STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net
Cerca nel sito  

Titolo
- Indici -1
- Introduzione -2
- Prefazione -1
- Testi e Fonti -1
Cap. 1 - Geologia 1
Cap. 2 - Idrografia 1
Cap. 3 - Flora 4
Cap. 4 - Fauna4
Cap. 5 - Uomo 4
Cap. 6 - Cibo7
Cap. 7 - Attività agricole tipiche9
Cap. 8 - Dalle origini ai Romani10
Cap. 9 - I Romani nella Pianura Padana17
Cap.10 - I Barbari ... Alto Medioevo10
Cap.11- Vita medioevale 19
Cap.12 -Vita Medioevale: Istruzione9

Titolo



Stemma del Comune 

 

 

Titolo
Autori
Copyright


\\ Home Page : Scritto STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net - Angela Bonora e Mauro Franzoni: Cap XI- 2 - La Chiesa: Docesi, Pievi e Monasteri

Capitolo undicesimo -Vita Medioevale: 2 - La Chiesa: Docesi, Pievi e Monasteri

Di Angela Bonora, Mauro Franzoni (del 31/10/2009 @ 12:03:27, in Cap.11- Vita medioevale , linkato 7030 volte)

Montecassino



Volendo parlare della vita medioevale siamo partiti dalla vita contadina, di coloro che lavoravano per sostenere i bisogni dei ricchi nobili, feudatari, divenuti padroni dei terreni che anticamente l’Impero Romano assegnava in colonia ai soldati che avevano partecipato a battaglie e guerre di conquista.

Questa distribuzione di terreni tra i coloni avvenne solo sino alle invasioni barbariche e via via diminuì con l’avvento della casta dei Vescovi Cristiani nei secoli III e IV d.C. con lo scopo di difendere le popolazioni locali.

Il passaggio al titolo di Vescovi Conti, feudatari nominati dall’Imperatore, aumentò il loro potere e si insediarono nelle circoscrizioni più importanti, le diocesi.


Diocesi

Le diocesi  ( dal latino dioecesis= amministrazione) inizialmente erano il risultato della divisione amministrativa dell’Impero Romano, che raggruppavano sotto di se diverse Province e sottostavano al governo di un Prefetto.
La Prefettura era la massima divisione amministrativa dell’Impero.

Quindi nell’ordine vi erano la Prefettura, la Diocesi e la Provincia.

Sotto Costantino venne riordinato l’apparato amministrativo e l’Impero venne diviso in 12 Diocesi, 6 in Occidente e 6 in Oriente. La più vasta in Oriente, al cui governo era un Pretore Vicario,  amministrava 16 Province delle quali controllava i Governatori e giudicava in appello le cause già decise in sede provinciale.

Venne poi riorganizzata la divisione amministrativa  e dal IV al VI secolo l’Impero ebbe  6 Diocesi in Occidente e 7 in Oriente. La continua decadenza dell’apparato amministrativo richiese una nuova organizzazione alla quale parteciparono come personaggi di potere i Vescovi.
La Diocesi si modificò assorbendo sotto il potere del Vescovo Conte il potere religioso e quello amministrativo.

Sotto la Chiesa Cristiana, e poi Cattolica, la Diocesi rappresentava una porzione della Comunità Cristiana delimitata in modo territoriale ed affidata al governo di un Vescovo aiutato da Vescovi ausiliari.

Si sommarono nella Diocesi organizzazione interna ed esterna, burocrazia, tributi  e non dimentichiamo le donazioni e i lasciti  della nobiltà alla “diocesi”, cioè alla circoscrizione territoriale ecclesiastica  sotto la giurisdizione del Vescovo, che prendeva tra l’altro il nome  del luogo della  residenza abituale. Tale denominazione sussiste tuttora.

La Chiesa, inizialmente struttura  che  rappresentava la semplice comunità dei fedeli cristiani, si trasformò in una organizzazione con poteri temporali.
I vari editti , di Costantino,  di Teodosio, aumentarono tale potere sino ad arrivare all’esenzione fiscale a favore delle comunità cristiane.


Pievi

Strutture territoriali amministrative sotto le gerarchie ecclesiastiche erano invece le Pievi.
Il termine pieve deriva direttamente dal latino plebs, plebis = plebe.

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente e il graduale disfacimento delle istituzioni e strutture romane poste a governo del territorio, si crearono nelle zone nelle quali l’autorità centrale era più debole o di difficile raggiungimento.

L’ amministrazione di tali territori, pievi, erano spesso tenute dalle  gerarchie ecclesiastiche: le pievi erano territori di vaste dimensioni e situate in zone rurali.

La diffusione delle pievi iniziò nel  V sec. contemporaneamente alla progressiva affermazione della religione cristiana nelle aree di campagna e interessò i centri abitati di una certa importanza o perché sedi di mercato o in quanto sedi amministrative o stazioni di posta oppure anche solo insediamenti agricoli di dimensioni maggiori.
La pieve era quindi una circoscrizione territoriale rurale, civile e religiosa. Gli storici videro nella storia delle Pievi il preambolo a quello delle Parrocchie.

Nei primordi del Cristianesimo era ogni Vescovo che dirigeva il popolo fedele e somministrava i sacramenti e predicava, quando i fedeli aumentarono di numero furono scelti sacerdoti a coadiuvarlo nella sua missione e sorsero le Pievi. 

La Pieve aveva come luogo di riferimento  a capo una chiesa dotata di battistero, Ecclesia baptismale.  Tale chiesa era detta iun volgare chiesa matrice, e ad essa erano riservate alcune funzioni liturgiche speciali  e da essa  dipendevano altre chiese e oratori privi di fonti battesimali. Queste ultime chiese minori erano rette da sacerdoti vicari, officianti dipendenti dalla pieve.

All’espandersi del cristianesimo e della comunità cristiana il termine pieve venne quindi  ad indicare la “comunità dei battezzati”.

Durante il dominio Longobardo in Emilia il termine plebs-"pieve" passò ad indicare le popolazioni soggette, tenute a pagare tributi ai conquistatori. Il termine passò dunque a distinguere  i sudditi "romani" dai nuovi dominatori longobardi.
Nel IV e V secolo la circoscrizione delle primitive Pievi coincise con quella del pago. 
Una dimostrazione evidente si ha per Bononia, documenti storrici ci testimoniano che il territorio delle chiese suburbane, tra il Reno e il Savena, sorte nel pago suburbano, costituivano già a quei tempi una Pieve e successivamente una quarantina di tali chiese del Pago Bolognese  erano sotto il Plebanato urbano di S. Pietro.
Le prime Pievi erano poi curate da un collegio di preti, presieduto da un Rettore, che aveva il titolo di Arciprete.
La trasformazione delle Pievi e il sorgere delle Parrocchie portò a varie variazioni, gli storici dalle antiche documentazioni contano circa 340 parrocchie rurali tenendo conto anche delle chiese trasformate o scomparse.

Nell'alto medioevo, sotto il Longobardi,  il Papa Gregorio I Magno ( 590-604 ) con il supporto della  regina Teodolinda  pose le premesse per la conversione dei Longobardi al Cristianesimo.

 Le popolazioni germaniche erano di religione ariana, mentre  gli Angli e i Sassoni seguivano gli insegnamenti del monachesimo benedettino.
Abbiamo già parlato delle varie lotte di varie fazioni e popoli, germanici, franchi, nell’Alto Medioevo, al fine di occupare nuovi territori da parte dei feudatari e  nello stesso tempo porre una mano di comando all’interno dell’autorità ecclesiastica, arrogandosi diritti sulla nomina dei Vescovi, Vescovi Conti e il Papa stesso.
Sarà proprio questo conflitto a produrre la crisi definitiva delle due più importanti strutture medioevali: Impero e Chiesa.

Il Papa, tentando di affermare il suo prestigio in campo dottrinario  e la sua maggiore autorità anche in ambito politico dovrà allearsi di volta in volta con alcune forze politiche avverse all'imperatore.
In poche occasioni il braccio armato dell'imperatore e della grande feudalità si troverà però a fianco della Chiesa.
Tra il IX e X sec., le pievi ebbero importanza amministrativa, ecclesiastica e all’internosoprattutto  del territorio pontificio.

Per distinguere visivamente le pievi dagli altri edifici ecclesiastici, queste vennero dotate di campanili, cosa che poi si verificò  anche per le altre chiese.
Nello stesso periodo i vicari, canonici da canon (elenco dei ministri di una chiesa), viventi dapprima  in comunità, si spostarono presso le varie chiese minori che vennero dotate di fonti battesimali, altre chiese furono dotate di aree cimiteriali (curazie) e i vicari che le amministravano presero il nome di curati

La pieve, a seguito di queste ultime trasformazioni, perse la qualità di "luogo di culto centrale" e il termine passò ad indicare solo l'edificio di culto e venne successivamente sostituita dalla parrocchia, ma nello stesso tempo la Chiesa allargava la propria zona di influenza  sul territorio.
Attorno al X secolo cominciò infatti anche  l'utilizzazione del termine "pieve" con significato di "modello di circoscrizione ecclesiastica" in cui si potevano dividere le "diocesi".

Le Pievi  e Vicariati nella Bassa Bolognese

Stabilire quante e quali fossero le pievi nel bolognese non è facile.
Per le fonti dirette che riportano il termine "Pieve" non esistono problemi, ma  ipotesi e supposizionisu su alcune chiese non permettono di identificare le stesse come pievi.
 Tentare di individuare una costante che permetta di collocare nel territorio una pieve non è di facile realizzazione.

 

 

Dalla mappa delle Pievi della Bassa Bolognese  elaborata da Alexander Grandi Venturi, possiamo vedere le 19 Pievi esistenti sino al 1300. Sono 19, numerate, e vediamo al numero 13 la Pieve di San Giorgio di Piano, proprio al centro della Bassa e sulla dirittura della Strada di Galliera. Ne riportiamo l’elenco con indicato il nome della chiesa matrice e idealmente tracciando una linea che suddivide le Pievi ad Ovest della Bassa Bolognese da quelle  ad Est, le prime che risentivano molto dell’influenza della Abbazia di Nonantola, le altre più legate al Ravennate, o quelle centrali di importanza grande nel Salto Piano sotto l’influenza di San Pietro di Bologna

1. Anzola, San Pietro
2. Budrio, Santi Gervasio e Protasio
3. Crevalcore, San Martino
4. Dugliolo, San Venanzio
5. Galliera, San Vincenzo
6. Marano, San Geminiano
7. Medicina, Santa Maria
8. Pieve di Cento, Santa Maria
9. Poggio Renatico, San Michele
10. Sala Bolognese, San Biagio
11. Saletto, Santa Maria
12. Sant’Agata Bolognese, Sant’Agata
13. San Giorgio di Piano, San Giorgio
14. San Giovanni in Persiceto, San Giovanni Battista
15. San Marino di Bentivoglio, San Marino di Lovoleto (?)
16. San Martino in Argine, San Martino
17. San Pietro in Casale, San Pietro
18. San Giovanni in Triario, San Giovanni
19. Vedrana, Santa Maria


 Le Pievi non numerate, che si trovano, eccetto l’ultima, nella zona Est già dal 1300 non esistevano più


• Santa Maria di Buda (in comune di Medicina)
• San Giovanni di Galisano (in comune di Medicina)
• San Martino in Gurgo (nella pianura  a Nord del Reno)
• Santo Stefano della Quaderna (in comune di Ozzano dell’Emilia)
• San Cassiano dei Ronchi di Mezzolara (in comune di Budrio)
 San Giovanni del Secco (in comune di Crevalcore)


Interessante è tra le prime la Pieve di San Giovanni in Persiceto:
San Giovanni Battista, con giurisdizione nel territorio inferiore alla via Emilia, tra il Panaro e la Sammoggia, anzi dalla parte di oriente un poco anche sulla destra della Sammoggia. La tradizione antica che alcune chiese fossero erette dal Vescovo S. Petronio, il titolo di Sant’Apollinare dato ad una di queste chiese, la designazione del fondo romano (Persicetum), ove sorse la chiesa plebana, e la presenza della colleggiata dei Canonici, sono indizi tutti che valgono a riprova dell’antichità di questa Pieve, la cui origine evidentemente risale alla prima diffusione del cristianesimo tra noi.” ( da  "Pievi e Vicariati Foranei del bolognese" di Della Casa A.R. e Casini T.

