitigni e dove possibile olivo. Tali produzioni richiedevano terreni migliori e quindi una riconversione delle terre coltivate e soprattutto un’agricoltura più legata alle richieste dei mercati cittadini e al profitto derivante.

Cambiarono i rapporti fra proprietari della terra e coltivatori, diversi contratti agrari; questi, grazie anche all’apporto di fonti lavorative di altra natura per il contadino e la sua famiglia. Comunque questa evoluzione pose le basi per l’evidenziazione delle forme in cui si doveva poi esprimere il malessere dei contadini di fronte alla prepotenza signorile e alla pressione padronale.

Abbiamo sinora parlato delle evoluzioni nella campagna e fatto intravedere al contadino che arriva alle mura della città le nuove invenzioni: portiamo il contadino nella città e apriamogli vari mondi nuovi

Il Medioevo è stato indicato per lungo tempo come un’epoca tecnologicamente infeconda, verso la quale il prodigioso sviluppo industriale dei secoli successivi non sarebbe in nulla debitore.

Si parla in tanti scritti dell’”Oscuro Medioevo”, indicando in tale epoca la mancanza di qualunque tipo di innovazione nel mondo delle invenzioni, dell’industria e, in generale, nel mondo della tecnica.
Tale falsità si è protratta nei secoli sino ai giorni nostri, sino a quando la scoperta di numerosi manoscritti di carattere tecnico, matematico, ha sfatato l’opinione circa un Medioevo arretrato.
Furono gli storici francesi che dettero vita alla rivista "Annales", per esempio Lucien Febvre e Marc Bloch, a scoprire nelle miniature che ornavano i codici medievali una fonte inedita di notizie: la figura che ornava la prima lettera di ogni capitolo era una miniatura che con grande verismo illustrava anche le notizie che nel capitolo stesso venivano fornite.

miniatura


La polemica sul medioevo, a partire dall’Illuminismo quando gli illuministi definirono la loro epoca come moderna e illuminata, e “oscuro” il medioevo, ha indotto il sociologo americano Rodney Stark a scrivere
«La vittoria della ragione. Come il cristianesimo ha prodotto libertà, progresso e ricchezza»
specificando che i risultati dell'illuminismo furono possibili per l’opera esplicata in precedenza nel medioevo, un'epoca che ebbe "solamente" la Chiesa come sorgente di cultura e noi "aggiungiamo" anche le Università laiche.

Tutte le innovazioni prima accennate si riferivano sostanzialmente all'attività agricola: poiché l'economia era quasi esclusivamente agricola, e si è parlato di innovazioni, trasformazioni, non di invenzioni, in quanto molte novità erano dovute dall’acquisizione e miglioramento di invenzioni provenienti dai paesi asiatici ed importate da viaggiatori curiosi.
La quantità di ferro presente nei nuovi attrezzi agricoli a partire dal secolo XII furono sempre più documentati anche se si può dire che il ferro fu prima utilizzato e sempre più per avere una maggiore efficienza bellica, come ad esempio la staffa, che, a partire dall'VIII secolo, offrì maggior stabilità ai cavalieri e permise di sfruttare appieno la forza del cavallo nello scontro militare.

armi medioevali


Di pari passo si ebbero sviluppi del "capitale umano" sotto forma di tecnici abili nel praticare le nuove tecnologie: la figura del fabbro ferraio, sia nel villaggio che nei castelli e nelle città murate, ebbe sempre più importanza.
Significativi progressi furono compiuti con minime invenzioni che permisero di sfruttare meglio l'energia umana, come l'introduzione di manovelle e pedali a guidare il movimento di arcolai e torni.

Uno dei fatti più importanti del Medioevo comunque fu la

diffusione del mulino ad acqua,

Mulini ad acqua sul Mincio

Questa stupefacente tecnologia vede la sua nascita all'ultimo secolo prima dell'era cristiana nel bacino mediterraneo.
Greci, Egizi utilizzavano mulini ad acqua per macinare i cereali, e distribuire le acque e convogliarle sui terreni in periodo di forte siccità. Fu acquisita la sua conoscenza dai Romani, che però ne fecero uso solo per macinare i cereali e comunque in modo limitato, avendo la possibilità di sfruttare il lavoro degli schiavi a girare le mole. Proprio il basso costo della manodopera, la sua facile reperibilità e l'elevato costo dei mulini ad acqua e la loro facile deperibilità, essendo costruiti in legno, non permise a questa tecnologia di diffondersi durante i secoli prima del 1000.

In Europa i primi mulini si diffusero dopo le invasioni romane:
nel sud della Germania lungo i fiumi, nelle zone dove i romani ebbero più domini, si svilupparono più facilmente, mentre al nord, dove la dominazione fu meno influente, si ritrovano pochi mulini ad acqua.

In Gran Bretagna non si hanno esempi prima della metà del IX secolo, in Irlanda si hanno le prime notizie sui mulini in documenti del X secolo; presso gli Scandinavi il mulino ad acqua fu introdotto nella seconda metà del XII secolo.

Fu infatti proprio durante il medioevo che i mulini ad acqua ebbero il loro grande sviluppo, permesso dallo studio di nuove tecnologie, in particolare di studi compiuti sugli ingranaggi che permisero di aumentare la potenza prodotta da queste macchine.


Il completo utilizzo del mulino ad acqua è iniziato nel periodo medievale, ma come riporta Marc Bloch
" Non bisogna infatti ingannarsi: invenzione antica, il mulino ad acqua è medievale dal punto di vista della sua effettiva diffusione."

Furono i signori feudali, nobili e clero, che tra il VI e il VII secolo fecero costruire sulle loro proprietà mulini ad acqua, che dovevano servire tutti coloro che abitavano sotto il loro dominio, stabilendo a loro beneficio il monopolio della macinazione del grano e nello stesso tempo un aumento del loro reddito per la tassa che chi usava il mulino doveva pagare sulla quantità di cereale macinato.
Ma se sino al secolo X i mulini ad acqua servirono esclusivamente alla macinazione del grano, nei secoli XI e XII l'economia europea si sviluppò in senso manifatturiero, le città e gli opifici, al loro interno, andarono crescendo e moltiplicandosi, richiedendo sempre più energia e i mulini ad acqua non solo l’aumentarono ma si adattarono alle diverse esigenze delle varie lavorazioni.

L'adattamento del mulino a diversi tipi di lavorazione fu dovuta all’introduzione nella loro costruzione di nuovi meccanismi, dall’utilizzo di componenti in ferro più robusti, come per altro già era avvenuto nella trasformazione degli attrezzi agricoli.

Varie sono le tipologie dei mulini ad acqua:

- mulini a ruota orizzontale, sono i primi ideati, costituiti da un albero verticale fissato ad una ruota orizzontale composta da un certo numero di pale; questo tipo di mulini funzionava con piccoli volumi di acqua e con molta pressione.

