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- Indici -1
- Introduzione -2
- Prefazione -1
- Testi e Fonti -1
Cap. 1 - Geologia 1
Cap. 2 - Idrografia 1
Cap. 3 - Flora 4
Cap. 4 - Fauna4
Cap. 5 - Uomo 4
Cap. 6 - Cibo7
Cap. 7 - Attività agricole tipiche9
Cap. 8 - Dalle origini ai Romani10
Cap. 9 - I Romani nella Pianura Padana17
Cap.10 - I Barbari ... Alto Medioevo10
Cap.11- Vita medioevale 19
Cap.12 -Vita Medioevale: Istruzione9

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Capitolo undicesimo - Vita Medioevale: 5 - Dal contado alla città, le vie d'acqua

Di Angela Bonora (del 06/05/2010 @ 18:17:20, in Cap.11- Vita medioevale , linkato 7766 volte)

 In questo nostro tragitto che può sembrare illogico, dal mare alla città, seguiamo l'andare del contadino della Bassa Bolognese e della Valle del Po, che lascia la pianura  per raggiungere la città, per approdare a nuovi lavori al fine di migliorare il proprio tenore di vita. 

Consideriamo pertanto le possibili vie di avvicinamento alla città, volutamente trascurando i residui delle vecchie strade romane, i sentieri impervi, ma soffremandoci sull'utilizzo  di corsi d'acqua, i canali.
Del fiume Reno abbiamo già parlato e ne sbbiamo visto i vari problemi non certamente sffrontabili in un vosggio di un povero villico ed sbbiamo trattato dei vari corsi d'acqua nati dalla bonifica medioevale e da trasformazioni ambientali naturali.

 
La pianura Padana ebbe un lungo periodo di formazione e ne abbiamo già parlato nei primi capitoli, solo nell’ultima era glaciale, 75.000 - 10.000 anni fa, iniziò veramente a formarsi, con la stabilizzazione poi della linea di costiera sull’Adriatico nel periodo che va da  5-6000 anni fa ed è da quel periodo che possiamo seguire con buona approssimazione il processo evolutivo della foce del Po e della formazione deltizia.
Da rilevazioni geologiche, si ipotizza che il Po, in epoca glaciale scorresse più a sud, rispetto al suo corso attuale, scorresse lungo l’attuale  Romagna verso sud per sfociare circa al centro dell’attuale mare Adriatico settentrionale  all'altezza di Ancona.
 Prospezioni marine, più recenti, hanno permesso poi di individuare i cordoni litoranei risalenti all'epoca glaciale, con il livello marino più basso dell'attuale, individuandone una serie al largo di Ravenna.
Lo scioglimento successivo dei ghiacci, l’innalzamento del livello marino conseguente ed ovviamente le millenarie trasformazioni dell’alveo padano, e soprattutto la costa marina più arretrata, rispetto alla precedente, portarono il Po a sfociare nell'Adriatico più a settentrione.
A quel punto il Po si biforcava nei pressi di Guastalla, nella bassa pianura reggiana, dando poi vita a due rami: il Po di Adria a nord e il Po di Spina a sud, rami  di facile navigazione, abbastanza profondi. Atria o Adria, fondata dai veneti poi diventato porto greco, e Spina, porto etrusco per l’ambra proveniente dal Baltico,  costituivano porti importanti e il mare a cui facevano capo  prese il  nome dal primo di questi due porti.

L’accumularsi di sedimenti portati dalle montagne circostanti fu un disastro per i due porti. Prima Adria in epoca romana iniziò ad interrarsi, la costa avanzava verso l’Adriatico e il porto aveva difficoltà di accesso per le navi ampie e di profondo pescaggio: è ancora visibile in parte un canale per collegare Adria con il mare e portare acqua per mantenere in vita il porto ed è stata anche ritrovata nell’entroterra di Adria una nave non certamente atta alla navigazione fluviale.
Durante una rotta vicino a Sermide il Po si divise in due rami, l’attuale Po di Volano e il Padoa [1].
 Gli etruschi eseguirono  argini e canali per unire bracci morti dei due rami e aumentare la portata d’acqua a livello del porto, ma l’interramento continuo fece perdere d’importanza anche questo accesso alla terra ferma ed aumentare invece le paludi circostanti.
Sia Plinio che Strabone narrano della costruzione di canali per regolamentare le acque e farle defluire,  lavori che ebbero comunque termine con l’avanzare dei Galli.
La costa adriatica, più arretrata rispetto a quella attuale, era comunque contornata da dossi, che ritroviamo ora all’interno delle valli di Comacchio e nella zona di Ravenna, in  quel punto prese forma l’attuale delta. Riportiamo una carta deella possibile trasformazione costruita da Lucio Gambi


ricostruzione costa adriaticaFurono i Romani che giunti nella vallata costruirono strade, ma soprattutto fecero grandi lavori idraulici per drenare le acque, acquisire terreni per l’agricoltura e bonificare le zone paludose. Vennero scavati canali per la navigazione interna
Già nel I secolo  d. C. esistevano Fosse, Canali che collegavano Ravenna ad Aquileia ed oltre, navigando sempre all’interno della costa, altri che permettevano di risalire lungo la valle sino

all’affluente Tanaro e secondo Plinio anche a Torino. La bonifica permise la navigazione anche degli affluenti maggiori.
Ogni Imperatore lasciò il proprio nome ad un’opera di bonifica, Augusto, Clodio, Flavio, Nerone …
 
In epoca romana i porti più importanti sul Po erano: Cremona, Pavia e quindi parte del l’affluente  Ticino, Piacenza, Brescello, Ostiglia, le attuali Vigarano e  Voghenza.

Il medioevo vide la decadenza delle vie costruite dai romani, l’aumento dei rischi dei viaggi via terra, quindi le vie di comunicazione tramite i fiumi e i canali di collegamento acquisirono grande importanza, ma non vennero eseguiti lavori di manutenzione adeguati per cui aumentarono le rotte dei fiumi e l’aumento delle paludi e l’interramento di canali di precedenti bonifiche.
La questione si complicò con l’invasione longobarda che divise la pianura padana all’altezza di Modena e Bologna anche se il re Liutprando nel 715 si accordò con Comacchio per mantenere in funzione il traffico sul principale fiume.
 
Un’esondazione a Ficarolo fece deviare il corso del Po verso meridione, situandosi a sud di Ferrara e dividendosi in due nuovi rami, Po di Volano e Po di Primaro, e portando a mare detriti notevoli tanto che alle foci del Primaro, ora sede del Reno, si formò un ampio e poderoso delta ( Sacca Testa d’Asino) molto al largo nel mare.

Analogamente avvenne alla foce del Po di Volano e il nuovo delta rimase sino al XVI secolo. E’ ancora possibile  intravedere sotto acqua i resti di torri di guardia poste dagli Estensi nell’Alto Medioevo a difesa di incursioni da parte dell’Adriatico.
Diversi documenti dell’Alto Medioevo ci forniscono notizie sui viaggi di personaggi della nobiltà, del clero, tramite via fluviale e canalizzazioni nelle paludi.
Diverse rotte, dovute per lo più a cause naturali , e  senza interventi validi sugli argini  contribuirono alla formazione di diversi andamenti dei fiumi della valle. I canali costruiti dall’uomo non avevano minori problemi in quanto erano schematizzati e arginati  fortemente già in partenza, quindi sopportavano meglio eventuali variazioni climatiche.

Bonifiche Medioevali

Erano soprattutto i frati Benedettini che si interessarono dei progetti di regimentazione delle acque nella pianura, ma era un lavoro continuo, detriti, alberi, che scendevano dai  monti circostanti, il clima non sempre favorevole, provocavano esondazioni, e la palude si riformava. Ma non solo la palude era un problema, ad essa si associavano la distruzione dei terreni dissodati e coltivati e  malattie nella popolazioni che vivevano nelle valli.

Attorno al Po di Volano le bonifiche realizzate dai Benedettini di Pomposa e l'abbassamento dei suoli causato dalla subsidenza, e la penetrazione di acque salmastre nelle paludi padane, mutarono l'aspetto del territorio.

Nell'Alto Medioevo il Po passava a Sud di Ferrara e Mesola era un'isola sul mare.