Ritroviamo, abbiamo già visto parlando della Fortuna di San Giorgio, la collegiata dei Canonici, che erano sei  e godevano di proprietà individuali poste in S. Giorgio.
Ciò rende le Pieve di San Giorgio datata molto probabilmente nell’Alto Medioevo, come scissione della precedente Pieve di S. Pietro in Casale, "che nei tempi primitivi era stata unica quasi per tutto l’immenso pago di Saltopiano…”  “ Sotto la Pieve di S. Giorgio  fu la parrocchia di S. Vittore di Cinquanta, luogo assai notevole anche nell’ epoca carolingia, come appare dal gran placito, che vi tenne nel 898 Guido , conte di Modena…” (op. s. cit.) 

Altra precisazione rispetto all'elenco precedente è da farsi circa Bentivoglio, il più recente tra tutti gli insediamenti del circondario, che accrebbe via via la propria influenza e sole con il regio decreto del 1 gennaio 1886, fu designato capoluogo: nacque il comune di Bentivoglio, il cui territorio era stato chiamato fino ad allora Santa Maria in Duno, molto probabilmente Santa Maria in Duno dipendeva dal San Marino in  Lovoleto, come si può vedere da diversi documenti delle donazioni dei signori Mezzavacca.
La Pieve di San Marino di Bentivoglio è da intendersi San Marino di Lovoleto. 


Tra quelle sparite quella di Santa Maria di Buda, che si trovava in prossimità di un ampio Porto della Valle, e di cui non vi sono tracce evidenti.
 Attualmente a nord rispetto al centro della frazione si trova l'Oasi del Quadrone, che comprende una grande diversità biologica, poiché non è mai stata prosciugata. Il luogo è sito di passo e sosta per nidificare di molti uccelli. È inoltre luogo fertile per molte specie di piante, microrganismi, insetti, anfibi, rettili, pesci, uccelli e mammiferi.

Le pievi della bassa bolognese  svolsero come loro missione principale la cura delle anime, cioè evangelizzazione, somministrazione di sacramenti, ammaestramento del popolo in Cristo.

Nella bassa bolognese diverse erano le pievi collegate ad insediamenti rurali, una pieve era solitamente considerata come segno dell’esistenza di un popolamento di un certo rilievo.
Per il nostro territorio la pieve faceva riferimento ad insediamenti sparsi anche se normalmente nelle vicinanze della pieve si accentravano un certo numero di abitazioni e ville.

All’interno del Saltopiano le pievi  costituivano centri distrettuali di grandezza non molto estesa, ma con funzioni sia spirituali che amministrative sul territorio stesso, non sempre avevano confini ben delimitati o fissi e la data della loro fondazione era di norma anteriore a quella della chiesa matrice, abbiamo infatti già parlato sopra della trasformazione anche esterna della chiesa madre con l’apposizione di campanili ad indicare la caratteristica di pieve.

Il Vescovado bolognese implementò il numero delle pievi anche con l’intento di organizzare la diocesi e di fornire gli abitanti rurali di un luogo per l'attività religiosa che amministrativa.
Nei secoli centrali del Medioevo la pieve localizzava geograficamente gli abitanti in quanto facenti parte di una ben definita pieve; quindi la localizzazione della pieve era in punti particolari: in prossimità di strade principali, di corsi d'acqua navigabili, ponti, guadi, punti zone atte a facilitare la raggiunginilità da parte del popolo alla sede pievana.

In qualche caso è la vicinanza di un castello o la possibilità di stare all'interno di un sito fortificato ad attirare la sede principale della pieve, se non vi era sufficiente sicurezza nel territorio aperto, esempi sono la Pieve di Buda e la Pieve di San Giovani in Triario, le più antiche, ma anche quelle di San Giovanni in Persiceto, Sala, Crevalcore, Anzola, Sant'Agata e Medicina.

Spesso nuove opere di bonifica idraulica e quindi nuove coltivazioni e insediamenti abitativi portavano alla costituzione di un nuovo complesso plebano, come per altro sconvolgimenti idraulici o politici o invasioni di popolazioni nemiche portavano all'abbandono  di tratti di territorio e contribuivano alla scomparsa di pievi.

Nel Saltopiano quali erano le Pievi e quali le più importanti?

Gli storici sono discordi nel valutare i confini del Saltopiano, vedremo successivamente, e nello stesso tempo documenti nei quali si fa riferimento contemporaneamente a tale territorio e alle pievi sono pochi e spesso discordanti, quindi non si possono con certezza elencare le pievi medioevali della Bassa Bolognese.
Inoltre gli storici spesso studiano un territorio dal quale sono attratti e quello diventa il più importante in tutto il loro lavoro e ciò non facilita certamente il lavoro degli storici successivi.

Secondo alcuni scritti, anche recenti, la pieve di San Vincenzo nella zona di Galliera  è quella più interessante, ma noi diciamo anche che fu quella più citata e studiata.

Pergamene conservate negli Archivi di Bologna, nelle biblioteche della abbazie di Nonantola e  di Pomposa e negli Archivi  Ravennati e Veneziani e non ultime due pergamene ravennati, una del 958 ed una del 972, nelle quali si fa riferimento a contratti di enfiteusi stilati dall’arcivescovo di Ravenna per terreni di proprietà della diocesi di Ravenna e siti nel Saltopiano, ci forniscono notizie preziose al riguardo

Gli studi eseguiti da Don Enrico Rizzo relativi alla sua Pieve di San Marino di Lovoleto e da Alessandra Cianciosi riguardanti la pieve di San Vincenzo ci riportano nomi di insediamenti dei secoli dal IX al X. Ritroviamo  gli insediamenti rurali di Castagnolo, Frassineta, Dono, Ronco, Saliceto, Funo, Spisa  ai quali si aggiungono gli abitati all’interno della pieve di San Marino in Lopolito (Lovoleto) e per Don Rizzo negli stessi anni sorgevano le pievi di San Pietro in Casale, San Giorgio di Piano  e “forse di San Vincenzo di Galliera”. 


Dai dati raccolti il primo Autore ricorda poi i vicini abitati, “vici”, di Cinquanta, Stiatico, San Giovanni in Triario, Altedo, Pegola, Maccaretolo, Venezzano, Argelato  e le zone fortificate, “castra”,   di  Funo, Lovoleto, Santa Maria in Duno, Argelato, e qui si hanno quei pout-pourri di cui dicevamo e che mettono assieme sotto la pieve di San Marino zone distanti da essa, localizzate all’interno e  ai bordi del Saltopiano e con funzioni amministrative diverse.

Quindi non si può certamente criticare l’altra autrice, A. Cianciosi, se limita il suo studio soprattutto alla pieve di San Vincenzo e cita  altri luoghi importanti come Cinquanta per la propria funzione amministrativa, come avere ad esempio la collaborazione nel luogo di due notari per la compilazione dei contratti e i passaggi di proprietà . Ciò qualificava il luogo come sede di grande importanza nella pianura, già alla fine dell'VIII secolo d.C.. D'altra parte non esistono al momento ritrovamenti di altri documenti che comprovino tale  funzione amministrativa in altre zone plebane.

Da documenti del 972 la Cianciosi rileva oltre alla pieve di S. Vincenzo, anche quella di S. Martino in Gurgo e di S. Pietro in Casale. Inoltre ipotizza che alcune pievi vicine a Modena, Ferrara , cioè ai bordi del Saltopiano fossero utilizzate da entrambi  le sedi vescovili.
Ad esempio le pievi di S. Giovanni in Triario e dei Ss. Gervasio e Protasio sembra avessero circoscrizioni che rientravano solo in parte nel comprensorio del territorio da noi studiato

Nel territorio del Saltopiano, che descriveremo più approfonditamente in un successivo articolo, l’importanza delle pievi nei secoli X e XI era comunque aumentata andando al di fuori delle sole manifestazioni liturgiche.

 La pieve era luogo anche di regolamentazioni amministrative con proprio notaio e conservazione di documenti  e di campioni di pesi e misure usate nel territorio.

Il fabbricato della pieve era utilizzato dagli abitanti che facevano capo ad essa per le riunioni organizzative, amministrative. I capifamiglia erano riuniti dai massari in assemblee mediante il suono della campana.
Il suono della campana della pieve, delle parrocchie successivamente, avvisava  gli abitanti delle cose “belle e brutte” che accadevano nei dintorni, mentre la piazza antistante la chiesa era normalmente adibita ai mercati periodici. 

A  San Giorgio di Piano le principali manifestazioni hanno sempre avuto come fulcro il sagrato della Chiesa ed attorno ad esso si è sviluppato sinora il mercato settimanale e attualmente anche il mercato mensile, terza domenica del mese, "Mercato del Tarlo e della Ruggine", dove è possibile acquistare ottimi pezzi di antiquariato e da collezione.


Ovviamente nel passare dei secoli, nel 1400, alcune pievi scomparvero, altre si formarono, ma come parrocchie. (vedere
mappa precedente). ( Non abbiamo potuto conoscere quando la Pieve di S. Giorgio di Piano effettivamente cessò di esistere, nel 1300 esistono ancora la raccolta delle decime. In Arcivescovado molto probabilmente esistono documenti al riguardo, ma abbiamo avuto problemi ad accedere alla consultazione dell'Archivio.) 

Ciò era dovuto anche alla trasformazione del territorio stesso, da boscoso  con allevamento brado a coltivato a  cereali, da asciutto e ben drenato a umido e con larghi tratti di  palude da bonificarsi e ancora la vicinanza di fiumi torrentizi con pericolo di facili esondazioni, elementi naturali e umani che costringevano l’uomo del contado a trasferirsi per ottenere terreni migliori. 
Se si formavano nuovi elementi insediativi era cosa logica anche il trasferimento della sede religiosa, amministrativa e di aggregazione.
 
La pieve di San Marino di Lovoleto e quella di S. Giorgio di Piano e di S. Vincenzo erano ai margini dell’area da noi individuata per il Saltopiano.

 

Varie chiese e monasteri della città di Bologna erano poi proprietari di beni nel territorio, come il monastero di S. Stefano con beni a Castagnolo Maggiore, attuale Castel Maggiore, a Castagnolo Minore, Castagnolino, a A. Maria in Duno, a S. Giorgio e per lo più a Stiatico, Tizzano e Lorenzo di Funo.

L’abbazia di Pomposa aveva beni a Saliceto, Argelato e Castagnolo Maggiore , dove era anche una loro chiesa, altri beni avevano a Gherghenzano.

Pure i frati di S. Michele in Bosco e i canonici di S. Giovanni in Monte e di S. Maria di Reno vantavano nel Medioevo possessioni nel territorio del Saltopiano.