 - mulini a ruota verticale, prima evoluzione dei precedenti, erano costituiti da una ruota orizzontale che tramite un ingranaggio trasmetteva il moto ad un albero verticale che attraversava la macina inferiore e si fissava sulla macina superiore.
Esistevano due tipi di mulini a ruota verticale a seconda di come l'acqua alimentava la ruota: a) mulino con "ruota per di sotto", utilizzato sui i fiumi rapidi e con volumi di acqua costanti; b) mulino con "ruota per di sopra", successiva evoluzione del mulino a), funzionava facendo cadere l'acqua sulla sommità della ruota, che girava in forza del peso dell'acqua e quindi ne aumentava l'efficienza. Questo ultimo sistema richiedeva un flusso di acqua continuo ed era collegato spesso ad acquedotti.

- mulini a marea, che sfruttavano l’innalzarsi della marea tramite dighe dotate di saracinesche che permettevano di immagazzinare grandi quantitativi di acqua, che veniva poi utilizzata per produrre energia al momento della bassa marea, aprendo la saracinesca poiché il moto dell’acqua in uscita faceva muovere le ruote. Tali mulini erano utilizzati sulle coste Atlantiche dell’Europa.

- mulini galleggianti, montati su natanti con ruote mosse dalla corrente del fiume.

 Tra la fine del X secolo e l’inizio dell’XI si iniziò a far uso di mulini ad acqua per diverse lavorazioni:
- follatura dei panni di lana, in Italia in Val Padana e in particolare a Bologna; la follatura della lana consiste in un procedimento, tuttora in uso, che rende più spesso e più morbido al tatto il tessuto di lana, feltrandolo in superficie; dopo la follatura, i tessuti vengono generalmente sottoposti anche a una leggera garzatura, che produce una peluria più o meno accentuata, la quale aumenta la loro proprietà termoisolante. Alla fine del secolo XI l'uso del mulino ad acqua nella follatura del panno aveva raggiunto tutta l’Europa rivoluzionando l'industria tessile tanto che Carus-Wilson descrivendo tali sviluppi in Inghilterra intitolò un suo classico articolo "Una rivoluzione industriale del tredicesimo secolo",
- lavorazione del ferro, testimoniato in Stiria già nel 1135,
- lavorazione del legname, il mulino azionava le seghe.
- lavorazione della carta, documenti datano i primi mulini ad acqua per tale lavorazione in Italia a Fabriano nel 1276.
Erano mulini ad acqua quelli usati per la lavorazione dei bozzoli della seta…, e questi sono solo alcuni esempi.

L'importanza dell'estensione dell'uso dei mulini era dovuta al fatto della esigenza di energia in aiuto ai lavoratori, per velocizzare e migliorare tanti processi produttivi.

L'espansione dell'uso dei mulini fu un aspetto di un più ampio fenomeno, l'adozione cioè di tutta una serie di rilevanti innovazioni in svariate attività.

E i mulini a vento?
Tra il XII e il XIII secolo si diffusero anche i mulini a vento, largamente utilizzati dagli Arabi e da loro introdotti nell'Occidente cristiano.
Essi furono impiantati nei luoghi dove le correnti d'aria erano costanti, come in Spagna e nei Paesi Bassi. Qui i mulini a vento si rivelarono indispensabili per il drenaggio delle acque e la manutenzione del sistema di dighe e canali che si andava sviluppando.

In campo tessile:
- il telaio verticale, che comparve verso la metà del secolo XI nelle Fiandre,
- la ruota per filare nel secolo XIII.

ruita per filaretelaio verticale

 

 

 

 

 

 

 

 Nel medioevo, XI –XII sec,, si sviluppò in particolar modo la tecnica della filatura e della tessitura.
In Bologna, munita di canali e mulini, tali lavorazioni, che utilizzavano acqua in abbondanza, ebbero grande rilievo.

Nell’arte della seta le operazioni preparatorie per ottenere il filo e passare al filatoio meccanico, azionato in parte ad acqua,  e quindi al tessuto erano:
- la tiratura del filo dal bozzolo, precedentemente immerso in acqua a 55-65° per sciogliere la seracina con la quale il baco avvolgeva il filo e quindi essicarla per ripulire il filo
- la saldatura dei fili e la preparazione delle matasse

Le matasse potevano essere direttamente avviate alla tessitura: ottenendo “sete a telaio”.  
oppure i fili venivano ritorti e la torcitura era preceduta da altre operazioni quali: l'incannaggio, lo stracannaggio, la binatura per eliminare eventuali residui di seracina e preparare gli aspi per la tessitura a telaio meccanico

Spesso la tessitura avveniva con telai a basso prezzo nelle case contadine che avevano iniziato la coltivazione, in particolar modo nella Pianura Padana e nella Bassa Bolognese essendo Bologna uno dei mercati di bozzoli più importanti d’Europa
La crescita della produzione serica in Italia iniziò con la fine del Quattrocento: in questo periodo il paese si presentava soprattutto come un’area di produzione di materia prima, di seta grezza.
La seta grezza poteva essere facilmente esportata con svantaggio sul mercato del prodotto finito e l’Italia paese guida e dominatrice dell’economia europea, fu sottoposta al superamento da parte dei paesi del Nord Europa.
Malgrado questo, in Italia persistettero città come Lucca, Firenze, Milano e Genova che producevano il manufatto finito;  importante inoltre ricordare Bologna, che si specializzò in una produzione particolare di drappi serici: il velo da seta, un tessuto molto leggero che doveva essere trattato più a lungo per essere completato.

Nell’arte della lana abbiamo nel Nord Italia
-la  follatura dei tessuti di lana. Come abbiamo già indicato
 il tessuto di lana, imbevuto di soluzioni alcaline, saponose o acide, con la follatura veniva sottoposto a compressione e a scorrimento, di una parte sull'altra, in modo da ottenere un tessuto più resistente, compatto e impermeabile. Le soluzioni adoperate avevano lo scopo di rendere le fibre più molli e cedevoli alla compressione e suscettibili perciò a aderire tra loro.
- la gualchiera, che consisteva nel purgare il tessuto in modo da uniformare la trama con l’ordito, ottenendo un panno più compatto di quello ottenuto dalla sola follatura. Il termine gualchiera indicava sia l’operazione che il luogo in cui si praticava l’operazione con macchina ad azione idraulica e magli per pressare e spostare il tessuto

Sia per i tessuti di seta che di lana o di altri materiali di origine vegetale come cotone, canapa e lino si passava infine alla tintura della stoffa.

Il popolo tingeva i suoi abiti con colori che otteneva dalla lavorazione di fiori e piante generalmente erano tonalità gialle, beige o marrone.

I nobili, il clero, la borghesia utilizzavano colori come
- il viola ottenuto macerando la Roccella tinctoria, lichene  grigio, in un liquido formato da urina di mucca o di pecora con calce
- il rosso ottenuto con il Chermes, un parassita della famiglia delle cocciniglie
- l’azzurro,invece, si otteneva con il Guado che è una pianta simile alla rapa,con fiore giallo e seme color lillà.

Notevoli erano i tessuti misti a filati in oro, e le industrie connesse (battiloro, tiraloro), nate in Italia nell’Alto Medioevo.
Nel medioevo fino al XIV secolo si usò per la tessitura, in vari modi: oro papirifero; l'oro membranaceo; oro metallico in lastrine o in lamine molto strette; oro e argento dorato battuti in foglie, tagliato a sottili strisce regolari, e infine avvolto in spirale sulla fibra tessile.