In poco tempo il Po di Primaro acquisirà grande importanza per la navigazione perché collegava Ravenna al Po e da qui a tutta la Pianura Padana comprese Pavia e Milano (tramite il Lambro).
Praticamente da Venezia si arrivava al mare di Ravenna e si raggiungevano tutti i punti di traffico più importanti, ma l’affluente più importante del Po, il Reno, rimaneva un  problema da risolvere.

La storia complessa della bassa bolognese fu  scandita dallo scorrere delle acque, si intrecciò con il complesso sistema di canali che tra il XII e XV secolo  intersecavano il territorio, ma  di grande importanza per il traffico intenso da e per le città quali Bologna, Ferrara, Argenta, Ravenna.
Nel 1300 si scriveva che dalla riva destra del Primaro "si esce per in canale fino a un trebbio: di qui,   se navigherai a mano destra arriverai a Vico Canale, che è porto, per il quale si va a Bologna".
I canali e i porti erano comunque  luoghi adatti anche al brigantaggio, allo spionaggio e al contrabbando. Lungo i canali venivano traghettate le merci per le quali non si voleva  pagar gabella, I canali erano il percorso preferito dalle spie del Marchese d’Este, che andavano e venivano da Bologna, così come dai fuoriusciti e dai nemici di Bologna.
 
Le invasioni barbariche, la crisi dell'agricoltura e gli eventi climatici particolarmente dannosi apportarono notevoli variazioni al territorio e ai centri abitati sparsi nella valle non più ben collegati dalle strade costruite  durante l’Impero.

 Nell'alto Medioevo, si verificó un ulteriore avanzamento della linea di costa, che compromise anche la funzionalitá del porto di Ravenna.

All’interno della val padana  e in particolare nella bassa bolognese nella vallata del Reno, intorno al VI secolo, si formò un grande dosso in prossimità dell’odierna Bertalia, sono riscontrabili infatti per tale periodo eventi alluvionali notevoli tali da incidere anche sulla via consolare Emilia.
 Oggi si è potuto riscontrare,con rilevazioni archeologiche, che il piano viabile romano della via Emilia a Bologna é  interrato di quasi 2,5 m.
Inoltre il Reno stesso modificò il suo percorso, si sviluppó in direzione di Trebbo, Casadio, Malacappa e Castel d'Argile, passando immediatamente a destra di Pieve di Cento.
Una situazione ambientale talmente disastrosa doveva essere frenata e si ebbero i primi  lavori di ripristino del territorio.

Nell'Alto Medio Evo le Autorità  costituite sui territori realizzarono le opere principali di recupero poi si  formarono  rapporti di mantenimento e consolidamento  tra le Autorità e i singoli privati abitanti il territorio stesso.
Anche nel territorio di Bologna erano diffuse le stesse consuetudini di cui esiste documentazione per i territori di Nonantola e Pomposa, dove le abbazie benedettine davano i terreni bonificati in uso ai privati, con contratti di "enfiteusi" o di "livello" [3], nei quali era espresso l'obbligo del concessionario di mantenere i canali e i manufatti di regolazione delle acque e, quasi sempre, di migliorare i terreni con opere di sistemazione.per la coltivazione .

I Benedettini, con modeste arginature e rudimentali opere di regolazione, iniziarono nel X secolo la bonifica del territorio fra Goro, Volano ed il mare. Delle opere dei Benedettini resta segno nelle pievi, che ancora sorgono sul territorio,
 Negli "Statuti Pomposiani" si trovano norme per il disboscamento e la bonifica dalle acque stagnanti, pratica che ebbe un enorme sviluppo attorno all'anno 1000  e che si protrasse per lunghi periodi .

I lavori di disboscamento non avevano solo lo scopo di   portare a coltivazione nuove terre, ma per disporre del legname da riscaldamento e da costruzione ed anche per diradare le boscaglie allo scopo di difendersi dai lupi e dai banditi che le infestavano.

Cenni in proposito si trovano anche negli Statuti Bolognesi del XIII secolo e nello Statuto Ferrarese di Obizzo d'Este, dello stesso periodo. E’ in quel periodo che si formarono nel nostro territorio e in quelli circostanti le prime Parteecipanze Agrarie.

 

 Partecipanza agraria

 

è un’ istituzione antica propria di alcune zone della Val Padana, in particolarea dell’area della bassa modenese, bolognese e ferrarese.

La sua istituzione risale ai primi secoli del Medioevo, anche se si affermò completamente all’inizio del 1400.

La pianura padana  praticamente ritornata nelle stesse condizioni in cui fu trovata e bonificata dai Romani: intrico di boschi, incolti estesi, paludi, acque stagnanti.

I proprietari di tali terre, nobiltà e clero, affidarono i terreni da bonificare a gruppi di abitanti della zona con l’impegno di asciugarli e dissodarli e trasformarli in campi fertili atti alla coltivazione. I contratti che legavano agricoltori e proprietari erano di tipo enfiteutico, con il pagamento di un canone abbastanza contenuto e per un periodo di tempo limitato e rinnovabile.  L’istituto della partecipanza agraria  ha consentito agli uomini di alcune zone  di rimanere liberi e non diventare servi della gleba.

 

Il caso dell’attuale comune di Cento è emblematico: nell’XI secolo il vescovo Ubaldini concesse in  enfiteusi un vasto territorio ad un gruppo di famiglie del luogo. Più tardi lo stesso contratto si verificò per altri siti in cui tuttora sussiste la Partecipanza: Pieve di Cento, Nonantola, San Giovanni in Persicelo, Villa Fontana.

Verso la metà del Quattrocento i discendenti delle famiglie che avevano già da alcuni secoli contratti di enfiteusi decisero di riscattare il territorio che stavano lavorando, mantenendo la proprietà indivisa e lavorandola a rotazione tra loro, scambiandosi i terreni periodicamente, nasce così la Partecipanza Agraria.

I partecipanti dovettero in effetti pagare tre volte per ottenere la proprietà dei terreni:

 

-          bonifica e  dissodamento del terreno

-          pagamento del canone enfiteutico

-          pagamento del valore di riscatto.

 

In pratica si tratta tuttora di una proprietà molto vasta, collettiva, gestita in maniera individuale: il territorio della partecipanza è molto vasto, parecchie decine di migliaia di ettari e indivisibile per quanto riguarda la proprietà.

L’uso invece viene diviso a cadenza regolare, circa ogni venti anni, tra i “capisti”, cioè i discendenti maschi delle famiglie originarie. I capisti hanno l’obbligo di lavorare la parte ereditata con tutta la famiglia e per la famiglia. Esistono atti di enfiteusi e successivo riscatto che documentano la partecipazione di certe famiglie sin dal 1213.

 

Questa forma di contratto e successiva proprietà agraria ha permesso agli abitanti agricoli della bassa bolognese di rimanere sui loro territori senza dovere emigrare per lavorare in paesi all’estero, come invece hanno dovuto fare tanti altri e soprattutto gli abitanti di paesi dell’Appennino per potersi sfamare.

Ancora, il diritto alla terra è esclusivamente maschile, ma nel tempo tale diritto si è esteso a tutti i figli maschi. 

Il diritto alla discendenza anche alle donne si fa sempre più pressante, per ragioni di sopravvivenza dell’istituto stesso, solo la partecipanza di Nonantola prevede l’eredità femminile.

Il diritto alla partecipanza impone inoltre agli assegnatari dei terreni di non allontanarsi dal territorio del Comune di appartenenza, ciò ha permesso agli assegnatari di resistere alle richieste ed imposizioni da parte degli iniziali proprietari dei fondi di ritornare in possesso della terra data da bonificare e già oltremodo pagata.

Lo Stato Pontificio per vari secoli ha cercato di ritornare in possesso dei terreni dati dalle Pievi e dai Monasteri agli agricoltori per la bonifica e riscattati.

 

Come avviene l’assegnazione?


Ogni capista ha diritto a ricevere una certa porzione di terra, tanto più grande quanto più è lontana dalla sua abitazione, e tanto più grande quanto è meno pregiata. L’assegnazione vale per un periodo ventennale e chi riceve il terreno ne ha la piena disponibilità, purchè apporti miglioramenti;  può anche cedere il diritto a coltivarlo anche a un non capista, ma rimane legalmente vincolato personalmente al contratto iniziale. Dopo vent’anni quel pezzo di terra viene di nuovo messo in rotazione.
Nel 2000 è avvenuta l’ultima divisione: i capisti erano circa 3000 e hanno ricevuto circa un ettaro ciascuno., attualmente non sufficiente a garantire la sopravvivenza e l’indipendenza economica a una famiglia, il valore di un appezzamento si aggira ora intorno ai 3000 euro.

