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Cap. 3 - Flora 4
Cap. 4 - Fauna4
Cap. 5 - Uomo 4
Cap. 6 - Cibo7
Cap. 7 - Attività agricole tipiche9
Cap. 8 - Dalle origini ai Romani10
Cap. 9 - I Romani nella Pianura Padana17
Cap.10 - I Barbari ... Alto Medioevo10
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\\ Home Page : Scritto STORIA.SanGiorgioDiPiano.Net - Angela Bonora: Cap XI- 1 La mensa del contadino e la vita nel contado

Capitolo undicesimo - Vita Medioevale : 1 - La mensa del contadino e la vita nel contado

Di Angela Bonora (del 30/06/2009 @ 18:24:11, in Cap.11- Vita medioevale , linkato 6396 volte)

focolare
Nel corso del Medioevo si vede delineare una progressiva emarginazione del mondo contadino.

 Vicenda non puramente sociale, ma soprattutto ideologica.


Nella letteratura dell'alto Medioevo, il contadino assume di volta in volta le forme del
pagano superstizioso, del miserabile socialmente pericoloso, dell'ignorante illetterato e dai rozzi costumi, del ladro, considerato a volte meno di una bestia da soma.


Tali definizioni rivelano pregiudizi nei confronti del lavoro manuale e di chi lo svolge e con esse si pongono le basi poi degli stereotipi della letteratura dei secoli successivi:

"il villano emarginato culturalmente".

Anche se nell'Alto Medioevo può individuarsi un'immagine sufficientemente positiva del contadino e del suo lavoro: i modelli di vita monastica pongono in connubio preghiera e lavoro; regole e agiografie, ci presentano monaci, abati, santi nell’atto di lavorare la terra o con attrezzi rurali in mano, non si può dire però che il contadino e il vescovo conducessero la stessa vita.


Nel mondo economico sociale il contadino è strettamente inserito, ma non per questo ne è l’arbitro.
Nell’Alto Medioevo, esiste un ceto di contadini liberi, membri dell'esercito regio, di buon rilievo sociale e politico: sono i liberi homines , gli arimanni , gli exercitales del periodo longobardo e che si ritrovano solo fino all'età carolingia.

Quando andiamo a guardare in modo approfondito la vita dei contadini di quei tempi notiamo che sia nella realtà quotidiana che nelle rappresentazioni mentali, la dieta contadina non è troppo distante da quella del signore o del monaco e ciò ci fa pensare ad un possibile connubio tra le due facce di una stessa società.
Vi erano invece importanti differenze, anche se al primo impatto sembrano banali.
Il signore e il monaco mangiavano pane bianco di frumento, il contadino soprattutto pane scuro di segale, di orzo, di spelta e ancor più polente e minestre di miglio, di legumi, d'avena .

I contratti agrari stabilivano infatti per questi ultimi prodotti quote inferiori rispetto al frumento, da pagare al proprietario: il grano rustico si lasciava più volentieri ai contadini. Tuttavia, era allora soprattutto un problema di risorse e di produttività: quei cereali erano molto coltivati, crescevano più facilmente e in maggiore abbondanza, quindi particolarmente presenti e importanti nella dieta contadina.

I consumi di carne erano differenziati:
- nella dieta signorile predominava la cacciagione mentre
- i contadini si affidavano piuttosto alla pastorizia e dunque alle carni di maiale o di pecora.

Tutti usavano la foresta per cacciare o pascolare animali, tutti ne traevano importanti risorse alimentari. Persino le foreste del re erano aperte allo sfruttamento comune: contadino e guerriero si ritrovavano sullo stesso territorio in ricerca del cibo.

Una maggiore presenza di cereali e verdure nella dieta contadina non escludeva il ricorso sistematico alle risorse dell'incolto, cioè alla carne, elemento caratterizzante ma non esclusivo della dieta nobiliare.

Comunque nel medioevo la contrapposizione fra mensa ricca e mensa povera ebbe una connotazione soprattutto quantitativa.

mensa


Il cibo abbondante caratterizza la tavola del signore, che in quanto tale ha quasi un obbligo di cibarsi molto e in modo vario. Il suo cibo era addizionato da spezie; nella seconda metà del IX secolo, si fa premura di avvertire che le spezie e altri condimenti non erano destinati ai poveri ma erano riservate alle mense dei signori.

Le spezie fungevano da segno distintivo fra i due tipi di alimentazione.

Per lungo tempo alcuni storici hanno riportato l'uso delle spezie nella cucina antica come metodo di conservazione e come elemento per nascondere l'odore delle carni e dei vegetali conservati a lungo e quindi poco appetibili. Niente di più falso, l'uso delle spezie era proprio del ricco che con profumi ed addittivi importati provenienti da altri paesi rendeva evidente la sua differenza rispetto al povero, anche nell'odore particolare impresso ai cibi.

Il povero è "famelico": la sua difficoltà a superare la primavera in attesa del nuovo raccolto è ben nota. Conserva i propri alimenti con il sale e il suo cibo ha sempre un gusto asprigno e in più è scarso.
Nei secoli VII e VIII la Chiesa disponeva che i vescovi, gli abati, i conti facessero opera di carità dando cibo ai pauperes famelicos.
 Ma i "poveri" oggetto di premura erano i poveri di mestiere, ossia i membri del clero, "servi di Dio" tenuti al voto di povertà e a pratiche professionali di astinenza dal cibo.

D’altra parte le carestie ricorrenti erano emergenze che andavano prese in seria considerazione, costituiva un dato strutturale, "normale", incorporato nei meccanismi di funzionamento della società dell’epoca.

L'elemosina assume in quei tempi un carattere istituzionale e non necessariamente legato a situazioni di oggettivo bisogno, dato il suo significato soprattutto simbolico, in quanto in primo luogo venivano presi in considerazione gli ecclesiastici poveri e quindi dai documenti dell'epoca sembrerebbe che i contadini non dovessero far parte dei poveri da nutrire, pur essendo "famelici".

Il concetto di "povero" nell'alto Medioevo è particolaare. Il povero non è povero solo  in senso economico, non sono miserabili marginali, esclusi dal corpo sociale, bisognosi di aiuto.
Sono considerati  poveri  i "subalterni", i "deboli" della società, contrapposti ai "potenti"-"ricchi".
In questo strato di società vi sono i contadini, e tutti coloro che faticano per mangiare, che rischiano, senza adeguata protezione, di non sfamarsi: pauperes famelicos.

Quali cibi si destina a loro?
Il tipo di cibo da essi assunto li distingueva.
I documenti stilati dai potenti raccomandavano elemosine ragionevolmente abbondanti, pranzi sufficienti, ma quando si precisavano i prodotti, vediamo che oltre al pane al vino, ritenuti di rito sacramentale, si elencavano legumi, formaggio, carne, pesce, lardo, olio.
Si destinava ai poveri tutte le specie di prodotti ricavati dalle proprietà ecclesiastiche, secondo i momenti dell'anno e le occorrenze liturgiche.

Ma nel IX secolo, nell’età carolingia, in cui si ha una svolta abbastanza forte nella società, che interrompe completamente i contatti fra il mondo contadino e le aree del potere, cambiano, con l'assetto del territorio e i rapporti di forza al suo interno, anche gli equilibri alimentari della popolazione rurale.
Il sistema curtense e poi le signorie di castello, che si andavano via via formando, provocarono la crisi della piccola proprietà.

La progressiva affermazione del privilegio signorile provoca in vari territori la chiusura delle aree boschive.
Ciò dovuto in parte a
- fattori  economici e demografici, dovuti alla  crescita della popolazione, che aumenta il bisogno di cibo, mentre i proprietari richiedono più prodotti da immettere sul mercato, e quindi la foresta comincia ad essere diradata per ottenere nuovi spazi coltivabili.
- fattori sociali e giuridici, che portano ad aspri scontri e liti giudiziarie fra le comunità rurali e il potere signorile, fra la rivendicazione di antichi diritti e l'affermarsi di nuovi privilegi.

La caccia e l'uso del bosco come pascolo delle greggi e dei suini sono riservati ora solo a pochi

Se prima esisteva il ceto di contadini-guerrieri e i monaci-lavoratori e i cavalieri, tra X e XI secolo, avvengono cambiamenti, sociali e culturali che si manterranno per secoli nell'Europa feudale e si formano tre caste del tutto distinte:
-laboratores, lavoratori, principalmente contadini ed artigiani ai quali spetta produrre il cibo e i beni d’uso per l'intera società, ma il termine labor identifica principalmente il lavoro del contadino, identifica il grano, i cereali;
- bellatores, i guerrieri, che debbono difenderla dai nemici;
- oratores, sacerdoti che garantiscono con le preghiere un buon rapporto con Dio, che questa tripartizione ha voluto.

Tutti hanno un ruolo da svolgere nell'interesse di tutti, ma contadini- guerrieri e i monaci-contadini non sono più previsti.

