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Cap. 1 - Geologia 1
Cap. 2 - Idrografia 1
Cap. 3 - Flora 4
Cap. 4 - Fauna4
Cap. 5 - Uomo 4
Cap. 6 - Cibo7
Cap. 7 - Attività agricole tipiche9
Cap. 8 - Dalle origini ai Romani10
Cap. 9 - I Romani nella Pianura Padana17
Cap.10 - I Barbari ... Alto Medioevo10
Cap.11- Vita medioevale 19
Cap.12 -Vita Medioevale: Istruzione9

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\\ Home Page : Scritto STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net - Angela Bonora: Cap. 11, 7 - Passare le Mura

Capitolo undicesimo - Vita Medievale: 7 - Passare le Mura

Di Angela Bonora (del 07/08/2010 @ 17:36:50, in Cap.11- Vita medioevale , linkato 8362 volte)

Cosa voleva dire effettivamente per l’abitante della pianura, e anche della montagna, passare le mura?

Veniva da un mondo totalmente diverso e si sarebbe dovuto abituare ad una nuova vita, soprattutto ad un nuovo lavoro e a nuove regole.
Il contadino nato in aperta campagna a contatto con la natura, ma era costretto ad un duro lavoro all’interno della famiglia patriarcale, diretta cioè dall’uomo più anziano, senza alcuna opportunità di migliorare il proprio tenore di vita o di apprendere un lavoro diverso.
L'alternativa era lavorare come bracciante, che raggiungeva poderi diversi ogni giorno, partendo prima dell’alba da un piccolo borgo, vico, pago, dove ritornava a notte inoltrata. Vedeva quindi la vicina città o la comunità rurale sorta nelle vicinanze della città, comunità dotata di una organizzazione amministrativa e giurisdizionale autonoma, come un sogno.

All’interno del borgo rurale vi era lavoro per artigiani, commercianti, medici, ma poco lavoro e tale lavoro veniva tramandato da padre in figlio.

Altri lavori erano per lavoratori itineranti, che si spostavano da proprietà a proprietà, da piccolo borgo a piccolo borgo alla ricerca di quelle famiglie o corti che avevano bisogno di un lavorante particolare, e in un determinata stagione dell’anno.
Nel Medioevo vediamo da una parte lavoratori legati alla terra, a partire dagli schiavi del basso impero romano fino ai servi della gleba, poi famiglie legate ad una proprietà di una corte o di un convento; dall’altra un Medioevo caratterizzato da lavoratori itineranti in Italia e anche fuori dall’Italia.

Il vagabondaggio dovuto ai mestieri itineranti è stato oggetto di ricerca specialmente in questi due ultimi secoli, eliminando in buona parte il concetto di lavoratore medioevale fermo, povero strettamente legato al signore, alla nobiltà, al clero, al cavaliere….

Piero Camporesi nelle sue ricerche distingue un primo medioevo dove gli itineranti sono spesso vagabondi, per lo più alla ricerca del pane quotidiano durante tutto l’anno presso le varie corti. Erano cortigiani, poeti, cantastorie, teatranti, giocolieri, istrioni, indovini, guaritori, studenti, chierici vaganti, predicatori, a fianco dei quali sulle strade e nelle locande e negli ospitali si vedevano anche mercanti, sensali, venditori ambulanti e girovaghi per scelta.
Il movimento dalla campagna alla città era poi incrementato dal movimento di cavalieri, baroni, clerici e poveri Cristi verso Gerusalemme.

Le Crociate

E' qui il caso  di dare un cenno sugli spostamenti dei crociati e sulle motivazioni che li spingevano a partire per la Palestina.
L’origine delle crociate, per liberare il sepolcro di Cristo, è nella tradizione assegnata all’opera di Pietro d’Amiens detto “l’Eremita”, figura che arrivò ad una fama ben superiore al ruolo ch’egli ebbe negli avvenimenti crociati.

Prima crociata

Nel 896 Urbano II indice la prima Crociata>Documenti posteriori agiografici e, quindi, non proprio attendibili, elencano numerosi bolognesi,  sia della citta' che della pianura, partecipanti a quella spedizione: si parla fra essi vi fossero anche Filippo e Oddo dei Garisendi e che, al loro ritorno in Bononia, evidentemente arricchitisi, costruirono la loro Torre [2].

Gli storici stanno forse ancora discutendo su quali siano state le vere cause delle crociate, se partirono dall’oriente o dall’occidente, se per cause religiose od economiche, se erano lo sfogo del fanatismo religioso o della ricerca di beni da predare. Inoltre qualunque forma di confusa ribellione sociale che non aveva avuto lo sfogo verso condizioni migliori di vita spesso sfociava nella crociata, e vi si univano i poveri abituati a peregrinare accattonando, per i quali il pellegrinaggio era una dimensione esistenziale e spesso anche i primi contadini, che avevano lasciata la campagna e si erano avventurati verso le città per sottrarsi alle obbligazioni feudali, ma che non si erano ben inseriti nell’ambiente urbano.
I primi gruppi «crociati» partirono dunque a ondate, male armati e privi di un’organizzazione sia pur embrionale, provenienti dal centro dell’Europa. La più parte di essi si sciolse, in circostanze spesso tragiche, senza neppure raggiungere le coste del Mediterraneo dalle quali avevano la speranza di ottenere mezzi navali per raggiungere l’Arabia e quindi Gerusalemme.

- conquista di Antiochia e Gerusalemme (1095-1099);

- in seguito alla caduta di Edessa (1147-1149);

- quella guidata da Federico Barbarossa, Riccardo Cuor di Leone e Filippo Augusto dopo la caduta di Gerusalemme (1189-1192);

- conquista e sacco di Costantinopoli (1202-1204) (!);

- la quinta impantanatasi nel delta egiziano (1217-1221);

- quella organizzata dall’imperatore Federico II di Svevia, scomunicato da papa Gregorio IX (1228-1229);

- le due successive guidate da Luigi IX nel periodo 1248-1254 e 1270 ed entrambe fallite nonostante l’imponente sforzo messo in campo dalla corona francese.

Tale divisione sorse da ragioni pratiche e riproposta dai vari manuali storici, senza per altro indirizzare le ricerche verso una prospettiva che ne individuasse gli elementi salienti e studiasse le diverse configurazioni assunte dal movimento crociato nel corso dei secoli.

Delle spedizioni denominate «crociate», inizialmente indicate con le terminologie iter, expeditio, peregrinatio, si possono individuare tre elementi fondamentali:

l’impulso papale, che si esplicava in modi essenzialmente diversi a seconda dei Papi che inizialmente erano stati favorevoli agli eventi,

il voto che legava i partecipanti all’impresa sempre più articolata,

il carattere armato delle spedizioni stesse, le autorità ecclesiastiche favorirono il reclutamento degli appartenenti al ceto militare.