Tanti sono i possedimenti che possono essere indicati e se siete curiosi vi rimandiamo all’opera di don Rizzo o agli estimi del 1300 nel contado conservati all’Archivio di Stato di Bologna. 

Un punto fermo va messo invece per quanto riguarda la “religiosità”  rurale medioevale.

 Si è parlato per tanto tempo della profonda fede  nel medioevo, ma effettivamente, secondo don Rizzo, il  popolo non era così religioso a quei tempi, malgrado la regola dettata dal concilio di Aquisgrana dell'816, tendente a ripristinare la vita comune  e in povertà individuale del clero.

Prediche imposte nei giorni di festa, costruzione di immense cattedrali   alle quali erano obbligati a partecipare malpagati molti componenti del popolo non  erano certamente indice di religiosità  dell’intero popolo.

I nobili, il clero partecipavano e amministravano il capitolo della città di Bologna e la loro influenza si faceva sentire anche nel contado dove possedevano beni, terreni e dove i rettori delle pievi erano di nomina vescovile nei primi tempi, dove i monasteri godevano dei benefici di ampie fette di territorio ben coltivato da coloni servi.

Solo verso la fine del XIII secolo ad opera dei francescani e dei domenicani e di confraternite di laici  sorsero  anche nel contado e si svilupparono opere di carità  come ospizi ed ospedali per dare ricovero ai  pellegrini e ai bisognosi.

Non solo la preghiera, ma anche opere di  carità.

Noto e riportato in vari documenti è l’Hospitale che si trovava in località Vedra, in via Lepre a Stiatico, che si dice voluto da Madonna Ostia.
Ma molti altri edifici ospedalieri erano nella bassa bolognese data l’impossibilità di viaggiare se non con il cavallo, gli abbienti che lo possedevano, o con il “cavallo di S. Francesco”, cioè a piedi, in quei tempi e su strade non certamente comode e sicure o per canali.

Inoltre tanti erano i pellegrini che percorrevano le strade che andavano dal Nord dell’Europa sino a Roma, fermandosi nel loro andare nelle varie pievi ed ospizi.  Forse deriva proprio da questi lunghi pellegrinaggi la convinzione di una “profonda religiosità nel medioevo”.
Infatti dall'inizio del X secondo l'Europa fu percorsa da una moltitudine di pellegrini che cercavano di meritarsi il Paradiso raggiungendo con lunghi e faticosi viaggi i luoghi santi più famosi.

Famose divennero certe strade usate normalmente dai pellegrini e dette vie Romee, avendo come meta  normalmente Roma,

- la  Via Francigena, la più nota e principale,  che da Canterbury portava a Roma, passando per l’appennino Tosco Emiliano; via maestra che prendeva il nome da S. Francesco, percorsa  da migliaia di pellegrini in viaggio per Roma. e dovevano compiere il viaggio  prevalentemente a piedi, come  penitenza, con un percorso di 20-25 kilometri al giorno e in gruppi, portando  l’ insegna del pellegrinaggio: la chiave ad indicare San Pietro e Paolo e il luogo del loro martirio

- la via per raggiungere Santiago de Compostela, dove era sepolto l'apostolo San Giacomo. I pellegrini vestiti di sai portavano solo una conchiglia, a ricordo di quella che era l’unica ricchezza del Santo e serviva a lui per raccogliere l’acqua per bere. In  Italia tale strada seguiva la Francigena sino alla Val Padana, Bologna, e valicava l'Appennino al passo della Collina per raggiungere Pistoia il cui santo protettore era San Jacopo e poi continuava verso la Penisola Iberica

- la lunga strada che raggiungeva Gerusalemme in Terra Santa e qui il simbolo era evidentemente la Croce. La Francigena deviava per seguire le coste Adriatiche e raggiungere i porti delle Puglie.

Oltre ad essere vie di pellegrinaggio erano allo stesso tempo vie di intensi scambi e commerci e  le stesse venivano percorse anche dagli eserciti nei loro spostamenti.

Ritornando alle pievi, ai monasteri e agli ospizi deve essere messo in risalto che spesso la costruzione degli edifici e i terreni che ne facevano parte erano dovuti a  lasciti o donazioni di ricchi nobili, che non facendo il pellegrinaggio, cercavano il “perdono” con altre opere.
Capitava poi che la famiglia che aveva donato alla Chiesa richiedesse in restituzione i fabbricati e i terreni se il luogo andava deserto dai monaci, vicari, eremiti e spesso gli ospizi specialmente fossero venduti  e da luoghi di rifugio per i pellegrini si trasformassero in luoghi di sosta di viandanti delle più varie specie e che l’ospizio si trasformasse in ostello, osteria, locanda.

Nei secoli XIII e XIV grande  fu la preoccupazione da parte dei Vescovi di Bologna per fare rispettare da parte dei Rettori delle pievi rurali le regole che il loro  ufficio imponeva.

Esempi pratici erano l'imposizione della loro  residenza nell'edificio della Pieve e l'obbligo di non alienare a terzi i beni della stessa. Venne instaurato l'ibbligo da parte dei nuovi rettori di inventariare i beni mobili ed immobili della Pieve e di consegnare il documento relativo all'autorità ecclesiastica.

Parte di questi rettori erano reclutati, con il consenso delle popolazioni contadine, tra  i sacerdoti del contado, erano di scarso livello culturale  e  quando erano proclamati rettori spesso continuavano a condurre la vita secondo la loro primaria abitudine e spesso rimanevano ad abitare presso le loro famiglie di origine, magari con "concubina e figli".
 La loro vita non si discostava molto da quella dei laici, che richiedevano da essi una "buona amministrazione del sacro".

Con il Concilio di Trento (1545-1563) la facoltà di battezzare venne estesa anche alle altre chiese, che diventarono parrocchie. 
Dopo anni di discussioni si era giunti a varie delibere e tra queste era stato instaurato anche l’obbligo per i rettori delle parrocchie di tenere segnati in via cronologica i morti, i battezzati, i matrimoni, lo stato delle anime, cioè lo stato delle famiglie al momento della benedizione pasquale. in volumi manoscritti separati
Questi documenti, ricercati, trafugati anche, dagli studiosi hanno potuto permettere la ricostruzione della composizione degli abitanti di un paese nei secoli.
Dopo l’arrivo di Napoleone, che sanciva nei paesi sotto la sua dominazione le rilevazioni anagrafiche presso le Comuni, gli archivi parrocchiali avevano perso parte della loro importanza, specialmente a livello di ricerca demografica negli ultimi due secoli. Inoltre la pluralità di religioni degli ultimi tempi ha ulteriormente declassato gli archivi parrocchiali.

In tutti gli archivi parrocchiali in cui si  riesce ad entrare  a consultare i documenti, e ciò non è sempre facile, si può constatare che i registri dei battesimi, così come quelli dei matrimoni e dei defunti, ebbero inizio dalla fine del Cinquecento o dai primi del Seicento.
Solo successivamente comparvero i Libri delle Anime, Censimenti veri e propri, ma con caratteristiche che spesso si discostavano dalla ricerca statistica, essendo inseriti in essi informazioni particolari sugli iscritti che niente avevano a che fare con la rilevazione, come considerazioni sul comportamento dell’individuo iscritto e strettamente collegate alla personale idea che dello stesso aveva l’arciprete, come ad esempio: “ruba galline”, “frequenta persone di malaffare”, “pia famiglia, fa donazioni alla chiesa”….
L’ultimo censimento ecclesiale, deciso dallo Stato Pontificio, si ebbe nel 1859, l’anno precedente l’Unità d’Italia, seguirono i censimenti comunali decennali in corrispondenza del primo anno di ogni decennio, 1861, 1871, ecc..
E’ stato ritrovato nell’archivio comunale di San Giorgio di Piano l’atto  censuario originale del 1859, che fu consegnato al Comune dall’arciprete invece di essere inviato all’Archivio Vescovile di Bologna.

La trasformazione instaurata dal Concilio non tolse valore alle pievi: i titolari delle pievi, cioè i pievani, continuarono ad avere giurisdizione nei confronti delle altre chiese minori.

Dal Concilio di Trento ebbero pure inizio le periodiche Visite Pastorali.
Le visite pastorali furono compito precipuo dei vescovi o dei loro delegati: fissate dalla legislazione canonica con ritmo annuale  dai concili iberici del VI secolo, in realtà si effettuarono con tempi e modalità le più varie.
Nel sec. XV tuttavia si ebbe una buona ripresa di questo strumento della pastorale dei vescovi, e quindi si può disporre di una fonte molto interessante della vita religiosa delle popolazioni delle diocesi.
Il visitatore poneva a preti e laici una serie di domande sulla condotta non solo dei parroci e cappellani ma anche dei fedeli, e ciò avveniva in particolare più nelle campagne, più che nelle città, rivelando aspetti quasi sconosciuti del mondo rurale, generalmente sparso nel territorio e meno ricco di testimoni.
L’ispezione secondo la consuetudine, si interessava delle strutture materiali della chiesa, la conservazione dell’eucarestia, lo stato degli arredi sacri.
Erano poi chiamati a testimoniare alcuni laici, che rappresentavano la dirigenza del paese: i consiglieri comunali e il massaro, che fornivano una testimonianza giurata sul sacerdote della parrocchia, sul suo nella cura delle anime, sulla sua castità, la sua cura nella tutela del patrimonio sacro.
Il parroco, l’arciprete nelle chiese  plebane, veniva  interrogato sul comportamento religioso dei parrocchiani, se frequentavano la chiesa, si confessavano, obbedivano.
I preti che effettivamente svolgevano il servizio parrocchiale erano sufficientemente preparati, ma tra fedeli e prete non vi era intesa, allora questi era oggetto di condanna pubblica e scacciato.
Esistevano anche confraternite laiche nelle parrocchie, che si adoperavano ad animavano la vita liturgica della chiesa, con cori, processioni ed  edificando oratori intitolati a particolari Santi, a San Giorgio l’Oratorio di San Giuseppe.

La formazione del fedele si fondò  in maniera decisa principalmente su due poli della cura pastorale, una svolta decisiva fu provocata dall’irruzione sulla scena religiosa dei frati Mendicanti, i frati Minori seguaci di Francesco d’Assisi e i frati Predicatori seguaci di Domenico, che vivevano in povertà..
La religiosità ‘controllata’ e ‘obbediente’ del fedele si nutre di sacramenti quali: confessione, comunione eucaristica, ma anche battesimo in primo luogo.
Il fedele  è fornito di poche conoscenze dottrinali.
I catechismi dei XIV-XV secoli insegnano, a chi sa leggere, i 10 comandamenti, i 14 articoli di fede (7 di carattere trinitario e 7 cristologico), i 7 sacramenti, i 7 doni dello Spirito santo, le 7 opere di misericordia corporali e spirituali, 7 peccati capitali, ed alcune preghiere essenziali come il Pater noster o l’Ave Maria, preghiere familiari nonostante la lingua latina. Il ‘buon fedele’ è infine colui che compie opere di carità seguendo una tradizione antica che voleva che “la carità coprisse la moltitudine dei peccati”.
I fedeli avevano  un immenso bisogno di sicurezza ‘totale’, contro le insidie dell’aldiqua e dell’aldilà.
Nella vita terrena la necessità di difendersi nei confronti della morte, delle malattie, delle carestie, delle guerre, in particolare della peste resasi sempre più concretamente minacciosa nel secondo Trecento.
Nella vita ultraterrena molte descrizioni delle pene dei dannati circolavano nella predicazione corrente e ciò bastava …
La religione del tempo, tuttavia, offriva paure ma anche indulgenze ottenute attraverso pellegrinaggi, frequentazione di chiese, opere pie, e, in misura sovrabbondante, attraverso i giubilei (dal 1300 in avanti). La salvezza si poteva chiedere anche per i propri morti attraverso le azioni di suffragio: durante la festa dei morti al 2 novembre, residuo pagano, e la nascita del Purgatorio come luogo e tempo di espiazione per aprire le porte del Paradiso, tramite la penitenza addolcita e abbreviata dalle preghiere dei vivi.