Anche i preti-contadini, non rari nelle chiese di campagna dell'Alto Medioevo, a poco a poco scompaiono dal corpo sociale.
Non mangiare carne, accontentarsi di grani rustici e di legumi e di verdure, non saranno più segni di povertà virtuosa ma di subalternità sociale.

I contratti agrari cambiano, ai contadini  è interdetto lo sfruttamento della foresta e le attività silvo-pastorali in essa, la foresta è di proprietà privata.

Alcuni prodotti in particolare, come l'aglio e la cipolla, segnaleranno fin dall'odore la povertà contadina: il contadino mangia pane ed aglio o pane e cipolla. Pane di mistura, cipolla, fagioli, aglio, fava lessata, minestra di panìco e rape sono gli unici alimenti del contadino.
Il signore deve mangiare cibi qualitativamente migliori e mangiare in abbondanza. Il tipo di cibo e la quantità non è un fatto soggettivo dato dell'individuo con diversa età, sesso, attività e ambiente in cui vive, che impone una diverso tipo di nutrizione, ma la posizione dell'individuo nella scala gerarchica, che si auspica immutabile.

I medici del XIII e del XIV secolo raccomandano allo stomaco dei gentiluomini cibi preziosi, elaborati, raffinati e nel caso di cortigiani persino leggeri, che stimolino il piacere del mangiare.
 
Ai contadini, che lavorano sodo, si addicono cibi grossolani e pesanti, adatti a placare la fame più che a stimolare il piacere.
Non solo medici, ma anche agronomi, come Piero de' Crescenzi, il massimo agronomo italiano del tempo, osservano che il frumento è il cereale più adatto alla panificazione; ma consigliano a chi lavora sodo di mangiar pane confezionato con sorgo, adattissimo ai contadini oltre che ai porci, ai buoi, ai cavalli.

Il tipo di cibi e anche la loro posizione sul terreno formano un insieme che è in corrispondenza biunivoca con i gradini della scala gerarchica della società.
Per i vegetali si indicano dagli esperti
- le piante,i bulbi e le radici con la parte commestibile affondata nel sottosuolo erano quelle di più infimo valore
- poi venivano le erbe, gli arbusti e
- infine gli alberi, con frutti, magari provenienti da paesi lontani.

I frutti sono cibi per il signore.

Per i cibi derivanti dagli animali si distinguevano
- i volatili  al vertice della catena,
- gli animali più vicini alla terra, specie il maiale, sono quelli più aborriti e  spettavano ai contadini.

Altro elemento di contrapposizione è quello tra le carni fresche, che i proprietari possono acquistare sui banchi di un mercato ben fornito oppure ottengono direttamente dai fondi coltivati dal contadino, e le carni salate di cui sono costretti ad accontentarsi i rustici nella loro economia di sussistenza familiare.
Il porco che viene macellato deve servire per tutta la famiglia e per varie stagioni.

La differenza di casta ha risvolti in tutta la società:

-non è permesso l’unione di un individuo proveniente dal contado con un individuo della casta signorile il privilegio di classe deve essere protetto, viene duramente punito il contadino che si avvicina ad una nobildonna, mentre

- il signore che violenta una giovane contadina è soltanto una persona che si diverte e che reclama i propri diritti di padrone.

Anche il "cittadino" ha un nuovo ambito di privilegio, diverso da quello tradizionale dei ceti aristocratici, ma pure esso contrapposto al mondo rurale.
Nella letteratura del tempo prima si contrappone al “villano rozzo” “il nobile cortese", poi l'”onesto cittadino".
Il contadino è per natura famelico e quindi ladro, sottrae i frutti della terra al proprietario nobile o cittadino, vive a sue spese.

Il profitto, più che il potere, interessa ormai i proprietari .
Naturalmente gli schemi e le regole qui presentate non sempre corrispondevano ai comportamenti reali: il volere delle classi dominanti era spesso disatteso nella realtà.

Le leggi formulate dal signore e le costrizioni potevano in generale limiitare i consumi del contado, ma nessun contadino rinunciava ai frutti degli alberi, alla selvaggina da piuma o al pollame di cortile solo perché gli scienziati lo ritenevano cibo da cortigiani, da ecclesiastici di rango o da cittadini.
Pene corporali, prigione, non limitavano la lotta di classe che era pratica quotidiana, spesso vittoriosa.
Il contadino affamato era sì ladro, non era solo un'invenzione dei padroni, era un’esigenza di sopravvivenza.

Il padrone, il cittadino, si diletta poi a mangiare cibi con sapori "contadini" e nella cucina di élite abbiamo libri di cucina che insegnano a preparare cibi  a base di cavolo, spinaci,  finocchi e  "foglie minute", e preparazioni a base di legumi: ceci, piselli, fave, lenticchie, fagioli e l’aglio trova posto negli arrosti e nelle salse più raffinate. Tutti cibi che appartengono all'universo contadino che vengono importati nella cucina della tavola ricca.
Se il signore si diletta a mangiare sani cibi contadini, viceversa il contadino non può utilizzare i cibi esotici che sono sulla tavola padronale, come gli agrumi, diffusi dagli arabi nelle regioni del Sud.

Il contadino disponeva di aceto ottenuto dai vini deboli e mal conservati a lui rimasti dopo aver dato il vino migliore al padrone e a lui doveva fornirlo  perché con l'aceto si preparava l’agro o agresto che la cucina ricca amava molto mescolare allo zucchero, la "nuova spezia" che nel pieno Medioevo sostituì il miele, unico dolcificante utilizzato nell'antichità e ancora per tutto l'alto Medioevo.

Ancora una differenziazione:
i contadini allevavano api e raccoglievano il miele anche nei boschi, lo zucchero era invece riservato a pochi, come tutte le spezie d'importazione.
I cibi dolci vennero ad aggiungersi agli altri privilegi della classe padronale. La cucina contadina continuava soprattutto a saper di sale: i cibi conservati, che si mantengono lungo il corso dell'anno, costituiscono la principale garanzia di un sistema di sopravvivenza.

Carne, pesce, formaggio, verdure arrivano sulla mensa contadina con sapore di sale. Il cibo di conserva è il primo strumento per combattere la fame, il surplus di lavoro e di cultura che in tal modo si riversa sui prodotti naturali fa sì che si esca con essi dall'ambito del bisogno.

Comunque la differenza di alimentazione, che si intensificò soprattutto nelle annate di carestia, durante invasioni di eserciti stranieri, fu oggetto di profondo disprezzo da parte dei ceti dominanti, al fine di costruire un insieme di immagini negative, atte a delimitare un'area di privilegio e di diversità.
Tali diversità si mantennero nei secoli e sino ai giorni nostri, intendendo per giorni nostri l’epoca prima della seconda guerra mondiale e anche dopo.

Nelle case dei mezzadri il pane e la pasta o la polenta erano i principali mezzi di sostentamento.
Sulla tavola del contadino raramente compariva la carne. Solo nei giorni di festa il pollame faceva la sua comparsa e in quantità limitata. Gli ultimi contratti agrari, anche quelli dell’ultimo secolo, prevedevano che il mezzadro in occasioni di festività, Natale, Pasqua, Pentecoste, portasse alla casa del padrone le “onoranze” e facesse altri tipi di regalie.

Riportiamo un’intervista fatta ad una vecchia contadina, L., di un podere vicino a San Giorgio:

 A. Le onoranze erano previste nel contratto mezzadrile? Il mezzadro doveva dare al padrone, per Natale, Pasqua e altre feste, una certa quantità di prodotti in più della mezzadria?
L. Ci davi…, pensi un po’ come eravamo messi, era tutto scritto. C’era…, quando veniva il prete a benedire dovevi dare un quintale di grano, metà nostro e metà del padrone.

A. La mezzadria non comportava l’affitto. Il padrone metteva il podere e parte delle sementi, il contadino mezzadro il lavoro della famiglia e l’altra parte delle sementi e gli animali da lavoro e gli attrezzi, Quando c’era il raccolto, veniva diviso a metà. Poi il contadino era tenuto alle onoranze. Il prete veniva a benedire ed era uso dargli qualche cosa...
 L.: Ma non solo quello lì, il prete veniva alla trebbiatura e ci davi un quintale di grano. Quando si facevano le fascine, veniva a raccogliere le fascine e bisognava dargli dieci fascine che lui ne aveva diritto. In campagna il prete aveva il somaro e quindi veniva e raccoglieva. Quando veniva a benedire le mucche gli si dava tre gavette di canapa filata. Quando veniva per Pasqua a benedire ci si davano le uova.
Allora dovevi dare quel tot al prete e poi dovevi dare 200 uova al padrone per Pasqua, poi le galline a Ferragosto, poi i capponi a Natale...E bisognava darli.
Finita la guerra non c’erano più i fascisti, c’erano i comunisti, che erano contro la religione. Però i capponi i contadini li dovevano dare lo stesso... i padroni non volevano….sentire ragioni... C’era dell’ignoranza.
Il comitato che si era formato, non so di quale partito fosse, se comunista, se socialista, il comitato che era del paese e che si era fatto dopo la liberazione, un bel giorno disse: “Non portate più i capponi ai padroni, ma portateli sui gradini di San Petronio che li portiamo agli ospedali”

A.: Ci sono andati agli ospedali?
 L.:Ci saranno andati. Io so che noi li abbiamo portati. Noi contadini li abbiamo portati lì, che cosa ne abbiano fatto poi…Con i padroni dopo ci fu una lotta grandissima.
Ricordo che quando venne il maresciallo dei carabinieri con il perito a contare i conigli, io avevo in mano il sacchetto della foglia per dare da mangiare, lo sbattei per terra e corsi là e dissi: “Che cosa fa lei?” “Ognuno fa il suo dovere.E lei vada a parlare con il padrone” Lui lo aveva mandato. Non venne però il padrone da solo a contarli.
Dopo si fece la lotta per il 53% e fu una cosa brutta. Sembrava di avere tanto con quel 3% in più.