 

 

I Canali della Pianura

Nella Bassa Bolognese i canali erano la caratteristica ambientale più evidente, anche se non possiamo dire che per il passato di essere  in possesso di carte topografiche che ne testimonino visivamente l’esistenza .
La bonifica romana e la successiva centuriazione narrata dagli storici dell’epoca, ci indicano canali, scoli, invasi per raccogliere le acque per irrigare o per raccogliere le acque per bonificare il terreno troppo umido, paludoso. Spesso tali canali seguivano il tracciato della centuriazione ed erano utilizzati come limiti tra le varie proprietà.
Una fitta ragnatela di piccoli canali caratterizzavano il nostro territorio e qualche piccolo porto d’attracco, come quello scoperto recentemente a Maccaretolo, completavano l’ambiente. Documenti altomedievali citano tali  piccoli porti.
A quel tempo era stato concesso ai bolognesi la possibilità di navigare liberamente sul fiume Reno in pianura e tale concessione era subordinata al fatto di mantenere il fiume sgombro da macigni e non costruire altri mulini lungo le sponde.
Il Reno tra l’altro era un grande veicolo per il trasporto del legname dall’Appennino a valle, verso la città e la pianura.
Ricordiamo che il legname era uno dei materiali più usati, per fabbricare le abitazioni, per riscaldarle, per fornirle di mobilia, inoltre per il lavoro dei metalli e per la costruzione di natanti, ponti, fortificazioni.
San Giorgio di Piano non ebbe mai mura, ma solo palizzate e canali per difendersi dai nemici.

Esisteva nel medioevo e viene tuttora usato un altro bacino idrografico, il Dardagna le cui acque normalmente confluiscono nello Scoltenna-Panaro.
Nell’alto medioevo esisteva l’antico alveo del Savena che venne utilizzato per la realizzazione del Naviglio (o Navile) .
Quindi bonifica, trasporti ed irrigazione erano e sono le principali necessità nei secoli della nostra pianura.
La bonifica per migliorare il terreno e la possibilità di vita per gli abitanti, continuamente assediati da malattie endemiche, i trasporti per fornire la pianura degli elementi validi per coltivarla e l’irrigazione per la vita delle piante immesse nei terreni strappati alle paludi.

L’ eccesso di acqua impedisce lo sviluppo delle piante come pure la sua carenza non costituisce ostacolo meno grave.
Espulse dal comprensorio le acque stagnanti, le esigenze dell’agricoltura moderna, che non accetta le alee dell’irregolarità delle precipitazioni, hanno poi imposto di realizzare gli strumenti per irrigare le colture realizzate nelle antiche terre palustri.
Nuove coltivazioni in epoche più recenti crearono la necessità di riempimento dei maceri, con acque pulite, e l’allevamento di bestiame richiedeva acque per abbeverare. Necessità modeste, soddisfatte mediante piccole derivazioni dal Reno e dal Panaro, e da canali limitrofi ma la sommersione delle risaie con acque a bassa salinità richiedeva per la coltivazione del riso, coltivazione antichissima in pianura, acque non di scolo. Ciò trasformò ulteriormente l’ambiente della pianura nel secolo XIX e XX.
Con l’avvento dello Stato unitario la bonifica idraulica dei terreni paludosi nasce come primaria esigenza igienica ed ambientale, ancor prima che economica. La prima legge che prevede la riunione obbligatoria dei proprietari di immobili in Consorzi é il Testo unico sulla bonifica, del 22marzo 1900.
Il territorio della bassa pianura bolognese alla destra del Reno era afflitto da due problemi: le paludi malariche e l’insufficiente scolo naturale dei terreni.
Il Reno, divenuto pensile in più punti, aveva reso sempre più problematico lo scolo delle acque di pianura, consentendo nelle zone basse un’agricoltura basata prevalentemente sulle colture umide. Solo l’avvento di macchine idrauliche, di motori elettrici muta radicalmente: lo scolo delle acque, che può essere garantito in modo permanente e, per vastissime zone della pianura bolognese,  e si apre la possibilità di colture nuove più redditizie e nuovi insediamenti umani.

Sono comunque le comunità contadine che esprimono e trasmettono oralmente in forma di adagio i ritmi e le  ampiezze dei fenomeni meteorologici, e ne rileva le conseguenze sopra la vita, che hanno un’idea delle stagioni che ne individuano megliola lunghezza e le caratteristiche, che non si esprimono ogni anno nello stesso modo, ma che vengono preannunciate da fatti che per il cittadino non hanno valore che di superstizione…ma guarda caso sono sempre verificabili. L’ esperienza sopra le condizioni fisiche della regione ove vivevano, disseminata da radi insediamenti, fanno dei contadini  della bassa bolognese, fin dal Medioevo, i veri esperti sul valutare
per molti secoli pantani o valli palustri alternati a invasi lagunari, boscaglie che si disponevano a lato d’ogni fiume o canale e si moltiplicavano.
I suoli pesanti al lavoro di dissodamento ed arativo divennero validi solo dopo che si poterono utilizzare  aratri robusti capaci di incidere profondamente il suolo e rovesciare la terra.
La conquista della terra nella bassa pianura bolognese è stata più dura e onerosa, e quindi rallentata che in altre aree della pianura: bonificazioni, arginature per contrastare l’incubo  stagionale delle inondazioni, per togliere la stagnazione di acque fluviali sondate, di acqua meteorica non scolata  per aumentare le superfici agricole.  Due operazioni lunghe e faticose hanno accompagnato i contadini della pianura nella loro vita: la  “colmata”, mediante il deposito prestabilito e guidato, negli spazi depressi  di materiali tenuti in sospensione dai fiumi, il “prosciugamento” mediante l’apertura di canali di deflusso per svuotare i ristagni e gli invasi palustri. E il lavoro era continuo per la manutenzione nel tempo dei lavori eseguiti.  
Tali lavori danno inizio alla storia moderna nella valle del Po e dei suoi affluenti:
il drenaggio con canali e la colmata con alluvioni rimangono le basi del riordino idraulico del bassopiano per tre secoli e su di essi si costituisce.
Tra il XVI e il XVIII secolo, nella nostra regione la bonifica diventa proprio un fatto scientifico. Dallo Studio bolognese iniziano ad uscire testi di metodologia idraulica, le esperienze dei contadini vengono materializzate in corposi scritti all’inizio del 1700, mantenendo in essi anche il linguaggio popolare.
Lucio Gambi ci ricorda che ancora oggi indichiamo con
"- tratturo lo scolo collettore;
- froldo = l’argine che domina la riva del fiume senz’alcuno spazio intermedio;
golena =lo spazio adiacente alla inalveazione di magra di un fiume e invaso dal fiume in stagione di piena: di conseguenza – ove il fiume è arginato – la striscia lasciata fra l’argine e il letto di magra;
paraduro o paradore = la palificata di legno inchiodato e intrecciato a rami di salice ecc., che opera da sostegno o da rincalzo agli argini fluviali;
cavedone = l’argine di non grandi dimensioni ma abbastanza stabile, trasversale a un corso d’acque, che in fase di magra toglie la comunicazione fra due sezioni contigue del fiume per invasare una certa quantità d’acque a monte, o eseguire opere a valle;
stramazzo = la chiusa di un canale e la conseguente cascata di acque per muovere più energicamente le ruote di molini, magli, gualchiere ecc.;
tòrbida = materiale d’alluvione portato in sospensione dai corsi d’acque;
ritratti o acquisti = superfici rese coltivabili per prosciugamento o per colmate;
cuora o quora = fondo di palude prosciugata, la cui costituzione è un misto di vegetali e di terra, che in seguito alla essiccazione si fende e contrae, e determina abbassamenti di quota;
albajone = duna litorale.”