Particolare era l’associazione dei fili della canapa più morbida e lucente con le fibre ottenute dagli steli dell’ortica, anch’essi color oro.


La creazione di tessuti andava di pari passo con la necessità di detergerli, ancora oggi le industrie tessili e le industrie chimiche che producono prodotti detergenti sono  strettamente connesse.
 L’origine del sapone, ottenuto chimicamente dalla  bollitura  o saponificazione di oli e grassi, è incerta, si pensa che sia anteriore alla fine del IV secolo a.C.: molto prima si usavano svariati detergenti di differente carattere chimico e comunque valido era sempre l’acqua e il battere i tessuti con  pietre che sviluppassero polveri sgrassanti oppure fregarli con foglie di piante saponifere.
Sino alla fine del Medioevo la pulizia dei tessuti con sapone era praticata in Europa, e il sapone usato era ottenuto dalla bollitura di grassi animali o di oli vegetali con alcali.

La produzione di sapone migliore si ottenne forse grazie all’occupazione araba, e si affermò in Spagna, poi in Italia e Francia. Gli arabi utilizzavano piante marine dalle cui ceneri si poteva ottenere la soda e l’associavano ad olio d'oliva.
Se si usava la soda, resa caustica per trattamento con calce, si ottenevano saponi duri, ma nell’industria tessile si preferiva il sapone molle, ottenuto con l’impiego di potassa caustica derivante dal trattamento di cenere di legno con calce.


Il processo chimico che forniva il sapone non si fermò solo ai materiali detergenti.
Infatti con il nome di alchimia si erano sviluppati i primi concetti di quelle che furono le basi della chimica moderna e ciò nell’epoca ellenistica in Egitto. Passarono poi all’Occidente nel XII secolo attraverso la Spagna e la Sicilia per mezzo degli arabi; infatti anche nella chimica  moderna troviamo termini derivanti da parole arabe come: alcool, elisir, alambicco, nafta.    La parola stessa “alchimia” è d’origine araba, si pensa derivi dal nome Cham attribuito dagli antichi egizi al loro paese, dove ad Alessandria vi fu una fiorente scuola.

Le basi tecnologiche degli alchimisti si riflettevano soprattutto nella arti metallurgiche e vetrarie.
Ad essi va il merito di aver valorizzato l’attività sperimentale oltre ad aver arricchito il nostro patrimonio culturale, compilando trattati che raccoglievano conoscenze chimiche già note,ma sparse.
Fra le più importanti scoperte dell’alchimia antica era la ricetta per la preparazione dell’acido nitrico, ottenuto dal nitrato di potassio dal quale, per azione dell’acido solforico, era ottenuta l’acquaforte, antica denominazione dell’acido nitrico per il suo alto potere corrosivo. L'acido nitrico puro e anidro è un liquido incolore che esposto alla luce si colora in giallo per lenta decomposizione in acqua, ossigeno e ipoazotide, composto inorganico dell'azoto; questa resta disciolta nell'acido conferendogli un colore giallo più o meno carico. L'acido nitrico di media concentrazione o concentrato è un energico ossidante e attacca rapidamente i metalli, tranne alcuni quali oro, platino, radio e iridio. Per certi metalli come alluminio, ferro e nichel l'attacco con acido nitrico molto concentrato provoca la formazione di una pellicola protettiva di ossido che impedisce l'ulteriore ossidazione.
Gli alchimisti, contribuirono ad accrescere la conoscenza della chimica su basi empiriche.
Le loro ricerche avevano due scopi fondamentali: la trasmutazione dei metalli in oro e la scoperta dell’elisir di lunga vita, pertanto i loro lavori erano speculativi o poco esatti.  Avevano comunque capito il modo di compiere parecchie operazioni chimiche: l’estrazione del mercurio dal cinabro, dell’arsenico dal realgar, della biacca dal litargirio.
Inizialmente lo scopo principale della chimica fu la produzione di medicine e materiali per alleviare le sofferenze dell’umanità per le moltissime malattie e la cura di ferite dovute ai continui scontri armati.

alchimista

 
Venne inoltre acquisita dagli arabi la tecnica di distillazione del vino, tramite storte di vetro immerse in acqua fredda e captare i vapori di vino bollente ottenendo l’alcol. La prima distillazione dava un alcol al 60% detto AQUA ARDENS e solo una secondo dava l'alcol più forte (AQUA VITAE). I continui miglioramenti della tecnica della distillazione resero possibili altri progressi di grande importanza.
Già nel 1150 in Italia si distillava l'acido nitrico da una miscela di salnitro e allume, mentre nel XIII sec. si distillava l'acido solforico,  l'acido cloridrico. Questi nuovi acidi vennero utilizzati nelle industrie tessili e in metallurgia.

Nella navigazione:
- l'adozione della bussola nel secolo XII, acquisita dai Cinesi e dai Vichinghi, che sino allora non la usavano per l’orientamento nella navigazione.
- tra la fine del secolo XII e la metà del secolo XIII la navigazione mediterranea fu poi rivoluzionata da tutta una serie di innovazioni tecnologiche tra le quali:
il perfezionamento della bussola magnetica;
l'adozione della clessidra per la misurazione del movimento della nave;
la redazione di carte nautiche (portolani) con relative istruzioni;
la compilazione di tavole trigonometriche per la navigazione (tavolete del martelaio, di origine veneta);
l'adozione del timone di poppa sulla linea centrale della nave. Tale innovazione in campo marittimo dell’uso del timone fissato a poppa e manovrato da un solo uomo, prima per orientare lo scafo nella direzione voluta e sfruttare il vento e le correnti erano usati due lunghi remi laterali, posteriori, manovrati da più marinai migliorò notevolmente la navigazione

bussola


Queste innovazioni resero possibile la navigazione strumentale o matematica, tuttora usata.
Il Quattrocento vide lo sviluppo della nave a vela oceanica, nella quale venivano combinate le innovazioni mediterranee e nordiche, con la velatura su tre alberi associando la vela quadra nordica con la vela triangolare latina e utilizzando poi corde e pennoni per indirizzare le vele ad utilizzare al meglio l'energia eolica per il movimento della nave.

caravella

 

 

 

 

 

 

 

nave medioevale nord Europa

 

 

Castelli e navi nel Trecento erano dotati già di armi da fuoco.

Alla fine del 1200 si videro i primi occhiali.

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occhiali

( di Giorgio Fonda www.septemcustodie.it/wp/2p=886 )


Agli inizi del Trecento comparvero i primi orologi


I medici costruivano nuovi strumenti chirurgici, innovando
e all'inizio del XIV secolo, utilizzando scoperte chimiche orientali e il loro perfezionamento in campo metallurgico per la costruzione di campane, si ottennero piccole armi da fuoco e nello stesso periodo si realizzarono i primi orologi completamente meccanici.

Un'altra innovazione tecnologica di portata incalcolabile fu quella della

stampa.