A.: Ma il 50% che avevate per contratto di mezzadria non era effettivamente un 50% e non era solo il fatto delle onoranze. Quando veniva il fattore bisognava tenerlo buono e gli dovevi dare qualche cosa. C’era il prete che gli dovevi dare un tanto secondo contratto e questo anche se non avevi voglia. E poi c’erano le 200 uova che dovevi dare a Pasqua, sia che le galline le avessero fatte oppure no. Se ti passa la guerra e perdi tutto, ti manca questo, ti portano via quello e dopo devi lo stesso dare, anche se non hai niente da mangiare. Allora sei in debito, vai in debito verso il padrone e quindi a quel punto il mezzadro viene buttato via.
Non era il 50%, ma il 40% e anche meno.
L.: C’era un ragazzo, di cui vi ho già parlato, che era sotto al marchese T. e stava in una casa dietro alla strada. Una notte andarono i ladri e portarono via tutto. Il marchese aveva delle regole più pesanti dei nostri padroni, perché quando ammazzavano il maiale lui voleva il prosciutto già custodito.

 A.: Infatti, così se andava male un prosciutto, andava male quello del contadino non il suo.
 L.: E sì, dovevi andare a comprarlo da un altro contadino o fuori.

A.:Il contratto di mezzadria andava dai Santi ai Santi, dopo che era stata fatta la vendemmia e messo a posto il podere arato. Quando non c’era più niente da fare sulla terra. Se non ti rinnovavano il contratto di mezzadria, tu ti trovavi con un carro con sopra le tue poche cose e andavi in giro a cercare un altro posto a mezzadria e non è detto che tu lo trovassi. A quel punto tu andavi in un posto dove non c’era niente e tu non avevi niente. Ricordi il film “Novecento” di Bertolucci, “L’albero degli zoccoli”…..? Li abbiamo visti insieme noi due.
L.: Anche “La neve nelbicchiere” è la storia di una famiglia contadina che non avevano da mangiare e la madre era andata fuori con i bicchieri, dove aveva messo un po’ di saba, che la facevano con l’uva, e aveva messo insieme della neve e gliela dava da mangiare.

A.: Hanno scritto libri con le ricette dei contadini, ma hanno parlato delle ricette di adesso. Non hanno scritto del recupero degli avanzi, perché niente andava sprecato, tutto veniva utilizzato nella casa dei contadini. Se gli avanzi non servivano per la cena o non erano mangiabili servivano per cibare il maiale.
L.: Lei parlava delle onoranze. Per finire. Io ero sotto ai N., avevo la Lina che era piccola e loro avevano una bambina che aveva la stessa età della Lina e tutti i suoi avanzini la signora me li dava e io ci andavo a trovarla. Ero vista male dalla nostra famiglia, perché ero andata a servizio dai padroni, quindi io ero la spia del padrone.
Non ero nel mio ambiente secondo loro. Però io non pensavo a questo, mi davano delle cose che mi servivano e io ci andavo.
Una sera in casa nostra, si faceva la riunione dei contadini. Una volta a casa di uno, una volta a casa di un altro, e quella sera la riunione era da noi, tutti i contadini dell’impresa. Si misero d’accordo di non portare nessuno i capponi e di portarli per l’ospedale sui gradini di San Petronio. Dopo due giorni, pioveva, vado a trovare la signora N. per andare a prendere le cose che mi dava per i bambini. Quando arrivo là vado in cucina e c’erano due sporte per terra e un contadino. Allora dice la signora alla donna di servizio: “Portate ben di là quelle due sporte” La donna prese le sporte e io sento cantare, per me erano capponi.

A.: E i capponi portati in San Petronio?
L.: Lui aveva portato i capponi in San Petronio per farsi vedere dagli altri contadini e poi li ha portati anche al padrone per restare in grazia, per fare il ruffiano. Allora quando inizi una lotta ed hai di quelle persone lì, la lotta diventa pesante.
Dopo un po’, dopo 6/7 mesi rifecero la riunione, e nella riunione io dissi: “Qui c’è della gente che non è sincera. Bisogna stare attenti. E’ meglio non parlare perché ci sono delle persone che dicono una cosa per l’altra” Saltò su mio cognato, il secondo: “Lì lè, non è da ascoltare perché mette sempre la guerra dappertutto”
 Allora così fu finito tutto, la lotta fu persa, ma ebbi piacere perché N. non ebbe niente, neppure l’aceto. Fu uno di quelli che ha pagato più degli altri. Dopo ha dovuto pagare tutto, N. non aveva rispettato il contratto.

 A.: La battaglia del 53% è andata persa e per le onoranze…? L.: Non è andata persa da noi, perché io dopo la sera che hanno contato i conigli, sono andata alla mattina personalmente dai N.. Dissi: “Signorino lei sa che di soldi non ne ho con quello che lavoriamo, ho due cinno, non posso comprare neppure un paio di scarpe. Poi lei sa come stanno in casa nostra, è anche roba sua e quindi lo sa. Noi donne alleviamo i conigli per i bambini. Lei sa che quando mi sono sposata non me n’è rimasto uno. Se alleviamo i conigli e lei ce li fa mettere via… Come facciamo noi donne con i nostri bambini?

A.: Non voleva che li teneste?
L.: Sì, l’azdoura non li aveva pagati …allora via.

A.: Li voleva pagati? Non poteva averne la metà?
 L.: No. Mio cognato li mise via per non avere delle storie. Così non pagava le onoranze. Per vincere la lotta. Mio cognato in tal punto aveva ragione anche lui. Allora io dissi a mio marito che ci sarei andata e lui mi disse di andarci, ma per conto mio. Io risposi, che se ci andavo, ci andavo anche per la famiglia tutta. Se ci andavo per me sola, dopo dicevano che ero l’amica di N. e questo non era vero. Allora lui mi disse di andarci pure e di dire che quando la nostra famiglia sarebbe andata via le onoranze non sarebbero state pagate. Andai e N. mi disse di tenerli. “Vai pure e se gli altri contadini hanno qualche cosa da dire che facciano quello che fai tu. Voi tenete i conigli e le galline.”
 Io poi non sono andata dalle altre contadine a dirlo, perché dicevano che eravano d’accordo e poi portavano le onoranze di nascosto.

A.: Tu andasti decisa . Tu andavi a combattere per i tuoi diritti e tuo marito ha detto “Hai ragione, vacci”. Se le altre non volevano combattere erano affari loro. Loro avevano gli stessi problemi e gli stessi diritti, ma non avevano il coraggio di andare a combattere per sostenerli. Hanno portato lo stesso le onoranze e poi dicevano che non c’erano andati. Ma la lotta per il 53 l’avete vinta?
L.: No, non l’abbiamo vinta.

A.: Però adesso c’è il 53…?
L.: Ma non c’è più nessun contadino a mezzadria. Solo fittavoli.
Ma abbiamo fatto con i N. delle lotte…Un mio cognato, marito di mia sorella, che era disoccupato, si iscrisse ai sindacati a Castelvetro, per andare a lavorare. Quando andarono a lavorare, li mandarono in una tenuta a fare i fossi. E la mattina quando andarono a fare i fossi per le viti, per i lavori, perché doveva lavorare questa gente, sa cosa fecero i padroni? Quando arrivarono là per lavorare, arrivò anche la Celere. Li presero tutti, chi aveva il badile, chi aveva la vanga, chi la zappa…li portarono tutti dentro.