Un posto molto importante ebbero le opere di carità, che frequentemente si concretizzarono nell’erezione di ospedali ovvero in luoghi di ricovero per bisognosi di ogni specie: poveri, viandanti, pellegrini, infermi, prima di tutto in città e solo in un secondo tempo, nel Tre-Quattrocento, in campagna, spesso legato al culto di un Santo

Vicariati Foranei

Vennero istituiti  i Vicariati Foranei, dipendenti direttamente dal Vicario Generale, cioè dal vescovo ausiliare, stretto collaboratore del vescovo titolare o dal cardinale.. Per vicariato (o vicaria, forania e decania) la Chiesa cattolica intendeva solitamente ognuno dei distretti in cui era suddivisa territorialmente una diocesi.
 I termini vicaria, forania e decanato sono del tutto equivalenti, sebbene ciascuna diocesi utilizzi o l'uno o l'altro.
Inizialmente il Vicario era nominato dal Signore del territorio; nel Saltopiano si passò poi dalla Podesteria Comunale al Vicariato foraneo, nel momento stesso che il territorio andò sotto lo Stato Pontificio.
Prima del 1300 esisteva già il Vicariato di Galliera, questo si trasformò poi nel Vicariato di San Pietro in Casale (1300-1417) sotto al quale, fra le varie Parrocchie della Bassa Bolognese, risultavano San Giorgio di Piano, San Giovanni in Persiceto, Castelfranco, Budrio.
Ognuno di questi distretti, tuttora esistenti, comprende un certo numero di parrocchie ed è usualmente sottoposto al governo pastorale di un vicario (o vicario foraneo). Il Vicariato di Galliera ora, nella Bassa Bolognese, comprende trentotto Parrocchie:

 

PARROCCHIE  COMUNE
  
San Michele Arcangelo di Argelato
 a ARGELATO

Santi Nicolò e Petronio di Funo
 a ARGELATO

Santi Filippo e Giacomo di Casadio
 a ARGELATO

Santa Maria di Baricella
 a BARICELLA

San Gabriele
 a BARICELLA

Santa Maria Lauretana di Boschi di Baricella
 a BARICELLA

Santa Filomena di Passo Segni
 a BARICELLA

Maria Santissima Ausiliatrice di Bentivoglio
 a BENTIVOGLIO

San Marino
 a BENTIVOGLIO

San Martino di Castagnolo Minore
 a BENTIVOGLIO

Santa Maria e San Folco di Saletto
 a BENTIVOGLIO

Sant’Andrea in Santa Maria in Duno
 a BENTIVOGLIO

Santa Margherita di Armarolo
 a BUDRIO

Santa Maria di Galliera
 a GALLIERA

San Venanzio di Galliera
 a GALLIERA

Santi Vincenzo e Anastasio di Galliera
 a GALLIERA

Sant’Antonio Abate di Malalbergo
 a MALALBERGO

Santi Cosma e Damiano di Pegola
 a MALALBERGO

San Giovanni Battista di Altedo
 a MALALBERGO

San Giovanni Battista di Minerbio
 a MINERBIO

San Giovanni Battista di San Giovanni in Triario
 a MINERBIO

San Martino in Soverzano
 a MINERBIO

Santi Filippo e Giacomo di Ca’ de’ Fabbri
 a MINERBIO

San Michele Arcangelo di Poggio Renatico
 a POGGIO RENATICO

San Giovanni Battista decollato di Chiesa Nuova
 a POGGIO RENATICO

Santa Caterina di Gallo
 a POGGIO RENATICO

San Giorgio di Piano
 a SAN GIORGIO DI PIANO

San Venanzio di Stiatico
 a SAN GIORGIO DI PIANO

Santi Geminiano e Benedetto di Gherghenzano
 a SAN GIORGIO DI PIANO

Santi Vittore e Martino di Cinquanta
 a SAN GIORGIO DI PIANO

Santi Pietro e Paolo di San Pietro in Casale
 a SAN PIETRO IN CASALE

San Giacomo del Poggetto
 a SAN PIETRO IN CASALE

San Giacomo di Gavaseto
 a SAN PIETRO IN CASALE

San Martino di Massumatico
 a SAN PIETRO IN CASALE

San Michele Arcangelo di Cenacchio
 a SAN PIETRO IN CASALE

Sant’Alberto
 a SAN PIETRO IN CASALE

Sant’Andrea di Maccaretolo
 a SAN PIETRO IN CASALE

Santi Simone e Giuda di Rubizzano
 a SAN PIETRO IN CASALE

Nei secoli successivi nelle parrocchie che si formarano dalle pievi il curato era spesso sostituito da un cappellano che spesso non aveva neppure la licenza da parte del Vescovo per assolvere a tale ufficio.
Certamente le visite da parte di arcipreti tendevano a regolamentare la situazione e a frenare certi aspetti disdicevoli per il clero assegnato alle varie pievi e parrocchie, ma non eliminava senz'altro l'ignoranza del clero rurale e la tendenza a condurre un tipo di vita del tutto laica e fondata spesso su occupazioni del tutto secolari, l'ozio e l'avarizia, l'incuria dei beni delle pievi e dei fabbricati.

Si possono dedurre queste particolarità dai verbali stesi durante le visite di autorità ecclesiastiche della città verso le campagne nel XVI secolo. 
Neppure le regole del Concilio di Trento poterono molto sull'andamento delle parrocchie rurali, per quanto riguarda la cultura dei rettori basta prendere in mano i Registri dei Nati e dei Morti diventati a quel tempo obbligatori o i successivi Censimenti parrocchiali delle Anime per rendersi conto del ruolo della cultura anche prrimaria del clero a quei tempi.

Ma non solo i rettori e gli abitanti del contado erano responsabili della trascuratezza negli edifici e nel mantenimento della regola sacra.

Molti nobili della città erano solleciti a presentare al Vescovo bravi e colti chierici, attirati dai benefici terrieri delle parrocchie del contado, ma una volta ottenuta l'assegnazione i nuovi rettori e i nobili loro protettori si disinteressavano completamente dei loro doveri secolari.

Inoltre non insolite erano le vertenze tra rettori, patroni, parrocchiani e ceto nobiliare  e quindi Vescovo e Curia Romana  e tali liti avevano sempre per oggetto beni mobili ed immobili inseriti negli edifici.
Tali diatribe continuarono sino all'avvento dell Rivoluzione Francese, quando le chiese vennero spogliate di tanti averi, le campane vennero legate, allora il contado, i nobili e i chierici si unirono contro l'Usurpatore, specialmente nei primi anni del 1800 quando si stabilì per i giovani il servizio militare obbligatorio, coscrizione, al servizio delle truppe napoleoniche.

Passata la furia napoleonica le Parrocchie ripresero a funzionare e in special modo a favore soprattutto dell'istruzione dei giovani e del supporto dei poveri, oltre ovviameente al loro ministero.

Altre informazioni sulle pievi.
Il nome che veniva apposto alle pievi era basato sul culto verso santi particolari da parte del popolo o santi che avevano abitato il luogo: numerose erano in pianura le pievi dedicate a San Pietro e in particolare quella della Città sede vescovile, due erano le pievi dedicate a S. Giorgio, una in pianura una sui colli.

Nella pianura bolognese medioevale i Santi più ricordati erano Santa Maria con 5 pievi, San Martino con 4, San Giovanni Battista con 3, San Pietro e San Michele con 2 pievi ciascuno e i Santi Vincenzo, Venanzio, Giorgio, Marino, Cassiano, Gervasio e Protasio, Geminiano, Agata e Stefano  con una pive ciascuno. 
Questo elenco non va considerato come persistenza delle pievi nello stesso lasso temporale, ma come pievi in periodo medievale, anzi alcune pievi cambiarono nome o scompavero.

Il nome della pieve era derivato da quello della chiesa matrice, normalmente situata lungo una strada principale  o nei pressi e centrale rispetto al territorio e quindi facilmente raggiungibile dalla popolazione o dai pellegrini che transitavano sulle strade romee.

Contemporaneamente  alla nascita della pieve in un certo territorio sorgevano cappelle pievane o private costruite da famiglie nobili o monasteri all’interno della  loro zona di influenza e  che con il tempo assunsero, dopo il XIII secolo, la funzione  di parrocchie con la costituzione al loro interno di fonti battesimali, si veda il caso di Pieve  e di Cento che si costituirono in pievi separate con anche problemi di confine sia bolognese che modenese, che si mantennero per parecchio tempo.

Nel bolognese inoltre le pievi bolognesi generalmente non adempivano a doveri amministrativi nei confronti della popolazione tanto più che con l’avvento dei Comuni e con la suddivisione delle città in quartieri capitava che comunità contigue ma di diversa suddivisione amministrativa fossero sotto alla stessa pieve: esisteva una indipendenza tra la suddivisone civile e quella religiosa.

I primi quattro quartieri di Bologna comunque avevano seguito nella loro strutturazione abbastanza quella pievana precedente; è difficile stabilire il territorio di una pieve, le date di origine e di trasformazione, pochi sono i documenti, ad eccezione degli estimi del 1300, che aiutino in uno studio completo.

Gli estimi fatti in quel periodo indicano al momento della rilevazione le chiese del territorio di ogni pieve, i beni di possessione, le decime raccolte dalle pievi tra la popolazione. 
Ma non sempre tali documentazioni erano complete, esempio ne è la pieve di S. Giorgio di Piano per la quale nell’estimo vengono indicate le possessioni del prevosto, l’attuale arciprete, e dei due canonici più importanti su sei effettivi.
Tanti documenti sono andati distrutti o fanno ora parte di collezioni private.

La confusione accresce in caso di donazioni fatte alle pievi, donazioni che spesso erano ripartite dal donatore in più pievi e quindi documenti unici erano conservati in una sola pieve, esempio ne è la donazione da parte di Matilde di Canossa della chiesa di San Michele posta in Argelato sotto la pieve di San Giorgio di Piano, donazione fatta alla cattedrale di S. Pietro in Bologna, la cui giurisdizione sarebbe comunque rimasta alla Contessa sino alla sua morte.

Altre chiese, sotto la giurisdizione di una certa pieve venivano attribuite ad una pieve o chiesa maggiore  confinante, come Sant’Andrea e San Donino, della pieve di San Giorgio di Piano, nella metà del 1100 vennero sottoposte alla chiesa di Santa Maria di Reno che si suppone fosse nell’attuale territorio di Asia.
Inoltre nella pianura bolognese  la mancanza di documenti chiari e veridici non permetteva di stabilire anche a chi spettasse il giuspatronato.

Per giuspatronato si intendevano i privilegi concessi ad una famiglia importante sul luogo  e comportava sia la scelta del sacerdote preposto all'ufficiatura, provvedendone al mantenimento, sia l'impegno di dotare la chiesa di rendite e proprietà adeguate. Dal giuspatronato derivava un grande prestigio, oltre al diritto di vedersi riconoscere una quota delle rendite della chiesa in caso di impoverimento della famiglia.

Non ultime creano confusione le regole di documentazione imposte dal Concilio di Trento, che mal recepite da alcuni canonici  portarono anche alla distruzione di documenti  pievani precedenti.