L'uso di stampare disegni o caratteri mediante blocchi di legno debitamente incisi rimonta molto addietro nel tempo e il più antico libro a stampa conservatoci rimonta ai tempi dell'imperatore Hsuan Tsung (secolo IX).
Nel secolo XV però in Occidente si trovò il modo di comporre testi a stampa mediante l'uso non di blocchi ma di caratteri mobili.

torchio per stampaGutenberg

L'invenzione di Gutenberg aprì una nuova era: l'invenzione della stampa a caratteri mobili aprì agli Europei nuovi orizzonti e opportunità nel campo dell'istruzione, della cultura ed anche della socializzazione. scacchi

Ad esempio è proprio nel Medioevo che vennero ideate, codificate e sviluppate molte forme di intrattenimento: si ideò una scrittura per la musica, ci si divertì con i tarocchi e gli scacchi, nacque la pasta e si scrissero i primi trattati di cucina.

L’invenzione della stampa fu utile anche a frenare in parte l’uso di falsificazioni di documenti importanti. Tutto il primo Medioevo fu invaso da falsificazioni di documenti antichi, specialmente riferiti a donazioni al potere costituto da parte di proprietari senza eredi a cui lasciare i propri beni o a donazioni da parte dei regnanti alla Chiesa. Famosa la Donazione di Costantino sulla quale si basava e in parte si basa ancora il potere temporale dei Papi.

Editti emessi da regnanti, tempo di Carlo Magno, che affermavano regole, leggi da seguire da parte del popolo, espropiazioni, vendite coatte.

 Tali scritture anche se riportate negli atti dei notari, che prestavano la loro opera nel passaggio dei beni, venivano copiate da amanuensi che normalmente erano chierici all’interno delle sale di scrittura dei conventi, delle abbazie.
I falsi erano in parte derivati da una cattiva interpretazione dello scritto originario e quindi non volutamente erronei, in parte volutamente falsi per accreditare storie, leggende riportate al fine di qualificarle agli occhi dei posteri ai quali erano venute spesso solo oralmente dall’antichità.

La stampa permise di raccogliere e riqualificare tali scritti ed evitare per il futuro buona parte delle manomissioni fraudolenti di documenti.    

Per l'uso liturgico fu perfezionato l'organo a canne, già presente nell'epoca di Carlo Magno.

Si fondarono le prime Università, nacque la borghesia mercantile, si delinearono le maggiori lingue europee, inclusa ovviamente la nostra . L'uso del cognome é tardo -medievale.

La volontà di uscire dall'oscurantismo ha ispirato scienziati, e anche l'arte é rinata in questo periodo, dopo la distruzione della civiltà romana.

L’uomo ovviamente pensò anche a se stesso come elemento di progresso Un indizio importante è l'invenzione degli occhiali che permisero la lettura e il lavoro di precisione anche in età avanzate. Dagli occhiali alle lenti, o viceversa, al cannocchiale il passo fu poi breve.

La curiosità entusiastica di un Marco Polo è indicativa di una mentalità quanto mai aperta. Ma non ci si fermò lì.
A partire dal secolo XII in poi l'Europa occidentale sviluppò una originalità inventiva che si tradusse in un rapido crescendo di idee nuove.

Gli occhiali, l'orologio meccanico, l'artiglieria, i nuovi tipi di nave a vela e le nuove tecniche di navigazione, la stampa con caratteri mobili assieme a mille altre innovazioni piccole e grandi furono il prodotto originale della curiosità sperimentale e dell'immaginativa europee.
Va anche notato che quando l'Europa del tempo assimilò idee nuove da altri paesi, non lo fece in maniera puramente passiva ma sovente attuò le idee stesse e le adattò alla situazione locale con distinti elementi di originalità.
Come abbiamo visto il mulino utilizzato in Europa era ad acqua, ma venne importato anche dalla Persia il mulino a vento  costruito ad asse verticale. Il mulino a vento che si diffuse in Europa fu del tipo che oggi conosciamo, a grandi pale e con asse orizzontale: una macchina molto più efficiente di quella originariamente ideata dai Persiani e fu poi utilizzato per drenare le zone paludose, come nei Paesi Bassi, e negli ultimi secoli nell’East Anglia.
Ora i mulini a vento ritornano a fornire energia pulita all’uomo.

La polvere da sparo fu inventata dai Cinesi, che però la usarono soprattutto per giochi d'artifizio.

Neli primi tre secoli del primo millennio, Centro e Basso Medioevo si svilupparono innovazioni che riprendevano ancora precedenti scoperte che ci portavano dall’Asia  esploratori, mercanti e monaci. Ne parleremo più diffusamente nel capitolo sull’istruzione, ma vogliamo ricordare qui, poichè abbiamo inserito l’uso della polvere da sparo, di una innovazione utilizzata per scopi guerreschi:

Il “Fuoco Greco” . Il suo primo utilizzo riportato sui documenti  ricordano che nel 717 d.C. una micidiale arma salvò Bisanzio dall’assedio dei musulmani: era una mistura liquida che veniva lanciata sui nemici, un fuoco veniva appiccato al liquido e non poteva essere spento né dall’acqua né dalla sabbia. La formula  di questo antenato del napalm era tenuta segreta e si  riporta come inventore Callinico di Heliopoli.Il liquido  veniva lanciato attraverso  sifoni montati sulle prue delle navi.

 

Fuoco Greco


L'adozione della polvere da sparo da parte degli Europei si accompagnò alla fabbricazione di armi da fuoco, il cui tipo venne rapidamente perfezionandosi, tanto che quando ai primi del Cinquecento gli Europei arrivarono in Cina a bordo dei loro galeoni, i Cinesi restarono sbalorditi e terrorizzati dalle armi occidentali.
La carta fu inventata in Cina e si diffuse nell'impero islamico nel corso del secolo VIII. Gli Europei impararono questa tecnica nel corso del secolo XIII, la comparsa della prima cartiera è in Italia a Fabriano.
La produzione della carta fuori d'Europa rimase sempre a livello di produzione manuale, è in Occidente che si iniziò la preparazione della pasta con macchinari mossi da mulini ad acqua.

In effetti uno dei caratteri di originalità nello sviluppo tecnologico dell'Occidente fu il crescente accento posto sull'aspetto meccanico.
La ragione ultima si può ricercare nella scarsità di mano d'opera provocata dalle continue pestilenze, ma sarebbe assurdo ricondurre un fenomeno per sua natura estremamente complesso a una causa così semplicistica.

Il caso dell'orologio meccanico è particolarmente significativo: l'orologio fu la prima macchina di precisione prodotta dall'Occidente. I primi orologi  meccanici, che sostituirono le meridiane solari usabili solo in presenza del sole e le clessidre ad acqua e a sabbia che inizialmente comportavano il lavoro e l’attenzione continua umana, sono reperibili nei documenti e miniature dei conventi altomedievali. Erano gli svegliarini utilizzati dai monaci per svegliarsi ad iniziare la loro giornata con la preghiera quindi per contare il passare delle ore  per tale impegno sacro.

svegliarino da conventotorre dell'orologio - Bologna

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parlare di precisione è azzardato, il primo orologio non era dotato della lancetta dei minuti e veniva regolato a mano da apposito personale,"governatori d'orologi", che si rifacevano a misurazioni su clessidre o a meridiane solari.
Ma almeno dal secolo XIII ci fu gente in Europa che si ruppe la testa per trovare una soluzione meccanica a questo problema.
Se nel 1271 Roberto Anglico scriveva di questi difficili progetti pochi decenni più tardi orologi meccanici battevano le ore sui campanili delle chiese di Sant'Eustorgio e di San Gottardo a Milano e sulle torri comunali di Basilea e di Bologna, si produssero veri capolavori di meccanica: orologi che indicavano automaticamente i giorni, i mesi, gli anni e le rivoluzioni dei pianeti, si costruirono complicatissimi orologi, in cui l'indicazione dell'ora era un fatto quasi accidentale che si accompagnava a rivoluzioni di astri, a movimenti e piroette di angeli, santi, madonne, magi e personaggi del genere, famosissimo ed ancora funzionante è l’orologio della cattedrale di Strasburgo.