A:: Avevano armi improprie
L.: Macché armi improprie. Perché non dovevano lavorare..altroché. I padroni non volevano far lavorare. Il padrone non voleva. Quel 53 era andato così: a noi veniva dato il 50 e col 3 il padrone doveva pagare gli operai, ma i padroni non volevano. Poi successe la lotta perché noi compravamo 10 quintali di concime in cooperativa, erano nate le cooperative, perché costava un po’ meno. Invece il padrone lo prendeva tutto lui e poi lo lavorava nella sua casa e poi te lo faceva andare a prendere nella sua villa e poi ti diceva che costava 10, mentre noi lo avremmo pagato 8. Allora i contadini, finita la guerra, avevano ragione, avevano le loro cooperative e volevano comprare in queste. Ci volevano 10 quintali di concime? I contadini volevano comprare i loro 5 in cooperativa e il padrone comprasse i suoi 5 quintali dove voleva, era la stessa marca, lo stesso tipo, lo stesso timbro. Hanno fatto delle liti, delle lotte, delle manifestazioni. Una volta venne la Celere che scapparono tutti fuori, era domenica, erano tutti senza scarpe. C’erano dei giuda che denunciavano. Ci andarono di mezzo anche delle persone che persero la vita.

A.: Quando cominciarono ad esserci i nuovi contratti?
L.: Quando siamo venuti a Bologna noi, erano già più calmi, già c’erano parecchi che avevano avuto dei contratti nuovi. Nel ’70 si è cominciato ad andare bene. Dopo il ’70 hanno lasciato correre.

A.: Ma io parlo dei contadini.
L.: Ma i contadini andarono via tutti. Non c’è più il contadino. Il mezzadro non esiste più. Il padrone lavora direttamente la terra con operai e macchine. Oppure il fittavolo, ma c’è una bella differenza. Noi eravamo in 16 facevamo 200 q.li di frumento, 100 erano del padrone. Invece quando sono proprietari in 16 e fanno 200 q.li di frumento è tutto loro.

A.: Anche se c’è da pagare un affitto…
L.: Ma adesso sono tutti proprietari.. Noi avevamo tre figli. La Lina aveva già fatto le scuole, le elementari e le tecniche. Le tecniche le aveva fatte private e poi aveva fatto l’esame. Andava tutte le mattine in bicicletta a C. con le mie scarpe e il mio paltò, perché non avevamo i soldi per comprarglielo. La maestra ci prendeva mille lire al mese. D’inverno la teneva tutto il giorno. Aveva dieci ragazzi. Era maestra, era fascista e finito la guerra fu buttata via. L'epurazione...

 A.: Allora, durante il fascismo, chi aveva un lavoro nella pubblica amministrazione doveva avere la tessera di iscrizione al fascio. Alla fine della guerra furono tutti epurati.
L.: Il Comune, che sapeva che era una maestra brava, gli diede sei banchi, che teneva in casa, camera e cucina. Teneva 10 ragazzi e prendeva 1000 lire al mese, siamo dopo la guerra. La Lina faceva tanti chilometri e a mezzogiorno andava a mangiare da mia sorella che abitava là, ma portava il mangiare da casa. Alla mattina la nonna dava un pezzo di salsiccia ad ognuno ed io non lo mangiavo e lo davo alla Lina per mezzogiorno.

A.: Ma alla Lina la nonna non glielo dava?
L.: No il suo se lo mangiava alla mattina, ma per il mezzogiorno che cosa gli davo? Niente. Mia sorella non stavano bene, mangiavano a mezzogiorno pane con aglio. Io ho mandato i miei figli a scuola perché non sapevo come sarebbe andata a finire. Noi lavoravamo, ma di soldi non ne vedevamo mai. Ecco perché mi battei tanto per i conigli, nelle lotte per le onoranze. Dopo la guerra i sindacati, finchè vivevano delle tessere dei lavoratori, acevano l’interesse dei lavoratori, dopo, da quando sono andati a Roma, fanno l’interesse loro e degli industriali, dei padroni. Non è vero?
Quando eravamo prima della guerra non si poteva far niente. Dopo la guerra si facevano le riunioni sindacali ed io avevo da dire qualche cosa. Perché ero stata a lavorare dai N. e vedevo la differenza di vita. Quando in un solaio dai N. c’erano 175 capponi e i contadini ne mangiavano 15. Avevano 25/30 poderi, ogni podere doveva portare 4 capponi e c’erano anche quelli dei contadini che rimanevano senza. Certi poderi ne dovevano dare anche 6, dipendeva dalla grandezza del podere. Dove eravamo noi a Natale ne davamo 6 perché erano 25 tornature ed erano 6 capponi e in casa la nonna ammazzò un cappone che mangiavamo in 15.

A.: 15 persone 1 cappone; 6 capponi a 4 persone. Avete fatto le battaglie per le onoranze, per il 53.
L.: Dopo ci furono diverse lotte. L’1,5% andava ai sindacati per insegnare ai giovani a lavorare…

(da Angela Bonora: Semplicemente… una vita. www.unavita.sangiorgiodipiano.net )


Dagli inizi del Novecento nel campo d’osservazione degli storici nostrani. per le indagini in ambito medievale e successivo, si ha un riferimento nuovo, che però, abbiamo visto da quanto riportato sopra, non ha avuto un riscontro fattivo fra proprietario e contadino-mezzadro sino a tempi recenti.
Rimasero materiale di  ricerca, ma non sempre di evoluzione e critica.
Nella ricerca storiografica  e nell’ analisi dei documenti si imposta una rinnovata definizione dei paesaggi, degli insediamenti, della società rurale.
Non più solo la città. la corte, la cattedrale a se stanti vengono studiate, l’attenzione si rivolge a quell’Alto Medioevo che sino allora era stato considerato “età oscura” tra due epoche “civili”, Impero Romano e Rinascimento, senza  una propria fisionomia se non  quella dell’inerzia dell’uomo di fronte ad un ambiente naturale, non redditizio, deserto di insediamenti e di popolazione.
Molti Autori scelsero come riferimento la corte[1] ,  struttura giudicata centrale per l’organizzazione della proprietà: la corte come derivazione della villa romana
Ma i coltivatori, i liberi detentori di piccole e medie proprietà fondiarie erano appena sfiorati da tali analisi. 
Maggiore rilevanza assumeva invece l’analisi  che, pur considerando l’ordinamento curtense al centro, evidenziava gli strumenti di compressione sociale dallo stesso ordinamento utilizzati.

La storia dei contadini, delle campagne, della cultura materiale diventa così protagonista grazie al lavoro  svolto sulle fonti scritte ritrovate in zona padana da alcuni storici, che vollero poi attenersi ad esse nello svolgere il loro studio.
 La storia delle colture e dell’alimentazione si caratterizzano negli scritti di tali Autori, scritti che ci portano poi agli studi storico-agrari dei tempi nostri come la Storia del paesaggio agrario italiano di Emilio Sereni e la «Rivista di storia dell’agricoltura» che rappresenta un riferimento importante per i cultori della materia, che erano portati ad individuare nel lavoro umano il motore di quel profondo cambiamento che, nel centrale e tardo Medioevo, investe le campagne italiane ed europee.

Autori, come ad esempio Vito Fumagalli, nel descrivere il nostro territorio padano ci forniscono lavori che  vengono letti come bei romanzi dei tempi medievali.

Abbiamo già visto, in una prima descrizione del nostro territorio rurale, le ricerche che, seguendo le ultime analisi  medioevali, e riportate  in ambito moderno, vedi Carlo Poni, in storia economica  e  agraria, ci lasciano un’impronta duratura per lo studio del territorio.

La diffusione del sistema curtense in Italia inizia dalla conquista carolingia, forse anche in periodi precedenti, ma è sotto i carolingi che si afferma senz’altro e si hanno le prime testimonianze
- di gestione diretta, “il dominico”,
- dell’affidamento di terre a coloni dipendenti, il“massaricio
- di prestazioni d’opera salariata e
- della “corvée”[2]

I contratti  e alcuni inventari aziendali, “politici”,  sono spesso  i soli documenti che permettono un’analisi delle curtis, e successivamente l’annosa questione relativa alla loro crisi, alla loro scomparsa e alla cronologia di tali fenomeni.
La sopravvivenza dell’organizzazione curtense ad economia diretta con corvée e manodopera salariata  è, di fatto, testimoniata a lungo, non essendo incompatibile con lo sviluppo economico dei secoli XI e XII e con il nuovo ruolo delle città.
In tale contesto sono esaminati dagli storici attuali, vengono esaminati gli aspetti più direttamente attinenti all’assetto sociale e alla cultura materiale, spesso parlando di nuove forme di  colonie già nel periodo che va dal VI all’VIII secolo, cioè nella prima età medioevale, con un ceto contadino diverso,  formato da servi alloggiati, nutriti e vestiti dalle stesse aziende curtensi, ceto  che non si discostava molto da quello degli antichi schiavi, se non per una maggiore capacità giuridica e che rappresentava, secondo le fonti del IX e X secolo, non meno del 15% della popolazione che lavorava nelle corti, e completata da lavoratori a corvée e da contadini liberi, ma sottoposti a vincoli di beneficio verso il signore o il convento.
Dai documenti si possono quindi rilevare le quote di prodotti, i censi e i doni conferiti dai lavoratori ai  proprietari, le prestazioni d’opera fornite, ciò sia con riguardo alle condizioni sociali dei singoli sia al contesto economico complessivo.