Come abbiamo già posto in evidenza prima, la liberazione della Terrasanta, del Sepolcro di Cristo, non erano le condizioni essenziali per iniziare una crociata, il ricordo della quarta con il sacco di Costantinopoli ne fa fede e di quelle iniziate contro i cosiddetti nemici interni alla Cristianità, vedi la crociata contro i catari nel Midi francese all’inizio del Duecento.

A partire dall’XI secolo vi fu l’ampliamento del campo di intervento della crociata come lotta contro i musulmani nelle regioni iberiche da loro conquistate prima dell’VIII secolo: la Reconquista, da parte di vari piccoli stati spagnoli, formatisi nelle zone al di fuori dell’influenza islamica, supportati anche da combattenti francesi, comportò una duplice serie di conseguenze sulla concezione della crociata nel mondo cristiano.

I nemici della fede cristiana dovevano essere affrontati in qualunque luogo si trovassero, dovunque fossero terre ritenute legittimamente spettanti ai seguaci di Cristo.

Rimase e rimane comunque aperto il problema "Islam e occidente", che si presta a facili generalizzazioni e semplificazioni, un campo di indagine complesso e sin troppo esposto a fraintendimenti. Quando si parla di Islam si tende ad evidenziare la differenza di credo e quindi nel passato crociate, Riconquista, la controversistica [1] e non ultime le scorrerie sulle coste del Mediterraneo di pirati, che non è detto fossero tutti islamici, ma a mio avviso si deve mettere in evidenza anche ciò che gli arabi hanno portato all’Occidente e che l’Occidente ha assimilato molto bene, come la medicina, la matematica, la musica, l’arte, la letteratura, etc...

In primo luogo ci sono due nomi, "islam" e "occidente" che non corrispondono a insiemi facilmente definibili. L’idea di "occidente" anzi pone più problemi che altro; ma anche se si volesse distinguere, forse più opportunamente, tra cristianità e islam, si tratterebbe di considerare un modello arbitrario, non sempre corrispondente a una situazione reale medievale, essendo poi il Mediterraneo per molti popoli, di origini, cultura, lingua diversi, zona di frontiera per tanti secoli e possiamo dire ancora oggi.

Guardare al Mediterraneo come luogo dello scontro tra islam e cristianità, ha fatto spesso dimenticare che dal punto di vista del mondo musulmano quella regione, in particolare l’Africa settentrionale, è stata a lungo percepita come luogo di confine di un centro ben più "orientale" non facilmente analizzabile dal punto di vista storico dal mondo occidentale.

In tempi relativamente recenti si è potuto fruire sempre di più dell’apporto di storici capaci di affrontare anche le fonti arabe e turche e in grado dunque di contribuire ad allargare sensibilmente i campi di indagine fornendo anche nuove prospettive metodologiche, anche se finora filologi abili in lingue semitiche ed orientali si limitavano a studi prettamente linguistici, letterari e artistici e le traduzioni di testi storici non sempre erano accettabili.

Francia, Spagna, Inghilterra e Stati Uniti ora hanno storici che affrontano direttamente e con buona filologia le fonti "orientali", migliorando gli strumenti di ricerca e le relazioni tra studiosi di differenti ambiti disciplinari, al fine di ottenere apporti più validi all’interpretazione della storia medievale e in particolare del fenomeno "Crociate"


Ancora in viaggio verso la città

E tornando al nostro iniziale problema e alla suddivisione proposta dal Camporesi, vediamo che il basso medioevo era caratterizzato invece da lavoratori stagionali itineranti, come tessitori, calderai, seggiolai, arrotini, impagliatori e muratori, una schiera innumerevole di artigiani stagionali che abbandonavano le loro terre, le loro vallate e contrade per esercitare il mestiere, in stagioni brevi o lunghe, nornalmente nei periodi invernali quando la terra riposava e i lavori di mantenimento della stessa erano già stati eseguiti secondo gli impegni presi con i proprietari dei fondi.

Importanti erano i lavoratori che si spostavano per mestieri legati all’allevamento del bestiame, al commercio e alla lavorazione delle carni, come i transumanti di greggi, i pascolatori, i porcai, i commercianti di bestiame, i castrini, i macellatori. In particolare erano importanti i lavoratori che si spostavano da proprietà a proprietà per pascolare bestiame per lo più semi selvatico, che poi operavano la castrazione dell’animale per renderlo più adatto al lavoro, come i buoi, o per l’ngrasso, come i porci, poi macellati e conservati.
Tra i mestieri legati alle stagioni, ai viaggi, agli spostamenti nell’Italia del Quattro-Cinquecento vi erano anche : maestri sonatori di ribecchini, primi strumenti ad arco precursori delle viole e dei violoncelli, suonatori di trombone, cantori, campanari, venditori di rosari ed immagini sacre (v. immagine Mitelli sotto), trinciatori, cioè tagliatori di carni che servivano alla tavola del signore, arcieri, soldati di ventura, cioè venturieri con l’animo di diventare cavalieri e tutti questi spesso si fermavano stabilmente presso le corti per lunghi periodi.

Anche se Giuseppe Maria Mitelli è del seicento le sue opere riguardanti i lavoratori erranti si possono ben considerare valide a rappresentare i soggetti di 2- 3 secoli precedenti: il contadino e il lavoratore errante non seguivano senz’altro la moda nel presentarsi per avere lavoro, i loro panni erano sempre gli …stessi stracci... e comunque il Mitelli nelle sue opere si rifece anche al passato della bassa bolognese, nulla era cambiato per il povero. Ecco una serie di immagini:

 

Lo spostamento di tali lavoratori e le loro mansioni si identificano nei cognomi che ritroviamo indicati sui Libri dei Morti e dei Vivi conservati presso le parrocchie che ebbero origini in quei tempi e ritrovabili anche negli archivi anagrafici attuali come prosecuzione di famiglie aventi origini in tempi medioevali o precedenti.

A San Giorgio di Piano ritroviamo spesso i cognomi:

- Montanari, indicante lavoratori che dalla montagna erano migrati alla pianura,
- Lombardi, o Milani, spesso muratori o mastri tagliapietre provenienti dalla Lombardia,
- Bonora, di derivazione franca, forse di soldati al seguito delle truppe dell’imperatore, esistono nella pianura proprietà a tale nome, o derivanti dal termine Bonahora nel caso di figlio a lungo aspettato,
- Corticello, Corticelli, lavoratori provenienti da un borgo fuori dalle mura di Bologna, forse l’attuale Corticella,
- Tassinari, da Tassinara borgo in San Giovanni in Persiceto,
- Spisani, Spisni, localizzati ad est della città di Bologna,lungo la via Emilia, di derivazione dialettale
- Vignolo, Vignoli, provenienti dalla zona di Cuneo o di Savona,
- Cauana o Capuana da Capua nel Casertano,
- Bersana, Bersani, da Brescia,
- Gili o Gilli derivato dal nome franco gillius = giglo
- Lande, di derivazione sarda, glande=ghiande. Anche Bonora potrevve essere di derivazione sarda essendo la' una citta. di nome Bonorva...,

Altri cognomi indicano chiaramente il tipo di lavoro svolto, come Frabo, Frabi, Fabri, oppure Pancotti, Fornasari, Barbieri, Sacchetti, Tacchi, dal longobardo thaka=tetto.
Alcuni indicavano una particolarità di chi lo portava, come ad esempio Zurlo o Zurla, dal greco zurlòs=matto.