Le popolazioni del bassopiano esaminando di volta in volta le varie casistiche  e le possibilità di intervento, erano arrivate alle migliori e più razionali soluzioni, nel contempo avevano infatti realizzato che la palude era un fatto naturale e in quanto tale doveva essere considerato cioè un bacino stabile di riserva per le acque esondate nelle stagioni piovose.
Ciò  ha consentito che si di svolgesse per molti secoli, dal Medioevo al 1800, un fermento di termoregolazione del clima e di conservazione delle falde freatiche in pianura. La bonifica di buona parte del territorio tramite l’inserimento in canali delle acque sovrabbondanti e il mantenimento del restante come laguna ha permesso ai contadini di tenere asciutte campagne vastissime, le “larghe”, atte alla coltivazione intensiva e la possibilità di irrigare in periodo di siccità, tutto questo si  è ottenuti nell’ultimo secolo con la creazione del Consorzio di Bonifica dell’Emilia-Romagna.
Alle larghe, alle lagune, ai canali  si associano sul territorio gli argini sempre più alti, ma se guardiamo una carta tipografica dei secoli che vanno dal Medioevo al 1800 sono poco visibili i primi, le carte per lo più disegnate per motivi militari mettevano bene in evidenza solo argini, elementi difensivi e le strade di scorrimento veloce. 
Si trasforma con il XX secolo anche la proprietà, non solo mezzadria che si sosteneva per lo più su grandi famiglie contadine, ma anche e soprattutto
rapporti di tipo capitalistico con masse via via più numerose di braccianti salariati, che hanno promosso verso la fine del secolo scorso il fenomeno delle cooperative rurali e le associazioni sindacali, hanno aumentato il numero degli insediamenti nella bassa bolognese.
Tale aumenti di popolazione nella bassa e in particolare in San Giorgio di Piano è in parte imputabile ad un ritorno verso la campagna: la città caotica, fumosa non attira chi vi abita e se si deve cambiare di abitazione spesso si preferisce ora emigrare verso aree più vaste e arieggiate.

Ma non stavamo parlando dei contadini che nel Medioevo, con l’avvento dei Comuni, con nuove fabbriche, emigravano verso la città alla ricerca di lavori più sicuri e redditizi?

Allora il nostro giovane, solo o con una piccola famiglia, navigando per canali raggiungeva le mura della vicina Bologna e vedeva sparse nella campagna, ville padronali, castelli che alimentavano la sua fantasia.
Ma riusciremmo oggi ad individuare tali corsi artificiali?

Molti, con i nuovi insediamenti, sono andati coperti; lungo la strada principale di Galliera esistono per tratti canalette di scolo che il tempo e il rifacimento della strada ha reso sempre più strette e quindi non utilizzabili per la navigazione, anche il Navile è diventato un grande fosso,… si parla spesso di progetti per renderlo nuovamente navigabile .
Solo appunti di storici e scoperte di archeologi ci indicano i principali costruiti nel XII e XIII secolo.

Molti dei canali costruiti durante il Medioevo sono scomparsi, rimangono nella pianura tracciati asciutti che o erano canali fatiscenti derivati dai vecchi canali o tracciati di scoli paralleli alle linee di centuriazione che limitavano anche le proprietà. Riportiamo qui il nome dei più noti nei vecchi ed attuali tempi.

Abbiamo già parlato del Navile inserito nel Savena abbandonato, che scorreva da Bologna, raggiungeva l’attuale Bentivoglio e poi nel 1378 Malalbergo . Angela Abbati ci farà vedere, nel successivo articolo, l’interessante derivazione del Navile ad alimentare un canale ad uso molitorio, il canale della Ca’ Gioiosa.
All’altezza di Malalbergo si ebbe un’altra derivazione ad alimentare con caduta d’acqua il mulino di tale insediamento e secondo alcuni autori  anche due mulini in zona Altedo.
Lo Scolo Calcarata che scorre in Bentivoglio sul territorio di Santa Maria in Duno, al confine con San Giorgio di Piano.
Lo Scolo Lorgana che partendo da Castelmaggiore per circa 24 km raccoglie acque di scolo sino a Malalbergo, riceve  altri scoli, scorre poi parallelo al fiume Reno insieme al canale Botte e si immette insieme a quest’ultimo in Reno nella Valle di Campotto.
Lo Scolo Carse in Castelmaggiore segue il confine con San Giorgio di Piano.
Il Canalazzo dal Reno all’altezza di Volta Reno nel punto detto “boccaccio” usciva verso Castel d’Argile e Pieve a servire due mulini, rimasti in funzione sino al XVI secolo
Il Riolo al confine tra Venazzano e San Giorgio di Piano e che scorreva sino al Comune di Galliera a servire un altro mulino, detto canale aveva poi deviazioni in Argelato dove coglieva l’acqua della Canaletta tuttora evidente da Stiatico a Casadio, Argelato e Mascarino.

Del 1539 era il Canale Besana che da via Suore, ad ovest di Argile, raggiungeva il Reno nell’ansa di Pioppe di Pieve poi si gettava nei laghetti Rottazzi tra Pieve ed Argile. Dai laghetti usciva il condotto pievese Chervenzoso che prendeva di nuovo il nome di Canale Bisana.

In San Giorgio di Piano ricordo ancora il tracciato, dieci anni fa, di un largo Fosso, forse lo scolo principale nel passato, che si vedeva lungo la strada…, proseguiva verso il Cimitero poi, passando sotto fabbricati recenti, raggiungeva il Parco della Pace dove tuttora esiste a lato del fabbricato del Ritrovo per gli Anziani.

Ad Est ricordiamo il Savena abbandonato utilizzato come alveo per il Navile, da Minerbio a Malalbergo poi in Reno.
Il Savena prima di arrivare alla pianura bolognese riceveva da destra il torrente Zena e in pianura  le acque del torrente Quaderna che raccoglieva anche quelle del Gaiana.
Si immetteva in pianura il torrente Idice, che scorreva in collina parallelo al Savena. Arrivato in pianura, dopo aver raccolto le acque di due Canali privati , Canale dei Mulini alimentato dal Sillaro e di cui abbiamo memoria sin dal 1387 e Canale dei Mulini di Idice del 1500, diventa un fiume con abbondanti acque e raccoglie il Savena, del quale rimane la parte abbandonata che abbiamo già visto come alveo del Navile. L’Idice attraversando poi Budrio, raccoglieva moltissime canalette e scoli del territorio circostante. Da ricordare in  tale zona la frazione Bagnarola, che qualifica benissimo l’ambiente.

Nella zona di Molinella, nel bacino del Reno, sin dall’anno 1000 esisteva una via fluviale, che incrociava nel centro dell’abitato il Canalazzo, e Vico Canale era allora il nome della cittadina. Una valle, Valle  Vallazza, andava dall’abitato principale tramite varie canalette, tombate dalle ultime bonifiche, a Selva Malvezzi.  Non  ultimi vanno ricordati, in zona,  San Martino in Argine, Marmorta, San Pietro Capo di Fiume vicino all’argine del vecchio corso dell’Idice.  Alcuni documenti del XVI secolo riportano l’esistenza in tale territorio anche del piccolo Porto di Miravalle.

Queste ultime zone bonificate anche nel secolo XIX erano parti importanti della grande Padusa, la palude che andava dal  territorio a Nord e Sud della bassa Valle del Po, da Nonantola, sino a Cervia, comprendendo la pianura del  Po di Volano e del Po di Primaro, questa ultima parte, bonificata nel X secolo, divenne una selva, la Silva Litana o Litoranea.  

Anche se molti canali sono andati coperti, deviati e disusi nel tempo e non esistono documenti validi per ricordarli, possiamo avvalerci della toponomastica attuale per avere un’idea di quante fossero le vie d’acqua nel Medioevo.
Nomi di Comuni e frazioni lungo i vari bacini del Reno nel tempo: Corporeno, Dosso, Poggiorenatico, Renazzo, Reno Centese, Reno Vecchio,Volta Reno.
Nomi di luoghi, strade, fabbricati:
vicolo Barchette,  Scolo Stagno, Chiesina delle Barche, via C anali e Crociali, via Capo d’Argine, e in San Giorgio ed intorni: via Primario, via Barchetta, via Valle, via Chiavicone, Scalo Savena Abbandonato, via Barchessa,…

Vedere il sito
 
Qui dalla carta
 abbiamo estratto la parte della bassa bolognese.
 