Per quanto riguarda le regole interne del plebanato,  del prevosto e dei canonici da lui dipendenti, si hanno informazioni di costituzioni di canoniche che davano la possibilità al prevosto e ai canonici di vivere e lavorare in comunità di beni e sede, questo sino ai primi anni del  1200.
Successivamente l’uso venne eliminato, i canonici che vagavano nella pianura per portare la parola del Cristo, se rimasero nella canonica per un certo tempo non erano più in comunione di beni, come si può vedere dagli estimi del 1300, inoltre tale fatti e le proprietà estese del plebanato fece gola alla nobiltà.
Giovani delle famiglie più importanti ebbero la carica di prevosti di pievi importanti, si parla di giovani anche di 12 anni, essi non abitarono più le canoniche, ma risiedevano in Bologna e la cura della pieve era affidata ai canonici.

Queste trasformazioni portarono a continue visite pastorali da parte del vescovo di Bologna e dai verbali stilati dopo il 1300 in tali visite si hanno maggiori informazioni e dati per seguire l’evolversi delle pievi,  che tra l’altro stavano subendo una crisi esistenziale notevole, in maggior parte dovuta alla richiesta da parte delle comunità della pianura di avere cappelle di villaggio autonome, munite di fonti battesimali, in ciò sostenute  dai cappellani locali.

Se all’interno del Saltopiano abbiamo diverse pievi dotate di numerose cappelle, viceversa alcune zone erano del tutto prive di cappelle  o avevano piccoli oratori e quindi vennero create altre piccole pievi in zone  spopolate, come Poggio Renatico, o zone importanti dal punto di vista logistico come Sala.

Nel mostro territorio  le Pievi più importanti erano San Vincenzo di Galliera con vicino San Pietro in Casale e San Giorgio di Piano e San Marino  più a Sud. Galliera  dato il notevole numero di chiese, 27,  era il centro pievano più importante

Comunque la fine del 1300, primi anni del 1400 vedono la trasformazione delle pievi. Il disgregarsi del complesso plebano in più limitati gruppi di chiese o parrocchie autonome sotto l’amministrazione di una chiesa arcipretale, come vediamo ora San Giorgio di Piano chiesa principale del Comune e le parrocchie delle frazioni di Cinquanta, Stiatico e Gherghenzano..

Pieve di San Giorgio

(da alcuni documenti si rileva anche il nome di Pieve di  San Giorgio in  Tregemini o in Tergemino, poi in Piano
Santo titolare: San Giorgio dal 958, agosto 14, poi SanGiorgio in Tergemino dal 1078, marzo 26.)

Pieve di S. Giorgio

 Come vedremo oltre nel indicare il nome dell'abitato di San Giorgio e l'origine di tale nome, si risalirebbe ad un documento di Ottone II, del 947, con l'indicazione di "Castello de Sancti Georgii ", e quindi una denominazione forse precedente alla costituzione della Pieve.

Alcuni Autori al riguardo suppongono che si tratti di luogo non del nostro territorio, data la diffusione del nome del Santo in tutta l'area soggetta ai Longobardi, che veneravano il Cavaliere del Bene.

Alcuni ricercatori recentamente propongono nel 14 agosto 958, la data di riferimento per l'esistenza della Pieve sulla base di un atto di enfiteusi redatto tra l'Arcivescovo di  Ravenna Pietro e il conte Adalberto e la moglie Anna.
L'atto prendeva in considerazione metà della massa que vocatur
 Funi (Arsele , Argelato)
con i suoi fondi e la cappella di San Lorenzo, posti nel territorio bolognese e nelle pievi di San Giorgio e di San Marino in Lovoiito(quindi già esistenti a quel tempo).

Altri autori citano per altro  un contratto simile nel quale vengono indicati in data 946, precedente all'atto di Ottone, Almerico Marchese e Franca sua moglie che  donavano alla chiesa di Bologna i loro beni e precisano
« rebus nobis pertinentibus in saltus plano, silva tauriana cum novem fundoris suis, seu silva maiore simulque fundo Arsele (….) » e in base a tale scritto individuano in saltus piano o in silva tauriana possibili origini del vico Sancti Giorgii e citano l'anno 1191 come data di riferimento del vico Sancti Georgii dal quale sarebbe sorto il Castello Medioevale.
Inoltre identificano sempre nell'anno 1191 l'origine della villa di S. Vincenzo e nel 1196 la villa di S. Marino.

A quei tempi i proprietari di terreni erano soliti cedere, ancora in vita, alle Pievi e ai Monasteri parte delle loro proprietà per "assicurarsi un posto in Paradiso", contemporaneamente richiedevano gli stessi terreni in enfiteusi con un contratto che aveva durata normalmente per tutta la loro restante vita. 
Dai contratti di enfiteusi si desumano tali date, ma non è detto che dentro agli archivi non esistano documenti precedenti.

L’enfiteusi era un istituto giuridico formatosi in età antica, dietro l’impulso di tre circostanze economiche  caratteristiche dell’Alto Medioevo:
- l’arretratezza degli strumenti di lavoro agricolo,
- la concentrazione di importanti estensioni di terra, parzialmente incolta o poco produttiva, nelle mani di singoli proprietari e infine
- la scarsa propensione di costoro a investire grandi capitali in opere di dissodamento, messa a coltura e miglioramento delle terre.

In tali condizioni riusciva opportuno affidare alcuni terreni a impresari agricoli o direttamente ai coltivatori, per un periodo di tempo molto lungo (alcuni decenni, l’intera vita del concessionario, due o tre generazioni) e in cambio di un canone annuale modesto o addirittura simbolico.

Spesso erano le Pievi e i Monasteri ad usufruire di tali contratti e a loro volta facevano coltivare a contadini il complesso agricolo ecclesiastico.
La contropartita economica di concessioni del genere non consisteva sempre in canoni in denaro, ma normalmente nel lavoro di miglioramento agricolo (“enfiteusi” deriva infatti dal greco emphytesis = impiantare) e in derrate alimentari provenienti dalle colture.

Nel diritto giustinianeo si era stabilito che chi avesse posseduto beni immobili per trenta anni, senza contestazioni, non potesse più esserne privato; perciò in molte concessioni enfiteutiche medievali i proprietari, oltre a stipulare il versamento del canone, fissavano in ventinove anni la durata del rapporto, che poteva essere poi rinnovato per altri ventinove anni e così di seguito, in modo da non perderne la proprietà .
 Si stabiliva inoltre che il concessionario (“enfiteuta”) potesse in qualsiasi momento cedere il contratto ad altre persone, purché queste subentrassero al suo posto e adempissero, nei confronti del proprietario, a tutti gli obblighi precedentemente pattuiti. ai quali era tenuto il loro predecessore.
Questa ampia disponibilità del fondo padronale da parte del concessionario costituiva la caratteristica tipica del rapporto di enfiteusi e la sua sostanziale diversità rispetto a ogni altra forma di concessione fondiaria.

I grandi proprietari, soprattutto ecclesiastici, fecero nel Medioevo un uso larghissimo delle concessioni di tipo enfiteutico, a seconda delle diverse regioni, dei diversi periodi e in alcuni atti notarili compaiono differenze anche importanti tra un contratto e l’altro; il termine stesso di enfiteusi non era diffuso dovunque: talora concessioni del tipo che abbiamo descritto erano assimilate al beneficio feudale o “investitura”.

Nell'Italia Settentrionale, Lombardia, Veneto, Toscana si affermò una forma di contratto, che aveva le stesse caratteristiche, il "livello".

 Numerosi ecclesiastici cedettero terre in livello, dietro versamento di un tenue canone, a famiglie aristocratiche con le quali sembrava opportuno stringere relazioni, o semplicemente ai propri familiari o ai propri fedeli.
Chiese e abbazie ricorrevano infine alle concessioni enfiteutiche per fare fronte alle loro necessità di denaro liquido senza dover ricorrere all’alienazione definitiva, che era proibita dal diritto canonico.

Si vede come in molti casi le concessioni di terra a lunghissimo termine non riguardassero superfici da dissodare, o comunque non avessero più la loro contropartita essenziale nel lavoro di miglioramento agricolo.
La contropartita poteva invece consistere o nel pagamento di un prezzo una tantum o nell’istituzione di un vincolo personale di alleanza, di “amicizia” feudale, di subordinazione personale, oppure nella riscossione di canoni fondiari di una certa consistenza.
Solo quest’ultimo caso lasciava al concedente la possibilità di esercitare un controllo periodico e di recuperare prima o poi il possesso effettivo della terra ceduta.

Da documenti dell'XI secolo, 26 marzo 1078, stando nel castro Argele (Argelato), Martino figlio di Bonaldi Strata, abitante nel detto castro Argelatae concesse in enfiteusi al monastero di Santa Maria di Pomposa beni fondiari posti  nella Plebe di Sancti Georgii  in Tergemino.
Abbiamo qui una variazione del nome della Pieve e comunque una sua continuazione sul territorio. Rimane discutibile il nuovo nome, che ad una prima analisi farebbe pensare ad un'unione di tre Pievi esistenti contemporaneamente sul territorio del Salto Piano.

Precedentemente in Cinquanta nell'898 venne comunque steso un placito del conte Guido di Modena.
Cinquanta dall'atto risultava sotto la Pieve di S. Vincenzo.  Erano presenti come testimoni due notari e lo scabino del castello di Brento, territorio situato in collina e di proprietà dei Conti di Bologna che vantavano anche diritti su terreni nella Pieve di San Marino in  Lovoleto.

Comunque non esistono al mommento altri documenti che confermino nella forma e nel contenuto quello di Cinquanta, che affidino alle pievi uffici amministrativi di gestione del territorio.

Tutti questi documenti invece di chiarire la questione temporale la rendono sempre più confusa.
Non rimane che qguardare almeno per la Pieve di San Giorgio di Piano gli estimi del 1300, dai quali risulta chiara la composizione della Pieve le sue Proprietà e le decime che poteva esigere. 

16 erano le chiese che da essa dipendevano secondo l'estimo del 1300:

- San Martino di Frogarolo 
- san Donino di Bagnum
- San  Michele di Argelati
- San Vittore di Cinquanta
- Sant'Andrea di Turricella
- Santa Croce di Sala Poggetta
- Santa Maria di Venazano
- Santa Maria Maddalena dei Ronchi
- Santi Giovanni e Paolo
- Santio Jacobo dei Ronchi di Argelato
- Sant'Andrea di Santa Maria in Duno
- Santo Nicola di Funo
- Santo Prospero di Argelato
- Santo Stefano di Funo
- Santo Tommaso di SantaMaria in Duno
- Santo Venanzio di Stigliatico

Nel 1105 la Chiesa di San Michele di Argelato fu donata dala Contessa Matilde di Canossa al Capitolo di San Pietro, poi immessa nella pieve di San Giorgio.
Le Chiese di Sant'Andrea della Torricella e di San Donino di Bagno, nel 1150, erano tra le chiese dipendenti dalla canonica di Santa Maria di Reno, convento ospedaliero nei pressi di Asia,
Nel 1161  Aimoldo lasciava una donazione alla Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo.

Erano poi segnati, negli estimi trecenteschi della Pieve di San Giorgio:

- L'Ospedale di Donna Ostia, in Vedra
- il Monastero di Santa Maria della Volta

Complessivamente la Pieve nell'anno 1300  riscuoteva semestraalmente  decime per 8 lire e 60 denari, mentre nel 1315 riscuoteva  6 lire e 8 soldi, i beni valutati nell'estimo del 1368 di proprietà erano complessivamente di 63 lire e 14 soldi e il loro valore si manteneva lo stesso nell'estimo del 1378, mentre nel 1392 l'estimo non venne quasi del tutto eseguito.