I cognomi come: Fini, Galuani poi trasformato in Galvani, quando la u si trasformò in v, e Ragani o Ragagni tuttora esistenti in San Giorgio, ci fanno pensare…

Bologna come città e la Bassa Bolognese erano una importante crocevia nella pianura e ne fanno fede i tanti cognomi di derivazioni diverse indicati sopra
…non tutte le strade portavano a Roma…

Ma non strade, per lo più canali e barche o chiatte erano i mezzi usati dai contadini che raggiungevano la vicina città in cerca di fortuna.
Il viaggio lungo circa 17 km da San Giorgio alle mura di Bologna, ma scomodo, lento, per il passaggio ai vari sostegni per superare il dislivello tra la pianura e la città.

Il contadino aveva però la possibilità di ammirare un mondo nuovo: ville, possessioni, castelli, conventi, abbazie, pievi si snodavano lungo la bassa bolognese ed era un mondo totalmente diverso dalla casa rurale, i campi da coltivare, il borgo vicino per incontrare qualche volta altri contadini e bere un dito di vino e mangiare un pezzo di pane in compagnia.

Nel parlare del mulino della Ca’ Gioiosa, nell’articolo precedente, Angela Abbati ha fornito già mappe antiche che danno una idea della conformazione della pianura e dell’abitato dei nobili, castelli e ville, del clero, conventi e abbazie, e i piccoli borghi abitati dai coltivatori e da piccoli artigiani.

Al contadino che lentamente si avvicinava ai porti bolognesi si snodavano davanti panorami fantastici: alcuni fabbricati della pianura gli erano già noti, come i torresotti di avvistamento dislocati sulla pianura per controllare il deflusso delle acque durante i periodi di esondazione, o le chiese matrici delle pievi o le ville dei proprietari dei terreni in cui era insediato il suo borgo di nascita o dove egli aveva lavorato, ma quelle grandi costruzioni che spiccavano sui colli vicino alla città o nella pianura, costruzioni fortificate delle quali aveva già sentito parlare da viaggiatori, erano per lui edifici fantastici, non una sola torretta, ma tante, non un solo muro di fortificazione, ma intere cerchie.

In lontananza vedeva, appena fuori dalle mura che si stagliavano all’orizzonte, grandi proprietà cintate, erano le possessioni ecclesiastiche come quella Stefaniana ad est guardando la città che si intravedeva già in lontananza. tito dire che la proprietà dei monaci di Santo Stefano era posizionata su quella via importantissima che attraversava la città dove stava andando e vicino ad un antico complesso abitativo, una città che prendeva il nome dal fiume Dardagna, Claterna.

Di quella città non rimaneva nulla se non residui di case, anfore, monete che affioravano in tempo di aratura e …fortunato chi li trovava!. Sembra che la città fosse situata su una antica via romana , la via Flaminia Minor che scendeva dalle montagne e si inseriva nella strada più grande che attraversava la pianura, la via Emilia]:

Flaminia Minor e Claterna


Proprio all'inizio del 2011 sono iniziati  di nuovo gli scavi per portare in luce  l'abitato di Claterna, notevoli8 sono i ritrovamenti e vari studiosi di archeologia e studenti uniiversitari stanno partecipando ai kavori e akka ckassufucazione dei reperti.


A destra delle cerchia cittadina o arrampicati sui colli più a sud altri castelli fortificati: si diceva che molti fossero di una certa Contessa Matilde.

Dei terreni circostanti il viaggiatore sapeva poco e nulla, era sempre rimasto vicino al suo borgo, al massimo andava alla pieve quando la campana chiamava i villici a raduno per notizie o fatti amministrativi.
Tante erano le proprietà e quindi i limiti tra le varie possessioni, prerogative, diritti, poteri.
Parlare di confini per l’età medievale in mancanza di catasti, registrazioni pubbliche e in presenza di contrattazioni spesso private per il passaggio delle proprietà o per vendita o come doti maritali è estremamente difficile.
La grande varietà della nozione di “confine”,anche di quelli che effettivamente dividevano in modo logico i territori, non permette ancora oggi, anche sulla base di successivi documenti di estimo, di ordinare una tipologia.
Basti ricordare che, per quanto riguarda i confini di villaggio, in età bassomedievale erano delimitazioni originate inizialmente dalle pievi e dai monasteri quando questi sorsero ed accumularono per donazioni grandi proprietà, poi acquisizioni da parte della signoria territoriale quindi confini della parrocchia.
L’iniziale suddivisione dei territori tra pievi diverse era già in età alta medioevale dovuta alla riscossione delle decime delle chiese battesimali, diverso era lo scopo di apporre confini alle proprietà da parte dei signori ed ancora diverse le suddivisioni parrocchiali.

Gli estimi spesso con indicazioni molto confuse e con terminologie differenti da estimatore ad estimatore non sono certo di aiuto ora. E a quei tempi il contadino navigando passava da proprietà a proprietà senza averne veramente idea, d’altra parte la sua mente era occupata a pensare alla vicina città a quello che avrebbe trovato.

A San Giorgio, chi veniva dalla vicina Bologna, raccontava di tante cose nuove, fantastiche, da non crederci nemmeno.

contadini mmedievaliArrivato in prossimità della cerchia delle mura il contadino proveniente dalla bassa pianura aveva molte porte d’accesso, ma avendo viaggiato per via d’acqua normalmente entrava in prossimità del porto e quindi Porta delle Lame era quella preferita oppure vicino a Porta San Felice dove scorreva il Canale di Reno e vi erano i setifici.

 Altra zona era Porta Galiera o Porta della Mascarella vicino al Canale delle Moline dove erano tanti mulini che promettevano lavoro. La zona al di là delle mura permetteva anche di ottenere possibilità di alloggio in casolari circondati ancora da campagna, ma protetti dalle mura e con la possibilità anche di lavorare negli orti urbani.