Il primo orologio-planetario interamente meccanico è del 1344 e fu costruito in 16 anni da Giovanni Dondi: un grande congegno riproducente  tutti i moti e le costellazioni dei pianeti in qualsiasi ora del giorno e della notte con innumerevoli ruote ed ingranaggi. Portava il nome di astrario, costruito in ottone e rame, era fornito di un solo contrappeso a regolarne completamente il  movimento,.

Gli uomini del secolo XIII pensarono alla misurazione del tempo in termini meccanici perché avevano cominciato a sviluppare una mentalità meccanica, di cui i complicati mulini e le batterie di campane sui campanili del tempo sono state le prime efficaci testimonianze.

Un elemento caratteristico della mentalità medievale fu l'abbandono dell'"animismo".
Il tema dominante nella concezione del mondo sia greco-romano sia orientale era quello di un'armonia tra uomo e natura, un rapporto che presupponeva però nella natura forze inviolabili cui l'uomo doveva fatalmente sottomettersi senza tentare di rovesciare tale rapporto, senza pretendere di asserire il proprio predominio.
Il mondo medievale misteriosamente ruppe questa tradizione.

Tecnicamente ancor troppo arretrati per dominare di fatto la natura in un grado apprezzabile, l’uomo del Medioevo si rifugiò nel mondo dei sogni, si sostituì all’ ”animismo” il culto dei santi, che potevano dominare le forze avverse della natura con miracoli.
Dominare la natura non era peccato. Era miracolo.
E credere nei miracoli è il primo passo per renderli possibili, l’uomo medievale si mosse per cercare di attuare in proprio tali miracoli, attuando così la diffusione di una mentalità meccanicistica.

Il progresso tecnologico del Medioevo non fu fatto solo di grandi novità clamorose, quanto piuttosto di continui, umili miglioramenti e successivi perfezionamenti, frutti di una pratica artigianale che per quanto ammirabile non fu inizialmente né dotta né sistematica.
Se i testi scritti del medioevo appaiono compassati e seri, dedicati solamente ad argomenti solenni come il diritto, la teologia e la filosofia, le miniature dei codici della stessa epoca ci rivelano un mondo del lavoro piuttosto evoluto, con l'impiego di strumenti di lavoro e macchine molto avanzate rispetto al mondo antico.

Quanto sinora detto ci fa ricredere su quanto detto nel passato che questi mille anni, dieci secoli, fossero un semplice lasso di tempo, tra due epoche importanti, l’Evo Antico e l’Evo Moderno.
Régine Pernoud, famosa storica di tale Evo do Mezzo si chiede e ci chiede:
“Come è possibile che un’epoca considerata di sottosviluppo ci abbia lasciato le cattedrali che oggi ammiriamo?”

cattedrali che implicano uno studio accurato per la loro svettante struttura. e le città medioevali…e le Università…e le opere d’arte…e le opere letterarie…?
Non è accettabile un divario cosi macroscopico tra il fatto e il giudizio degli storici.
Ciò significa che il più delle volte la tecnologia molto progredita si trasmetteva da artigiano ad apprendista senza passare attraverso la comunicazione scritta.

Per quanto riguardava gli artigiani e i mercanti esistevano corporazioni, gilde, che avevano statuti molto rigorosi in grado di controllare qualità e quantità di ciò che si produceva a difesa degli interessi comuni.

Si organizzavano come società di mutuo soccorso, con una cassa comune per far fronte a incidenti sul lavoro e per provvedere al funerale del socio defunto, i cui figli erano accolti come garzoni di bottega a preferenza degli estranei.
I viaggi delle merci erano organizzati in modo da suddividere i rischi di perdita del carico, ricorrendo a sistemi di assicurazione che configurano le società di commercio medievali come molto simili a quelle moderne.

Nel VI secolo, agli inizi del medioevo, vi furono altre non poche invenzioni ed innovazioni.
 Una di queste, che tuttora usiamo, è il calendario cristiano:
- Giulio Cesare aveva stabilito un calendario che aveva come  data iniziale l’anno della fondazione di Roma e come festività religiose e pubbliche quelle legate ai vari e particolari momenti dell’anno,
- il monaco di origine scita Dionigi il Piccolo nel VI secolo, mantenne il calendario giuliano, ma rimpiazzò, come data iniziale, all’anno della fondazione di Roma la data di nascita di Cristo. Ciò avvenne nell’anno 753 del calendario giuliano e nel calcolo il monaco tenne conto dell’anno di morte di Erode governatore (4 a. C.) della Palestina facendo in ciò un errore di quattro anni per cui la civiltà cristiana  tuttora segue un calendario con quattro anni in meno.
Dionigi il Piccolo adottò come data di nascita del Cristo il 25 dicembre, per mantenere una festa importante per gli antichi  essendo il solstizio d’inverno, e a questa data teorica fu inizialmente fissato il primo giorno del primo anno cristiano: anno 1, uno, in quanto allora non vi era ancora la conoscenza dello zero
Il problema dell’inizio del calendario cristiano è stato a lungo dibattuto, anche perché non esistevano documenti concordanti e quindi validi per asserire e dimostrare una data certa sulla nascita di Gesù.
Il solo Vangelo secondo Matteo, parla di Erode il Grande e della barbara “Strage degli Innocenti” Il Vangelo secondo Matteo comincia dicendo che Gesù era nato sotto il dominio di Erode il Grande, quindi presumibilmente 4 anni prima della data cristiana essendo Erode morto nel 4 a.C..
Rimane il dubbio che Luca parlasse di un figlio di Erode il Grande che portava lo stesso nome del padre e a lui succedesse alla guida delle Giudea.
 Nessuno altro vangelo fa menzione della strage, neanche il Vangelo secondo Luca, che pur riporta in data indeterminata la nascita di Gesù.
La data del 25 dicembre si modificò nel tempo a secondo delle regioni cristiane e solo con Carlo Magno si arrivò nel IX secolo ad una certa uniformità dei calendari cristiani.

Altre innovazioni legate al passare dei giorni, dei mesi, delle stagioni e soprattutto nel datare le festività cristiane, si ebbero; normalmente tali datazioni si adattarono alle festività che erano già nel calendario giuliano, cambiarono nome, specificità, ma mantennero la stessa posizione temporale per abituare l’uomo ai nuovi culti cristiani senza interruzioni di continuità con i riti precedenti.