Ovviamente gli studiosi non si limitano solo a questi aspetti, si addentrano ad illustrare gli aspetti dell’esistenza contadina nell’Alto Medioevo legati all’alimentazione, alle forme abitative, ad altre componenti della vita materiale e spirituale, come i rapporti con la religione
Sulle vicende delle campagne italiane nei secoli centrali e tardi del Medioevo sono  incentrati lavori che trattano i rapporti tra campagna e  città specialmente nel periodo comunale (secoli XII-XV).

Gli storici nel passato hanno parlato dell’Italia comunale e post-comunale come a una storia di sole città,  negando alle campagne il loro ruolo in tale periodo.
Vedremo  invece che le città ebbero una posizione di primo piano sulle  trasformazioni che si verificarono nel mondo rurale comunale, rapporti fra signori detentori della terra  e i contadini dipendenti.
Non ultimo  l’influsso che il mercato urbano aveva sulle modifiche nella produzione dei territori agricoli, sulla supposta immobilità dei coloni nei confronti dei proprietari, si ebbero specialmente nel tardo medioevo aziende agrarie nuove, organizzate in modo diverso a secondo del diverso  territorio italiano: inizia in tale epoca a formarsi in valle padana il podere mezzadrile, normalmente come trasformazione delle fattorie cistercensi.

Vi furono nel tardo medioevo trasformazioni demografiche notevoli dovute alle carestie ricorrenti e soprattutto alle epidemie e in primo luogo alla Peste Nera (1348-50), ma successivamente si innescò un recupero e una valorizzazione del territorio notevole con la messa   a produzione intensiva delle terre migliori a detrimento di quelle marginali, anche se non bisogna dimenticare che le epidemie accentrarono nelle mani di pochi i possedimenti agrari.

Il padrone si interessò del modello di produzione per aumentare il profitto. E’ di quegli anni il ritorno a ricerche e scritti su come migliorare le colture. Nello stesso tempo si intensificarono coltivazioni arboree, orticole, vitigni, oliveti e di piante tessili, lino e canapa, e di allevamento ovino per le lane, queste ultime specialmente nelle zone pedemontane e con proprietari tesi ad aumentare le loro rendita, più che ad una fattiva razionalizzazione della coltivazione.

Questi movimenti nella produzione e nella organizzazione influirono anche sugli insediamenti, sull’inurbanamento e quindi sullo spopolamento di certi territori. Anche l’alimentazione cambia, ma mondo rurale e ceti proprietari si differenziano anche nell’alimentazione come  abbiamo visto all’inizio di questo articolo.

Mettiamo comunque bene in evidenza che sino all’inizio del 1900 il pane, che aveva acquisito in età medioevale un’importanza prima sconosciuta, divenne il cibo primario presso qualunque famiglia, qualunque ceto, pur mantenendo quelle differenziazioni di cui avevamo già accennato.

Lavoro, cibo, mensa del contadino presuppone un luogo in cui vivere.
L’idea di casa rurale è necessariamente legata alla creazione di un paesaggio agrario dove il contadino abbia impresso i propri bisogni e attività produttiva agricola nel corso del tempo. 
Abbiamo già parlato di “ corte”, che a giudizio di alcuni studiosi deriva il proprio impianto dalla “villa rustica” romana, continuò nell’Alto Medioevo e si è affermò nella pianura padana fra i secoli XVI e XX.
L’evolversi degli ordinamenti fondiari e sociali ne permisero le diverse forme nel tempo. Architettonicamente ora la corte è localizzata principalmente nella zona lombarda ed è caratterizzata da uno spazio scoperto, attorno al quale sono disposte abitazioni e rustici. Rappresenta una azienda agricola spesso a conduzione famigliare ed in essa lavorano anche un certo numero di salariati.
Ovviamente la corte medioevale era  basata su di una villa spesso importante, mentre i rustici erano di fattura fatiscente.

Nella bassa bolognese dopo l’Alto Medioevo la struttura si trasformò. 
Inizialmente la corte, dimora  complessa, di grandi dimensioni,  comprendeva la villa, abitazione del padrone, l’abitazione del conduttore, le umili abitazioni dei lavoratori, la stalla, il fienile, la tettoia, i magazzini, l’aia, la cantina, la porcilaia, il pollaio, la lavanderia, il forno, il pozzo e fuori le case dei salariati e molto spesso l’oratorio. Successivamente la villa si staccò dal complesso aziendale.
I proprietari, che erano usciti dalle città per non  essere soggetti a forti tributi e avvalersi dei prodotti delle loro terre a consumo diretto o commercializzandoli, spostarono nuovamente  la loro abitazione principale nelle vicine città, i latifondi vennero parcellizzati ed affidati a contratto a coloni e successivamente a mezzadria. La villa nel tempo o fu lasciata a deteriorarsi o utilizzata come dimora per i periodi estivi.
I latifondi di proprietà ecclesiatica vennero parcellizzati anch’essi ed amministrati dalla Chiesa cittadina principale riferimento della parte di monastero situato nella campagna vicina.

Si passa quindi dalla grande corte alla piccola corte e alle unità agricole rurali, dove il centro è la casa rurale, cioè una casa isolata nella campagna e abitata da famiglie di contadini oppure varie boarie di uno stesso modello, formate da una abitazione del bovaro, stalla con fienile e aia ridotta. I magazzini e le attrezzature principali restavano però nella corte della casa rurale principale.

La corte medio-piccola sparsa nei campi, non è molto lontana da altre. Molto spesso il quadrilatero attorno all’aia è completato, anziché da edifici, da un orto o da una siepe con frutti selvatici.

Il complesso agricolo si trasforma e diverse sono le unità famigliari, unità per lo più tra loro imparentate, che abitano la stessa casa rurale.
Gli oratori spesso diventano parrocchie con intorno le case di un borgo e sono distanti pertanto dalle unità rurali.

Per quanto riguarda il lavoro agricolo, il paesaggio, le principali culture rimandiamo a quanto già detto nei primi capitoli, qui vogliamo entrare nella casa del contadino medioevale.
Gli elementi principali di una casa rurale medioevale erano il locale adibito alla mensa e il locale adibito al riposo e, se un unico edificio comprendeva i lavoratori e gli animali che aiutavano nel lavoro campestre, anche la stalla.

Le prime case rurali padane e basse bolognesi avevano più legno che pietra nella loro struttura e quindi poco ci rimane come risultato di scavo, inoltre ricordiamo che, non avendo la casa rurale latrine, spesso le case venivano arse e ricostruite per bonificare il complesso abitativo.

Entrando in una casa rurale medioevale, e in ciò ci aiutano i tanti dipinti dell’epoca  anche nord europea, potevamo notare subito

- il focolare (=fuglèr) parte integrante della casa, costruito in pietra per ovvie ragioni di sicurezza ed adibito al riscaldamento e alla cottura del cibo. Inizialmente quando le case consistevano di un solo locale abitativo a piano terra, il focolare era situato al centro della dimora con sopra un’apertura nel tetto (= fuga o camén) per fare uscire il fumo  e la vita si svolgeva attorno ad esso, sia per la preparazione, la cottura e consumo del cibo.
Attorno al focolare rimanevano a riposare, su scranni di legno grezzo, i contadini prima di ritornare al lavoro o andare a coricarsi. Spesso solo alla sera avveniva il raduno in quanto il lavoro nei campi richiedeva continua attività e solo un attimo di sosta, quando suonava la campana del mezzogiorno, per consumare un pezzo di pane con un vegetale e bere un po’ d’acqua. La zuppa era per la sera al calar del sole. 

- Se la casa era formata di un solo locale allora una tenda separava la zona mensa dalla zona notte, costituita da una distesa di pagliericci, sacconi di rozza tela ripieni di paglia o erba essiccata, e lì tutta la famiglia dormiva e magari anche gli animali appena nati. Questo comunque era il vivere nelle stagioni fredde, durante le stagioni tiepide o calde la vita rurale si svolgeva per lo più all’aperto e spesso il focolare era sostituito dal forno che serviva a cuocere il pane e  si dormiva fuori sui prati dove durante il giorno aveva battuto il sole.

- Se la casa aveva la possibilità di un piano superiore allora lì era posta la zona notte e con il tempo il focolare venne costruito contro una parete con un camino (canna fumaria) che si allungava sino al tetto, passando attraverso la zona notte e dando la possibilità di riscaldarla. La zona mensa  poi venne dotata di un lungo tavolaccio con panche per sedere a mangiare.

- Alle  pareti della mensa non mancava mai un crocefisso , la luce o veniva dal focolare o da candele di sego di maiale. Anche la zona notte si trasformò con più vani e letti con pagliericci più confortevoli coperti da lenzuoli di canapa.