Mura di Bologna e zona porto

1. Porta San Felice,  2, La Grada,  3. Il porto Cavadizzo

 

I contadini prediligevano i canali nei loro spostamenti verso la città, mercanti, cavalieri e pellegrini seguivano vecchie strade già tracciate.
I pellegrini specialmente avevano spesso come voto di camminare verso i luoghi santi percorrendo un tragitto già tracciato e con l’intento di camminare normalmente dall’alba al tramonto tutti i giorni, ad essi si associavano spesso i mercanti che trasportavano merci leggere, per confondersi con essi e non dovere pagare i dazi e le gabelle richieste nel porto o dai castellani.
Anche i cavalieri di ventura utilizzavano le strade, spesso in possesso di cavalli, non potevano facilmente usufruire dei canali, camminavano o cavalcavano lungo  essi. Questi cavalieri erano normalmente militi di ventura, non dipendevano in modo fisso da un  signore ed erano in cerca di gloria o bottino.
Abbiamo già parlato della strada Francigena e vediamo nella carta sottostante le città che toccava e quindi la sua possibilità di dare passaggio a numerosi uomini di tutti i tipi e origini. Su queste strade si  incontravano uomini, ma anche idee, modi e diversi stili di vita, quindi possibilità di crescita. Il passare vicino o dentro a grandi città voleva dire vedere il mondo, vedere che cosa l’uomo aveva la possibilità di fare. Ma non solo città, ma anche castelli, pievi, abbazie, umanità diversa.

 

Strada o Via Francigena completa


Quindi al contrario di quello che è stato scritto per il passato il Medioevo fu un’età di grandi spostamenti, in grado di esercitare una forte capacità omogeneizzante tra individui di ogni strato sociale, che  intraprendevano viaggi in funzione  a sollecitazioni di varia natura, economiche e professionali, politiche, spirituali.
Comunque  chi intraprendeva un pellegrinaggio non era sempre mosso da profonde e personali convinzioni religiose. Esistevano pellegrini ‘vicari’, che a pagamento svolgevano viaggi salvifici per conto di terzi  o dei pellegrini ‘forzati’, penitenti ai quali il pellegrinaggio era stato imposto da confessori, inquisitori o anche giudici civili per espiare peccati contro la fede o per punire crimini compiuti contro il bene pubblico.

La strada medievale è inoltre diversa da quella romana.
Se nell’Alto Medioevo molte strade romane andarono distrutte per incuria, successivamente la rete stradale medievale presenterà caratteristiche  profondamente mutate rispetto a quella romana:si inseriscono in un asse principale per lo più antico, magari romano,  numerose  derivazioni, ma non sentieri, ma vere strade secondarie che spesso portano anche ai canali navigabili. 
Le città principali, che sovrintendevano alla amministrazione di una strada principale e ai canali che attraversava, stilavano Statuti sull’uso  delle acque e delle strade del territorio, stimolati in ciò dalle associazioni di mercanti, che si preoccupavano che fosse garantita una generale situazione di sicurezza per tutti i viaggiatori e che fossero loro assicurati passaggi aperti durante tutte le stagioni, cammini ampi e comodi, attrezzature funzionali come  poste per il cambio dei cavalli,  locande, ospizi.
I mercanti inoltre premevano anche  perché vi fossero posti di guardia lungo i tragitti al fine di salvaguardarsi dai briganti dai quali erano loro  maggiormente presi di mira, in quanto stranieri, indifesi, e dotati di disponibilità in denaro e merci. Nacquero in quei tempi le lettere di salvacondotto, contratti di assicurazione, lettere di credito finanziario. I salvacondotti si  trasformarono però presto in tariffe daziarie.
A metà Trecento, con l’avvento delle signorie, il controllo sulle strade fu reso di competenza di specifici uffici centrali in un apparato amministrativo sempre più articolato, ma anche da un indebolimento interno della corporazione dei mercanti che percorrevano le strade e si servivano di queste per importare materie prime e per esportare e importare i prodotti lavorati nei mercati cittadini, essendosi in parte eliminati i mercati agli incroci viari esterni alle città, poco sicuri

La toponomastica ci rimanda nomi tuttora in uso per certi tratti di strade, assunti per particolarità dell’ambiente, del territorio, delle mete delle strade, dalla loro pericolosità, dall’identità di coloro che ne facevano prevalentemente uso…o di fantasia non ben riconoscibile.

Non ultime da prendere in considerazione per la viabilità delle strade sono le intenzioni di chi deteneva il potere lungo le arterie di comunicazione: signori, padroni di castelli, e anche piccole comunità erano infatti capaci, per favorire i propri interessi, di intervenire in maniera determinante sui flussi di viaggiatori inaugurando nuovi percorsi, deviando tracciati, riattivando strade cadute in disuso, regolando pedaggi, concedendo esenzioni, senza contare poi di interventi decisamente più ‘aggressivi’ . Più ambigua invece la funzione svolta dai poteri signorili, i castelli al di fuori delle mura delle grosse città non è chiaro se sorgessero per la sicurezza dei percorsi stradali o per un loro sistematico taglieggiamento sui viaggiatori. Il confine tra rapine di strada e azioni militari non era sempre netto.

Dunque il contadino aveva varcato le mura, cosa trovava?

Entrare in città e trovarsi in un mondo del tutto nuovo era per il contadino sangiorgese, che aveva varcate le mura, un’esperienza  particolarissima.
Se aveva fatto il suo viaggio a piedi, varcava le mura normalmente alla Porta di Galiera che si apriva sulla strada romana che andava da San Giorgio  a Bologna o, se aveva viaggiato con un natante tramite i canali, il punto di accesso era normalmente il porto del Navile nei pressi della Porta delle Lame.

I viandanti, pellegrini, cavalieri, mercanti, avevano già posti da raggiungere predestinati: i pellegrini ricevevano alloggio presso i conventi e gli ospizi, i cavalieri presso famiglie nobili, i mercanti presso locande nei pressi delle fabbriche degli artigiani o dei mercati, i contadini invece o si fermavano nelle zone coltivate ad orto a ridosso delle mura o appena all’interno delle mura, dove erano sicuri di trovare subito lavoro ed alloggio presso loro simili o si dirigevano verso le fabbriche che erano nei paraggi dei porti dove era richiesta molta mano d’opera.

opioici al Cavadizzo

Venivano inoltre dalla pianura altri gruppi di giovani che raggiungevano la città per accedere allo Studio, per continuare la loro istruzione, ma di questi parleremo poi.

In Italia molte città medievali erano state costruite  utilizzando preesistenti strutture romane, senza cambiare la disposizione originaria,  oppure attorno a castelli feudali, o strutture ecclesiastiche, come conventi, monasteri, pievi, che costituivano un polo di attrazione.
Qualunque fosse la struttura di origine, la città medievale disponeva di uno spazio laico, caratterizzato da un ampio mercato, da edifici pubblici, municipio, teatro e foro, e da uno spazio ecclesiastico nel quale in tale periodo sorsero, accanto  a monasteri e conventi, ampie e bellissime cattedrali.