Abbiamo già parlato dell’invenzione spettacolare dell’orologio meccanico che a partire dalla fine del XIII secolo, abitua l’uomo a dividere il dì e la notte in ore uguali.

Legata al tempo e al suo scandire vi fu una innovazione particolarmente importante che trasformò il mondo della musica.

tetragramma

Il monaco benedettino Guido d’Arezzo nell’XI secolo  sostituì al segno, neuma,  utilizzato sino allora nella notazione del canto piano, la gamma, la portata e le sei note della musica che egli chiamò con le prime due (o tre) lettere dei versi di un inno a San Giovanni creato nell’VIII secolo. La notazione precedente è sopravvissuta sino ad oggi nelle trascrizioni dei canti gregoriani.
Insegnante di musica nell'Abbazia Benedettina di Pomposa, sulla costa Adriatica, notò la difficoltà che i monaci avevano ad apprendere e ricordare i canti della tradizione Gregoriana e codificò la moderna notazione musicale, tuttora utilizzata, atta a migliorare  l’insegnamento, la composizione e la scrittura della musica, l’introduzione di un ordine prestabilito, del tetragramma (quattro righe nel foglio musicale, poi trasformato nel tempo in pentagramma con cinque righe) eliminarono la dipendenza dal monocordo.
L’inno a San Giovanni Battista era di Paolo Diacono  e la scala musicale ideata da Guido d’Arezzo è facilmente visibile nell’inno in lingua latina, di cui riportiamo anche la traduzione nell’odierno italiano: 

 da cui le prime sei note Ut-Re-Mi-Fa-Sol-La- alle quali si aggiunse poi il SI, successivamente Ut fu trasformato in Do ( Dominus?)

Guido d'Arezzo si occupò di studiare segni e  simboli utili per fissare su carta la musica: traducendo i  suoni e il ritmo in “notazioni particolari” tali da poter scrivere  e registrare complessivamente un canto, un inno liturgico, costruendo così una partitura utile ai cantori ecclesiastici

In precedenza le note erano denominate soltanto con una lettera dell'alfabeto latino, partendo dal nostro do la successione delle note era C D E F G A B. uso tuttora in vigore nei paesi anglosassoni:diede una soluzione ai molti problemi che si ponevano ai cantori e ai musicisti nel ricordare l’intonazione e memorizzare una melodia anche senza leggerne la notazione  Fu una figura importante nella storia della scrittura della musica soprattutto per l'impostaFione del modo di leggerla  

Altre invenzioni medievali hanno rappresentato, a fianco delle “grandi” invenzioni, progressi o grandi innovazioni nei principali ambiti della vita sociale.

Nell’abbiogliamento vi furono importanti variazioni.
- i bottoni non furono più considerati un ornamento, ma una  caratteristica essenziale del vestito e divennero distinzione tra l’abito maschile e quello femminile, tra l’abito del ricco e l’abito del povero
- il vestiario si arricchì di mutande,  pantaloni e  calze; secondo alcuni storici questa variazione era dovuta ad una prova del manifestare pudore nel mostrare il proprio corpo. A mio avviso si può invece fare riferimento al cambiamento del clima in quel tempo, dovuta ad una piccola glaciazione che richiese un supplemento di vestiario.
- i vestiti dei nobili e del  clero erano dotati di molti ornamenti  costosi, pietre preziose, collari 
- vennero dotati poi di maniche separabili: la manica facilmente insudiciata poteva così essere separata dal vestito e sostituita da altra pulita e ciò sia per i ricchi che per i poveri, anzi a maggior ragione per questi ultimi che normalmente avevano un solo vestito

All’interno della casa, che non era più una domus o una villa, ma un castello, vi furono varie innovazioni.
Infatti la casa costruita durante il periodo romano, domus, tipica casa signorile di città, era strutturata generalmente su un piano e si estendeva in largo, l'entrata su uno dei due lati più corti portava all' atrium, quadrato senza tetto, con al centro l'impluvium vasca per la raccolta dell'acqua piovana e a lato un piccolo altare con i lari, dei protettori della casa ; attorno all'atrio erano alcune stanze adibite a vari usi,  la cucina (culina), la stanza per ricevere gli ospiti, il tablinum, che era affacciata con un lato sul peristilium  cioè un giardino circondato da un colonnato sotto il qual c'erano le porte che davano alle camere da letto (cubicula), ed al triclinium, la sala da pranzo. In quest'ultima erano presenti dei letti sui quali si mangiava distesi attingendo il cibo che era posato nei piatti su un tavolo centrale e poi raccolto in piatti posati sul divano da mensa.
Tutte le finestre della domus erano rivolte verso l'interno della casa.
Esistevano inoltre le villae, residenze in campagna dei nobili aventi la stessa struttura della domus di città, e  villae rusticae, vere e proprie case coloniche, destinate alla produzione agricola e all'allevamento di animali.

La casa gentilizia al tempo romano era dotata di un mobilio essenziale: le sedie, delle quali conosciamo molti tipi, come la sella o seggiola senza schienale, la sedia con schienale e braccioli (cathedra), la sedia con un sedile lungo (longa), ed il triclinium, o lettino per mangiare distesi. Tra il mobilio troviamo gli armadi (armarium), ed i letti (cubicula),  lo splendore della casa era dato soprattutto dalla qualità di marmi, statue, e affreschi posti per arricchire le pareti e i pavimenti.

La casa popolare o insula, all’interno della città, era costruita invece su vari piani, sino a sei. In città il costo della terra era molto alto, quindi si cercava di costruire molte case in poco spazio, sviluppando gli edifici in altezza, edifici che ospitavano più famiglie  e con i primi piani più apprezzati, perché vicino alle fontane per l’acqua.
Il piano terra normalmente aveva negozi, tabernae, adibiti alla vendita di merci di varie specie e a locali per ospitare i viaggiatori.
La famiglia che svolgeva una certa attività commerciale o di servizio spesso abitava in case più piccole con negozio a piano terra e un piano superiore per vivere.
Il mobilio della casa plebea urbana era simile a quello della casa patrizia, ne differiva solo per la ricchezza del manufatto e dei decori, molto semplici e poveri.
Questo ultimo tipo di abitazione si ritrovava anche nei borghi, vichi della campagna, per gli artigiani che là vivevano.
L’abitazione del contadino, che non fosse legato ad un proprietario e non dovesse vivere  all’interno della villa rustica, era situata in mezzo ai campi, normalmente monolocale, con tetto di paglia, pavimento di terra battuta, dove la famiglia del contadino e  il bestiame vivevano a stretto contatto.

casa rurale e lavorazione del latte

Non esistevano servizi, fogne e l’acqua era attinta da un pozzo o da un vicino ruscello.