Con l'imposizione della decima a partire dall'epoca Carolingia, VII sec., ai fedeli veniva imposto il pagamento di una  tassa pari alla decima parte del rispettivo reddito alla propria Pieve. Il "quartese", quarta parte della decima nell'XI secolo veniva assegnato al pievano, mentre il rimanente spettava alle necessità di culto dell'edificio, al Vescovo e alle attività assistenziali.
Fu proprio l'applicazione della decima, estesa in tutta Europa, e quindi la conta di coloro che la avrebbero dovuta pagare, a permettere il "censimento" dei fedeli delle Pievi.
 
A condurre la Pieve di San Giorgio di Piano erano un Arciprete e sei  Canonici. L'Arciprete godeva della rendita  da beni fondiari valutati in 380 lire, il primo Canonico in 140 lire il secondo in 113 lire. Non sono stati trovati documenti sui beni assegnati agli altri Canonici.

La crescita della popolazione, residnte per lo più in luoghi lontani dalla sede del pievano, produssero logicamente una trasformazione e il sorgere delle parrocchie. Ad esse erano affidate le stesse funzioni svolte dalla chiesa "matrice".

Con il feudalesimo si generarono fenomeni di frammentarietà e le pievi assunsero nuovi compiti, non solo religiosi, garantendo alla popolazione la continuità di servizi essenziali. Questi si aggiunsero ai compiti religiosi e crearono le motivazioni per la formazione di aggregati locali più piccoli, la parrocchia con un più limitato numero di chiese.

Nel  1480 il primo Parroco fu    Don Michele da Faenza al quale seguirono altri 20 Parroci ed attualmente (2010) segue la Parrocchia di San Gioorgio di Piano il Canonico Don Luigi Gavagna.

Parrocchia S. Giorgio
(foto di M.C.Ragni)


  

 

Monasteri

Alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente  si formarono le prime congregazioni di monaci sia in Oriente che in Occidente.
Dato il tipo diverso di accostamento alla religione  delle due parti dell’Impero: differenti idee di adorazione delle icone e questioni religiose relative al riconoscimento in Cristo  della volontà divina e della volontà umana, di cui abbiamo già parlato, i monaci orientali ortodossi si orientarono verso un forte ascetismo, mentre i monaci occidentali unirono alla preghiera il lavoro e lo studio.
Se inizialmente i monaci erano individui solitari che si dedicavano alla ricerca del Vero  in luoghi sperduti, isolati nella natura, in eremi, dedicando la loro vita alla penitenza e all’adorazione di Dio, nel V secolo iniziano a formarsi comunità di uomini e donne che si dedicano al culto del Cristo. Si formano piccoli cenobi, cioè luoghi dove essi vivono secondo la stessa regola di vita, spesso molto rigida.   Dei primi abbiamo mantenuto nel linguaggio attuale i termini di eremita, romito, stilita[1] .
I cenobiti, monaci e monache viventi in strutture monastiche separate, associavano alla loro preghiera attività a favore degli umili, dei malati.

Si diffusero in tutta l’Europa occidentale i Benedettini, che seguivano la regola di S. Benedetto da Norcia, che imponeva ai monaci molte ore di preghiera,  meditazione e lettura, alle quali si aggiungevano lavori nei campi, con  bonifica e messa coltura dei terreni circostanti il monastero.
Ebbero un ruolo particolare sia nel convertire al cristianesimo popolazioni come gli Angli e i Sassoni, a opera di San Bonifacio , sia nel mantenere viva la confessione cristiana  sotto le incursioni barbariche.
All’inizio del VI secolo nacquero diversi monasteri, nei quali si associava al culto  il lavoro a favore della comunità.
Si fondò  nel 528 il monastero di Montecassino, sotto la regola benedettina. Altri monasteri sorsero sull'esempio di Montecassino nei secoli successivi.

La cultura a cui accedevano i monaci benedettini  colpì Carlo Magno che affidò loro l’organizzazione di un sistema d’istruzione affinché il popolo potesse alfabetizzarsi e comprendere i testi sacri, allora già formalizzati secondo i canoni ecclesiastici.
La Scuola Palatina di Acquisgrana è il primo esempio di scuola sotto la regola di San Benedetto.
In essa ed in altri monasteri venivano raccolti testi sacri, storici, politici di varie derivazioni ed era compito dei monaci la traduzione e la trascrizione degli stessi in latino al fine di conservarli e trasmetterli nel tempo.

Si affermeranno altri ordini diffusosi nei secoli successivi in tutta l’Europa occidentale, specialmente in Francia:
i monaci Cluniacensi dal luogo di origine   Cluny ,
i monaci Cistercensi, dal nome francese  di Citeaux 
i Certosini originari della Grande Chartreuse.

Il monastero medioevale che seguiva la regola benedettina o cistercense aveva nel complesso la forma di una grande fattoria il più delle volte fortificata.
Furono i monaci a introdurre, tra il VII e l’XI secolo, importantissime innovazioni nella coltivazione dei campi: dalla rotazione triennale, all’aratro pesante, dall’uso del cavallo bardato a quello dell’acqua e del vento come fonti di energia per la molitura.

In Italia famosi erano i monasteri di Fruttuaria, Camaldoli, Vallombrosa.

Spesso i monasteri erano legati a santuari, Chiese, Basiliche, Oratari in onore di Santi, ed erano dotati di ambienti per ricoverare e sopperire ai bisogni dei pellegrini che arrivavano al Santuario, quindi il monastero sovente aveva una zona dedicata ad ospedale.
Le abbazie divennero spesso centri feudali che dominavano ampie aree territoriali, con numerosi servi della gleba, e gli abati (o, nel caso degli ordini monastici femminili, le badesse) potenti signori feudali.
Nei travagliati secoli dell’Alto Medioevo il rango vescovile e quello abbaziale, divenuti molto ambiti, cominciarono ad avere contenuto più politico che religioso, fino a corrompersi e a richiedere drastiche riforme.

Il beneficio ecclesiastico, tuttora presente nel diritto canonico, si sviluppò come istituto nell'alto Medioevo.
Esso designava un insieme di beni di proprietà della Chiesa, costituitosi nel tempo grazie a legati e donazioni pubbliche e private, che si assegnava al titolare di un ufficio ecclesiastico (vescovo, canonico, parroco) per il suo sostentamento.
Quando il donatore del complesso patrimoniale, che costituiva il beneficio, era anche il fondatore dell'ufficio (Chiesa privata, altare privato, monastero), questi per lo più conservava a sé e ai suoi eredi il diritto di scelta del beneficiario.

Le forme vecchie e nuove della vita religiosa, il fenomeno della istituzionalizzazione e l’evoluzione di tutti i fenomeni che si andarono lentamente adattando al complicato fascio di forze politiche, economiche e sociali faceva sì che un ente monastico si trovasse al di là dell’ambito meramente religioso.
 
L’efficacia di sempre nuove prerogative a favore di vescovi, monaci, canonici, ordini religiosi era infatti commisurata alla loro effettiva possibilità di farsi valere nel mutevole  equilibrio interno al mondo ecclesiastico.
A partire dalla fine del secolo XI il papato riuscì a estendere i margini del proprio intervento, presentandosi come la suprema autorità in grado di ricomporre e di risolvere i conflitti tra monasteri esenti e vescovi, privilegiando ora l’uno ora l’altro dei protagonisti.

Ad esempio la posizione “politica”di Cluny fu quella di promuovere gli interessi dei suoi monasteri e del suo tipo di monachesimo”, rimanendo volutamente in disparte ed evitando di schierarsi apertamente per la Chiesa romana, ma continuando a collaborare con le forze laiche dominanti dell’XI secolo, soprattutto con quelle che possedevano chiese e monasteri privati, diritti ecclesiastici e decimali.

Con le chiese e con i monasteri furono venduti o donati ai monaci anche numerosissimi castelli, molti dei quali in disuso, ma con  diritti di signoria, creando e mantenendo signorie fondiarie territoriali.
I diritti decimali, o decima, che  rappresentavano la decima parte  del raccolto o del reddito di qualsiasi attività e che veniva pagata  come tributo al feudatario, alla Chiesa, erano stati stabiliti nell’Alto Medioevo dalla legge Carolingia e costituivano il tributo dovuto alla Chiesa per il servizio del culto considerato un servizio pubblico.
 
Nel XIII secolo, dati gli ampi possedimenti dei monasteri e della Chiesa, che fornivano redditi abbondanti, le decime, per lo più pagate dal popolo, furono messe in discussione, ma furono annullate solo con la Rivoluzione Francese.

Da documenti  degli archivi monastici si apprende anche che i cluniacensi potevano accogliere nel loro priorato chierici e laici fuggitivi o vaganti per incrementare il numero dei monaci e dei conversi nel monastero. Era permesso inoltre, contro i diritti propri delle pievi, di seppellire i corpi di fedeli, che l’avessero chiesto, accanto al monastero. Erano questi dei presupposti per incrementare il reclutamento monastico e i redditi dei monasteri.

Nel 1210, inoltre, l’imperatore Ottone esentò i monaci dal pagamento del fodro [2] e da ogni imposizione pubblica in rapporto ai castelli e alle signorie rurali. 


Le numerose dipendenze di Cluny  servirono a eliminare  specialmente in  Val Padana i tradizionali schemi delle istituzioni ecclesiastiche di base, quali le diocesi e le pievi,  eliminando contemporaneamente il controllo dei vescovi su tali strutture. Anche la nomina  dei sacerdoti fu sottratta ai vescovi, ai quali era affidata solo la loro consacrazione.
Tale sistema era antiepiscopale, ma poteva essere recuperato dai presuli mediante la realizzazione di rapporti personali con i priori, gli abati, le badesse,oppure mediante la concessione di diritti a persone e a famiglie legate da vincoli di parentela con i vescovi e di vassallaggio con la Chiesa diocesana, che  era così legata  alle grandi famiglie nobiliari, che a loro volta si erano collegate a Cluny, per ragioni economiche o per ragioni di prestigio.

Monastero delle Clarisse Forli'Anche fondazioni femminili furono in espansione sin dalla metà del secolo XII, con chiese private e relativi diritti decimali, con beni consistenti, terreni. 
Per l’amministrazione di  simili patrimoni le monache, per le quali era prevista una embrionale forma di clausura, erano affiancate da monaci di monasteri vicini.

 

La crescita delle proprietà immobiliari dei priorati, i possessi acquisiti attraverso prestiti, a volte mascherati da donazioni, oppure attraverso permute o acquisti, e direttamente aggregati alle fondazioni originarie, permisero ai monaci dei monasteri di sostituirsi agli originali proprietari con diritti di tributi e poteri giurisdizionali e signorili.

In quei tempi in Val Padana si originarono vari tipi di contratti nei quali il clero prendeva parte con funzione  intermediaria e finanziaria,  con prestiti monetari ed ipoteche e con numerosi interventi a derimere processi tra vari proprietari.

Ma numerose vertenze tra i monaci e il papato erano frequenti per la riscossione delle decime, per i diritti delle pievi e dei monasteri a riscuoterle  sulle terre messe a coltivazione, per la concessione di benefici ai monaci. La forza espansiva dei cluniacensi trovò quindi sempre maggiori ostacoli sia nelle decisioni dei pontefici e dei cardinali, sia nell’opposizione delle forze ecclesiastiche di base, facenti capo ai poteri del vescovo e dei pievani.
Tra i documenti pontifici è facile ritrovare copie di lettere papali rivolte ai monaci e ai pievani nelle quali si accusavano i religiosi di illecita usurpazione, di avarizia e di rapacità.