Nella restante Europa, vennero costruite invece “città nuove”  a partire dal X secolo, ma seguendo nella costruzione comunque la struttura delle città italiane, basate su di piano regolatore che stabiliva la posizione delle  costruzioni principali, la forma delle pianta normalmente rettangolare e le strade parallele e perpendicolari tra loro, da formare lotti di terreno rettangolari, che venivano concessi ai futuri abitanti contro pagamento di una rendita annua, rimanendo la proprietà della comunità.
Ancora oggi grandi città europee, come Londra, la Londinium romana, hanno questa disposizione e la concessione, rinnovabile per lunghi periodi, spesso 99 anni, del terreno fabbricabile ai cittadini, che rimane di proprietà della comunità o del sovrano (vedi la Corona Inglese o la Chiesa Inglese).
 
Non erano grandi città quelle che in Italia inizialmente si svilupparono, recintate dapprima da steccati di legno e fossati, poi da terrapieni e da mura di protezione. Lungo le mura vi erano porte di accesso, vere e proprie incastellature, dotate di torri di guardia e difesa.
Bologna in particolare con le prime invasioni barbariche prima, e poi col crollo dell’Impero Romano, si era ridotta, in parte distrutta. Nelle cronache si parla di “civitas retratta”, ad un oppidum di soli 18-20 ettari cinto da imponenti mura di selenite e di arenaria con porte e torresotti di accesso e difesa: una piccola fortezza. All'inizio del V sec. d.C., con l'arrivo del vescovo Petronio, riacquistò la sua importanza, ma nel secolo successivo e sino al 774 Bologna era stata implicata alla guerra tra Goti, Bizantini e Longobardi, ritornando poi sotto alla giurisdizione del Papa ad opera di Carlo Magno 

Vicino all’anno Mille vi fu un progressivo allargamento della cerchia difensiva, inizialmente costituita da pali di legno che circondavano la prima cerchia e proteggevano chi abitava  nei pressi della successiva cerchia di selenite, poi murata, ed è proprio questa ultima cerchia, che è rimasta quasi dovunque immutata per secoli nel suo perimetro in molte città europee.
La città di Bologna rifiorì sino a godere, nel Duecento, di un periodo di prosperità con il riconoscimento dell'autonomia comunale (placito di Governolo del 1116). Fece parte della Lega Lombarda partecipando alla vittoriosa battaglia di Fossalta (1249), dove fu sconfitto e fatto prigioniero e rinchiuso sino alla morte in un Palazzo di città, re Enzo, figlio dell'imperatore Federico II.
Fu quello il periodo di maggior splendore di Bologna, testimoniato dalla nascita della prima università in Europa (ca. 1088), divenne la capitale culturale europea nel Medioevo insieme a Parigi. 

In periodo comunale le autorità cittadine emettevano statuti ai quali i cittadini dovevano uniformarsi.
Gli statuti regolamentavano l’area di incidenza e l’altezza dei fabbricati, i portici, specialmente nel bolognese, la manutenzione delle strade, degli scoli, della pulizia.
In questi statuti il Comune ricalcò la Lex Iulia Municipalis, romana. L’eredità di Roma non fu solo nella conformazione delle città, ma  nei modi di vivere diversi.
Città, civitas, civiltà, richiamano un complesso di valori politico-religiosi, che si diversificavano da quelli dei borghi fuori dalle mura, della villa, in cui vivevano i villici, i villani, i contadini.
Fu infatti il diffondersi delle infeudazioni a favore di ecclesiastici, vescovi e abati, e la nuova funzione del vescovo, divenuto vescovo-conte, investito di diritti feudali sulla città, che segnò il rifiorire dell'organismo cittadino e della concomitante economia mercantile.

Ciò permise alla città, nell'Alto Medioevo,  di frenare in parte l'economia quasi essenzialmente agricola e poi feudale in essere sino a quel momento: la città dette vita, attraverso assemblee e consigli di cives che attorniavano il vescovo, all'ordinamento comunale, a partire dalla fine del sec. XI. L'urbanistica medievale delle città-Stato, ancora presente nei nuclei storici delle nostre città, con prevalente cinta di mura a forma circolare o irregolare, di contro al più ristretto nucleo rettangolare romano, va riferita al periodo XII-XIV sec.. La formazione graduale dei borghi, in forma tentacolare lungo le vie che escono dalle porte cittadine, è il naturale sviluppo di tale urbanistica. 

 

Quartieri di Bologna medievale

 

Il periodo comunale assunse un fortissimo rilievo: la città era centro di attrazione per i proprietari, i feudatari e i castellani del contado, che vi trovavano possibilità di vita sociale e di attività politica confacenti alle loro ambizioni, per la gente delle campagne per la possibilità di un lavoro più redditizio, per i mercanti forestieri che ne frequentavano i mercati e le fiere o addirittura vi si stabilivano o vi aprivano delle agenzie.
La prosperità economica coincideva con l'ascesa sociale dei ceti economicamente attivi, i cittadini hanno in periodo comunale piena coscienza di essere membri di una comunità libera e autonoma e democratica;  la città è sentita come comunità, attiva e operante.

Che fosse obbligatorio accettare le cariche a cui si fosse stati eletti, così come era obbligatorio il servizio militare; che la libertà di associazione fosse controllata e limitata;  che ogni attività produttiva fosse regolata da rigide norme, erano restrizioni unanimemente accettate,  necessarie al bene comune, da individui che avevano un senso sociale più sviluppato e maturo di quanto si pensa.
Così era accettato come un fatto naturale che diritti e doveri pubblici fossero proporzionati alle possibilità economiche, riducendo al minimo i doveri e perciò spesso i diritti dei nullatenenti, i quali non si sentivano per questo estraniati dalla collettività che garantiva loro la libertà personale e consentiva tutti quei progressi economici e sociali di cui fossero individualmente capaci.
I poveri sapevano di essere legati alla buona e alla cattiva fortuna della città e dei datori di lavoro, ed erano pronti a difendere l'onore e la libertà della loro città.

Quindi chi valicava le mura sapeva di entrare in  un altro mondo, dove il lavoro era assicurato da un complesso di opifici, ed esistevano leggi che proteggevano i volonterosi.