Nel corso degli anni il focolare  è stato sempre il punto cruciale della casa: una lunga catena munita di gancio sosteneva la calderina per cuocere il cibo, a due lati erano panche per sedere a parlare e la legna da ardere, all’esterno in corrispondenza del focolare stava il forno per il pane.
Le antiche case di canna reperite in molte zone della Valle Padana fino alla fine del secolo scorso possedevano come unico elemento in muratura il camino che era parte integrante di ogni casa di campagna.


Il poeta emiliano Giovanni Pascoli soleva dire che
“una casa contadina senza camino è come un uomo senza ricordi e senza sogni”.

Delle altre costruzioni che caratterizzavano la casa rurale, come la stalla, la porcilaia, il pozzo, il fienile, la cantina ed altro vi rimandiamo a leggere il capitolo sesto inerente ai lavori  svolti dal contadino. Ci sembra più interessante parlare della composizione della famiglia che abitava la casa rurale medioevale.

Nel Basso Impero e nei primi secoli dell'Alto Medioevo lavoravano la terra normalmente schiavi e quindi il termine famiglia nell'accezione amministrativa e religiosa difficilmente era  riscontrabile.
Gli schiavi vivevano raccolti in casolari nei pressi della villa, poi della corte. Se famiglie si formavano naturalmente e nascevano figli, essi erano nuovi schiavi per il proprietario dei fondi.

Con la successiva scarsità di mano d'opera coatta o libera, il ritorno dei padroni nelle città e quindi  la parcellizzazione delle proprietà si formarono vari vincoli contrattuali tra padrone e  contadini e sorsero anche piccoli proprietari.
   
La famiglia, che sottoscriveva (con una croce...e in presenza di un massaro) con il signore della villa un contratto per coltivare una partizione del fondo, doveva ovviamente essere formata da un certo numero di individui.
A capo della famiglia era normalmente l'uomo libero più anziano e la famiglia era multipla, cioè a più nuclei.
Documenti dell'XI-XII secolo riportano famiglie ad esempio di  32 componenti: un complesso parentale a tre nuclei familiari, allargata alla madre vedova e alle sorelle per coltivare la proprietà. Ogni gruppo familiare  era composto da una  coppia con munerosi figli; essendo poi la mortalità infantile e da parto molto elevata, spesso il vedovo del mononucleo familiare convolava a nuove nozze . Il capo della comunità, cioè l'uomo più anziano, doveva decidere di tenere presso di sè anche serventi o famuli o adottare orfani per allargare la famiglia in proporzione alla terra dacoltivare.

Il tenere presso la casa rurale famuli era per lo più una necessità derivata dall'ampiezza dell'appezzamento da coltivare, dal numero di animali allevati all'interno della proprietà e spesso anche non da necessità evidente, ma ricchezza della famiglia che preferiva assumere famuli e lasciare le donne ai lavori casalinghi. Questo comportamento non si riscontra solo nel medioevo , ma continua nelle nostre terre sino alla seconda guerra mondiale.
Importante è ben definire che cosa si intendesse con famulato nel medioevo e nei periodi successivi

Famulato

Famulato era  il periodo che i giovani dei due sessi trascorrevano fuori dalla famiglia di origine a servizio, come famuli e famule nelle campagne , come apprendisti o servi domestici  in città e nei grossi borghi: la durata del servizio domestico incideva sull'età per il matrimonio e di conseguenza la fecondità e il tipo di famiglia.

Il famulato nel nostro territorio era limitato ad un periodo ben definito nella vita di un individuo, iniziava a un'età molto precoce,10 anni, si svolgeva in un ambito geografico circoscritto, anche se non stabile dal momento che si cambiavano molti padroni, era comune alla classe sociale più povera delle campagne, ma si interrompeva presto intorno ai 25 anni, quando il famulo metteva su famiglia, andando a vivere per conto proprio, non comportando perciò ritardi nell'età al matrimonio.
Tali giovani provenivano da famiglie di pigionali o di vedove con figli, circa  il 20% era originario della stessa parrocchia in cui avevano trovato impiego come famulo, e il resto da comunità vicine, comprese nel raggio di 20-30 km e spesso svolgevano tale attività presso due o tre famiglie diverse contemporaneamente.

Il famulato italiano non sembra costituire un trampolino economico.

Nel passato gli storici nelle  indagini condotte sulla famiglia rurale si sono  limitati a porre in relazione la struttura familiare con la proprietà della terra, trascurando altri aspetti, quali la presenza del bestiame, la contrattualistica agraria, e soprattutto trascurando quella realtà economica in cui era radicata la famiglia, che è il villaggio, seppur distante dall'unità agraria familiare.

L'isolamento della famiglia dal complesso delle sue relazioni ha introdotto numerosi elementi di distorsione e quindi di valutazione del fenomeno: la distribuzione delle professioni extra-agricole rivela le diverse caratteristiche economiche degli insediamenti, infatti sulla riva del Po era facile rilevare gruppi consistenti di pescatori e marinai o barcaioli, non deve quindi stupire se il famulato sia da considerarsi correlato anche con altre attività economiche.
Ad esempio, ancora, le famiglie degli artigiani erano mononucleari,  non possedevano animali, al massimo un maiale e qualche animale da cortile, quindi non avevano l'esigenza di servirsi di loro famuli,  ma da un censimento risulta che un  "ferrarius" in val padana con  moglie e cinque figli (di cui uno sposato con due figlioletti) aveva due famuli, impiegati probabilmente questi ultimi nella cura della terra, dal momento che oltre a tre porci, il fabbro possedeva anche due buoi e una vacca.
La correlazione tra famuli e bestiame persiste anche riguardo alla dimensione delle famiglie e, probabilmente, alla quantità di terra disponibile, ma era richiesto più che dalla proprietà della terra, dalla proprietà e dal numero degli animali posseduti.

Il famulato nelle case rurali e presso gli artigiani è una professione  maschile; le famule o ancille si trovano più spesso in famiglie di un ceto sociale di rilievo e normalmente mononucleari, abitanti in ville o all'interno dei grossi borghi.

Si conferma perciò l'impiego dei famuli come addetti al bestiame e il loro probabile impiego nei lavori dei campi che richiedevano forza-animale. Il famulo è perciò spia di una condizione di ricchezza della famiglia in cui vive.

Il famulo iniziava come  vaccarolo pascolando le bestie dei padroni, seguendo o guidando il bestiame, ora a piedi, ora con l'acqua a mezza gamba, ora addirittura nuotando, quando la proprietà era nelle vicinanze di un fiume in piena.

Si era vaccaroli anche dall'età di 8 anni.
I più fortunati, intorno ai 18 anni,  potevano diventare anche asinari, cioè trasportavano per conto dei mugnai i sacchi di granaglie da macinare, ma questo non voleva dire diventare mugnaio: il famulo era destinato a fare il bracciante, il falegname o il muratore con un guadagno di 8 soldi al giorno, sia nelle giornate lunghe che in quelle corte , ma per 16 soldi accettava di lavorare a giornata nel periodo della vendemmia.
Altra possibilità per il famulo, che riusciva a farsi una famiglia, era anche il ciabattino lavorando cuoio riciclato. I più fortunati erano quelli che avevano svolto il loro famulato presso artigiani, voleva dire imparare ad esercitare un mestiere che esulava dall'ambito agricolo.

Il  percorso individuale poteva avere diversi approdi, non ultima la possibilità di ottenere il beneficio dell’utilizzo dei beni della comunità di origine al ritorno in essa. Beni come boschi o incolti a pascolo brado, o parte messi a coltura, e piantati a segale venivano utilizzati dall'intera  comunità pagando al feudatario o al comune, nei tempi successivi, un canone a fine raccolto.

L'uso dei beni era libero solo per gli originari della comunità, ma ai forestieri residenti, che pagavano il sale e lo stipendio dei funzionari comunali, veniva concesso in affitto un pezzetto di bosco per loro.
E' proprio del XIII secolo la presenza di beni comunali e il loro utilizzo per l'economia della comunità
Questi beni, che in alcuni casi potevano essere usurpati dai feudatari, erano anche oggetto di aspre contese da parte dei componenti della comunità, che volevano usarli diversamente, secondo le loro diverse esigenze.
I contadini poveri  avevano interesse a trasformare in produzione di sussistenza i terreni comunitari, e i contadini più ricchi tesi  ad usarli solo come pascolo e, per il resto, come sgravio fiscale.
Per contro, considerare la proprietà individuale, avulsa dal contesto economico-sociale e che dalla comunità che percepisce tasse, può chiarire ulteriormente il problema della manodopera dei famuli, e come questa presenza rivestisse significato diverso nella pianura asciutta rispetto alla bassa irrigua: nel primo caso era costituita da giovani in età prematrimoniale, provenienti da famiglie di braccianti e pigionali, nel secondo caso si trattava di manodopera specializzata nella cura del bestiame e nella lavorazione del formaggio, con un bacino di reclutamento più vasto.