Comunque il rinnovamento economico interessò tutti i priorati  che si dedicarono soprattutto alla coltivazione delle viti e alla vinificazione pregiata del prodotto.
La coltivazione della vite doveva  rendere molto al cenobio se i monaci erano disposti ad investire
nella realizzazione di vigneti molti denari anche presi a prestito, secondo documenti dell’epoca.
Si parla che il priorato esigesse dai propri affittuari per una vigna di nuovo impianto, e quindi non ancora matura,  la metà di tutto il vino che sarebbe uscito dal torchio e per controllare le operazioni inviasse sul posto, a spese degli affittuari, tre uomini esperti .
Spesso, in  periodi di inflazione monetaria[3]  il pagamento degli affitti veniva richiesto in natura, direttamente sul campo, nella quantità di un terzo del prodotto dei cereali e della metà della frutta prodotta dai frutteti.
I monaci effettuavano inoltre la coltivazione delle piante foraggere per  l’allevamento del bestiame e la trasformazione dei boschi in prati, per l’allevamento  brado.
Nell’ultimo decennio del XII secolo sui terreni dei monasteri vennero  canalizzati  corsi d’acqua per far funzionare i  mulini e bagnare i  prati.
Nacquero così nuovi centri di produzione agricola, dotati spesso di rustici abitati  dai villici, i quali risultavano  sottomessi spiritualmente e patrimonialmente ai sacerdoti dei monasteri cluniacensi

Diverso fu per l’Ordine cistercense, che pur  usufruì nei numerosi monasteri di esenzioni di tributi da parte dalla giurisdizione vescovile e diversi documenti negli archivi delle diocesi ne danno testimonianza, ma i privilegi vennero accordati dal papa alla congregazione  nel suo insieme, privilegium commune cistercense, cioè a tutti i monasteri dell’ordine in egual misura, diversamente dai monasteri clunicensi.
I Cistercensi d’altra parte seguivano la regola benedettina secondo lo spirito originale.

I primi monasteri, fuori dal territorio francese, fondati in Italia settentrionale ad  opera di san Bernardo,  stabilirono  sin dalle loro origini un proficuo rapporto di dipendenza con le rispettive strutture diocesane.
 

Abbazia di Chiaravalle


I due primi cenobi cistercensi, Chiaravalle e Fontevivo, ottennero l’esenzione nel corso del pontificato di Alessandro III, condizione  che venne  confermata poi nel dettato dei privilegi anche per  i successivi cenobi emiliani

I presupposti per lo svilupparsi della libertas cistercense erano stati tuttavia già stabiliti nella Carta Caritatis prior, che, pur fissando gli istituti della vita monastica e del capitolo generale e stabilendo norme e organi disciplinari interni alla congregazione, non intaccò esplicitamente la giurisdizione dei vescovi sulle abbazie: ogni cenobio veniva eretto soltanto dopo che il presule competente avesse accettato la normativa basilare dell’ordine.

L’autonomia dei Cistercensi dalla giurisdizione vescovile venne però allargandosi, ma le abbazie cistercensi non ottennero mai, almeno sino alla metà del XII sec. , una piena esenzione,  esse mantennero in linea di massima il legame con l’ordinario della diocesi in cui erano inserite a meno di circostanze straordinarie.

In particolare  i privilegi di Sacrosanta Romana Ecclesia stabilirono:

 1) il divieto per gli ordinari di avanzare nei confronti di monasteri cistercensi richieste che fossero contrarie agli istituti della congregazione o in contraddizione con i privilegi ottenuti;

2) la dichiarazione di nullità delle sentenze di sospensione, scomunica o interdetto lanciate da membri delle Chiese diocesane contro le comunità legate a Cîteaux;

3) l’obbligo ai presuli di assistere i cenobi cistercensi situati nelle rispettive diocesi e di concedere gratuitamente e senza alcuna pretesa tutte le prestazioni connesse con la funzione sacramentale dei vescovi;

4) l’esenzione dalla decima sulle terre coltivate direttamente o a proprie spese dai monaci.

Questi privilegi vennero indirizzati non solo all’abate e al monastero di Cîteaux, ma anche a tutti i componenti e ai cenobi dell’intero complesso cistercense. Tali privilegi non potevano essere trasferiti o estesi ad altre comunità.

Era poi prassi che ogni istituzione religiosa richiedesse alla Chiesa romana, ad ogni nuova elezione papale, la conferma dei  privilegi precedentemente ottenuti anche se nei documenti di beneficio era inserita alla fine del protocollo la formula di “perpetuità”.

Ordine di tipo particolare molto vicino ai primi eremi che precedettero i grandi monasteri è quello Certosino uno dei più rigorosi ordini monastici. Fondato da San Bruno nella Chartreuse, Francia  nel 1084 è basato sulla  dedizione  alla vita contemplativa, in  piccola comunità.
Questa caratteristica si è conservata attraverso i secoli e tuttora esistono  nel mondo  19 case di certosini (con circa 370 monaci) e 5 case di certosine (con circa 75 monache).
Queste ultime si trovano in Francia, in Italia e in Spagna.
I certosini sono dei solitari riuniti come fratelli; la comunità che formano è piccola a causa della loro scelta eremitica, tanto che si parla di famiglia. Le entrate dell’Ordine sono state sempre assicurate dal lavoro per sostenere i bisogni della comunità e  in buona parte dal commercio del liquore Chartreuse e da prodotti d’artigianato  

Sotto il priorato di Antelmo si riunì il primo Capitolo Generale per formulare uno Statuto al quale si affidarono in perpetuo tutte le case e la stessa casa di Certosa.  A partire dal 1140 l’Ordine dei Certosini nasce dunque ufficialmente e si colloca accanto alle grandi istituzioni monastiche del Medio Evo.

Inizialmente simile all’ordine Certosino era l’Ordine religioso degli Agostiniani, composto da gruppi maschili, distinti in canonici e frati, e da comunità di monache, discende direttamente dagli eremiti dell'Africa settentrionale che nel V secolo avevano adottato la regola di sant'Agostino d’Ippona.

Dopo la calata dei Vandali nel 428 alcuni gruppi si rifugiarono in Italia fondando nuove comunità che rimasero indipendenti l'una dall'altra fino al 1244, quando papa Innocenzo IV le incorporò in un ordine unico.
Molti sacerdoti avevano già rinunciato sino ad allora alle loro proprietà e fondati gruppi semimonastici, con il rispetto dei voti di povertà, castità e obbedienza e dediti all’ascetismo.
Nel 1256 papa Alessandro IV prescrisse loro la vita attiva, e fondò uno dei grandi ordini mendicanti del Medioevo, che divenne ben noto per il suo ruolo nella vita ecclesiastica e nella cultura.
Il ramo femminile dell'ordine, fondato nel 1264, rimase fino al 1401 strettamente claustrale.
Molte comunità agostiniane cominciarono poi ad allentare la disciplina, e ciò portò alla nascita di numerose congregazioni riformate, una delle quali annoverò fra i suoi membri Martin Lutero, che poi lasciò l'ordine.
Attualmente l’Ordine Agostiniano vanta  circa 100 congregazioni con oltre 4000 membri nel solo ramo maschile.

Importante per la Chiesa fu l'Ordine dei Domenicani, che venne fondato da Domenico di Guzmàn, canonico regolare di Osma .
Rendendosi conto della forte diffusione dell’eresia albigese[4]  si unì ai legati inviati dal Papa per ricondurre quegli eretici in seno alla Chiesa Cristiana.
La sua opera consisteva nel predicare pacificamente tra gli albigesi.
A Domenico si unirono alcuni compagni che intendevano essere predicatori come lui e li iniziò alla vita religiosa: l'ordine ricevette una prima approvazione ufficiosa dal Papa e venne solennemente poi riconosciuto nel 1216.
Dopo l'approvazione ufficiale i frati Predicatori si diffusero in tutta Europa, principalmente nelle città dove stavano sorgendo le prime Università,  Bologna e Parigi, che riceveranno un forte sviluppo anche grazie ai frati predicatori.

La regola seguita dall’Ordine fu quella agostiniana, alla quale accorparono una serie di leggi chiamate Costituzioni, che  regolarono e dettero forma organica all'intero ordine.
L'ordine promosse la diffusione della pratica del Rosario, di cui la tradizione attribuisce l'invenzione a Domenico, ma la loro regola stava nella predicazione, che allora era esclusivamente riservata ai Vescovi e a pochi  Sacerdoti con istruzione adeguata, ma non legati al voto di povertà.
La regola  della vita domenicana, già concepita in questi termini nel XIII secolo, si poteva riassumere  in: vita regolare con voti di obbedienza, povertà e castità, vita comune, preghiera e culto, studio, predicazione del Vangelo

Questi elementi sono inoltre legati fra loro in maniera armonica grazie ad una intuizione di Domenico: la dispensa.
Un monaco di grado superiore può dispensare temporaneamente un frate dall'osservanza di una qualche parte della regola proprio per favorire una predicazione più efficace.  

Altra congregazione monastica medioevale è quella dei Celestini  dal fondatore Celestino V,  Pietro Angeleri o del Morrone  ,"Il Papa del gran rifiuto” o “Papa Angelico”, che, eletto nel 1294 dopo una lunga vacanza del trono papale e per l’influenza di Carlo d’Angiò, incapace di liberarsi delle continue richieste di favori da parte dei suoi monaci, dopo pochi mesi volle abdicare.

La congregazione ebbe la regola da Urbano IV, e passarono a costituire, nell’ordine benedettino, la congregazione dei "Celestiniani". 
Vestivano con una tonaca bianca con cappuccio nero.
I monasteri furono retti in principio da un priore; poi dai primi del sec. 17° vi furono dei priorati e varie abbazie. La congregazione nel complesso era retta dall’Abate di Spirito Santo.
I Celestini si diffusero soprattutto in Italia e in Francia.

Nel centro di Bologna esiste la Chiesa di San  Giovanni Battista dei Celestini, costruita su terreno donato all’Ordine dalla famiglia Galluzzi nel 1369, accanto  era il monastero che ora è adibito ad   Archivio di Stato di Bologna e più oltre esiste ancora la piccola Chiesetta dello Spirito Santo, costruita dai monaci tra il 1481 e il 1497, con facciata rivestita in cotto rosato con figure a sbalzo[5] .

Spirito Santo

Ben diversi erano gli ordini sorti come ordini mendicanti,  tra il XII e XIII secolo, ai quali la regola primitiva imponeva il voto di povertà, la rinuncia a ogni proprietà non solo ai monaci, ma anche ai conventi e che avevano come unico sostentamento la raccolta delle elemosine, cioè la questua.
Il più importante e noto fu quello francescano: Francesco d’Assisi con i suoi primi seguaci si presentò al Papa Innocenzo III ed ottenne nel 1209 una approvazione orale alla sua regola., una bolla scritta fu imposta poi dal Papa Onorio III nel 1223
Francescano
La fondazione dei primi ordini mendicanti, con Francesco e anche di Domenico di Guzmàn, di cui abbiamo già parlato, fu la grave situazione creatasi in seno alla Chiesa in seguito alla massiccia penetrazione fra i ceti più umili (soprattutto in Italia e in Francia del Sud) della propaganda verso una vita improntata alla povertà del Cristo voluta dai popoli catari e valdesi, riunitisi in sette cristiane, ma non legate alla Chiesa Romana.
Francesco, Domenico e i loro seguaci rappresentarono la risposta della Chiesa alle legittime esigenze fatte valere da quelle sette: ideale evangelico dell'imitazione di Cristo in una vita semplice, fatta di povertà e penitenza.