Il Medioevo, si distingue per quanto riguarda la costruzione delle case e delle città, in due periodi alquanto diversi:
il primo, che dura fin quasi all'anno Mille, caratterizzato da un forte calo della popolazione, dalle scorrerie dei barbari, dal crollo del potere e dell'organizzazione civile romana sostituiti dalla più primitiva struttura feudale in cui si costruiscono pochissimi nuovi edifici, se si fa eccezione per i monasteri e i castelli;
il secondo, in cui crescono nuovi villaggi, rinascono città semiabbandonate e si fondano città nuove.
In tale periodo si risanarono le zone paludose a favore di nuove  coltivazioni, ciò portò alla crescita della popolazione, il progressivo superamento della servitù della gleba, il crescere dell'artigianato e del commercio.
Nelle aree più progredite le città acquistarono di fatto la piena indipendenza politica, giocando sulla rivalità tra Papato e Impero, erano capitali di uno stato feudale e sedi di una corte, crebbero all’interno di esse  una maggior quantità di dimore nobiliari e una diversa organizzazione urbana. Le case erano relativamente grandi, malgrado vi si vivesse in affollamento.
Le città che rimasero sotto il dominio pontificio ebbero minor sviluppo architettonico ed erano basate sulle attività artigiane e commerciali, come abbiamo visto e vedremo per Bologna, anche se Bologna essendo posta in una particolare posizione geografica, centrale nel raggiungere la valle Padana, crocevia di strade da e verso il Nord Europa, canali che raggiungevano facilmente l’Adriatico, poteva arrogarsi certi diritti che le altre città pontificie non si potevano permettere.
Comunque la casa del mercante e la casa dell'artigiano erano quelle che caratterizzavano maggiormente le città medievali, normalmente  unifamiliari e a schiera.
Il piano terra era destinato a fondaco del mercante o al laboratorio dell'artigiano, che spesso utilizzava, per alcune lavorazioni, lo stretto cortile retrostante, in questa disposizione si intravede una trasformazione molto vicina alle case monofamigliari degli artigiani romani, la trasformazione più specifica è da ritrovarsi nel differente materiale utilizzato nella fabbricazione, non più legno e paglia, ma pietra e cotto, non attaccabili dagli incendi.
Il piano soprastante la zona di attività era occupato da cucina e soggiorno e quello ancora superiore dalle camere da letto, utilizzate da molte persone di diverso sesso ed età.
Anche nelle stanze dei ricchi le stanze, più ampie e personalizzate, accoglievano ai piedi del letto dei padroni i garzoni e le ancelle, forse per avere a disposizione il loro aiuto al più presto ( non c’erano campanelli elettrici…)  

Le case medievali, pur decorate anche nelle facciate, disponevano di minore qualità tecnica rispetto a quelle romane.
Qui le innovazioni si erano fermate e forse fu per questo che si parlò tanto male del medioevo da parte degli storici del passato. Infatti le case anche nobili non avevano acquedotto, né fognatura e perciò utilizzavano acqua di pozzo o di fontana e scaricavano i liquami nelle vie,(… ricordiamo alcune novelle del Boccaccio!).
Le abitazioni urbane delle famiglie ricche o nobili non differivano molto dalle case mercantili, se non per le dimensioni. In epoca medievale le case superavano raramente i tre piani fuori terra e molte città contenevano al loro interno orti, giardini e frutteti privati, utili anche in caso di assedio.

L'ambiente urbano era caratterizzato dalle molte torri, torri costruite per offesa o difesa nel periodo di contrasto tra Impero e Papato, oppure  case-torri, che competevano in altezza tra di loro, più importante era il proprietario, più alta era la torre e se le famiglie erano in contrasto e si combattevano la prima cosa che veniva distrutta dal vincente era la torre del nemico.
Le torri private erano spesso più alte dei campanili e delle torri di cinta inserite nelle mura, talvolta competevano in altezza perfino con la torre civica, vedi le due torri bolognesi delle famiglie Garisenda e Asinelli che si stagliano sui tetti della Bologna medievale. Bologna e San Gimignano in Toscana erano famose nel medioevo europeo per il numero di torri.

In alcuni scritti del XVIII secolo si parlava di 180 torri in Bologna, ma molto probabilmente erano circa un centinaio soltanto e il numero iniziale di 180 era dovuto ad errori di estimo, in quanto le torri vendute o catturate cambiavano di nome, assumendo il nome del nuovo proprietario.

Attualmente in Bologna rimangono 26 tra torri e torresotti della cerchia di mura di selenite, delle quali alcune non ben visibili in quanto inserite nei palazzi fabbricati in tempi successivi, come la torre che è visibile all’interno del Palazzo Fava, sede dell’attuale Museo Civico Medievale. 
Anche se molte di queste torri sono state abbattute nella trasformazione rinascimentale e barocca dei maggiori centri italiani, è ancora possibile farsi un'idea dell'ambiente urbano medievale in diverse città italiane, come la città di San Gimignano in Toscana e come abbiamo già detto Bologna.

La città medievale capitale di un feudo, in  periodi di continue guerre, era ovviamente cinta da mura, con camminamenti, torrioni, sul tipo delle fortificazioni romane con opportune innovazioni e nuove armi; all’esterno delle mura vi erano fossati da allagarsi in caso d'assedio.
La città all’interno, se di origine romana, manteneva decumano e cardo che si incrociavano nel centro dove era la piazza con il mercato, il palazzo comunale, la cattedrale normalmente a croce latina, le vie che da essa si dipartivano  seguivano l’antico tracciato romano, ma spesso, per problemi di costruzione di nuovi edifici da queste vie ortogonali si innescavano viuzze irregolari ad andamento che seguiva i nuovi palazzi signorili. ( vedere l’andamento delle strade del centro di Siena).
Le città medievali di nuova costruzione erano basate invece su di un reticolo viario  più regolare sempre con la piazza principale centrale e comunque il castello fortificato si trovava sempre sul confine della città in prossimità delle mura.
Secondo alcuni autori il sito era scelto nella posizione più difesa, a mio avviso proprio il castello in quel luogo rendeva il sito meglio difeso.
Nella città medioevale lo spazio era diviso tra potere temporale e potere spirituale, quindi sorsero oltre alla cattedrale, con alto campanile a gareggiare con la torre civica, una miriadi di santuari, chiese e chiesette, i monasteri e le abbazie erano normalmente situate al di fuori delle mura cittadine, nella campagna, dove tali congregazioni ecclesiastiche avevano ampi possedimenti terrieri

E come erano le case medievali nel contado?
Nel primo medioevo le case dei contadini erano semplici, costruite  in legno o in argilla mista a paglia, raramente le case erano costruite in pietra, anche perché nella pianura il sasso era non facilmente recuperabile se non lungo i fiumi e quindi la costruzione di una casa in pietra significava costruire mattoni e cuocerli per renderli resistenti.
Sotto lo stesso tetto, specie in inverno, vivevano persone e animali, mancanza di spazi per gli animali e contemporaneamente la possibilità di utilizzare da parte dell’uomo del calore “animale”.
Le condizioni igieniche erano pessime, l’acqua dal pozzo, spesso inquinata, i servizi igienici all’aria aperta, nell’area attorno alla casa.
Alimentazione povera, basata soprattutto su pane e zuppe di segale con rari vegetali, pertanto erano endemiche malattie come la lebbra, la malaria, l’ergotismo e l’ipertiroidismo. Inoltre la promiscuità favoriva il diffondersi di parassiti, quali pidocchi, pulci e acari e il diffondersi ancor più delle malattie e della mortalità specialmente infantile in un paesaggio dove il medico era una rarità..