 Sono evidenti i fiumi e torrenti che partendo dagli Appennini si dirigono verso il Po, tra fiume e fiume, tra torrente e torrente sono visibili i canali costruiti per contenere le acque della palude. Si nota il fiume Reno che tolto dal Po e' inserito nella Sammartina e dalla colorazione piu' intensa la zona paludosa.
Si notano inoltre le torri di avvistamento costruite in tempi precedenti per controllare il deflusso delle acque.
 
Un altro aspetto particolare del paesaggio è rappresentato dagli alti argini dei corsi d’acqua principali che con il passare del tempo sono diventati pensili che caratterizzano ancora ora per lunghi tratti il territorio e delimitano anche i vari territori comunali, a tale riguardo sono evidenti gli argini del Reno attuale, dell’Idice e della Quaderna.

Alcune aree territoriali dell’Associazione Terre di Pianura  rientrano nelle zone di interesse ambientale comunitario e inserite nella rete europea delle zone sotto tutela, rete Natura 2000, al fine della conservazione della diversità biologica e, in particolare, per la tutela dell’habitat padano particolarissimo in tutta Europa.

L'Associazione intercomunale di Terre di Pianura ha suolo di origine alluvionale, caratterizzato dalla presenza di numerose piccole valli e boschi, residui degli antichi sistemi che si estendevano prima dell’insediamento umano. Tutto il territorio di Terre di Pianura ricade all’interno del Bacino Interregionale del Reno istituito con Legge 183/89.  L’idrografia di Terre di Pianura è caratterizzata da una fitta rete di canali artificiali gestiti dal Consorzio della Bonifica Renana: i principali sono Navile, Savena Abbandonato, Lorgana, Riolo Beccara Nuova e canale della Botte

Ciò comprende soprattutto la conservazione  di specie animali e vegetali particolarmente rare. L’Oasi  La Rizza, nel nostro territorio, è il primo e bellissimo esempio di ristrutturazione dell’ambiente della bassa bolognese, come Sito di Importanza Comunitaria (SIC), e contemporaneamente di  Zona di Protezione Speciale (ZPS),  ospitando particolari specie di uccelli.
I Comuni interessati al progetto SIC e al progetto ZPS non sono altri che quelli già sopra indicati nel cercare di ricordare le zone umide, dei canali del Medioevo e bonificate…ma non troppo per non rovinarne l’habitat…
Nelle zone umide sono presenti  diverse specie vegetali minacciate a livello nazionale e numerose specie animali protette, che qui trovano l’habitat ideale.
All’interno degli argini e nelle golene libere da coltivazioni intensive  si può ritrovare un’avifauna e una vegetazione di identica tipologia. L’aver vietato inoltre la colmata dei restanti maceri di alcune zone poderali coltivate nel  passato a canapa ha migliorato l’ambiente, sorgono attorno ad essi querce e salici capitozzati,  canneti e fiori campestri, testuggini, libellule e farfalle
La parte della pianura fornita di acque viabili quali fiumi e larghi canali,  stagni e lagune, era vitale per le sue organizzazioni economiche e politiche, in particolare operavano sul territorio della bassa bolognese opifici idraulici destinati alla produzione alimentare come mulini o alla fabbricazione di attrezzi utili per la lavorazione sui campi e la costruzione di macchinari utili alla trasformazione dei prodotti agricoli.
Dopo la metà del XVI secolo, al procedere delle imprese di bonificazione si è visto il territorio gradualmente trasformato,  a poco a poco alterato e in molte zone annientate le sue caratteristiche originali. Spariscono molti dei Ducati e Marchesati dislocati lungo il Po, scompaiono uno dopo l’altro, prima della metà del secolo XVIII tanti castelli e ville di campagna lasciati andare in rovina.
La navigazione lungo il Po è in declino in epoca risorgimentale nell’intera catena di centri scaglionati lungo il suo corso, nella sezione orientale della pianura, in  particolare.
Lo stato moderno trasforma l’ambiente, l’agricoltura si accentra su diversi tipi di prodotti,le campagne si svuotano. 

Un canale importante per la pianura: il Navile

Dall'anno mille Bologna iniziò a costruire al suo interno un reticolo idraulico artificiale capace di fornire forza motrice, di alimentare l'irrigazione di orti in prossimità delle mura e di fornire un mezzo di transito utile anche alla  produzione.
Il primo porto cittadino era collocato alla "Piscariola", ad esso approdavano già i natanti  civili e commerciali provenienti da  altre città tramite la rete di canali della pianura.
Se sino allora la città aveva usufruito delle acque torrentizie collinari, dovette dotarsi di mezzi più sicuri e costanti, essendo il fiume e i torrenti provenienti dall’Appennino non sicuri e facilmente preda di materiali di  interramento che rendevano non agibile e pericolosa  la navigazione verso la vicina pianura e verso il mare,  per il  commercio e gli spostamenti dell’uomo.

Il nuovo canale collettore dei canali cittadini, il Navile, doveva essere pertanto capace di convogliare le acque cittadine verso la vicina palude in via di bonifica e utile alla navigazione di natanti di portata commerciale nei due sensi: Ciò risulterà facile solo in un solo senso per la pendenza di tale canale dovuta alla differenza di livello tra Bologna e la pianura a Nord
I canali artificiali cittadini, tra i quali in posizione preminente il Canale  di Reno e il Canale di Savena, erano già  stati progettati al fine di rendere il centro urbano autosufficiente per i bisogni interni e la veicolazione di natanti a basso pescaggio. Arginature artificiali, scavi e sostegni per limitare le differenze altimetriche erano state eseguite, ma il Navile richiedeva un lavoro più capillare: l’agevole e veloce navigazione  verso il nord-est portava all’erosione del fondale, l’innalzamento degli argini e quindi un continuo lavoro di mantenimento, ma il problema principale derivava dalla possibilità di un veloce rientro in città, che  doveva avvenire tramite traino animale dei natanti verso il Sud e di qui l’esigenza di creare meccanismi per ovviare a tale problema.

Sostegno Barriferro

Vennero create casse di compensazione di tipo Vinciano per evitare viaggi di ritorno di lunga durata a traino animale. Furono infatti costruiti dei sostegni costituiti da sbarramenti lignei trasversali, collocati al Battiferro e al Grassi.
Nei secoli successivi vennero attivati altri tre sostegni: il Landi, il Torresani (o Torreggiani) e la Bova.

chiusa vinciana

n ulteriore sostegno fu costruito poi molto tempo dopo a Malabergo, quando il corsi del Navile era già in declino, date le opere di bonifica e di inalveazione del Reno in Po, che permise la costruzione di una strada importante verso Ferrara e Venezia, in poche parole la riattivazione della strada romana verso Aquileia.

Il Navile era navigabile per soli sette mesi all’anno,
a causa della siccità estiva e da barche  a basso pescaggio, massimo 1,30 m e con la punta rialzata da entrambe le parti in modo da poter navigare nelle due direzioni. Le barche  erano lunghe dai 6 ai 10 metri e larghe 3 ed erano di proprietà privata e distinte per passeggeri, il bucintoro, e per merci, come il burchiello.

Dal 1500 in poi era stato attivato un servizio postale per Ferrara e Venezia e un servizio di rompighiaccio per i mesi  invernali a cura della Gabella Grossa di Bologna
La complessa attività del Navile e i problemi legati al suo miglior funzionamento  richiedevano il lavoro di numerose persone qualificate:
due responsabili, uno al porto di Bologna ed
 uno al sostegno di Malalbergo, dove il corso in pianura terminava
i sostegnaroli per il funzionamento dei sostegni
un cavalcante che mensilmente ispezionava il canale ed indicava  ai battifanghi dove intervenire con lavori di manutenzione e arginatura,
non ultimi gli amministrativi, i gabellini per riscuotere i dazi, i paroni per il funzionamento delle barche e coloro che riscuotevano i passaggi,
a questi erano affiancati i catenaroli , guardie che impedivano il passaggio a coloro che non avevano pagato dazi e pedaggi. 
 Malgrado questi problemi di funzionamento il Navile fu mantenuto in opera sino ai primi anni del 1900, cambiando comunque la sua attività da canale navigabile a canale di scolo delle acque refuse dalla città. 