L’Ordine Francescano si andò sempre più approfondendo con la presenza delle comunità nelle città per la predicazione del vangelo e il servizio ai poveri e ad essa si unirono gli  zelanti o "spirituali", dapprima, e più tardi gli osservanti che professavano ideali di povertà assoluta e la dimensione eremitica e ascetica del francescanesimo
L’Ordine si divise poi in tre parti: L’Ordine Minore strettamente legato alla regola di S. Francesco e conventuale, il Secondo Ordine conventuale  femminile, con le Clarisse, impostato da Santa Chiara e il Terzo Ordine Francescano, secolare, composto da laici, che seguivano la regola.

Ogni città importante aveva una chiesa ed un monastero francescano.
A Bologna nel 1236 , dopo dieci anni dalla morte del Santo,  venne costruita accanto al monastero una basilica  che lo ricordasse. “progetto che sublimasse lo spirito francescano: stile ogivale, archi rampanti che innalzavano la costruzione verso lo spazio e la luce…immagine che rispetta fedelmente la filosofia francescana”.

Basilica di S. Francesco

Ma non solo a Bologna, in tutta l’Emilia Romagna si può individuare l’esistenza di aggregazioni culturali francescane, l’esistenza di scuole conventuali volte alla conoscenza della teologia associata alle arti.
Nel nostro territorio vallivo, scuole  si segnalavano anche in insediamenti rurali, Rovigo, Riccardina di Budrio, Calderaia di Reno, Argelato. Sin dalla Costituzione generale del 1279 esisteva l’obbligo di uno studio presso ogni convento: i frati clerici quando non erano  occupati nei doveri loro affidati erano costretti a frequentare tali scuole. In esse poi oltre alla teologia vennero poi insegnate anche grammatica,  logica e  filosofia (Piacenza).

Chiostro di S. Francesco - Bologna


L’Ordine dei Domenicani associati  in parte ai Francescani nella regola, aveva in altro modo preceduto nello studio questi ultimi. Ma lo studio non portava a conferire ai frati titoli accademici: l’Osservanza della regola nasceva dall’impegno per i frati dell’abbandono consapevole e alla rinuncia di gradi accademici.

Proprio a Bologna venne istituito il più celebre convento dell’Osservanza, nel romitorio di S. Paolo in Monte ora Colle dell’Osservanza, ciò perché Bologna era sede della più famosa Università dei tempi e continuo divenne il reciproco impegno culturale tra l’Università e l’Osservanza.  
 

Osservanza Bologna


Abbiamo qui riportate le informazioni sulle maggiori divisioni, organismi e  ordini nella Chiesa che caratterizzarono l’Alto Medioevo e che perdurarono molti sino ai giorni nostri, specificando la differenza di potere, di regole e di intrusione nella vita pubblica.

Abbiamo spaziato praticamente in tutto l’alto Medioevo, ma è doveroso ora non dimenticare alcuni fatti importanti che caratterizzarono la fine dell’anno 1000, e che cambiarono molto l’aspetto della Chiesa. Ricordiamo pertanto negli anni:
· 962 – il PRIVILEGIO OTTONIANO, con il quale si riafferma la superiorità dell'imperatore sul papa : la nomina papale è condizionata all'assenso imperiale
· 996  - Ottone III tenta inutilmente di far rinascere un Impero-Cristiano con capitale  a Roma, ponendo al soglio pontificio un religioso a lui fedele  SILVESTRO II.
· Nasce il movimento di riforma dei monaci di Cluny :
 -  il monastero è indipendente dal potere laico della feudalità e si pone un programma di moralizzare la vita dei religiosi;
 - si contesta l’ingerenza imperiale nella nomina e consacrazione a cariche ecclesiastiche di persone prive di ogni  vera fede religiosa come Vescovi Conti, Abati e Badesse;
- si contesta la vendita delle cariche ecclesiastiche (simonia ) ed il concubinato dei religiosi.

A questo movimento si associarono gli ordini monastici dei Cistercensi e dei Certosini.
 
Contemporaneamente nacque il clero regolare accanto a quello secolare[6] .
E si affermò l’autorità universale del Pontefice, che con la scomunica  priva di legittimità anche il potere dell'imperatore oltre a quello delle autorità politiche inferiori.
Il papa può deporre l'imperatore, sciogliendo i sudditi dai vincoli di fedeltà nei suoi confronti.

L'ultimo atto dello scontro tra papato ed imperatore si realizza nel XII secolo ed il principale protagonista è Federico Barbarossa, che in Italia,  cerca alleati nei signori ghibellini ed inizialmente anche presso il papa , contro le pretese dei comuni.
La lotta tra papato e impero si sposterà ora all'interno dei comuni tra fazioni Guelfe fedeli al Papa e fazioni Ghibelline fedeli all’Imperatore. 

Vogliamo ora dare uno sguardo ai monasteri e cenobi nati nel nostro territorio o nelle vicinanze.

Un esempio si ha nel  castrum (non ducatus di origine longobarda) di Persiceta,  frontiera durante i contrasti tra Longobardia ed Esarcato nel nostro territorio nel secolo  l’VIII, che in poco più di cinque decadi cambiò per ben tre volte l’impalcatura politica dei poteri centrali.
I membri della famiglia che compaiono con il titolo di dux, titolo di carattere militare, di Persicela non ci interessano particolarmente: erano duchi.
Quello che interessa noi sono  i rapporti politici tra comunità locale e potere centrale, Impero e Chiesa, e gli specifici significati  di questi rapporti.
Questi ricchi duchi disponevano infatti di alcuni monasteri nelle terre del Persicetano,  utilizzati come strumenti per aumentare la loro influenza nella società locale e davano
loro anche la possibilità di connessioni privilegiate con il potere centrale ( sia longobardo che bizantino) e successivamente l’amministrazione di beni di carattere pubblico nella loro circoscrizione.
Il più importante di tali monasteri fu San Benedetto in Adili, pare fondato da Orso duca in una data indeterminata della prima metà del secolo VIII, come si può ricavare da un passo di un  documento del 776.
Inoltre tra gli stessi i documenti  vi è  una carta che conferma la  donazione di beni al monastero di Nonantola nel 776.

A tale proposito non va dimenticato questo ultimo monastero.

Anche l’abbazia di Nonantola ha una storia molto lontana. Nata nel 752 da una donazione da parte del re longobardo Astolfo delle terre di Nonantola al cognato l’abate Anselmo, nel secolo duca del Friuli, e fondatore di un cenobio benedettino a Fanano.
L’Abate edificò subito una chiesa che accolse non molto tempo dopo le spoglie del Papa S. Silvestro I e divenne meta di pellegrinaggio.

Abbazia di Nonantola

 
Il potere del cenobio accrebbe per i terreni e beni donati ad esso prima dai longobardi e poi dai franchi. Inoltre altri Papi furono tumulati nell’abbazia. Gli abati rettori furono nel tempo ambasciatori di sovrani ed imperatori in vari territori in Oriente ed Occidente. Ed era meta di Sovrani e Papi  durante i loro spostamenti lungo l’Italia, essendo Nonantola, nel territorio modenese, vicino alle strade principali e ai successivi passi appenninici per raggiungere Roma.

Portale Abbazia di Nonantola

Durante la lotta  per le investiture Nonantola è luogo di riunione dei contendenti e il priore stesso scrive un trattato  a favore del papato contro le pretese imperiali,  Liber de Honore de Ecclesiae (1111).

Si ricorda in Nonantola l’istituzione della prima Partecipanza Agraria, tuttora esistente.

L’abate Gottescalco nel 1058  chiese agli abitanti di Nonantola l’edificazione di un grande tratto di mura difensive per il castello in cambio della donazione di ampi territori in possesso dell’abbazia, territori che a rotazione venivano poi gratuitamente assegnati dalla comunità agli  abitanti perché ne  traessero vantaggio dai raccolti  agricoli.
Inoltre i vasti territori del monastero e ad esso vicini vennero bonificati dai monaci.
Molti famosi uomini di Chiesa furono rettori a Nonantola, come san Carlo Borromeo, e sia  nel monastero che nell’abbazia furono sempre fatti lavori di mantenimento tanto che si dice che l’aspetto attuale rispecchi quello del medioevale del XII secolo.   Famosa è la raccolta di documenti e l’archivio raccolto dai frati benedettini di Nonatola. 

Anche l’abbazia di Monteveglio in territorio bolognese è da ricordare.
Le origini di Monteveglio  come comunità insediativa  risalgono al I a. C.. Resti di ville romane, colonne ioniche  di fattura romana ne testimoniano la datazione.
Durante L’Alto Medioevo Monteveglio  faceva parte di un sistema di fortificazioni che contribuì a trattenere i longobardi al di là dei confini dell'Esarcato Bizantino di Ravenna fino alla  conquista  nel 727 da parte di Liutprando.
Feudo dei Canossa, Monteveglio fu fondamentale per la disperata resistenza che la contessa Matilde oppose all' imperatore disceso in Italia per vendicarsi della celebre umiliazione inflittagli dal papa Gregorio VII. L'imperatore vide morire un figlio in combattimento nei pressi di Monteveglio e  capì che doveva lasciare ogni speranza  di sottomettere il papato alla sua politica e verso l’inverno tolse l' assedio al castello.
Si accede ancora ora  al borgo situato in cima ad una collinetta attraverso una porta merlata e procedendo lungo l’unica strada si arriva alla antica pieve di Santa Maria, edificio di fondazione antichissima molto probabilmente costruito su un tempio romano, infatti si sviluppa su tre  livelli.

La parte più suggestiva della chiesa è l’antichissima cripta, ubicata al di sotto del livello del terreno. all'interno della quale  si trova un'acquasantiera longobarda. Il monastero divenne sede di una confraternita francescana, che tuttora lo abita.

 

Monteveglio

Altri più recenti e piccoli monasteri di regola francescana sono tuttora in funzione nella nostra area.


 

_________

[1] Stilita era chiamato nel medioevo  l’eremita che, per isolarsi meglio dal mondo, viveva accovacciato sulla cima di una colonna.

[2] Fodro o albergaria era il diritto che pubblici ufficiali e il sovrano  durante un viaggio avevano di ottenere dalle popolazioni dei paesi attraversati,  foraggio e biada per i cavalli. Il termine fodro deriva dal longobardo fodr = foraggio

[3] Abbiamo qui le prime indicazioni del contratto di mezzadria e del supporto di fattori per salvaguardare la parte a favore del proprietario

[4] Gli Albigesi negavano la  divinità e l’incarnazione del Cristo.

[5] Non penso che a qualcuno possa interessare, ma la mia vita, sin che non mi sono sposata, si è  svolta a stretto contatto con l’antico monastero dei Celestini. Il palazzo Rodriguez Y Laso de  Boi, dove sono nata era a muro con il monastero, già diventato Archivio di Stato.

[6]Per clero secolare si intende il complesso dei sacerdoti non formalmente legati alla vita conventuale, che vivono in mezzo ai laici, nel secolo. E’ contrapposto al clero regolare sottoposto ad una regola e vivente in comunità monastica conventuale, che vivono in mezzo ai laici, nel secolo. 

 



Articolo Scritto  Storico Indice Stampa Stampa
© Copyright 2006-2014 DEPOSITATO SIAE - Tutti i diritti riservati.                                                          Io uso dBlog 1.4
® Open Source