E' proprio  da considerare  con più attenzione per il Quattrocento, l'economia delle comunità, e in particolare la presenza di beni comunali e il loro utilizzo.

Il radicamento e la specializzazione dei famuli della Bassa Padana avrebbero portato a un profondo cambiamento della loro posizione sociale a metà Ottocento: i famuli esercitavano incumbenze fondamentali nell'azienda ed erano i contadini meglio retribuiti.
Il problema dei famuli era più sentito comunque nell'Italia "comunitaria" e della piccola proprietà, dove non c'era la mezzadria poderale. Nelle aree mezzadrili, della mezzadria classica,  l'isolamento della famiglia comportava una economia diversa,  a questo contesto di individualismo si adattavano le strutture familiari dei mezzadri; in essa. l'apporto delle donne al lavoro agricolo era fondamentale in certe zone e per certe colture, come il riso, la canapa e il mais. La disponibilità appunto di altre risorse,che sostituirono i boschi, i pascoli ecc. praticamente assenti già a metà del XVI secolo, nelle aree vicino alle grandi città e nella Bassa, si  sviluppa un'agricoltura imprenditoriale e molto forte è l'emigrazione stagionale.
Le statistiche napoleoniche e quelle successive tendono a studiare tali problemi legati alla trasformazione dell’agricoltura, con l’intento di trovarne una soluzione.
Il lavoro femminile e minorile le bambine a partire dai 10-12 anni è molto sentito.
Le donne lavorano in campagna nei quattro mesi estivi accanto agli uomini sin prima dell’alba, le donne si occupano della coltivazione della vite e dei fagioli, curano i bachi da seta, scartocciano il granturco.  Nella zona del riso, la nostra, tutta la coltivazione del prodotto è a loro carico; ancora le donne in inverno, la sera, nelle stalle, filano lino e stoppia per la famiglia e per i proprietari.
 
Negli  ultimi tempi e precisamente a partire dalla fine dell’Ottocento, spesso invece dei serventi, così si chiamarono allora i famuli, arrivavano nelle famiglie i “senza famiglia”.
Il contratto mezzadrile considerava la famiglia come unità produttiva e la sua dimensione doveva essere adeguata a quella del podere.
I contadini per ottenere tale risultato aumentavano la capacità lavorativa del nucleo familiare o assumendo serventi maschi o garzoni e serve femmine in età tra i 10 e i 25 anni.
Quindi persisteva il famulato, ma in modo più articolato, esisteva una vera e propria “fiera” dei garzoni, nella quale si incontravano la domanda e l’offerta di lavoro. Nella nostra pianura a San Giovanni in Persiceto nel giorno di S. Stefano, i contadini e i braccianti portavano i loro figli alla “fira di garzon”.
Normalmente erano le famiglie più numerose e più misere che mandavano i propri figli a servizio, e per paghe molto basse, che venivano pagate direttamente ai genitori. In poche parole il garzone e la serva, bambini ancora in età di giochi, andavano in un’altra casa dove continuavano a lavorare come facevano in casa loro…e anche di più…e in cambio ricevevano il vitto e qualche vestito.
Quando la nuova famiglia era una ”buona famiglia” i giovani che andavano erano fortunati, ma non sempre venivano trattati bene, spesso lavoravano troppo, soffrivano la fame ed erano costretti a dormire sulla paglia nel fienile.
La famiglia contadina mezzadrile aumentava la propria consistenza anche in altro modo: l’Ospedale degli Esposti o dei Bastardini mandava a balia i lattanti in campagna.  A Bologna, ora in via d'Azeglio, esisteva tale Ospedale sin dal Trecento, la funzione era di raccogliere i neonati abbandonati al fine di evitare aborti, infanticidi ed esposizioni furtive nei luoghi di culto.
Le levatrici, i parroci e le autorità delle comunità collaboravano sulle gravidanze illegittime e si assumevano la cura di indirizzare i neonati all’Ospedale, dove venivano accuditi nei primi tempi. Nel Seicento l’Ospedale iniziò l’affidamento a balie esterne, ma proprio nell’Ottocento la pratica si consolidò e madri del contado o della montagna, che avevano appena svezzato un loro figlio, munite di un certificato di moralità da parte del loro parroco, andavano all’Ospedale per ottenere in consegna un neonato da allattare contro un piccolo corredo e un salario mensile.
Erano soprattutto le mogli dei mezzadri e dei braccianti della pianura. 


La Donna


La Le donne del nostro territorio per secoli sposandosi si trasferivano nella casa del marito.

La cosa é sempre stata considerata come un atto dovuto dalla donna in obbedienza al marito, che diveniva il capo della nuova famiglia sposandosi.


Ora i ricercatori dell’Istituto tedesco Max Plank forniscono, oltre alle varie spiegazioni culturali, una ragione di tipo genetico.  Il patrimonio genetico della sposa si somma al patrimonio genetico dello sposo e i figli rimangono però nell’ambito del territorio di provenienza del padre, del nonno, del bisavolo e i matrimoni che verranno con donne e uomini dello stesso territorio manterranno la diversità genetica e gli aspetti storici evolutivi. In poche parole il detto delle nostre terre: “moglie, buoi dei paesi tuoi” aveva una doppia valenza quella culturale e quella del DNA intatto o comunque poco contaminato.


Certe idee pazzesche di purezza di razza non sono state solo di stampo nazifascista.  I popoli, le tribù con la costrizione della donna ad una vita segregata e comunque sempre di secondo piano hanno coltivato questa tendenza.  C’erano, sicuramente, anche motivi di proprietà, di beni che dovevano essere solo distribuiti ai propri figli e quindi il maschio tendeva a segregare la donna in quanto procreatrice e sola individuatrice dell’ascendenza dei propri figli..

Era norma che il proprietario di un terreno di un fondo lasciasse alla sua morte la proprietà terriera al figlio maggiore e gli altri figli rimanevano a comporre la famiglia rurale sotto la direzione di questi come capo.

Le figlie  venivano sposate, i matrimoni delle donne erano combinati dai capifamiglia e venivano stesi spesso contratti prematrimoniali nei quali si stabiliva la dote che avrebbe accompagnata la sposa nella famiglia del marito. Quindi le donne in età da  marito potevano sperare in un piccolo capitale, la dote. Tale dote per lo più consistente in mobili e tessuti per la casa e per vestire la sposa e i figli che da essa sarebbero nati, solo le famiglie più ricche davano in dote alle figlie al momento del matrimonio anche appezzamenti di terra, secondo gli usi doveva andare al marito al momento del matrimonio, ma spesso la consegna veniva dilazionata e la dote veniva consegnata solo al momento della morte del capofamiglia.

Le famiglia con figliolanza femminile numerosa e grandi appezzamenti di terreno da coltivare in proprio o per un proprietario  tendevano a tenere le figlie nubili a coltivare i terreni oppure a mandare le figlie nei monasteri come converse prima e poi come suore oppure come serve del convento.

Alcuni storici hanno, soprattutto nel passato, interpretato le donne del medioevo come vittime la cui vita era circoscritta da costrizioni patriarcali, altri le hanno ridipinte come soggetti attivi, malgrado le convenzioni. Donne che possedevano un considerevole controllo sulla loro vita anche se è vero che in quei tempi la chiesa aveva promosso idee fortemente misogine, e solo si elogiava la chiesa per aver offerto alle donne, attraverso la vita monastica, qualche possibilità di acquisire un’educazione, rispetto e autonomia. 

Comunque spesso l’interpretazione del passato è nata dal bisogno di affrontare le crisi contemporanee.

Il medioevo in particolare ha riservato e rivelato problematiche che sono ancora il terreno di scontro e di dibattito per temi antichi e sempre attuali. Numerose notizie sulle donne medievali sono state portate alla luce e rivalutate grazie a instancabili lavori condotti negli archivi e nelle biblioteche e oggi da antiche fonti, traduzione di testi medievali prodotti da donne, sono stati pubblicati documenti e testi inediti, nei quali si visualizza il loro lavoro creativo sia in campo filologico che artistico. Quindi una visione completamente nuova negli studi medievali: un modo più critico di vedere le relazioni sociali oppressive per cui situazioni precedentemente viste come opprimenti, si possono riformare in termini più fluidi, e ciò non con il fine di negare l’oppressione bensì per stabilirne le relazioni con l’identità sessuale. I ruoli di vittime e di carnefici possono essere occupati sia da donne così come da uomini

 

Sino agli inizi del secolo scorso lo studio sulla donna medievale era ristretto alla spiritualità monastica: le donne uniche descrittrici di fenomeni visionari.

Alcuni storici formularono l’ipotesi che fosse un disegno divino che assegnasse agli uomini il compito di elaborare scritti teologici e la cura delle anime, mentre alle donne la descrizione di visioni e l’espressione dell’indicibile.
Dovrebbe essere condotta un’analisi fondata sul contesto storico-culturale e sulle strutture sociali e mentali che hanno prodotto questi modelli particolari.