Scrittori bolognesi dell’epoca, come Pier de’ Crescenzi, e successivi come Antonio di Paolo Masini, ci parlano dell’allevamento nelle campagne del baco da seta tramite l’uso delle foglie del gelso nero, poi successivamente del gelso bianco. Tali bachi o folicelli erano poi venduti al mercato nella medievale Piazza Maggiore,nel Pavaglione ( l’attuale Piazza Galvani ?).
Pare che a Bologna l’arte della lavorazione della seta sia stata introdotta, intorno al 1290, grazie all'apporto di operai di Lucca. Altri abitanti di Lucca, guelfi fuggiti e riparati nella città guelfa di Bologna, nel 1314 implementarono la lavorazione della seta e un documento del 1341 attesta che il comune di Bologna concesse a Bolognino di Lucca  il permesso di costruire un filatoio da seta su un canale della città (...super aquam defluentem per fossatum ...) forse il Savena.
Bolognino e quindi la famiglia Bolognini si arricchirono con tale manifattura e sorse in Piazza Ravegnana una torre di loro proprietà, la Torre Alberici.
Bologna divenne leader nella produzione di manufatti tessili: l’organzino di seta bolognese non aveva rivali e l’arsenale di Venezia usava solo “corde bolognesi” e ciò sino a due secoli fa

La toponomastica ci lascia come ricordo, ad esempio, il Pavaglione,  via della Filanda e la zona Filanda stessa, una via Altaseta

mercante di stoffe nella piazza del mercato


Nel 1200 la Platea Maior, come la indicava Antonio di Paolo Masini, era più o meno coincidente con via D'Azeglio, nel tratto tra via Farini e l'attuale Piazza Maggiore, di fronte al primo palazzo comunale di cui è rimasto poco più di una colonna in via Colombina. Negli anni, sec XII, si iniziò la costruzione della Piazza Maggiore nuova, con la requisizione di case e torri e successiva demolizione da parte del comune. Si iniziò la costruzione del Palazzo dei Notai con l’intento di farne il palazzo comunale. Teniamo conto che la Basilica di San Petronio allora non era ancora stata costruita (1390), c'erano le case con torre degli Accursi, che però  non avevano funzione pubblica
I palazzi che oggi si vedono e delimitano la piazza e verso la quale il viaggiatore era attratto già nel XIII secolo  sono:

- sul lato nord gli edifici più antichi, il Palazzo del Podestà, 1200, anticamente romanico, poi ricostruito nel 1484 dall’allora signore di Bologna Giovanni II Bentivoglio; il salone sovrastante il portico, ornato da 3000 rosette tutte differenti, vi era l’Aula di Giustizia e la “ringhiera” da cui venivano rese pubbliche le decisioni del governo ed anche le sentenze capitali. Il  Palazzo Re Enzo e Palazzo del Capitano del Popolo,vennero successivamente affiancati  e uniti al Palazzo del Podestà con un voltone a crociera sopra al quale si alza la Torre dell’Arengo, La grande campana della Torre, detta " il campanazzo", collocata nel 1453 serviva per richiamare a raccolta il popolo

- sul lato ovest l’attuale  Palazzo Comunale, composto dal Palazzo d’Accursio e dal contiguo Palazzo del Legato; la parte dell’edificio su cui si innalza la torre dell’orologio, era l’abitazione del celebre giurista Accursio, vissuto nel XIII secolo. Il Palazzo, venduto al Comune nel 1284, divenne inizialmente  il granaio cittadino , da cui anche l’altro nome di "Palazzo della Biada". L’altra parte, oltre il portale di ingresso, diviso inizialmente dalla piazza da un largo fossato e da un ponte levatoio, con l’aspetto di una fortezza, venne costruita alla fine del cinquecento per gli appartamenti dell’allora  Governatore della Città, cioè il Cardinale Legato. Sulla scarpata di base vi sono murate le antiche misure alle quali dovevano attenersi gli artigiani e i venditori: il piede bolognese, il braccio, la pertica, le dimensioni delle tegole (coppo) e del mattone. Tutto il complesso di fabbricati è ora il Municipio bolognese

- sul lato sud vi è la Basilica di S. Petronio,iniziata per volere del Comune nel 1390. L’interno è di struttura gotica, a tre navate, divise da dieci piloni di cotto reggenti slanciati archi ogivali. Sulle navate laterali si aprono 22 grandi cappelle con vetrate policrome.  La facciata è incompleta: la parte superiore presenta immorsature in laterizio pronte per sostenere il previsto decoro in marmo, mentre parte inferiore è decorata con marmi con  nicchie predisposte per ospitare statue. Alla Basilica hanno lavorato per secoli i maggiori architetti, scultori e pittori italiani.Sul pavimento è tracciata la famosa meridiana costruita nel 1655
Il Palazzo dei Notai al di là di vicolo della Colombina, affianca la Basilica , nel prospetto della piazza. La Corporazione dei Notai assai potente nel Medioevo, aveva inizialmente la propria sede sotto il Portico del Palazzo del Podestà, solo a metà del XIII secolo venne costruito un palazzo apposito.

- sul lato est il Palazzo dei Banchi, dove erano le botteghe dei banchieri,  dei cambiavalute e dei mercanti di metalli preziosi (vedi via Orefici nei pressi). Ogni bottega aveva al piano superiore l’abitazione ed erano nel complesso non molto gradevoli una diversa dall’altra, il loro  aspetto era troppo dimesso rispetto agli illustri edifici della piazza, e nel 1563-68 una grande facciata ad opera del  Vignola ricoprì le vecchie case.

orafi e cambiavalute

Comunque il nostro contadino si avvicinava alla piazza centrale con un senso di riverenza, non era il suo posto, bello da vedere, ammirare, andare durante le feste: il suo posto, dove lavorare, vivere era lungo i canali,ai porti, ai mercati vicino ai porti, negli opifici che dai canali traevano forza motrice.
Già nel X secolo si trovavano buone possibilità di lavoro al porto sul Reno , e al vicino mercato di Selva di Pescarola, mercato che trattava le merci provenienti dal Po. La costruzione di nuovi canali nel XII secolo (Canale Reno, la Grada, il canale delle Moline)  per portare l’acqua nel centro città era un’ulteriore fonte di lavoro ben retribuito, sia per gli uomini che per le donne (lavandaie). Inoltre sul canale Reno appena dentro alla città e fino alla Sega dell’Acqua erano stati costruiti opifici per lavorare i bachi da seta e iniziavano a sorgere i primi filatoi, alla confluenza del canale Reno con la strada di Galiera erano sorte varie segherie (attuale via Falegnami) e alla confluenza con il torrente Aposa vi era il canale delle Moline dove lavoravano  diversi mulini da grano.

Dall’altra parte della città venivano usate come forza motrice le acque del Savena convogliate verso gli opifici da una Canaletta  a partire dal XII secolo.
Comunque la parte più operosa era nella zona Nord verso la pianura, dove nel XIII secolo erano in funzione il Canale Cavaticcio, nel vecchio letto dell’Aposa, con relativo Porto in collegamento con i porti della Corticella e della Beverara, dove si fermavano le navi di più ampia portata e le merci venivano scaricate in natanti più piccoli atti alla navigazione all’interno della città.
Sempre nella stessa zona funzionava il Porto Maccagnano, poi Bova, e si sviluppava il Canale Navile dal Porto della Corticella sino al Po, alla Corticella nel 1316 venne istituito un dazio di passaggio e quindi altre possibilità di lavoro per chi veniva dalla pianura alla città.   
 