Bologna Città di "acque" 

Abbiamo parlato di tanti aspetti della Bassa Bolognese e principalmente nel secondo capitolo abbiamo presentata l’idrografia principale, ma non abbiamo esaurito l’argomento, anche se nel presentare altri argomenti abbiamo accennato ad altri corsi d’acqua che da Bologna o dai monti sovrastanti si buttavano nella Bassa e spesso arrivavano al mare. 

 Bologna contrariamente ai principali insediamenti antichi non sorse lungo un corso d’acqua principale, ma tra due fiumi a regime torrentizio, il Reno e il Savena.
Un corso d’acqua più piccolo, il torrente Aposa scorreva all’interno dell’insediamento ed era un torrente bizzoso, spesso secco in estate o in piena durante i periodi piovosi, quindi non atto a servire un complesso che tendeva ad ingrandirsi nel tempo  e con la particolarità di essere crocevia nella parte settentrionale della penisola.

Chiesa de le Aque


E’ il Medioevo che vede il formarsi in Bologna canalizzazioni atte agli usi della città, alla navigazione e al commercio da e verso la pianura e il vicino mare Adriatico ed ottenuti utilizzando le acque dei torrenti vicini.

Dalla preistoria e da Bononia romana si hanno tracce evidenti del torrente Aposa, unico corso d’acqua naturale che attraversava la città. Nascente dalle colline di Roncrio, che sovrastavano  a sud-ovest l’insediamento arcaico, entrava poi nel circondario della Felsina etrusca all’attuale porta S.Mamolo, attraverso l’antico Serraglio, dove era stata posta in tempi successivi una [4] grata per fermare chi volesse entrare od uscire clandestinamente dall’insediamento cittadino, proseguiva poi sino a S, Domenico,  scorreva vicino alle Due Torri, Capo di Lucca, e infine all’attuale Montagnola, anticamente le acque defluivano poi verso la pianura.
Bologna romana, nel 189 a. C., vede il torrente Aposa diviso in due rami.
L’uomo sdoppia, ai piedi dei colli, il percorso originario: il nuovo ramo  si inoltra in Val d’Aposa, attuale via Tagliapietre, per proseguire poi in via Galliera sino a via Avesella.
Il vecchio e il nuovo percorso prevedevano all’interno della città vari ponti, che aumentarono di numero man mano crescevano all’interno di Bononia i canali a cielo aperto.
Dai vari documenti a partire dal 1250 e anni successivi si contavano  28 ponti all’interno della città e 13 lungo le mura del 1000, in corrispondenza delle porte di accesso alla città per valicare il fossato che in quel tempo circondava e proteggeva l’insediamento.
La Grada
I ponti, che spesso ebbero in epoca cristiana nomi legati alle chiese, costruiti per permettere l’accesso ai fedeli, dovevano essere costruiti secondo le indicazioni stabilite dagli statuti cittadini al fine di facilitare la navigazione anche a barche e materiali pesanti, che accedevano agli opifici, come ad esempio il fluire dei tronchi di alberi che scendevano dalle colline a raggiungere le varie segherie.
Ne sono ricordo i nomi delle antiche strade come ad esempio via de’ Falegnami.

Un antico ponte romano, sull’Aposa, in via Rizzoli, forse uno dei primi e il più importante, venne rinvenuto in piazza di Porta Ravegnana durante lavori di scavo nel 1914-24 quando si allargò la via: strutturato a volta, a botte, risultava in muratura mista di laterizi e blocchi di arenaria e selenite.

Inizialmente, 187 a. C. e seconda metà del I sec. a. C., era stato molto probabilmente edificatoo con una struttura mista di legno e muratura e fu ristrutturato nel Medioevo, nell’ XI e XII secolo.

Altro ponte importante era, sempre sul corso naturale dell’Aposa, il Ponte di Ferro [5] , che dall’attuale via Farini, angolo via Castiglione, raggiungeva piazza de’ Calderini e serviva la parte ovest dell’insediamento.

Anticamente, è molto probabile che un canale convogliasse parte delle acque dell’Aposa e le immettesse poi in Reno a raggiungeere il Po. Possiamo dire che questo primo canale fosse il primo tracciato del Navile?

Agli inizi del II sec d. C. altri canali vennero tracciati e riversavano le loro acque, frutto della bonifica romana lungo la pianura, nel canale collettore dell’Aposa, che raccoglieva anche le acque  del Savena e le portava mediante il nuovo canale al Po. 
Il nuovo canale, che ora chiameremo Primo Navile, era ovviamente non navigable in pianura se non con l’aiuto di traino di animali da soma e uomini, data la pendenza della Bassa da Bologna al Po: agile navigazione verso il grande fiume ma ritorno controcorrente e in salita.
Ma l’utilizzo di questa strada d’acqua venne utilizzata tanto di frequente da far costruire nel 905 anche un porto sul Reno che permettesse la navigazione anche dal Reno al Po. Il porto era particolarmente utile per i traffici del mercato che si era formato a Piscarola, Selva di Pescarola. Il porto venne poi donato da Berengario, re d’Italia dal 955 al 961, alla chiesa di Bologna.

Dogana e Porto Navile

Esistevano zone prive di canali e con pozzi molto profondi, quindi mancanza di acqua per il lavoro delle nuove strutture  e con l’anno 1000 venne attuata una Chiusa sul Reno, a Casalecchio, chiusa che poi fu molto importante per tutta la città perché permetteva anche di conservare acqua in abbondanza in periodi di siccità, tanto da vedere attuate diverse trasformazioni al fine di renderla sempre più usabile.
 Le acque del Reno venivano convogliate in centro città partendo da Casalecchio con un canale, il Canale di Reno, che entrava alla Grada esistente tra la Porta S. Felice e la Porta Sant’Isaia

Porta S, Felice


Nel secolo successivo il Canale di Reno prese posizione e forma adeguata, fu costruito con sponde fisse ad arginatura e fu fatto proseguire sino a via Alessandrini per raggiungere l’Aposa.

La forma urbana e il sistema idraulico a Bologna furono e sono tuttora 
interdipendenti: il reticolo di strade medievali e i numerosi canali non  
avevano un tragitto casuale.
La città era disposta su una conoide dalla quale si dipartivano a ventaglio
vari torrenti, su di un  terreno che scendeva con un dislivello di decine di  metri verso la pianura, e il dislivello si presenta anche interno alle mura.
La necessità di alimentare tutte le strade, ha portato i bolognesi a studiare 
un ingegnoso sistema in cui una parte dei canali interni (e delle strade) era costruita parallelamente alle curve di livello mentre la restante parte era scavata lungo le linee di massima pendenza. 
Le acque che entravano in città dall’Aposa o dal Savena, venivano
 
spostate verso est o verso ovest con un complesso sistema di chiuse.
Venivano utilizzati  canali “orizzontali” e le acque erano fatte correre 
 
lungo i percorsi di massima pendenza e aprivano così le chiuse.
Il sistema era a regolazione giornaliera: di giorno le acque venivano 
 
convogliate verso gli opifici e i mulini, di notte esse servivano invece per 
pulire le strade.
Il sistema era regolato in base a dei turni che garantivano la pulizia della
città ogni quindici giorni
 
In questo modo buona parte della città poteva usufruire di mezzi di comunicazione tramite i canali, di una difesa tramite l’acqua che la circondava, ma soprattutto di acqua per lo spurgo delle case di città, le cui latrine riversavano nei fossati i liquami.

Non ultimo la possibilità di poter usare la forza dell’acqua come forza motrice che fece implementare diverse attività. come mulini di granaglie, segherie, filatoi , sostituendo al lavoro animale e umano lo scorrere dell’acqua per muovere gli apparati meccanici.


 

L’area della carta racchiusa dal cerchio rosso piu’ grande rappresenta il territorio con fabbriche che utilizzano il porto e i canali adiacenti come supporto principale alla lavorazione e commercio delle merci, il cerchio piu’ piccolo invece racchiude la struttura del porto stesso.

Nella prima fase di costruzione, il Canale Reno ebbe un percorso assai breve: l’acqua era utilizzata principalmente per far funzionare un mulino di proprietà dei Canonici, che abitavano poco più a monte.
Successivamente altri imprenditori si interessarono a questa inesauribile fonte d’energia,  prolungarono il Canale a loro spese e vennero costruiti  altri mulini . Il Canale raggiunse quindi la seconda cerchia delle mura della città.