Verso l’XI- XIII sec. la casa rurale si trasformò, si ampliò, anche perchè le successive e grandi bonifiche avevano valorizzato il patrimonio rurale e quindi i proprietari terrieri  che avevano inizialmente ignorato o addirittura avversato la creazione di terreni nuovi nell’ipotesi che si verificasse un trasferimento di lavoratori dai loro domini ad altri, si resero conto che, ad un ampliamento dello spazio coltivato, avrebbe corrisposto una crescita del loro potere politico ed economico aumento di rendimento dalle coltivazioni nuove e di tributi versati dai coloni. I guadagni provenienti dall'attività amministrativa,imposte, esazioni per l'uso di servizi, pedaggi, ecc. e giudiziaria, imposizioni e ammende ebbero un peso preminente rispetto ai proventi della terra.

Fu quindi per i proprietari del terreno massimo impegno di rendere più vivibile e conveniente per il contadino rimanere a lavorare la terra e non spostarsi verso la città alla ricerca di lavori più remunerativi.
Si vedono pertanto la trasformazione delle case agricole in corti rurali aperte, spazi intorno ai quali si sviluppa la casa colonica adibita solo ad abitazione, edifici di servizio quali stalla, fienile, porcilaia, forno.

La trasformazione non avvenne ovviamente in un’unica  soluzione, l’unico edificio che comprendeva sia le funzioni abitative sia quelle di custodia animali e ricovero attrezzi si ampliò e si separarono le zone adibite alle diverse funzioni: gli ambienti della zona notte si spostò al primo livello per evitare l’umidità e l’aerazione delle stalle, le aperture si ampliarono, le finestrelle piccole per evitare il freddo e il caldo si ampliarono e la casa si dotò di focolari, la tipologia originale fu fornita di più strutture di servizio e di elementi architettonici quali i porticati.
I pavimenti non sono più di terra battuta, ma sono generalmente in cotto e i solai lignei.
La stalla ora divisa dalla abitazione è costituita da edifici compatti con coperture imponenti e nel passare dei secoli venne dotata di ambienti spesso a tre navate con pilastri, era sormontata o affiancata dal fienile costituito da un ambiente a doppia altezza, dotato di gelosie per l’areazione dei fieni

Per il proprietario dei terreni ha ora importanza un popolamento delle sue terre che porti anche ad uno sviluppo economico e all'utilizzo degli strumenti tecnici di sua proprietà o sotto il suo controllo  come strade, magazzini, mulini, forni, frantoi.
Abbiamo già parlato della posizione monopolistica in tal senso del proprietario nei confronti del contadino.
Per il proprietario  fu quindi importante  censire ed individuare le proprietà e chi la coltivava e pose in essere dapprima sgravi negli obblighi dei coloni  in modo da attirarne dei  nuovi  e, in alcuni casi, sull'esempio degli ordini religiosi, creò  nuovi insediamenti e dissodamenti e operò per salvaguardarli e valorizzarli. Il tutto in vista di una futura resa politica ed economica, che tra l’altro aveva un influsso notevole sulla ristrutturazione delle città, che nei secoli precedenti erano decadute.

La Pianura Padana, dove la fertilità del terreno si accrebbe notevolmente per effetto di questo modo di operare, fu una delle zone d’Europa dove lo sviluppo agricolo e demografico fu maggiormente incrementato, ad essa si associarono i Paesi Bassi, le Fiandre, la Germania e L’Inghilterra.

Carlo Cipolla, ci riporta una ipotesi di incremento demografico in quelle terre durante il Basso Medioevo, anche se su dati affetti da errori di valutazione non piccoli ( 20%), dovuti anche al fatto delle variazioni dell’ampiezza delle nazioni per effetto di guerre, forse solo la Val Padana  e l’Inghilterra danno variazioni accettabili:

 

Sono inoltre da tenere in considerazione l’ampliamento delle città, ad esempio Bologna nel periodo medievale all’interno delle mura del XIII secolo  aveva un’estensione di 400 ettari con 50.000 abitanti e diversi insediamenti nella pianura o appena fuori dalle mura ed era una delle principali città dell’Europa medievale per la sua posizione particolare quale punto di raccordo di strade principali provenienti dal nord.

Ma per il contadino questi miglioramenti spesso erano motivo di contratti più esosi,  di maggiori richieste di parte del raccolto da parte dei proprietari e di balzelli.
Spesso il contadino per far fronte a tali richieste era costretto ad indebitarsi e i prestiti ad usura si svilupparono: il contadino, che lavorava con la famiglia sopra un buon podere, preferiva indebitarsi in caso di carestia piuttosto che trasferirsi in un podere più piccolo.

Vogliamo ora parlare di un altro aspetto della vita contadina.

Abbiamo posto in evidenza nel descrivere le città medievali alcune particolarità dell’abbigliamento degli abitanti abbienti, ci domandiamo anche:
come vestiva il contadino?
L’abbigliamento tipico sia maschile che femminile era costituito da una camicia, una tunica nei mesi caldi o di un mantello con un cappuccio nei mesi freddi. I calzoni, brache, o le gonne erano trattenuti da cinture in vita e le scarpe legate sopra la caviglia, ma più spesso si usavano zoccoli in legno durante l’inverno e nei periodi caldi i “sandali di San Francesco” cioè i poedi nudi.
I vestiti di colore anonimo, grigio o scuro, uno da lavoro e, quando vi erano possibilità, uno da festa, per andare alla chiesa; i vestiti non avevano mai fine, venivano trasformati e ricuciti per ricavarne maniche o abiti per i bambini o fatti a pezzi e ricuciti per ricavarne con le parti meno lise delle coperte per i letti (patchwork).

Se il cittadino ricco, il chierico, il mercante medievali in città avevano la possibilità di alternare nel loro vivere feste e meditazione (!), momenti di gaudio a momenti di duro lavoro, il contadino medievale aveva un mondo di solo duro lavoro.
Unico momento di sosta erano le festività religiose e in esse naturale e sovrannaturale si confondevano.
Nelle comunità rurali e comunque nella maggior parte delle comunità cristiane molte feste erano collegate ad antichi riti pagani.
La costruzione di chiese in zone dove prima erano tempi romani, altarini di confine con icone cristiane al posto di icone degli dei di culti precedenti erano la norma, date ricorrenti da riti precedenti non cristiani erano un metodo che la Chiesa adottava per far dimenticare la religiosità precedente e inserire i riti cristiani e farli ricordare.

I santi erano invocati per le loro capacità taumaturgiche.

Ancora qualche piccola informazione:

Per l’alimentazione, l’uso della tavola e delle seggiole per mangiare, cioè la sostituzione dell’abitudine di mangiare seduti a quella degli antichi romani di mangiare allungati su un letto e appoggiati su un gomito...un po’ scomodi

È poi di qualche secolo dopo la comparsa, come norma, dell’uso della forchetta, un oggetto che, avendo fatto solo rare apparizioni nell’Alto Medioevo era considerato alla stregua di qualcosa di diabolico, ma nel XIII secolo la creazione di nuovi tipi di pasta, oltre a quelli già in uso presso gli etruschi e i greci, impose l’uso di un attrezzo, per facilitare la raccolta del cibo dal piatto, senza insudiciarsi le dita.




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