Spendiamo  ora due parole per chiarire completamente la storia delle cerchia di mura che sorsero attorno a Bologna

Il territorio bolognese come era protetto ?

L'abitato iniziale era sorto tra due fiumi, Reno e Savena rispettivamente ad ovest e a est, contrariamente alla maggioranza degli abitati arcaici insediati lungo un corso d'acqua o attraversati da esso. Era riparato a sud dalle colline e verso la pianura a nord era quasi certamente protetto da una palizzata di legno ottenuta dalle foreste circistanti. L'abitato vero e proprio, costituito da capanne di paglia e legno, si suppone fosse centrale a tale area, e scavi archeologici ce ne danno conferma. L'abitato primario era certamente autosufficiente.

Felsina etrusca, e poi Bononia romana, si munirono di protezioni più adeguate restringendo la città sorta solo ai fabbricati più significativi e lasciando al di fuori della cerchia lignea, fornita di torri d'avvistamento, la parte funeraria, coltivata e di servizi, che andava ad allargarsi sempre più specialmente nella pianura a nord.e sud per le colline.

Comunque qualunque insediamento antico cercava di proteggere il centro abitativo con metodi sempre più idonei e il territorio cittadino di Bononia, che era prima delimitato da un alto steccato, fu circondato da una muraglia alta circa 6 metri fatta di grossi blocchi di selenite semplicemente accostati e appoggiati sul terreno. La selenite è un particolare tipo di gesso cristallino, che si trova in natura in forma di scaglie trasparenti che vengono attraversate dalla luce. I greci le utilizzarono per fabbricare lastre trasparenti che avessero funzione di vetri, la luce che lasciavano filtrare era simile a quella della luna, Selene, da cui il nome Selenite o Pietra di Luna. E’ molto diffusa nel territorio emiliano-romagnolo, principalmente nelle colline gessose bolognesi le cui numerose cave hanno rifornito la città del prezioso minerale sin dall’epoca romana.

Le Mure di selenite circondavano il cuore quadrato della città per un perimetro complessivo di circa 2,5 chilometri. Pochi ettari quindi, a questi si era ridotta l'antica splendida Bononia romana nell'Alto Medioevo.

Non ci sono testimonianze certe sull'epoca di tale costruzione, le Mura di Selenite, si fa normalmente riferimento ad altri edifici nei quali la base era fatta di selenite , come si vede nella figura sopra. Le ipotesi spaziano dal III all'VIII secolo.

Quattro croci di bronzo, ora cinservate nella Basilica di S. Petronio, erano poste ai quattro angoli. Quattro erano le porte d'accesso:Porta Ravegnana (levante), Porta San Procolo (mezzogiorno), Porta Stiera (ponente) e Porta San Cassiano - San Pietro (settentrione).

Costruite in fretta o militarmente "meditate" è certo comunque che fu la paura di invasioni di popoli provenienti dal nord a spingere i cittadini alla loro costruzione. Fuori dalle mura la "civitas antiqua rupta" fu abbandonata e le sue rovine vennero utilizzate per le poche nuove costruzioni.

Pochissimi i resti di questa prima cerchia di mura a cui ne seguiranno in epoche successive altre due concentriche, ma di forma circolare.

I pochi resti si trovano nella corte fra casa Conoscenti e Palazzo Ghisilardi dove via Manzoni si incrocia con via Galliera e via di Castello.

 

Una seconda cerchia di mura, le mura dei Torresotti, dette anche mura del Mille, venne costruita a cingere una città molto più ampia. Tali nuove mura furono importantissime per la difesa della città in un momento particolarmente bellicoso, ma anche città sviluppatesi sia come potere civile, economico e sociale.

. La seconda cerchia, iniziata nel tardo 1100, fu detta dei Torresotti per via delle strutture fortificate in corrispondenza delle porte, ma viene detta anche impropriamente del Mille. La città nei secoli precedenti si era espansa ben oltre le mura di selenite della prima cerchia e i cittadini sentivano pertanto l' esigenza di inglobare le nuove costruzioni, riparate solo da steccati.

Queste nuove mura, circondate da un fossato alimentato dal torrente Aposa, avevano un tracciato circolare lungo ben 4km. Ma Bologna attraversava allora un periodo di boom economico, tanto che a lavori ultimati l'agglomerato urbano si era gia esteso oltre le nuove mura, inglobandole

Nel Duecento inizia per la città un periodo segnato da una forte espansione economica, demografica e urbanistica, testimoniata infatti dalla costruzione di una nuova cinta muraria. I "Torresotti" erano originariamente diciotto in corrispindenza delle diciotto porte relative alle vie più importanti che uscivano dal centro della città. Di queste ne restano quattro inglobate negli edifici successivamente costruiti dopo il 1300 con la terza cerchia di mura: il torresotto di Castiglione, quello di Porta Nuova, quello di Piella e quello di San Vitale, ai quali corrispondono tuttora strade con lo stesso nome.

Nel XIV secolo si completò poi una sistematica delimitazione della città con mura imponenti, la Circla,  un fossato lungo 7.781 metri all’esterno e una strada interna di 6.643 metri. Completavano l’opera 16 porte di accesso, con ponti sul fossato e molte fornite di manufatti di tipo difensivo con doppie porte, ponti levatoi e torri di  difesa.

La data di nascita della terza cerchia muraria si può collocare tra il secondo e il quarto decennio del Duecento. Inizialmente era una struttura difensiva di legno, detta circla, posta a protezione dei borghi sorti attorno alle mura dei Torresotti. Solo nel 1287 fu disposto di costruire due tratti di muro lunghi dieci braccia ai lati di ogni porta, il che fa ritenere che le porte stesse fossero già in muratura. Scarsa rimase comunque l' efficacia difensiva di tale struttura.
Secondo la relazione fatta redigere dal cardinale Anglico, nel 1371 il completamento della cortina era ancora lontano, poiché la città era cinta da mura finite e merlate solo per 368 pertiche mentre quelle non completate coprivano ben 1382 pertiche3.
Lo sforzo più ingente e decisivo per il completamento della cortina si dovette registrare durante la parentesi del "secondo comune" che portò alla sua conclusione fra il 1380 e il 1390 .

La terza cerchia la più ampia ed importante era ancora in funzione all'inizio del XX seccolo,ma uno spirito progressista, votato alla modenizzazione, richiedeva l'abbattimento delle mura medievali. in ciò unifprmandosi a quanto già posto in essere in varie grandi città euripee ed italiane.

Vari erano i motivi che da parte dei progressisti erano posti e in ciò non contrastati dalla parte intellettuale e culturale universitaria. Solo Alfonso Rubbiani, che aveva restaurato la città, eiminando le sovastrutture che srano state edificate nel tempo a ridosso degli edifici medievali derivanti dai nuovi usi introdotti tra i'età comunale e il Risorgimento..