I comproprietari di questo nuovo “ramo” del Canale Reno vennero chiamati “Ramisani”: riuniti in Consorzio, si presero cura della manutenzione del canale, sistemandolo, coprendone parte, correggendone il corso.
Si interessavano inoltre  alla conservazione della Steccata, palizzata di grossi legni infissi nel fondo dell’alveo del Canale Reno, collegati fra loro da traverse, fissate con ferme e funi e tamponate con fascine, costruita per fare resistenza alle piene del fiume che si riversavano nel Canale.

Il 30 maggio 1208 il Consorzio dei Ramisani cedette al Comune di Bologna l’uso della acque superflue alle loro lavorazioni, ciò anche per diminuire le alte spese per la manutenzione del canale.

L’importante documento firmato da  Bolognesi dell’epoca, in parte Ramisani, in parte  esponenti delle famiglie ragguardevoli cittadine, da notai  ed anche dottori in legge del nuovo Studio, rappresenta e certifica chi a Bologna risiedesse ed è una chicca per gli studiosi di alberi genealogici della Bologna Comunale. Inoltre nella specificazione dei nomi sono evidenti già tanti quartieri e siti tuttora esistenti.
Per i Ramisani firmarono l’atto: Ramisano,
Ramberto di Ramberto, Teodorico di Saragozza, GuidoneLambertini,
Alberto di Calvo, Aldrovandino Prendiparte, Cambio di Saragozza, Olderico Galliziano,
Caccianemico, Tommaso Maccagnani, Pietro di Guidone Romanzi, Azzone dottore in legge,
Rodolfino Tibaldi, Guidotto Di Azione, Giacomo di Alberto dell’Orso, Ugolino Ghisleri,
Guidone di Monzuno, Irriglitto di Rolando Vecli, Bonacausa Ribaldi Pellavacca,
Guidone di Pietro Corradi, Prendiparte, Rendivacca, Boccaccia, Alberto galletto
Salinguerra, Montanari Giovanni Paolo, Pietro Torelli, Tommasino Rodaldi,
Gerardo Spelta, Petricciolo di Gerardo di Raimondino, Alberto Cattani,
Gherardo Ghisleri, Guglielmo Azione figlio del giudice Aiolo, Oseppo, Giacomo Malatacchi,
Marsiliotto, Gerardo Forano, Tommaso del Principe, Simone Buvalelli a nome del suo figlio Buvalello.

Analoghe strutture vennero fatte in altre parti della città utilizzando l’acqua proveniente dalle sorgenti delle colline circostanti o da trasformazioni delle vie d’acqua già esistenti. come ad esempio il Canalaccio delle Moline che si formò in via Alessandrini tramite un tratto di unione del Canale di Reno con il torrente Aposa. Il Canale delle Moline, che alimentava molini da grano, proseguiva sino al canale della Bova ( fuori Porta Lame): anche qui esisteva un piccolo punto di scalo, e si gettava poi nel Navile.

Nel 1176 a San Ruffillo venne costruita una chiusa sul torrente Savena con lo stesso scopo di convogliare acqua nella città.
Dalla chiusa si fece partire una canaletta, detta Canaletta Savena, che aveva le stesse funzioni del Canale di Reno nella zona di Porta Castiglione e dei Giardini Margherita, dove ancora fornisce acqua al laghetto.
Nel 1191 il Canale di Reno subì delle trasformazioni al fine di fornire acqua in zona S. Felice, Riva di Reno e via Val d’Aposa per supplire alle secche dell’Aposa. Il Canale di Reno seguiva quella che ora viene chiamata via Riva di Reno e raggiungeva la via di Galliera portando legname alle segherie di via dei Falegnami. 
Vennero attuati dei chiavicotti per non disperdere tali  acque, si costruirono altri ponti.
Dal Canale di Reno vennero fatti partire anche dei condotti coperti per fornire acqua agli opifici circostanti. Ricordiamo che l’attuale via Riva Reno, dalla Chiesa della Grada alla Chiesa del Ponte delle Lame e oltre lungo via delle Lame, ospitava gli opifici per la lavorazione della seta per la quale era usata acqua in abbondanza per la trattura dei bozzoli.

Lavandaie sul Canale Reno

Tali opifici furono funzionanti sino al 1800.

Nella stessa zona vennero anche costruiti gradoni per permettere alle lavandaie un più facile lavoro senza scendere all’interno del canale per il loro lavoro.
Nel 1221 viene utilizzato parte del vecchio letto dell’Aposa per costruire un ulteriore canale, Canale Cavaticcio o Cavadizzo, che andava dalla Sega dell’Acqua  al Porto per permettere il traffico portuale e scarico merci alla Corticella e alla Beverara. 
Si ampliò il porto della Bova, nel 1228, che divenne uno dei più importanti, il Porto Maccagnano, con scalo obbligatorio.
Per mantenere le vie d’acqua sempre funzionanti venivano fatti frequenti lavori di drenaggio e riparazione delle strutture laterali e dei ponti, ciò portava lavoro all’interno della città.

Comunque il Canale Navile in quei periodi, malgrado la sua evidente importanza per la pianura era in parte disatteso, esistevano problemi  per il suo utilizzo, sia per le mura nuove che per l’uso del Porto di Corticella, essendo stato istituito un dazio di passaggio nel 1316.

salto delle acque al Cavadizzo


Nel 1400 e 1500 finalmente si attuarono quei lavori da tanto tempo progettati per permettere la navigazione nella pianura.
Per opera di Giovanni Bentivoglio, allora signore di Bologna, si modificarono le strade che costeggiavano il Navile perchè fossero e rimanessero parallele al Canale e si costruirono sostegni per innalzare e abbassare i natanti nella loro navigazione, per superare i dislivelli, il tutto con il lavoro di traino di cavalli con corti di navi .

Da documenti del 1547 (Gabella Grossa, Pio III) si apprende che finalmente la navigazione del Navile è sistemata, i sostegni iniziali in legno sono stati sostituiti da sostegni in muratura, ne sono stati costruiti dei nuovi e la città può fruire di un nuovo scalo al porto di Porta delle Lame. In molti documenti dell’epoca spesso si parla di Navile Nuovo o Naviglio.
Alla fine del 1500 il Navile viene utilizzato dal vecchio Porto sino  al Battiferro tramite il Cavaticcio, poi prosegue per la Beverara, Corticella e quindi attraverso la pianura sino a Malalbergo.

uscita dalle mura del Cavadizzo

All’interno della città il Porto usato è quello del Cavadizzo, in corrispondenza del tratto del Canale di Reno che andava verso Porta Lame e al Naviglio.
Il traffico in questi porti e canali era principalmente per merci a concessione: seta, gesso, canapa, vino e tutti i prodotti agricoli che dalla pianura ad est di Bologna raggiungevano i mercati all’interno della città.
Tali prodotti erano di pertinenza dei nobili, del clero e dei commercianti proprietari di fondi a coltura diretta tramite braccianti o dati a mezzadria ai contadini.
Altri prodotti raggiungevano i porti di Bologna: il pesce dalle valli di Comacchio e dal delta del Po, inoltre il sale dalle Saline di Cervia ( secondo alcuni di epoca etrusca e per altri Autori di epoca romana). 
Il sale era un prodotto importantissimo per la conservazione degli alimenti deperibili: era stata costruita proprio in prossimità del Porto delle Lame il magazzino del sale: la Salara,che, ristrutturata è tuttora agibile per eventi culturali e mostre.

Salara


Per agevolare inoltre l’uscita dei natanti dalle mura era stata costruita una porta a solo uso del Canale, inoltre nelle vicinanze era stata adattata una strada, via del Porto, di collegamento tra le varie aree portuali e i magazzini merci.