Non bisogna dimenticare in tutto ciò le pratiche alimentari seguite da queste donne mistiche: la devozione portava ad una alimentazione povera  inoltre esisteva una intima relazione instaurata tra il nutrimento e l’unione mistica con il corpo di Cristo. Inoltre un elemento di differenziazione rispetto agli studi del passato deve essere fatto per ridimensionare gli esempi di figure femminili eccezionali, come Santa Chiara, Santa Caterina de Vigri che hanno attratto tanta storiografia precedente.


Alla fine del secolo scorso infatti, i primi studiosi di tematiche femminili hanno molto spesso focalizzato l’attenzione su punti di riferimento spettacolari; la donna umile, povera analfabeta non veniva presa in considerazione.

Le grandi personalità femminili del passato, che nel loro stile di vita si sono distaccate dalla norma, suscitarono l’interesse dei contemporanei.

Donne laiche particolari osarono affermare la loro personalità come autrici letterarie, levando una voce isolata contro le limitazioni imposte dagli uomini al loro sesso, elencando svariate virtù squisitamente femminili e chiedendo soltanto di prendere la parola.

 

La storiografia moderna riscopre la parola delle donne, nello spazio privato e domestico così come in quello pubblico, dalle poesie e liriche, all’espressione di una negata sottomissione, al contesto della comparsa della voce.

Impegnate nella loro avventura spirituale, le suore-scrittrici sono consapevoli di se stesse: oltre a diffondere la verità di Dio, si prodigano spesso in un’azione pedagogica, il volgare permette a queste donne di parlare delle loro esperienze spirituali.

La loro ricerca di Dio sembra specifica, diversa da quella degli uomini. Un linguaggio delicato e poetico che tramanda il sorprendente potere di un altro linguaggio, quello corporeo, forse meno dotto ma più istintivo e accettabile ad esempio presso gli umili.


Negli studi storici contemporanei molta attenzione si presta agli aspetti di vita quotidiana della donna nel medioevo.
L’interesse per un fenomeno giuridico e sociale come il matrimonio e la famiglia ha rivelato non poche informazioni sulla condizione femminile. A ciò si aggiungono gli apporti dalla demografia storica che ha contribuito a dare un posto alle donne nella storia delle società tradizionali.

L’indice del rapporto di mascolinità, numero di uomini ogni cento donne, atto a fornire l’equilibrio numerico tra i sessi, ha consentito ulteriori osservazioni: analisi sulle variazioni della situazione giuridica femminile, sulla posizione delle donne all’interno delle famiglie di origine e sulla loro partecipazione alle attività economiche, specialmente nel contado.

Per quanto riguarda le famiglie abbienti particolare risalto ha avuto l’osservazione storico-demografica delle strategie matrimoniali e della nozione di “mercato matrimoniale”, e quindi di termini dei contratti matrimoniali, non ultimo e soprattutto l’età in cui i due sessi vi accedevano.

Tutto ciò costituisce dei buoni punti di osservazione dei meccanismi di costrizione, familiare e sociale, dominante le scelte degli individui, in particolare delle donne.

L’esame basato sulla valutazione di dati inediti tratti da documenti tardomedievali, ha rivelato come la variazione delle età matrimoniale della donna o lo scarto crescente tra le età degli sposi evidenzino sia il tipo di struttura domestica e le gerarchie familiari interne, sia i rapporti di autorità instauratisi tra uomini e donne.

Un’analisi più attenta del tipo di misoginia presente nelle società, hanno contribuito alla creazione di una pedagogia al femminile, che sembra essersi intensificata tra la fine del secolo XII e gli inizi del XIV quando frati, chierici e laici, preoccupati della virtù delle donne, intrapresero uno spoglio accurato della tradizione per trovare motivi e forme utili da indirizzare alle donne del proprio tempo.

La Sacra Scrittura, i trattati dei Padri della Chiesa permisero di elaborare un modello femminile che, fornito dell’autorità proveniente dal passato, potesse funzionare nel presente e proiettarsi nel futuro.

Nei secoli centrali del medioevo ci fu un più intenso sforzo classificatorio nei confronti dell’uditorio femminile, nel tentativo di creare tipologie e schemi precisi attraverso classificazioni basate sull’età, sui livelli sociali e sui ruoli familiari, sulle verginità e sul matrimonio, sui vizi e sulle virtù femminili.

Alle donne che mai sarebbero rientrate nella costruzione di un modello se non in negativo, sono state dedicate monografie medievali di ampio respiro: sulla prostituzione, sulla norma e sulla devianza sessuale, sui valori culturali e sulla mentalità collettiva che le tolleravanono o che le reprimevano.

Trasferendo dall’immaginario al reale le relazioni reciproche instaurate tra uomini e donne, emergono aspetti della mentalità che si convertono in attitudini reali della società. La meretrice esercitava nel postribolo un proprio ministerium, cioè una funzione sociale, più volte sottolineata dagli avvocati nei processi intentati a ruffiane e a prostitute, quella cioè di difendere l’onore delle donne di rango di fronte alla turbolenza e l’aggressività di giovani forestieri. Una funzione femminile attivamente svolta nella società quasi a dispetto di quei teorici modelli sostenuti dalla rigidità morale imposta alle donne di casa: “un cambiamento di prospettiva” un angolo visuale diverso per osservare la realtà del passato.


Ritornando ora alla donna nel contado, parleremo dopo in appendice di donne famose e potenti che hanno lasciato un segno importante  nel Medioevo, dobbiamo evidenziare un fatto particolare.

Abbiamo presentato all'inizio di questo articolo la povertà della mensa del contadino e la differenza tra il cibo che egli poteva permettersi  e quello destinato al signore.

Andiamo ora come chiusura all'interno  di una casa rurale.
Al tavolo, che  dominava a quei tempi l'entrata della casa e che serviva a tanti lavori non ultimo il pasto serale,  al momento di mangiare erano assisi solo uomini.
Le donne, con le loro scodelle di stagno o di legno, insieme ai bambini  più piccoli, quelli non ancora in età da lavorare nei campi, stavano assise vicino al focolare o fuori sul prato che circondava la casa.
Guardiamo dentro a quelle misere stoviglie, niente posate, il cibo è in quantitativo inferiore a quello dato a chi lavorarva nei campi, ma le donne dovevano dividere quel cibo con i fanciulli.
Di norma una donna mangiava un terzo di quello che si poteva permettere l'uomo, il resto era per i piccoli.

Perchè ?
L'uomo, il contadino, lavorava duramente  nei campi, sarchiava, arava, zappava il terreno, manteneva e puliva le cavedagne e i fossi, seminava  e raccoglieva , insieme a tutta la famiglia, il prodotto dei campi.
Mangiava a mezzogiorno, quando il prete faceva suonare la campana della chiesa, cipolla, aglio, pane e beveva vinello.

La donna, secondo le idee di quei tempi ed anche di tempi più recenti,  aveva un lavoro più modesto e leggero:

curare, allevare i figli, curare la casa, lavare i panni, filare, tessere, cucire i vestiti per tutta la famiglia,
curare le bestie domestiche che abitavano l'aia, come polli, oche, anatre, conigli, pecore, capre, maiali, ecc.,
zappare e coltivare l'orto per i vegetali e le frutta da portare sulla tavola la sera, quindi preparare il cibo e anche le conserve per l'inverno
Spesso alla donna era demandata la cura della stalla, la mungitura  e  la lavorazione di prodotti ottenibili dal latte...volete qualche altro lavoro?...a sì, mettere al mondo figli...

Quindi perchè non uscire da tali prigioni?  cambiare lavoro, raggiungre le città dove stavano cambiando tante cose e c'era la possibilità di altri lavori, forse meno pesanti e più remunerativi.

Come rraggiungere la città?
Da San Giorgio la strada romana Galeria portava all'abitato cittadino, arrivava alla porta Galeria, aperta tra le mura costruite nel Mille.
Oltre alla strada faticosa e lunga da percorrere a piedi il contadino, che lasciava la campagna, poteva utilizzare, per spostarsi, chiatte che solcavano i canali costruiti nel passato per boniificare la pianura.  

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[1]  Dal latino  curtis, complesso fondiario… sul quale vivevano un proprietario e le numerose persone alle sue dipendenze. Vi si distingueva una pars dominica, coltivata direttamente, e una pars massaricia, costituita da appezzamenti di terreno concessi a lavoratori agricoli che, oltre a pagare censi, avevano anche l'obbligo di prestare servizio nella parte del signore. (dal Dizionario di Storia Antica e Medioevale)
[2]  Prestazione d'opera obbligatoria consistente in alcune giornate di lavoro che il colono residente nella pars massaricia doveva prestare gratuitamente sulla pars dominica della villa. Dal diritto feudale la corvée passò al diritto pubblico regio in relazione a lavori di manutenzione e di difesa. Abolita in Francia con la Rivoluzione, sopravvisse in Europa orientale fino agli inizi del XIX secolo. (idem)



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