I motivi posti a favore della demolizione delle mure erano proncipalmeente:

- la mancanza di vero utilizzo delle mura a attacchi di popoli esterni data l'Unità d'Italia e la inconsistenza delle cerchia in difesa da armi moderne;

- cinta muraria che veniva usata cime cinta daziaria all'entrata di merci nella città antica, continuando in ciò l'uso della gabella medioevale, quando la città si era già estesa al di fuori dalle mura stesse;

-le mura sparavano la città ricca e colta dalle borgate costruite fuiri dalle mura, dove abitava gente misera che si sentiva ghettizzata, esclusa dalla città,

- gli abitanti e gli opifici all'interno delle mura che richiedevano uno snellimento del traffico nella città antica, che veniva invece fermato all'usctta dalle porte della cinta.

Già nel Piano Regolatore del 1889 si era fatto un cenno sulla inconsistenza delle mura del 1300, già in parte malandate, ma parte dei cittadini premevano affinchè venissero restaurate, mentre molti altri sostenevsno l'abbattimento con il recondito scopo di recuperare aree fabbricabili in zone vicino alla città e anche allargarla verso i sobborghi esterni alle mura, quindi lavori, edifici in zone alberate e denaro...In questa discussione la popolazione rimase indifferente, ma la certezza di lavoro futuro, di spostamento della cinta daziaria oltre i sobborghi situati fuori dalle mura, manteneva questa lontana dalla discussione.

All'inizio del 1902 iniziaronoo i lavori di smantellamento delle mura, nel 1904 erano quasi completati, rimaneva in piedi quasi un chilometro dei sette iniziali e, guarda caso quei tronconi dove all'interno erano edificati fabbricati universitari e chiese della diocesi bolognese. Le porte ebbero maggior fortuna, ne rimasero nove delle dodici iniziali...forse si pensò potessero funzionare come spartitraffico...infatti.

 


 Bologna mura del XII sec.

_

Dalla mappa sopra riportata si rilevano:

con punti neri    porte e picchetti indicanti le strade

               e ponti
  in blu    il fossato

  in gialloterreni ecclesiastici

  ---------
              tracciato delle mura

  ………

        confini dei quartieri

 

e le abbreviazioni:

P.= Porta
Pst.= Posterla
Terr.= Terreno/i

Serr.= Serraglio

______

[1]Nella 'Teologia controversistica' rientra anche l'insegnamento del Concilio di Trento, che caratterizzava la teologia cattolica non per i contenuti, ma per l'aspetto propriamente formale identificato nella contrapposizione alle tesi avverse. Teologia per cui dell'altro si tendeva ad evidenziare solo l'errore e il negativo, e si guardava all'altro solo in vista di una conversione o di un ritorno.
Si trattava cioè di una teologia basata sulla convinzione di essere gli unici depositari di tutta la verità; per cui il diverso era sentito come una minaccia per la propria identità e per la propria fede; di una teologia che impediva di aprirsi agli altri e di scoprirne i valori. Diventava difficile, nonostante lodevoli eccezioni, elaborare delle ipotesi ecumeniche e costruire dei progetti di dialogo secondo un criterio di tolleranza.
La realtà attuale è diventata multietnica, multiculturale e multireligiosa, e questo fa intuire nuove potenzialità e inedite forme di convivenza, ma ci impaurisce e ci trova impreparati. Le religioni sembra siano esposte al rischio dell'autodifesa e della chiusura oppure alla tentazione della sopraffazione e del proselitismo, rinunciando ad una loro funzione specifica e cioè quella di promuovere forme di autentica convivenza nel segno della tolleranza, nella giustizia e nella pace, nella stima e nella libertà, nell'amore e nella solidarietà. La storia recente e la cronaca di ogni giorno, ci segnalano che l'auspicata "convivialità dei popoli" può finire in una "fossa comune" se le chiese e le religioni non assumono il criterio della tolleranza.
(
da un discorso del teologo Don Giovanni Gottardi al Convegno: "Le ragioni della tolleranza", Verona 2000 )
[2] Si data da alcuni storici al 1116 la costruzione della Torre degli Asinelli. Sembrerebbe che la sua costruzione si sia potuta realizzare grazie ad un consorzio di nobili famiglie e che il suo nome derivi da chi l’ebbe per prima in gestione. Esisteva davvero una Famiglia Asinelli, tanto potente da avere la maggior torre di Bologna
[3] Claterna, era il nome della scomparsa città, che ora storici e archeologi stanno cercando di riportare alla luce. Pochissime sono le città italiane di origine eetrusca o romana andate distrutte e di cui non si conosce la storia e quindi non si sa perché siano sparite, Claterna è una di queste. Ai due lati della via Emilia, nell'area compresa tra l'abitato di Maggio, in territorio dell’ attuale Ozzano e il torrente Quaderna, si stendono i resti dell'antica città romana, secondo alcuni storici, etrusca secondo altri, di Claterna. Sembra fosse stata abbandonata dopo la caduta dell'impero Romano d'Occidente.
La scoperta della città sparita diè dovuta agli scavi eseguiti nell’ottocento da Edoardo Brizio, direttore del Museo Civico di Bologna, e, in seguito, da Salvatore Aurigemma. Furono messi in luce, all'inizio, alcuni tratti di strada e parti di case riconosciute come romane, con pavimenti in mosaico ed in cocciopesto. Negli anni '30 si rinvennero alcune interessanti pavimentazioni oggi esposte a Bologna. Altri scavi furono diretti da Achille Mansuelli negli anni Cinquanta e Sessanta.
Ora partecipano alle opere e agli studi relativi l’ Università degli Studi di Ferrara, l’Università degli studi di Bologna, l’Associazione Culturale Civitas Claterna, la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia-Romagna, TASCA Studio di Architetti Associati.Dai resti recuperati a tuttora sembra che Claterna cominciasse a formarsi completamente nel II secolo a.C.,al momento della costruzione della via Emilia, forse sopra un precedente abitato etrusco.
Claterna dal momento della sua esatta individuazione nell’ottocento ha visto svilupparsi la storia dei metodi di indagine archeologica. Fra i vari obiettivi attuali, quali studio, ricerca, restauro, didattica esiste quello di un futuro museo sul sito, ciò a cura della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia-Romagna, dell’Associazione Culturale "Civitas Claterna" e del Museo Civico Archeologico di Bologna, con il sostegno del Comune di Ozzano dell'Emilia - Istituzione Anna Frank, IMA spa, Comune di Castel San Pietro Terme, SUCINA (Cesi, Ansaloni, Di Giansante, Raggi), Gruppo di Volontariato Archeologico "Città di Claterna" e Gruppo per la valorizzazione dei beni culturali e ambientali della Valle del Sillaro. 

 



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