Alla fine del 1500 Bologna era una “città di acque” una piccola Venezia, ma mentre Venezia aveva i suoi più ampi Canali nella parte centrale della città e si specchiavano in essi i più antichi e ricchi palazzi, ad esempio sul Canale di Rialto, Bologna aveva i suoi canali soprattutto nelle zone di commercio e nei dintorni delle mura e nelle vicinanze degli opifici.[6]

Infatti per aumentare le possibilità di traffico e commercio nei primi anni del 1600 venne prolungato di circa 500 metri il Canale Cavadizzo (o Cavaticcio o detto anche Fiaccacollo o Scavezzacollo) per colmare e adattare i dislivelli tra Reno e Navile...non importa qui stabilire i motivi della particolarità del nome di tale tratto di canale...
D’altra parte tali dislivelli formavano cadute di acqua anche di 15 metri e quindi potenza motrice notevole per quei tempi.

Sino alla fine 1800  i canali continuarono a funzionare, l’avvento della nuova industrializzazione, la forza motrice elettrica, le ferrovie e poi l’avvento del motore a scoppio fanno chiudere, coprire diversi canali che vengono immessi nella rete fognaria cittadina, fogne di origine romana, per bonificare tra l’altro la città dai miasmi degli scoli a cielo aperto.
All’inizio del 1900 il Canale Navile cessa di funzionare completamente ed ora è interrato e nella parte che scorre in pianura verso Bentivoglio non si direbbe che nel passato grosse barche granarie lo solcassero.

Nel 1950 è la fine anche per l’ultimo tratto cittadino del Canale di Reno, che viene coperto per eliminare discariche e fogne convogliate poi nella rete fognaria principale.

Ma non sono utili oggi i vecchi canali?
Infatti nel 1990, ritornando sui propri passi, l’Autorità cittadina attua il recupero della fonte di energia ottenibile dalla caduta delle acque con la costruzione di una centrale elettrica al Porto del Cavadizzo, ma in tale recupero è purtroppo andata distrutta parte degli antichi edifici del Porto sino allora esistenti e in attesa di essere restaurati.

 

 


Acquedotto bolognese

Abbiamo sinora parlato di acque utili al lavoro ed accennato a pozzi per gli usi domestici e la pulizia delle abitazioni.
Va fatta una precisazione importantissima:

Bologna ha da più di 2000 anni un acquedotto, tuttora funzionante.
Nel 100 a. C. i romani si accorsero che l’acqua proveniente dal fiume Setta, affluente del Reno, aveva acque più pure del fiume principale e del torrente Aposa, che attraversava la città.  
Convogliarono con una canalizzazione apposita tale acqua verso la città.
Partendo da Sasso Marconi prima della confluenza in Reno, l’acqua arrivava a Casalecchio, passava per San Luca , le colline di Casaglia e raggiumgeva le colline che sovrastavano la Porta San Mamolo.

Secondo alcuni storici, prima di giungere all’interno della città le acque erano in parte utilizzate nelle Terme Romane di Bagni di Mario [7] .
Ci si trova ancora di fronte ad un problema archeologico e toponomastico forse non ancora risolto: si voleva nel medioevo, seguendo una leggenda legata a S, Procolo, fare risalire ogni opera inerente l’acquedotto di Bologna, a quei tempi già in disuso, a Caio Mario, ma rilevamenti durante i lavori di riattivazione, nel 1800, ne identificano un’origine augustea. Ma nello stesso periodo era indicata nei documenti del XIII secolo una strada nota come Bagno Marino, Borgo di Bagno Marino, Borgo Marino che prese poi il nome di via della Libertà e che raggiungeva la Mura di Porta D’Azeglio e prese poi il nome di via della Libertà sino a via Castelfidardo, per una chiesetta ivi costruita per conservare l’immagine della Vergine, detta S. Maria della Libertà, prima conservata nel Palazzo Comunale come icona del Comune che aveva nello stendardo comunale il termine Libertas.

Secondo il Fanti, al di là di ogni ipotesi di confluenza della canalizzazione dell’acquedotto nella zona sovrastante Porta San Mamolo, le indicazioni topografiche indicano lo stesso ambiente, magari in epoche diverse.
Dalla canalizzazione, ovviamente coperta, dell’acquedotto un ram poteva andare verso un luogo termale, se no a nostro avviso non si giustificherebbe il termine Bagni. Poco distante doveva scorrere anche l’Aposa e forse dall’inghiottitoio che si può tuttora vedere in Bagni di Mario scendeva parte dell’acqua dell’Aposa a servire le fontane cittadine in particolare la Fontana del Nettuno e la Fontana Vecchia.

Il canale coperto del Setta, di acqua pura, secondo altri storici, doveva poi proseguire ad una vasca di decantazione situata all’attuale incrocio via Farini – via D’Azeglio  per essere quindi immessa in tubi di piombo e servire le case con acqua potabile [8].

Il canale collettore, tuttora visibile, è di ampiezza da 0,6 a 1, 9 metri, con una pendenza naturale dell’1%° e quindi scorreva autonomamente per 18 km. 
Ora arriva sino al viale Aldini nei pressi della caserma dei Vigili del Fuoco, dove esistono le strutture per distribuire l’acqua potabile alla città.

In epoca post- romana l’acquedotto venne disattivato (colpa dei tubi di piombo anche a Bononia?, per cui l’acqua utilizzata aveva effetto di sterilizzare l’apparato riproduttivo mascile?) e ne andò persa la memoria sino al XV secolo.
In tale periodo ne riparlò Leandro Alberti in un suo scritto e poi il Ghirardacci.
Il Calindri nel suo Dizionario ripropose l’antico tracciato, ma l’acquedotto fu riattivato con tubature nuove solo per opera dell’ing. Zannoni negli anni tra il 1876 e 1881 e rimase poi sempre funzionante.

Permangono ancora molti pozzi artesiani nelle zone attorno e dentro la città medioevale e fino al XIX sec. vennero usati.
Ricordo che durante l’ultima guerra la città utilizzava anche tali pozzi, essendo spesso impossibile ristrutturare le tubature andate distrutte dai frequenti bombardamenti. Dove abitavo, in pieno centro, al palazzo Rodriguez del primo 1600, veniva usata nel 1943-45 l’acqua pompata da un pozzo antichissimo, situato nei sotterranei e probabilmente scavato molto tempo prima della costruzione del palazzo stesso

 _________________
[1]  Da questo toponimo secondo alcuni autori deriverebbe il nome attuale del fiume,mentre per altri Bodencus o bodincus è invece il termine celtico-ligure che significava profondo e che fu usato per indicare il fiume Po.
Altra ipotesi è che Po derivi da Pades (resina) per i pini resinosi posti accanto alla sorgente
[2]  Apporre l’accento su rotte naturali significa anche considerare rotte, esondazioni,  dovute all’uomo. Infatti per difendersi da vicini non proprio accettabili era facile che l’uomo deviasse le acque dei fiumi o provocasse esondazioni. Tra l’altro spesso una rotta serviva ad irrigare i terreni rimasti aridi e il limo del fiume era un buon fertilizzante-
[
3] Altri contratti con le stesse finalità erano il "patto agrario", con durata tra i 50 e i 70 anni, ed il "terratico", con scambio tra gli agricoltori e i proprietari di beni in natura o in denaro.
[ 4]
La grata era anche un problema in caso di forti piogge e piene improvvise, che trascinavano a valle alberi, rami, fogliame e frenavano lo scorrere del torrente facendo dilagare le acque nelle zone della città adiacenti al Serraglio, cioè tra le attuali Porte di S. Mamolo e di Castiglione
[5]  Secondo una cronaca fantasiosa del ‘400 il nome Ponte di Ferro, o Fero, deriverebbe dal nome di Fero che perse la moglie, Aposa, annegata mentre faceva il bagno in torrente.
[6]  La città risulta circondata e attraversata dal torrente Aposa. I fossati così formati sono una valida difesa perl’abitato interno ed elementi di confine con la campagna circostante.
[7]  Si discute tuttora se tali opere, l’acquedotto e le terme, fossero dovute ad opera di Mario o di Augusto. Le ipotesi più accreditate, dopo lunghi studi, fanno risalire ad Augusto l’impianto dell’acquedotto.
[8]  Forse esiteva in un certo periodo un canale a cielo aperto in quell’incricio perchè l’antica tabaccheria, una delle prime a Bologna, e mescita di vino era nominata come Tabaccheria della Barchetta e ciò fa pensare ad una possibilità di approdo in un canale che poi proseguiva per via de’ Libri, ora via Farini a congiungersi con il canale che andava al Ponte di Ferro



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